1972

mercoledì, luglio 28, 2004
Quale normalità? Jimmomo approva l'Andrew Sullivan nuova versione (pro-Kerry) e nota che la sua lettura è coerente con l'idea di

Un Bush "di sinistra" perché radicale nelle sue politiche di rottura con molti degli schemi tradizionali del conservatorismo Usa. Un Kerry "conservatore" perché per forza di cose si trova a dover intercettare la voglia di "normalizzazione" dopo gli eventi frenetici post 11 settembre. In fondo non è altro che la domanda che sapevamo prima o poi di doverci porre: fino a quando gli americani avrebbero sopportato lo "stress" da Res publica «under attack».

Può darsi. Tralasciando per un momento le reali motivazioni di Sullivan (sulle quali nel caso specifico continuiamo a nutrire qualche dubbio), il problema sembra essere proprio quello della voglia di normalità (più che di normalizzazione) all'interno della società americana e più in generale dell'Occidente (lo sottolinea anche Il Foglio). E' evidente che se consideriamo che la normalità sia stata rotta dalle due guerre anti-terroriste condotte dall'amministrazione Bush in Afghanistan e in Iraq possiamo giungere alla conclusione che un Kerry meno «radicale» nelle scelte (il termine è inadeguato ma lo usiamo per comodità) contribuirebbe forse a tranquillizzare l'opinione pubblica americana e non solo. Ma se riteniamo - ed è la nostra posizione - che la normalità (o la sua parvenza) sia stata infranta l'11 settembre 2001 la conclusione è diversa: in questo caso infatti non saranno nè Kerry nè gli americani a decidere quando sarà giunto il momento di dichiarare un ritorno alla normalità. Solo la sconfitta del terrorismo nelle sue componenti politiche, militari e ideologiche potrà determinarlo. Ecco perchè preferiremmo ricominciare a sentir parlare di normalità quando avremo avuto la meglio sul terrorismo e sul fondamentalismo e non semplicemente quando Bush non sarà più presidente degli Stati Uniti. Oggi Hugh Hewitt scrive un articolo dai toni forti sulla Convention ma un passaggio è decisivo:

I played a game on the radio show yesterday, the convention's first day. We played a version of Groucho Marx's "secret word." We were prepared to declare a winner when the first Democrat I interviewed mentioned al-Qaida. None did. It just isn't an issue with them. The consensus seems to be that if Bush is beaten, al-Qaida will no longer threaten Americans.

Preso in pieno: farsi attrarre da un prospettiva di ritrovata normalità che esiste però solo nei nostri desideri può rivelarsi molto pericoloso. E questo equivoco rischia di condizionare qualcosa di più di un'elezione.







postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

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