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giovedì, ottobre 12, 2006
Corea del Nord e revisionismo. Da leggere l'analisi di Jimmomo sulla crisi del nord-est asiatico. Opportuno l'ampliamento dell'ambito geografico, visto che i fili della vicenda si tirano nelle segrete stanze di Zhongnanhai. La Cina, come si sottolinea anche su Le Guerre Civili (a proposito, qui si è icastici quando non serve aggiungere altro e argomentativi quando c'è bisogno, Paolo lo dovrebbe sapere), è il nucleo del problema. Per questo il passaggio che segue (da Jimmomo) merita alcune puntualizzazioni (sottolineature nostre):
Ma per capire in quale situazione ci troviamo, e quanto sia lontana dal soddisfarci, serve uno sforzo d'immaginazione: quale sarebbe lo scenario più desiderabile nel Nord Est asiatico? Vedere riunificata la penisola coreana sotto istituzioni libere e democratiche. Vedere Stati Uniti, Giappone e Australia collaborare per risollevare economicamente il Nord, con un ruolo positivo della Cina. Proprio Pechino però avrebbe avuto molto da ridire su una sistemazione di questo genere per la Corea. Avrebbe visto crescere, ai suoi confini, una Corea unificata alleata naturale di Washington. La Cina, dunque, sta giocando il ruolo di una potenza per lo status quo e l'atomica di Kim a Pechino dev'essere vista come il male minore. Posto quello come lo scenario più desiderabile chiediamoci cosa abbiano fatto in tutti questi anni gli attori internazionali coinvolti, Stati Uniti in primis, per renderlo più probabile: nulla, sembra, o comunque poco e male. Hanno anch'essi lavorato al mantenimento dello status quo, invece di tentare un dialogo concreto con i cinesi per il suo superamento verso lo scenario desiderabile. Si sarebbe trattato di rassicurare Pechino che la nuova stabilità non avrebbe rappresentato una minaccia, ma un'opportunità. D'accordo sul fatto che lo scenario ipotizzato sarebbe quello auspicabile e che nulla si sia fatto di concreto per renderlo possibile; meno d'accordo sulla definizione della Cina come potenza per lo status quo tout court e sulla possibilità di esercitare un'azione di convincimento nei confronti di Pechino. Proprio la definizione di stato revisionista, che più avanti viene applicata alla Corea del Nord, è invece quella che meglio descrive l'attuale proiezione internazionale della Cina. Dall'Africa all'America Latina, passando per il medioriente, stiamo assistendo al tentativo cinese di ridisegnare gli equilibri geo-politici internazionali in funzione anti-democratica e anti-occidentale, attraverso l'influenza economica, l'assistenza militare, la penetrazione a livello politico-ideologico (nel numero di novembre della rivista Ideazione l'argomento verrà sviluppato più diffusamente). Pechino puntella il regime di Pyongyang non perché sia di per sé una potenza per lo status quo, ma piuttosto perché probabilmente non ha ancora ultimato i preparativi per la successione a Kim Jong Il. Successione che ovviamente non andrebbe nella direzione desiderata dall'occidente, ma piuttosto verso l'instaurazione di uno stato vassallo più controllabile di quello attuale. Ecco perché, nonostante le esitazioni occidentali, un "dialogo concreto con i cinesi" non avrebbe mai potuto condurre al superamento della presente situazione in favore di una democratizzazione della penisola coreana: per la Cina una prospettiva del genere non è né sarà mai all'orizzonte, e nessuna rassicurazione servirebbe a cambiare l'atteggiamento dei gerarchi di Pechino per i quali qualsiasi stabilizzazione in senso democratico della zona rappresenterebbe un'intollerabile minaccia. Lo status quo attuale e l'instabilità strutturale che ne deriva sono ciò di cui Pechino ha assolutamente bisogno per completare il suo affondo nell'unico scenario in cui - paradossalmente - non si sente a proprio agio, il proprio cortile di casa. La Cina è una potenza revisionista molto paziente. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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