|
1972
|
|
giovedì, gennaio 26, 2006
Il giorno di Hamas. Ma domani? Fatte le necessarie e a nostro avviso irrinunciabili premesse di cui al post precedente, è evidente che la vittoria di Hamas costituisce un problema politico piuttosto serio. Interessante al proposito ci sembra l'osservazione di Patrick Belton (in loco) sulla situazione interna palestinese dopo il voto:
It's not clear anyone wanted this, least of all Hamas, who in assuming the administration of the Palestinian national authority's creaking and often corrupt bureaucracy single-handed in a moment when its sole lifeline of European and other international support appears threatened, may just have stumbled into the biggest molasses patch the Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah has ever faced. Unlike the Lib Dems of 1985, Hamas did not go to its constituencies to prepare for government. It had prepared for a coalition, or possibly pristine opposition, but not this. Sarà interessante conoscere la posizione ufficiale del governo americano, mentre l'UE ha dato prova una volta di più della sua inconsistenza. Se si guarda alla storia e all'evoluzione (ma dovremmo dire soprattutto involuzione) della politica palestinese, stupisce lo stupore di molti commentatori. Poteva forse uscire vincitore qualcuno che non fosse stato coinvolto nelle azioni terroristiche degli ultimi decenni? Forse al-Fatah, il partito del dittatore corrotto Arafat, rappresentava una garanzia di cambiamento o di progresso? Era il male minore, nelle attuali condizioni, certamente. Ma non deve sfuggire un elemento decisivo: tutti i timidi passi avanti compiuti dall'ANP dopo la morte del capo-terrorista Arafat sono stati indotti dall'esterno (USA e Israele). Abu Mazen, nonostante le sue pesanti contraddizioni, è stato in questo senso un interlocutore capace di recepire alcuni messaggi, almeno i più diretti. L'opera di bonifica del sostrato terrorista e mafioso che per anni ha tenuto in ostaggio la società palestinese è appena all'inizio. La vittoria di Hamas non sarà in sé così significativa o decisiva come alcuni temono se solo si capirà che rientra in quel processo tumultuoso che sempre accompagna terremoti politici dell'entità di quello che sta vivendo il medioriente. E' un'illusione pensare che anni di indottrinamento e ideologia possano essere cancellati in un sol colpo. Hamas e al-Fatah sono l'unica cosa che i palestinesi hanno conosciuto fino ad oggi. La sfida consiste nell'aiutarli a conoscere qualcos'altro e per farlo non c'è momento migliore di quello in cui, perfino chi ha votato Hamas, ha capito di poter contare. Hamas è un'organizzazione terrorista e va combattuta. Ma la democrazia è un processo e va incoraggiato. P.S. Le Guerre Civili non è d'accordo con l'analisi di Rocca (quindi nemmeno con la nostra, si presume). Confonde però la la causa con l'effetto. Innanzitutto non è dal momento che Hamas ha vinto le elezioni viva la democrazia, ma piuttosto nonostante Hamas abbia vinto le elezioni viva la democrazia. In secondo luogo il ragionamento secondo cui le elezioni che vedono la partecipazione democratica di organizzazioni antidemocratiche non sono valide ha senso in un sistema di democrazia consolidata (esempio: Batasuna è giustamente illegalizzata in Spagna) ma non ce l'ha laddove il processo democratico è in fase embrionale o di formazione. Come è possibile pretendere che nascano partiti democratici senza una competizione elettorale? Non è certo colpa del processo democratico se tutte le forze politiche palestinesi sono antidemocratiche ma è solo grazie al processo democratico che possono nascere alternative. Meglio non votare e lasciare che al-Fatah e Hamas se la giochino con la guerriglia urbana e si spartiscano il potere? |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
![]() ![]() Asia e dintorni Normblog |