1972

lunedì, marzo 03, 2008
Russia. Un destino manifesto? A spiegarvi che in fondo è tutto normale e va bene così ci pensa come al solito Poganka al cui articolo consolatorio vi rimandiamo, non foss'altro perché ospitato da Ideazione. Se invece proviamo a guardare oltre l'ineluttabile, troviamo un paese immenso governato da un esperimento politico unico nel suo genere: la Russia non è esattamente una dittatura - basta pensare per un momento alla Cina per capire le differenze -, non è certamente una democrazia, è un sistema in perenne transizione verso un obiettivo non ben determinato, la cui identità si delinea solo in negativo - rispetto al passato sovietico - ed è invece difficilmente declinabile in positivo. Il più grande problema dei russologi o cremlinologi, sia di quelli bravi che di quelli un po' sdraiati sulle posizioni del capo, è di non saper spiegare fino in fondo questo ibrido strano forgiato dalla coerenza (questa gli va riconosciuta) di Vladimir Putin. Non che ci sia bisogno di un gran talento per organizzare un'elezione in cui l'unico candidato credibile, nonostante tutto, appaia quello ufficialista. Quando la scelta è tra Medvedev da una parte e Zyuganov e Zirinovski dall'altra, non è che ci si debba pensare molto. Ma la teoria del male minore crolla di fronte all'evidenza di un teatrino dell'assurdo costruito metodicamente dal Cremlino eliminando poco a poco ogni parvenza di opposizione credibile all'interno del paese. Quando in occidente parlano di brogli elettorali sbagliano il bersaglio: non è in discussione il consenso intorno alla figura del padre-padrone e del figliol prodigo, quel che si dovrebbe mettere in dubbio invece è l'inevitabilità di questo consenso, assiomaticamente venduto come l'unico dei mondi possibili dai simpatizzanti della cosa putiniana.
Anne Applebaum, oggi:

Only one question remains unanswered: Why did anyone bother holding an election at all? Given that the inner circle of ex-KGB officers that controls the Kremlin also controls the country's media, its legal system, its parliament, and its major companies, why do they need elections? Why didn't Vladimir Putin just appoint Medvedev, or keep the presidency himself? The answer, I think, can lie only in the ruling clique's fundamental insecurity, odd as that sounds. Though the denizens of the Kremlin do not, cannot, seriously fear Western military attack, they do still seem to fear Western-inspired popular discontent: public questioning of their personal wealth, public opposition to their power, political demonstrations of the sort that created the Orange Revolution in Ukraine. To stave off these things, they maintain the democratic rituals that give them a semblance of legitimacy.

According to the Putinist explanation of history, the fall of the Soviet Union was not a moment of liberation but the beginning of collapse. The hardships and deprivations of the 1990s were not the result of decades of Communist neglect and widespread thievery but of capitalism and democracy.
In other words, communism was stable and safe, post-communism has been a disaster, and Putin's regime has set the country on the right track again. The more Russians believe this, the less likely they are to want a truly open, genuinely entrepreneurial, authentically democratic society—at least until the oil runs out.
postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

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