1972

mercoledì, ottobre 03, 2007
Desaparecidos. Se è bastata una foto a spazzare via i pronostici degli esperti in divisioni nella giunta birmana (una nuova categoria di analisti politici creata ad hoc per l'attuale crisi) e quel residuo di credibilità che alcuni si ostinano ad attribuire alle Nazioni Unite, probabilmente non basteranno anni per conoscere la reale entità di quel che sta accadendo dietro il muro di dolore eretto dai macellai del regime.
Mentre dalle videocamere amatoriali arrivano scene di ordinario terrore nelle strade di Yangon, la domanda che oggi tutti si fanno riguarda la sorte di migliaia di monaci e civili scomparsi nel nulla dopo le retate di questi giorni (che proseguono). Sul Times la storia del Yangon Institute of Technology:

According to Western diplomats and at least one Burmese government official, the technical institute has become a temporary concentration camp for 1,700 of the victims of last week’s brutal suppression of the democracy uprising. It provides a partial answer to one of the lingering questions about the Burmese junta’s crackdown: where are the monks, democracy activists and journalists who have been rounded up and spirited away over the past six weeks?

The only thing of which one can be sure is that somewhere in the country large numbers of people are being held in an invisible prison camp, without charge, without legal recourse and without the ability to communicate.

Armed police and soldiers can be glimpsed through the barbed wire and trees all along its perimeter fence, and guarding its main gate. Many buildings are derelict, but one of the biggest — a blue and green striped warehouse-like structure with a high roof and no windows — has a concentration of soldiers outside. According to AFP it is in a building like this that the prisoners are being detained. Many of the monks have been forcibly deprived of their monastic robes; some have gone on hunger strike, a continuation of the policy of refusing alms from members of the regime as a token of resistance.


Camion carichi di persone entrano ed escono ad ogni ora del giorno e della notte:

We heard that 17 trucks full loaded with people left InnSein GTI campus last night in Yangon. We do not know exactly whether those people on the trucks are monks who are forced to change to civilian clothes or the people who are arrested during the protests. Please help us to find out more about it.


DVB calcola che circa centocinquanta esponenti della National League for Democracy sono stati arrestati nelle ultime ore.
La BBC descrive una fuga di massa dall'ex capitale:

Scores of monks are trying to leave Burma's main city, Rangoon, following the military's bloody crackdown on anti-government protests, reports say.
Monks were seen at the railway station and bus drivers were reportedly refusing to take them, out of fear they would not be allowed petrol.
Curfews and night-time police raids are continuing in Rangoon. Correspondents describe a climate of fear there.


Le squadre del regime danno la caccia ai manifestanti fotografie alla mano: uscire di casa significa esporsi alle perquisizioni e alle detenzioni, restare in casa alle retate:

In the dead of night, Burma's security forces are hunting down pro-democracy protesters in Rangoon, checking on residents and pulling people out of their homes.
Residents say military trucks patrol neighborhood streets during the night with loudspeakers broadcasting warnings: "We have photographs. We are going to make arrests!"


Morto un generale, se ne fa un altro.

Interessante contributo di Bernard Henry-Lévy sul tema delle sanzioni. Personalmente non credo che l'embargo sia una formula buona per tutte le stagioni ma la Birmania è un caso paradigmatico di fallimento di qualsiasi tentativo di engagement. Se nemmeno le sanzioni attualmente in essere hanno funzionato contro il regime non è perché non servano a niente ma piuttosto perché sono applicate a macchia di leopardo: dove una parte della comunità internazionale sanziona, l'altra interviene a colmare il vuoto. Scrive a questo proposito BHL:

(...) le sanzioni non funzionano quando una parte del mondo le applica e l'altra parte ne approfitta, sia per violarle sia per occupare il posto (vedi Cuba ai tempi del defunto grande fratello sovietico); finiscono sempre per funzionare, invece, quando la comunità internazionale (vedi, fra gli altri, il Sud Africa) riesce a mettersi d'accordo e a contrapporre all'infamia un fronte pressoché unito di resistenza e di rifiuto. La Birmania rientra nel primo caso.

Altro topico da sfatare: le sanzioni danneggiano solo i più deboli. Non vale per la Birmania:

(...) il 75 per cento della popolazione birmana vive di sola agricoltura in un regime quasi autarchico; buona parte di questo 75 per cento vive nascosta nelle foreste per sfuggire a una repressione di cui abbiamo appena intravisto la costante e assoluta brutalità; i monaci stessi, letteralmente bhikku, mendicanti, vivono in una condizione di frugalità che è l'essenza del loro essere; il resto dell'economia, quella di un certo peso, è stata accaparrata da una cricca di ufficiali assassini che la controllano direttamente; insomma, siamo di fronte a un caso esemplare in cui, al contrario, se le sanzioni fossero applicate, andrebbero dritte al bersaglio, senza rischio di sbagliarlo, e indebolirebbero immancabilmente la gang del generale Than Shwe.
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