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1972
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martedì, luglio 19, 2005
Srebrenica: Bettiza ci dà ragione. E' bello ogni tanto coincidere con chi ne sa di più:
Ma dove stava la vera vergogna e la vera colpa storica dell'Occidente, oltreché per le fosse di Srebrenica, per la tabula rasa di Vukovar, per l'assedio con cecchinaggio di Sarajevo, per i bombardamenti dell'inerme Dubrovnik e, più in là, del tentato e fallito assalto serbo contro un milione e passa di albanesi del Kosovo? Stava, anzitutto, nel volontario strabismo di valutazione con cui le diplomazie occidentali avevano cercato di spiegare e giustificare il loro immobilismo di fronte al disfacimento dell'ex Jugoslavia. Stava nell'uso errato ma astuto della parola «guerra». Stava nell'abuso del concetto di «guerra civile». Stava insomma nella presunta simmetria bellicista e fratricida che artatamente le maggiori potenze occidentali, onde evitare la nettezza di un giudizio troppo coinvolgente, avevano voluto addossare a tutte le etnie, la confessioni, le repubbliche che costituivano la Federazione titoista. Si era voluto credere e far credere che quello non era un conflitto d'aggressione unilaterale, ma un conflitto intrecciato, di tutti contro tutti; uno scannamento a responsabilità ataviche paritarie; croati contro serbi e viceversa, serbi bosniaci contro musulmani bosniaci e viceversa, serbi contro islamici kosovari e viceversa. La verità era però un'altra. All'inizio della dissoluzione dello Stato multietnico jugoslavo non c'era alcun prodromo di guerra civile. C'era soltanto il progetto di predominio sulle repubbliche più deboli da parte della repubblica più forte, più popolosa, più intimamente legata alla gestione autoritaria delle forze armate, più padrona degli apparati della polizia comunista Udba, più predisposta e meglio attrezzata all'avventura egemonica anche violenta: cioè la repubblica di Serbia. Quasi le stesse parole. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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