1972

giovedì, febbraio 26, 2004
Calm down. Come ci si poteva attendere l’isteria è stata uno dei fattori (anche se non il solo) che hanno caratterizzato le reazioni alle dichiarazioni di Bush sui matrimoni omosessuali. Questa volta sono stati i blog a farsi portavoce delle posizioni più intransigenti mentre l’informazione tradizionale ha preferito in genere la cautela.
Tralasciamo per amor di dignità le intemerate rozze dei Bush-haters nostrani che amano così tanto la «loro» America da paragonarla un giorno all’Iran degli ayatollah e l’altro alla Germania nazista. Ormai prenderli sul serio è diventato esercizio che va al di là delle nostre possibilità.
Veniamo invece a quanto si è detto e scritto negli Stati Uniti che, fino a prova contraria, è quel che conta. La complessità della questione si riflette nella varietà delle prese di posizione che dimostra che è piuttosto strumentale ricondurre l’intera vicenda esclusivamente ad un problema di civil rights : i diritti dei gay non sono in discussione negli Stati Uniti e la decisione di Bush nulla toglie e nulla aggiunge al loro riconoscimento (ecco: queste, per esempio, sono idiozie). Nè, pur considerando quella a favore del matrimonio gay una rivendicazione più che legittima (e a nostro parere fondamentalmente condivisibile), si possono disconoscere tout court le ragioni di chi vi si oppone (che sono molte e consistenti). Per farla breve: se chi si schiera dalla parte del matrimonio omosessuale può considerarsi portatore di un’istanza di progresso, non per questo chi ha un’opinione contraria deve essere etichettato come pericoloso reazionario e a sua volta ghettizzato. Questo è un argomento in cui le ragioni e i torti non si tagliano con l’accetta ed è stupefacente notare come gli stessi che proclamano orgogliosamente di coltivare il dubbio su qualunque cosa (perfino su Osama Bin Laden e la sua ideologia di morte) in genere non abbiano esitazioni quando si tratta di giudicare l’opportunità di cambiamenti così rilevanti per la società, il costume, la morale, il diritto. Nessun dubbio per fortuna sulla natura di Osama e del terrorismo ha Andrew Sullivan per il quale è nota la nostra ammirazione: ma i suoi commenti sulla decisione di Bush sono stati decisamente sopra le righe.
Basta leggerli a mente fredda per rendersene conto. Con tutto il rispetto per la sua personale situazione e per la serietà delle sue argomentazioni il paragone tra la difesa dei valori della Costituzione americana dalla minaccia dal terrorismo e la difesa della stessa da quelle che definisce «discriminazioni anti-gay» messe in atto dall’amministrazione Bush è semplicemente senza senso. Nessuno impedisce ad Andrew Sullivan di vivere la sua condizione di omosessuale in piena libertà. Qui si sta discutendo di un’altra cosa: se estendere o meno l’istituto del matrimonio alle coppie omosessuali. Quelle stesse coppie omosessuali che, per esempio, in molti dei paesi sponsor del terrore sono bandite dalla società, perseguitate, incarcerate, a volte lapidate.
Il senso delle proporzioni non andrebbe perduto così facilmente. A partire da qui si può dibattere finchè si vuole se il diritto al matrimonio vada riconosciuto o meno, se Bush abbia fatto bene a politicizzare la discussione in questo momento, se l’emendamento costituzionale sia una misura appropriata o no. Ma annegare tutto nel mare dell’indistinzione e vedere violazioni della Costituzione e delle libertà civili ad ogni angolo di strada non rende un buon servizio alla causa che giustamente Sullivan e molti con lui ritengono così importante.
I commenti nella stampa americana si concentrano principalmente su un punto: che la questione non è tale da richiedere una modifica costituzionale. Che siano d’accordo o meno con il merito del Federal Marriage Amendment gli opinionisti generalmente si ritrovano sul fatto che la Costituzione federale non dovrebbe essere coinvolta in una disputa che i singoli stati sono in grado di dirimere a livello legislativo. Su questa linea l’editoriale del NYT (durissimo con Bush) e quello del Washington Post (più equilibrato come al solito). Va ricordato comunque che l’improvvisa accelerazione di questi giorni è stata determinata anche, se non soprattutto, dalle recenti celebrazioni di matrimoni omosessuali a San Francisco (in violazione della legge) e dalla battaglia giudiziaria del Massachusetts. In questi casi (cui si aggiunge quello del New Mexico sostanzialmente analogo al primo) la legislazione statale è stata bypassata dall’iniziativa di pubblici ufficiali.
Il Washington Times appoggia incondizionatamente la mossa di Bush e nota come sia destinata, tra l’altro, a mettere in difficoltà il candidato democratico che lo sfiderà a Novembre.
Il WSJ ne fa sostanzialmente un problema di privilegi alle coppie sposate e di attivismo giudiziario. Quell’attivismo giudiziario che, secondo Peter Edelman, non deve essere un alibi cui i contrapposti schieramenti ricorrono per evitare di affrontare il merito delle questioni. Il Boston Globe ricorda che la nazione è profondamente divisa e vede il rischio che entrambe le posizioni si radicalizzino. Il Los Angeles Times nota come nella stessa California vi sia un sostanziale equilibrio tra cittadini che appoggiano l’emendamento costituzionale e quelli che vi si oppongono mentre la maggioranza dei californiani ritiene che il sindaco di San Francisco abbia sbagliato a celebrare i matrimoni. Ancora sul NYT, infine, David Kirkpatrick spiega che la formula utilizzata da Bush lascia aperti consistenti margini di manovra all’azione statale e lascia intendere che, in ogni caso, l’interpretazione dell’emendamento dà luogo a diversi possibili esiti.
I principali bloggers d'oltreoceano seguono l’onda e attaccano Bush senza mezzi termini. Poco spazio per la riflessione, stavolta, e minacce di ripensamenti a Novembre. Fa eccezione il solito grande Glenn Reynolds che ricorda la vigenza del Defense of Marriage Act approvato sotto l’amministrazione Clinton e pensa che si stia facendo tanto rumore per nulla:

Since Bush hasn't endorsed any specific language, all we have to go on now is the two statements I've linked above. But there seems to be much less to them than the media attention suggests: States are still free to adopt gay marriage if they want, perhaps subject to the rule that they call it something else, officially. And they're still free to decide whether or not to recognize other states' gay marriages. I hope that they'll do both, but it's not clear to me that this amendment will make any difference.

Assolutamente da leggere.

Controcorrente anche queste riflessioni dal blog di Dean Esmay:

You may not agree with his position, that's your right, and your privilege. But take a moment to consider, what HAS he done?
George W. Bush has put the activist courts on notice. This matter will be decided by the people of the United States of America, in a manner fully prescribed by the Constitution.
Bush has stated that he will SUPPORT a Constitutional Amendment. What does that mean, exactly?
It means nothing.
That Amendment had already been proposed. IF it can achieve a two thirds majority in both the House and the Senate, the Amendment will go to the States. Let me say that again. Before the Amendment can be voted on by the States, it must achieve a supermajority of votes in Congress. YOUR elected Senators and Representatives, will have to vote, yes or no, on this Amendment. These people want to be re-elected, they are going to vote whatever way they think the people want.
Let's assume that the Amendment gets a 2/3 majority yes vote. Now it goes to the States, and this time, in order for the Amendment to become law, it must be approved by 3/4 of the State Legislatures.
This is NOT "tampering with the Constitution" as has been alleged. This is the full and complete democratic process, as outlined by the Founders. This is democracy in action, and the will of the people will be done. Not the will of the politicians, not the will of the ""religious Right," not the will of the godless left, the will of the PEOPLE.

Un bellissimo perchè sì. Un ragionevole perchè no.

Tre rapide osservazioni finali: Kerry ed Edwards si sono espressi contro il matrimonio omosessuale anche se non voterebbero a favore di un emendamento costituzionale e perfino la base dei democratici è tutt’altro che compatta nel rifiuto del provvedimento: chi parla di omofobia, di populismo e di destra religiosa dovrebbe tenerlo presente; questo emendamento non vedrà probabilmente mai la luce e rimarrà una political issue lanciata nell’arena elettorale in un momento particolare: inoltre il presidente non giocherà alcun ruolo nel procedimento costituzionale che dovrebbe portare alla sua approvazione; a pontificare e dare giudizi prima di conoscere tutti i fatti in una materia così controversa si rischiano brutte figure. Quindi, calm down.

























postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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