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mercoledì, novembre 28, 2007
Dove sono i monaci? La stessa angosciosa domanda ritorna due mesi dopo la rivolta di settembre. A porsela stavolta è Newsweek che nota come il paesaggio urbano abbia cambiato colore dopo la repressione:
The few foreigners who have managed to enter Burma since the junta's crackdown have all noted how empty the country's temples and monasteries seem to be. Thought to number around 400,000, Buddhist monks had been ubiquitous in Rangoon, and other Burmese cities for centuries. "Something has happened," says , chargé d'affaires at the U.S. Embassy in Rangoon. "It's frightening to think of. It's not like they all willingly left town." C'è chi è in prigione, chi agli arresti domiciliari, chi è fuggito. E poi ci sono i morti, il cui numero resta un interrogativo destinato a non trovare risposta. Many monks have been placed under "monastery arrest," forbidden to leave their campuses, except to collect their daily alms. Others have been forcibly derobed. And some terrified monks have fled to the countryside or to neighboring Thailand and China. "The monasteries in my neighborhood seem empty," says the 26-year-old monk, who was jailed for 19 days. "In my monastery, we used to have 100. Now we're down to about 31. I can feel the silence." Those few monks visible at the Shwedagon temple in Rangoon, a magnificent, sprawling complex of pagodas anchored by a glittering 2,500-year-old stupa, move around cautiously, mostly alone. In , near Mandalay, the number of monks who queue up for lunch each day at the Mahagandayon monastery—a daily ritual once mobbed by tourists—has also declined dramatically. La nonviolenza è una filosofia ma non sempre un metodo di lotta efficace. Qualche dubbio s'insinua in chi è rimasto: Asked what help he'd like from outside powers, a young monk in Mandalay forms a trigger with his finger and makes the sound of a gun being fired. "People have nothing," he says. "They ask the government for help and get nothing. What else can we do?" Jotman pubblica la sua intervista a puntate con quattro religiosi rifugiatisi in Thailandia. Ritorneranno, dicono, più determinati di prima. Ma intanto i militari continuano l'assedio. Ognuno ha un ricordo speciale legato a un monaco, in Birmania. Per noi fu un abate magrissimo che si affacciò alla finestra un pomeriggio di agosto mentre passavamo in bicicletta lungo un sentiero di campagna a Nyaung Shwe. Ci avvicinammo un po' timorosi a quell'enorme edificio in legno, il suo monastero. Ci viveva da solo da oltre vent'anni. Le porte erano aperte, un gatto il maggiordomo. Ci invitò a salire le scale, ovviamente scalzi, fece luce all'interno di quello stanzone semioscuro, preparò tre banane in un piattino e si sedette ad ascoltare come se fosse la nostra la vita da raccontare. " Sibaia" (Spagna) ripeteva in continuazione, con un sospiro: un nome ascoltato da altri visitatori, in altri momenti. Dell'Italia conosceva solo Giovanni Paolo II e di lui solo il giorno dell'attentato e l'immagine dei medici - i " turturi", i dottori - che lo operarono. Poi la foto di rito e un santuario di statue del budda, nel retro di quella casa-museo così vuota per noi, così colma di memorie e preghiere per lui. Fuori solo i campi colorati. Da lì la Birmania sembrava quasi una terra felice. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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