1972

sabato, ottobre 21, 2006
I sommersi e i Salvati. "Ma il comune contesto liberale in cui i due grandi partiti formulano i loro programmi è abbastanza forte da proiettare all'esterno un'immagine coerente e unitaria del paese". Così Michele Salvati, giovedì scorso dalle pagine del Corriere nell'ennesimo peana in ginocchio alla Spagna di Zapatero, il peggior primo ministro degli ultimi sessant'anni di storia europea e - non a caso - il più amato (e necessariamente reinterpretato ad uso e  consumo interno) dai giornalisti italiani. Ma non è tutto. La Spagna è sull'orlo dello smembramento politico-territoriale ma Salvati sentenzia: "Ma si tratta di un concetto utile, se usato con discernimento: esso ci consente di affermare che le classi dirigenti spagnole, sia quelle economiche che quelle politiche, hanno una visione dell'interesse nazionale più omogenea e coerente di quella condivisa dalle classi dirigenti italiane. Anzitutto esse ragionano in modo esplicito in termini di Stato e di nazione e sono animate da una visione - una Spagna moderna, prospera, rispettata - che tempera le diverse concezioni partigiane di cui è fatta la politica. Questo è ammirevole e sorprendente se si tiene conto che la Spagna è composta da comunità nazionali diverse: la Padania è un'invenzione farsesca, la Catalogna e il Paese Basco non lo sono". Vediamolo, allora, di nuovo questo "comune contesto liberale" all'interno del quale si muove la politica spagnola e questa "visione dell'interesse nazionale" che "tempera le diverse concezioni partigiane", cominciando ad esempio da quel capolavoro di liberalismo e di difesa dell'interesse nazionale che è la resa dello stato di diritto nei confronti della banda terrorista ETA.
Alla Moncloa lo chiamano "processo di pace", esattemente come Videla definiva "processo di riorganizzazione nazionale" la sua dittatura militare. Sempre di dittatura si parla, infatti. Non quella di Zapatero ovviamente (il suo è un governo neo-populista che persegue obiettivi di potere monopolistici ma non ancora un regime) ma quella che Zapatero ha promesso ai terroristi sui Paesi Baschi e la Navarra. Il grande patto di stato non dichiarato con Batasuna-ETA si basa infatti su una cessione graduale di sovranità per le regioni in questione a favore dei gruppi nazionalisti violenti in cambio della (presunta) pace sociale nel resto del territorio spagnolo. In sostanza è la consegna di una parte del paese e dei cittadini che ci vivono alla dittatura del proletariato di stampo marxista che gli Otegi e i Chapote rivendicano da sempre come il radioso avvenire del "popolo basco". Un "processo" fatto di incontri segreti, di graduali concessioni, di riconoscimenti politici, di menzogne quotidiane in nome del "bene comune", di progressiva emarginazione delle voci dissenzienti (in primo luogo quelle delle vittime del terrore). Un "processo" che punta alla riscrittura delle regole di quella transizione che consentì alla Spagna di passare dal franchismo alla democrazia tramite l'accordo tra forze che si riconoscevano nello stato di diritto e che oggi non serve al progetto social-nazionalista che Zapatero sta portando avanti sulla pelle degli spagnoli con la collaborazione delle appendici succubi o consenzienti all'interno delle comunità autonome catalana, basca e gallega e della magistratura ordinaria, ormai strumento della politica governativa. La seconda transizione esclude i popolari e include i nazionalisti. La Spagna plurale si dissolve per far posto all'estremismo indipendentista, alla rilegittimazione delle forze eversive (Batasuna verrà presto legalizzata), al linciaggio morale (e fisico) contro chi non ci sta. Madrid ai socialisti, Bilbao a Batasuna-ETA, la Catalogna e la Galizia alla sinistra nazionalista. I popolari fuori, con l'etichetta di fascismo. E' la Spagna "liberale", quella che piace a Salvati e ai radicali.
E' sintomatico dell'addomesticabilità degli spagnoli (Franco ne sapeva qualcosa) il percorso attraverso cui Zapatero e i suoi sono riusciti a far passare lo smantellamento delle garanzie democratiche e giuridiche come un inesorabile cammino verso la pace. Mesi fa lo statista della Moncloa dichiarava che Batasuna-ETA avrebbe potuto rientrare nel gioco politico solo abbandonando la violenza e le armi; poco dopo l'abbandono delle armi era già diventato la condanna del terrorismo; poi anche questa condanna non è stata più ritenuta necessaria perché la marcia di avvicinamento tra terroristi e stato doveva procedere senza intoppi; pochi giorni fa il portavoce dei socialisti faceva sapere che ne corso del "processo" si sarebbero necessariamente dovute riconoscere "le ragioni dell'altro". "L'altro", lo chiamano. Un copione scritto da tempo, da quei tre giorni dell'infamia (11-14 marzo 2004) che catapultarono Zapatero al governo o forse perfino da prima. Anche se davvero ETA non c'entrasse nulla con gli attentati (il silenzio che il governo socialista da due anni e mezzo sta tentando di far cadere su chi chiede un'investigazione seria deve essere un altro segnale dell'aura liberale che ammanta la politica spagnola) quei 192 morti furono quel che serviva per scardinare il patto antiterrorista e per ridisegnare gli equilibri politico-istituzionali a suo vantaggio. Un copione che una stampa docile (con rare eccezioni) si è prestata a scrivere sotto dettatura giorno dopo giorno, senza farsi domande, senza provare a capire, abdicando, anch'essa, alla sua funzione di controllo del potere.
E' la Spagna liberale, signori. Quella in cui i candidati del PP non posson fare campagna elettorale in Catalogna perché altrimenti vengono linciati (centinaia di atti di aggressione da parte del nazionalismo di sinistra solo negli ultimi anni) sotto lo sguardo attento e complice di rappresentanti delle forze politiche di governo. Quella in cui il giudice Garzón si appropria di una caso non suo per accusare chi denuncia la falsificazione di documenti ufficiali volta a escludere ETA dalla trama dell'11-M, il tutto tra gli applausi della maggioranza di governo. Quella in cui chi chiede giustizia per le vittime e punizione dei crimini politici viene etichettato come franchista mentre i terroristi guadagnano il palcoscenico del parlamento europeo. Quella in cui il segretario di stato per lo sport si porta al mondiale di basket in Giappone parenti e amici attingendo dalle casse dello stato sicuro dell'impunità. Quella che scarica sulle comunità autonome (ovviamente quelle non asservite) il peso di una legge demenziale sull'immigrazione. Quella che rompe con gli Stati Uniti, ritira le truppe dal campo di battaglia della lotta contro il terrorismo, stringe alleanze con Chávez, guarda ai non-allineati, finanzia i libri di testo dell'islamismo radicale, predica laicismo ma lo pratica solo contro la chiesa cattolica. Quella che si può permettere un governo che decide senza dibattere, che riduce il confronto pubblico, che fa del ricatto morale di un progressismo ostentato quanto ingannevole l'arma decisiva per l'affermazione di un pensiero debole non perché minoritario ma, al contrario, perché tanto, troppo vicino al pensiero unico.
Comunque voi continuate a leggere i Salvati e le interviste impossibili del Corrierino, lo stesso quotidiano che con un titolo a tutta pagina un mese fa espelleva d'un sol colpo dalla Spagna ottocentomila immigrati clandestini. Perché, si sa, Zapatero è "un liberale" con le palle. Li pagano ma non chiedono mai scusa.
postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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