1972

lunedì, luglio 18, 2005
All'inferno e ritorno (chi può). Ultimamente l'ingresso in Corea del Nord si è fatto meno complicato per alcuni giornalisti occidentali. Ovviamente la loro libertà di movimento è nulla ma  l'occasione per osservare di persona una realtà sconosciuta è comunque ghiotta. A meno di non sprecarla. Nick Kristof si trova attualmente a Pyongyang dove ha passato i primi cinque giorni a riprendere con la sua cam digitale la Torre della Juche, uno spettacolo teatrale e un piatto di noodles. E va be', doveva ambientarsi. Finalmente ieri ha mandato un pezzo al NYT in cui dice che quella del crollo del regime è una speranza vana e ripete il più ricorrente refrain del giornalista occidentale in visita turistica dentro uno stato totalitario, quello secondo cui il popolo crede davvero che il dittatore sia un dio e lo venera con convinzione. Kristof riconosce che questo potrebbe essere dovuto all'isolamento totale cui i nordcoreani sono sottoposti da decenni ma cionondimeno trova il modo per far ricadere la colpa sul suo vero obiettivo, GWB. L'articolo quindi continua come era cominciato, deboluccio, fino alla conclusione fin troppo scontata:

Instead, we maintain sanctions, isolate North Korea and wait indefinitely for the regime to collapse. I'm afraid we're helping the Dear Leader stay in power.

Non sappiamo se altri contributi seguiranno ma, date le premesse, non era lecito aspettarsi altro.
Di diverso tenore i servizi di Giuliano Gallo (Corriere) e di Barbara Demick (LAT): il primo racconta la fame, il buio e la paura del potere, il secondo (in due parti, realizzato attraverso interviste a rifugiati e filmati clandestini) la vita quotidiana (se così si può dire) a Chongjin, dove la popolazione non deve aver letto gli articoli di Kristof.
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A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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