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venerdì, febbraio 08, 2008
Birmania. I padroni del paese. Questa settimana il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato un nuovo round di sanzioni mirate contro interessi birmani: il congelamento dei conti e la proibizione di qualsiasi transazione finanziaria hanno colpito stavolta Tay Za, un magnate dedito tra l'altro alla compravendita di armi in stretta relazione d'affari con la giunta militare, e le aziende a lui collegate (qui lo vediamo rendere omaggio al dittatore Than Shwe). Al di là delle conseguenze pratiche della decisione, su cui torneremo, vale la pena soffermarsi un momento sulla notizia per capire fino a che punto in Birmania potere politico ed economico siano immedesimati attraverso una fitta rete di vincoli parentali o di clientela. Tra le persone oggetto di sanzioni figurano infatti: il figlio del generale Thura Shwe Mann (nonché dirigente del gruppo di imprese di Tay Za) e la moglie, la moglie del ministro delle costruzioni, quella di un tenente generale, la gentile consorte del ministro degli esteri Nyan Win, il fratello di Tay Za e il direttore d'operazioni a Singapore. Tutti in rapporti d'affari con il suddetto boss. Non c'è birmano che non sia al corrente di questa storia di mafia e potere perché la vive quotidianamente sulla propria pelle: da un parte una cosca che vende le risorse materiali e umane del paese al miglior offerente, dall'altra una popolazione impoverita ed impotente che coltiva il proprio rancore senza poterlo sfogare. Quando sanno di potersi fidare di te e dopo essersi guardati attorno più di una volta i birmani finiranno per raccontarti che i padroni di quella catena di hotel, quelli che girano sulle quattro per quattro, quelli che vedi vestiti come cinesi, ecco quelli sono una stirpe protetta, che porta le stellette sul petto e l'uniforme anche se non si vede. E che può fare quello che vuole. Non si può nemmeno parlare di corruzione perché la corruzione implica un gruppo di potere economico e un gruppo di potere politico che si scambiano favori. Qui esiste una sola casta che dispone delle ricchezze del paese, si spartisce privilegi, utilizza manodopera a costo zero, arruola minori nell'esercito e conduce da decenni una guerra contro cinquanta milioni di persone. In questo contesto il clientelismo non è una degenerazione del sistema, è il sistema stesso, il perno attorno a cui ruota l'economia di uno stato fallito.
Veniamo alle sanzioni. Sempre su Mizzima oggi si pubblica questa analisi sul fallimento delle misure messe in atto dall'occidente. La tesi è che, come si è già sottolineato qui in altre occasioni, le sanzioni non funzionano perché non sono generalizzate e sono applicate a macchia di leopardo, più per tappare buchi che in base ad una strategia coerente di pressione. E' inutile proibire l'importazione delle gemme quando i militari vivono su riserve energetiche immense che i potenti vicini cinesi, indiani e thailandesi continuano a sfruttare a piacimento, con contratti sempre più sostanziosi a riempire di denaro fresco i forzieri dei generali, di fatto mantenendoli in vita: The Burmese generals are no fools. They have tightly integrated India, China, Korea, Malaysia, Thailand and Russia into their energy network. If Burma becomes the southern leg of China's energy security plan, Burma's generals will be further buttressed by a growing global power. Cosa si dovrebbe fare allora? Chiudere il rubinetto del gas: We need to look deeply into the issues and develop a sound policy to effectively help the long suffering people of Burma. We may need a tough new sanction law like the Iran-Libya Sanctions Act (ILSA), which penalized foreign companies daring to invest more than $20 million in Iran's oil and gas industry. Until and unless America blocks this energy revenue, the Burmese generals will laugh all the way to the bank. Sanctions have not met their original goal of forcing the SPDC to the negotiating table because Burma's generals and their partners work hard to find ways and means to bypass sanctions, while the U.S. and its partners are inclined to employ a patchwork approach without comprehensive plans for implementing sanctions and monitoring the effects. Non c'è una ricetta universale ma nel caso birmano le sanzioni sarebbero la risposta se solo le democrazie occidentali avessero la forza di imporle al resto della comunità internazionale. I mezzi ci sono, la volontà politica pare di no. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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