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venerdì, aprile 21, 2006
Hu goes to Washington/3. Non c'è dubbio che il momento politicamente più rilevante dell'incontro al vertice di ieri sia stato quell'urlo prolungato sul giardino della Casa Bianca. Di chi era quella voce?
Identified by authorities as Wenyi Wang, 47, of New York, she had gained admission with a press pass issued by a Falun Gong newspaper, Epoch Times, copies of which were passed out by protesters outside the gates. Pare che gli ospiti non l'abbiano presa bene e che Bush in privato si sia scusato con Hu Jintao. Certo, devono essere stati due minuti infiniti per il dittatore cinese, visibilmente imbarazzato nel proseguire il suo discorso e decisamente poco abituato alle interruzioni. L'Epoch Times si è dissociato dall'azione di protesta pur giustificandola: At the welcoming ceremony for Chinese Communist Party leader Hu Jintao on the south lawn of the White House on 4-20, Dr. Wenyi Wang stood up in the press corps and shouted slogans.Dr. Wang attended this event on Epoch Times press credentials. However, her actions this morning were her own. In protesting in this manner, she did not act on behalf of The Epoch Times . Moreover, she had not consulted any of her Epoch Times colleagues beforehand about her staging this protest. If The Epoch Times had known of her intention to use this event to protest, we would have seen that her press credentials were withdrawn. The Epoch Times apologizes to President Bush and the White House for Dr. Wang's actions. However, while The Epoch Times does not approve of the methods used by Dr. Wang, we think the world does need to understand what might have moved a respected medical professional such as Dr. Wang to take such unconventional actions. Il protocollo non è stato il piatto forte di questa visita: prima le incertezze sulla definizione del summit, poi l'errore nell'annunciare l'inno nazionale (lo speaker ha detto Republic of China, il nome ufficiale di Taiwan), poi una serie di imprecisioni nella traduzione simultanea, infine Bush che tira per la giacca Hu per instradarlo correttamente. Sul piano dei contenuti si è assistito ad un prevedibile nulla di fatto: poche rassicurazioni da parte di Pechino sulle questioni nucleari nordcoreana e iraniana (alla faccia dei sostenitori della Cina come attore responsabile a livello internazionale), nessun impegno concreto sul piano economico (rivalutazione dello yuan, importazioni e pirateria), risposte di circostanza (cioè una sostanziale presa in giro) su aperture politiche e diritti umani. Bush, seppur timidamente, ha insistito sulla necessità di democratizzazione interna e, durante l'incontro a due, ha sottoposto nuovamente all'attenzione del suo omologo una lista di prigionieri politici i cui casi l'amministrazione americana considera particolarmente urgenti. Ma ci sono poche speranze che il gesto di buona volontà che non è arrivato prima del vertice possa avvenire dopo. La stessa lista era stata inoltrata lo scorso settembre durante una sessione delle Nazioni Unite, senza risultato. Chissà se il nome di Hao Wu era in quell'elenco. In generale la sensazione è stata quella dello stallo, con gli Stati Uniti incapaci di esercitare pressioni consistenti e la Cina rigettando ogni concessione. Ognuno per la sua strada, finché i cammini non si incroceranno di nuovo. Il problema è che non passa giorno senza che la superpotenza reale e quella potenziale si confrontino sul piano economico e i prossimi mesi promettono scintille anche su quello politico. Al di là della cordialità di rito l'atmosfera delle relazioni bilaterali è tutt'altro che distesa. Sono molti i fronti aperti ma la grande questione irrisolta rimane la natura del regime di Pechino (mentre la prospettiva di una crisi interna si fa sempre meno remota). |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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