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mercoledì, dicembre 05, 2007
Russia. Un gioco a perdere. Pur non prevalenti, si delineano due tendenze speculari e ugualmente perniciose nell'analisi della Russia putiniana. La prima è quella che vede in ogni regresso autoritario della politica moscovita il fantasma del ritorno all'URSS: davvero di corto respiro dev'essere la memoria storica se, a soli sedici anni dal suo dissolvimento, si è già persa la cognizione di quel che fu il mostro totalitario sovietico e di dove arrivassero i suoi tentacoli. La seconda è quella che, in un misto di negazionismo ed approvazione esplicita per il metodo Putin, finisce per giustificare qualsiasi involuzione come misura necessaria per reggere un paese enorme dopo settant'anni di comunismo e dieci di "caos". E' un po' la visione paternalista dei popoli da governare con il pugno di ferro o quella comoda della presunta mancanza di alternative. Ultimamente, nella crescente difficoltà a seguire la strada del memento negare semper, questa corrente di pensiero si sta orientando verso il così fan tutti (o almeno molti), con risultati a volte piuttosto grotteschi: Putin trucca le elezioni? E il Kazakistan allora? La magistratura fa piazza pulita degli oppositori? Che dire di Mastella? La collusione fra mafia e potere corrompe le istituzioni? Guardate Locri prima di parlare. Putin sta imbavagliando la società civile? Eltsin però beveva un sacco e regalava il paese al suo gruppo di amici. E così via, nella solita orgia di relativismo sciatto cui sempre ci si aggrappa quando diritti, garanzie e libertà diventano semplici dettagli della storia, pure un po' fastidiosi. Ma se ci si limita a constatare l'ampio appoggio che riscuote il padrone del Cremlino senza soffermarsi sulla manipolazione del consenso, se si fa notare la debolezza dell'opposizione senza esaminare le condizioni di oggettiva precarietà in cui il dissenso è costretto a manifestarsi, si compie un'operazione a dir poco scorretta. Putin non è il demonio dipinto da certo moralismo occidentale, si sente dire. Vero, la Russia non è l'Iran di Ahmadinejad, non è certo la Birmania dei generali e non è nemmeno la Cina dei compagni pseudo-capitalisti: a Mosca è possibile trovare ancora spazi pubblici di confronto e critica impensabili a Pechino. Ma siamo sicuri che siano questi i termini di paragone in base ai quali giudicare l'attuale corso politico? Perché non pretendere dai russi e dalla loro classe dirigente di più e di meglio? Perché continuare a vedere nei settant'anni di comunismo e nei dieci di "caos" (ammeso e non concesso che quest'ultima definizione sia accettabile) un alibi per un autoritarismo di ritorno e non piuttosto la necessità di un riscatto definitivo per la società russa? Stefano Grazioli, poco prima delle elezioni, dopo aver citato alcuni dati a sostegno della presunta efficienza economica del sistema Putin si domandava: "Allora, perché cambiare?". Per la stessa ragione per cui i treni in orario non rendevano di per sé accettabile il regime mussoliniano. E soprattutto perché finché ci si ostinerà a considerare sviluppo e democrazia liberale come variabili indipendenti quando non contrapposte, non si otterrà in definitiva che l'illusione del primo nella cronica assenza della seconda. Un gioco a perdere cui, dopo decenni di sofferenze, non si capisce proprio perché si vogliano condannare i russi.
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A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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