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giovedì, maggio 27, 2004
La domanda (e qualche risposta).
Riformuliamo la domanda: è proprio vero che non si poteva fare a meno dell’Onu, massima espressione della setta dei buoni sentimenti, e che si dovevano subire quattordici mesi di terrorismo dispiegato e di formazione di bande armate in territorio inespugnato, per riparare infine dietro un compromesso a cui auguriamo successo, in mancanza di meglio, ma che ci sembra decisamente al ribasso? Anche qui ce lo stiamo chiedendo insistentemente da giorni. Allora. E’ certamente un errore affidarsi all’ONU – lo abbiamo già detto – ma non c’è ragione per pensare che siano cambiati gli obiettivi finali. E' vero che osservare Brahimi fare e disfare non è un bello spettacolo per chi crede nella democrazia in medioriente ma il discorso di lunedì di Bush non sapeva di ritirata strategica nè sostituiva la democrazia con la stabilità. In poche parole: il momento è complicato e per certi versi perfino confuso ma si sbaglierebbe a sottovalutare le intenzioni e le risorse di una nazione che è abituata a lasciare dietro di sè parlamenti, costituzioni, diritto, sviluppo civile ed economico. Lo farà anche questa volta. Una rivoluzione democratica di questa portata richiede tempo. Calma. Qui il punto – impeccabile – di Christian Rocca. Daniel Drezner spiega che la strategia di promozione democratica resta la strada da percorrere: For all their criticism of Bush's grand strategy, Europeans and left-wingers have offered very little in the way of alternatives to his vision. Some say that American soft power could bring about change in the Middle East. But decades of alternately coddling, cajoling, and ostracizing Arab despots has not led to liberalization or democratization. We have showered Egypt with aid, but have succeeded only in propping up an authoritarian monster in Hosni Mubarak. We have tried to isolate Syria, but have only strengthened that country's anti-American credentials. Maybe U.S. soft power is part of the solution to the Middle East's woes, but soft power alone cannot accomplish our desired ends. The craft of foreign policy is choosing wisely from a set of imperfect options. While flawed, the neoconservative plan of democracy promotion in the Middle East remains preferable to any known alternatives. Of course, such a risky strategy places great demands on execution, and so far this administration has executed poorly. It would be a cruel irony if, in the end, the biggest proponents of ambitious reform in the Middle East are responsible for unfairly discrediting their own idea. Amir Taheri riassume i principali passaggi politico-costituzionali dei prossimi mesi e ricorda la rilevanza di un processo di ricostruzione sociale ed istituzionale senza precedenti: Iraq today is in a position that few other nations have found themselves in history. All the pillars of the various despotic regimes that have ruled Iraq since its creation have disappeared. There is no army, no security apparatus worth mentioning. The ruling party is gone, along with the idea of the "strongman." The dominant political, economic and cultural elites have been blown away, along with methods of government established over decades. By one estimate more than two-thirds of all laws will have to be repealed or amended. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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