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venerdì, novembre 23, 2007
L'insostenibile leggerezza di Tenzin Gyatso. Nonostante la severità del giudizio, l'osservazione di Gilioli sull'operato del Dalai Lama è nella sostanza condivisibile. Ovviamente vanno tenute in considerazione le attenuanti del caso: la potenza di fuoco dell'occupante, la repressione sistematica, la violenza esercitata contro un popolo inerme, l'esilio. Ma le stesse circostanze diventano aggravanti se si capovolge la prospettiva: che senso ha continuare a lottare filosoficamente contro la più grande dittatura del mondo? In un'ottica strettamente personale, etica o religiosa, si tratta di un'opzione rispettabile. Ma se definiamo le responsabilità di un leader politico e spirituale allora è facile rendersi conto che il Dalai Lama ha nei fatti tradito le aspettative del popolo tibetano. Ieri Benedetto della Vedova ne rivendicava il diritto di parola alla Camera dei Deputati sulla base del
fatto di non avere mai difeso la causa tibetana in chiave anti-cinese, malgrado le persecuzioni subite dalle autorità di Pechino, e di avere limitato alla battaglia non violenta per l’autonomia civile, culturale e religiosa della comunità buddista tibetana una lotta che, ovviamente, avrebbe potuto prendere pieghe assai più violente, al servizio di un ideale secessionista e indipendentista. Forse il problema è proprio questo. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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