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1972
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giovedì, novembre 15, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/10. Stazione di Yangon, agosto 2007. Le vie di accesso ai binari sembrano i bracci di una prigione. Una giovane madre allatta un neonato, la piccola testa abbandonata all'indietro, la mano sospesa nel vuoto come se ancora non gli appartenesse. La donna cambia lo straccio bagnato che lo avvolge, poi lo appoggia sulla panchina lurida ad asciugare. A pochi metri di distanza altri bambini raccolgono le erbacce cresciute tra le rotaie. Un monaco chiede qualcosa da mangiare, un ragazzo si avvicina offrendo una banana. Arrivano treni senza porte e senza vetri. Prendiamo il nostro, due assi di legno come sedili e trentacinque fermate nella desolazione. I posti sono tutti occupati ma tra i passeggeri qualcuno si alza per farci accomodare. Proviamo a rifiutare ma ci prendono per un braccio finché almeno uno dei due non cede. Poi sorridono, quasi che ringraziare toccasse a loro, la gentilezza non muore. La Birmania potrebbe essere una poesia. Invece è un lamento.
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A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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