1972

lunedì, ottobre 27, 2008
Cina. I buchi neri. La mattina del 21 settembre scorso, Xu Zhiyong, professore di telecomunicazioni all'università di Pechino riceve un sms sul suo cellulare. E' di una donna che scrive di essere rinchiusa in una black jail, una prigione nera, in pieno centro della capitale. Le black jails ufficialmente non esistono. In realtà sono parte di un complicato sistema detentivo sotterraneo, al margine di ogni legalità, usato per imprigionare al di fuori di qualsiasi procedimento giudiziario i cosiddetti petitioners, ovvero quei cittadini cinesi che si rivolgono alle autorità per denunciare soprusi da parte dei funzionari pubblici locali. Il petitioning è una tradizione che risale all'epoca imperiale e che, in assenza di uno stato di diritto e di un sistema di regole che garantiscano i diritti individuali, dovrebbe permettere una riparazione dei torti subiti per mano delle supreme istanze politiche e istituzionali del paese. In concreto ben poche di queste rimostranze arrivano allealte sfere, soprattutto perché vengono intercettate e bloccate prima dalle stesse autorità locali, per nulla interessate a che le loro malefatte vengano rese pubbliche. Ma anche quando dalle campagne i petitioners riescono a raggiungere la capitale, il più delle volte sono oggetto di retate e di intimidazioni che aggiungono sopruso al sopruso. Molti di loro finiscono nelle black jails, galere provvisorie e improvvisate all'interno dei locali di ostelli della gioventù situati, nel caso di Pechino, nella zona degli hutong, i vicoli stretti che si diramano attorno alla città proibita. Per le Olimpiadi molti hutong sono stati letteralmente spazzati via ma quelli rimasti in piedi costituiscono un luogo privilegiato per mantenere in custodia segreta i petitioners, sequestrati e detenuti come elementi antisociali. Prima, fino al 2003, era in vigore un sistema di centri di custodia e rimpatrio in cui si imprigionavano coloro che erano arrivati in città senza permesso di lavoro o di residenza, in attesa di essere rispediti a casa. Dopo la morte violenta di un ragazzo, il clamore popolare portò alla chiusura di questi  centri, in uno dei primi segnali di risveglio di un'opinione pubblica generalmente intimorita dalle violenze delle autorità. Le black jails sono oggi nient'altro che una riedizione di quella rete di carceri nascoste fra gli edifici civili, mantenute però nel segreto assoluto e la cui esistenza è ufficialmente negata.
Xu Zhiyong, dopo aver ricevuto il messaggio, si dirige immediatamente al luogo in cui la donna dice di essere rinchiusa, all'ostello della gioventù di Taiping Street, vicino al parco Taoranting. Il resoconto di quello che succede in quella visita e nelle successive è affidato al suo blog e rappresenta la prima denuncia pubblica dell'esistenza di queste carceri segrete nei centri urbani cinesi. Quando arriva sul posto il professor Xu chiede a un vicino dov'e la prigione in cui si tengono i petitioners. Per sua sorpresa l'uomo gli indica esattamente il luogo, un'entrata posteriore nell'edificio dell'ostello della gioventù. In una stanza all'interno ci sono un uomo e una donna, probabilmente i tenutari della mansione. Xu chiede loro di Wang Jinlan ma si sente rispondere che da loro non c'è nessuno con quel nome. Lui allora la chiama al cellulare e dopo qualche secondo la vede avvicinarsi ad una finestra, subito chiusa da un terzo uomo. Sei o sette energumeni lo circondano inmediatamente armati di catene, uno di loro lo colpisce e lo minaccia. “Pagherai caro quello che hai fatto”. La prima missione finisce così.
Il giorno dopo Xu ritorna sul luogo del delitto, insieme ad un amico giornalista che gli fa da palo. Gli sbirri, pagati dal governo per garantire la segretezza delle installazioni, lo stanno aspettando. Arriva anche il direttore del centro, il capo dei secondini, tale Liu al quale il professore si rivolge così: “Voi state detenendo illegalmente persone innocenti". Liu risponde che tutti quelli che si trovano nel centro sono lì per volontà propria e, contraddicendosi, che in ogni caso questo è un affare di governo e non riguarda i cittadini come lui. Xu non demorde e grida a voce alta cosa sta succedendo nella black jail proprio mentre alcuni ragazzi stanno uscendo da una vicina scuola media. Viene nuovamente aggredito e colpito mentre da dentro Wnag Jinlan gli invia questo messaggio: "Non mi lasceranno uscire. Ci sono 21 persone qui dentro. Ad una donna hanno rotto una costola". Ma dopo dieci minuti, all'arrivo della polizia locale, la donna viene fatta uscire. Xu ritorna alla prigione il 5 ottobre dopo che una telefonata lo ha avvertito del sequestro di tre bambini, figli di una donna che aveva inoltrato una petizione per protestare contro le mancate indagini su un caso di assassinio. Sono un ragazzo e due ragazze di 13 e 14 anni. Anche loro avevano comunicato alla famiglia dove si trovavano grazie al cellulare nascosto da un altro detenuto. Questa volta Xu ci va insieme ad altri due giornalisti-blogger (Zola e Doubleaf) che a loro volta racconteranno sui loro siti l'intera vicenda. I guardiani del centro li stanno aspettando e questa volta evitano lo scontro: “I ragazzi sono stati trasferiti questa mattina”, dicono come se se lo aspettassero. E' interessante perché il professore aveva annunciato quella visita il giorno prima proprio sul blog. Qualcuno l'aveva letto. Il 14 ottobre l'ultima incursione, ancora una volta terminata con un pestaggio, documentato via audio e via Twitter da uno di loro. Il blogger Isaac Mao l'ha definito la prova di come i social media stiano trasformando la Cina. L'analisi pecca di ottimismo ma è certamente vero che la realtà delle black jails non sarebbe mai emersa senza l'azione coraggiosa di un professore-blogger e di due colleghi al seguito.
Dopo i loro resoconti il SCMP (Hong Kong) ha scritto che le black jails si stanno moltiplicando in tutto il territorio nazionale in una campagna delle autorità regionali per purgare la società da elementi indesiderati quali i petitioners. Il sistema è semplice. I governi locali affittano camere in ostelli o alberghi compiacenti e strategicamente collocati al riparo da sguardi indiscreti: 150 yuan a persona, più persone in una stanza. Poi si comprano i servizi di delinquenti e picchiatori professionali per tenere lontani i curiosi: 1000 yuan per un pestaggio leggero, 3000 per una dose più intensa.
Xu elenca 4 buchi neri a Pechino: oltre al Youth Hostel, il Fenglong Hostel, il Juyuan Hotel e il Jingyuan Hotel. Se dovete viaggiare in Cina tenete a mente questi nomi. L'industria del sequestro e delle sparizioni è molto fiorente nella Cina dell'efficienza autoritaria. Tutte le menzogne del soft power raccontate dalla vulgata benevolente vengono inghiottite dalle decine di storie dell'orrore che descrivono la realtà di questo paese, per molti versi ancora spaventosa.
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A Fabio. A Luisa.

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