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martedì, agosto 31, 2004
Cina. Pensieri sparsi/6. Tiananmen è bianca, bellissima. Così grande che non sai da dove cominciare a guardarla. Così semplice nella sua imponenza da far quasi paura. Dal 1949 è il simbolo del potere dei nuovi imperatori della Cina. Dal 1989 anche di qualcos’altro che però non si può dire. Se entri da sud la piazza si presenta così. Ma prima di aprirsi è obbligata a ricordarti in che paese ti trovi e che storia stai vivendo: il Mausoleo di Mao ti sbarra la strada. Il Presidente (come lo chiamano i cinesi) è sotto vetro al centro di una sala che file ordinate di persone percorrono per qualche secondo con lo sguardo fisso al cadavere avvolto in una bandiera comunista. Però la scena che non dimenticherai mai ha luogo poco prima: dalla coda si staccano a turno in tre o quattro - uomini, donne e bambini – per deporre fiori e inchinarsi davanti alla statua del più grande carnefice del ventesimo secolo. Basterebbe questa istantanea che è vietato scattare a spiegare la forza con cui la menzogna e l’ideologia continuano ad ammorbare la Cina del ventunesimo.
Trentasei metri è alto il Monumento agli Eroi del Popolo che ti accoglie all’uscita. Gli Eroi del Popolo ovviamente sono gli eroi del regime le cui gesta rivoluzionarie sono scolpite come bassorilievi sulla superficie dell’obelisco. Quindici anni fa per quarantasette giorni il popolo se lo riprese, vi si sedette intorno, vi appese cartelli che parlavano di democrazia e vi costruì vicino una cosa che assomigliava tanto alla Statua della Libertà. Oggi il Monumento è recintato e circondato da guardie. Sul lato ovest della piazza si erge il Palazzo dell’Assemblea Nazionale del Popolo (il parlamento). L'Assemblea è l’unico organo istituzionale che i cinesi possono visitare. Infatti non conta niente: si riunisce una volta l’anno e si limita a ratificare le decisioni che il Partito ha già preso. E siccome la simmetria vuole la sua parte sul lato est risponde il Museo Nazionale di Storia Cinese. Poi Tiananmen può ricominciare. A Tiananmen una notte arrivarono i carri armati. Venivano da qui. Era primavera, tra il 3 e il 4 giugno. I primi scontri tra militari e cittadini cominciarono verso sera all’altezza di questo ponte lungo il viale Fuxingmenwai. Le truppe del popolo scendevano dalla periferia ovest ma il popolo proprio non voleva lasciarle passare. Così presero a sparare a raffica. Sul popolo. Due ore e qualche chilometro dopo il primo autoblindo entrò nella piazza dal viale Chang’an occidentale (la prosecuzione di Fuxingmenwai) sotto lo sguardo attento dei mandanti riuniti a Zhongnanhai a pochi metri da lì e del Grande Timoniere pieno di orgoglio. All’una tutte le truppe della legge marziale erano a Tiananmen secondo gli ordini ricevuti. Il grosso del lavoro era già stato fatto. Alle 4 si spensero le luci. Alle 5.40 era tutto finito. Oggi la Cina sta celebrando i cento anni dalla nascita di colui che di fatto decise il massacro. Al Museo Nazionale si cantano le lodi di «un grande uomo del ventesimo secolo». All’Assemblea del Popolo si preparava lo spettacolo in suo onore. Il regime mostra il suo volto più vigliacco. La repressione di Tiananmen ovviamente non è mai avvenuta. Quel che successe fu il ristabilimento dell’ordine turbato da una «sommossa controrivoluzionaria». Gli studenti e i cittadini che non solo a Pechino ma in tutte le principali città del paese si mobilitarono contro la dittatura sembrano ormai cancellati dalla memoria collettiva. Tutto fa pensare che i padroni del pensiero ce l’abbiano fatta. Ma – si sa – a volte i fantasmi ritornano. E ogni celebrazione ha il suo giorno: tempo al tempo. Tiananmen è bianca, bellissima. Aquiloni. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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