1972

sabato, settembre 29, 2007
Tace la Birmania. Oggi le strade sono relativamente calme, controllate dai militari, segnalate alcune proteste nel centro di Yangon ma nulla di paragonabile a quanto successo in settimana. Mentre all'estero si specula su possibili incrinature all'interno dell'apparato di potere (certi quotidiani vi dedicano persino l'apertura come se invece che della guerra di un regime contro il proprio popolo si trattasse di un avvenimento di cronaca sociale: divorzieranno o no?), la giunta sembra aver posto la sordina al clamore delle manifestazioni grazie al blocco dei monasteri, a quello delle notizie e alla repressione violenta degli scorsi giorni contro i civili disarmati:

Yangon was eerily quiet on Saturday morning after troops and riot police barricaded off the city centre from where the protests have reverberated around the world.
Authorities have told foreign diplomats based in Yangon that the trouble was being handled with restraint.


Fra poco atterra l'inviato dell'ONU a sancire il ritorno alla normalità in un pranzo gentilmente offerto dai generali. Al mondo basterà non vedere altri morti per tornare a dedicarsi alle quotidiane occupazioni, quelle veramente importanti. La sofferenza non esiste se non la senti e non la tocchi e quella dei birmani è così lontana che solo il rumore degli spari può farcene arrivare un'eco, non certo le grida delle prigioni o il pianto silenzioso delle pagode.
Si domanda Ko Htike che scrive da Londra, uno degli hub di raccolta di informazioni e immagini provenienti dall'interno del paese:

Gambari will arrive YGN 3:30 pm local time with silk air today. and the Junta is planning to take him to NAYPYITAW (which is new capital) , there is not much civilian in this down.
So, what is the reason for Gambri to go to Myanmar?.... showing him a place where no people live and junta try to block his eyes, and they will lie to him as usual, finally he might come back with answer ... well .. SPDC is going toward to Democracy.... then finish... people are at YGN and blood or on the street of YGN.


Che i rappresentanti del Palazzo di Vetro siano marionette in tournée è noto. Quel che è sconfortante è la sensazione di assoluta impotenza trasmessa dalle democrazie occidentali in questa crisi. Tralasciando i paesi insignificanti come l'Italia in cui il primo ministro non sapeva nemmeno che tipo di regime fosse installato in Birmania e il capo dell'opposizione ignorava persino dove si trovasse sulla carta geografica, tutto quello che Stati Uniti e UE hanno saputo fare fino ad ora è stato pronunciare parole di sdegno, minacciare sanzioni già in essere e, dulcis in fundo, sperare nel Partito Comunista Cinese:

The Bush administration stepped up its confrontation with the ruling junta in Myanmar on Friday, and officials said they were searching for ways to persuade China and other nations to cut off lending, investment and trade into the country.
But in a sign of how limited Washington’s leverage is against the country, which has long been the target of American sanctions, officials said they were concerned that China, a trading partner and neighbor of Myanmar, would block any serious effort to destabilize the Burmese government.


Bisogna dare atto a Washington di essere l'unico governo che apertamente sta parlando lo stesso linguaggio dei manifestanti, ovvero quello del regime change. Ma se le intenzioni sono lodevoli, la pratica è disastrosa. L'occidente è in un vicolo cieco: non può e non vuole usare la forza, essendosi ritirato dalla Birmania economicamente e politicamente non ha nessuna possibilità di esercitare pressioni concrete, attribuendo alla Cina l'onere di una soluzione le sta automaticamente consegnando l'ultima parola sui destini non solo della giunta militare ma dell'intero sud-est asiatico, implicitamente riconosciuto come zona di influenza esclusiva di Pechino. Probabilmente è ancora presto per conclusioni definitive ma la non gestione del caso birmano da parte della comunità internazionale manda un segnale sinistro ad ogni popolo che lotta per la propria libertà. Scrive Vaclav Havel, che qualcosa ne sa:

On a daily basis, at a great many international and scholarly conferences all over the world, we can hear learned debates about human rights and emotional proclamations in their defense. So how is it possible that the international community remains incapable of responding effectively to dissuade Burma's military rulers from escalating the force that they have begun to unleash in Rangoon and its Buddhist temples?
For dozens of years, the international community has been arguing over how it should reform the United Nations so that it can better secure civic and human dignity in the face of conflicts such as those now taking place in Burma or Darfur, Sudan. It is not the innocent victims of repression who are losing their dignity, but rather the international community, whose failure to act means watching helplessly as the victims are consigned to their fate.
The world's dictators, of course, know exactly what to make of the international community's failure of will and inability to coordinate effective measures. How else can they explain it than as a complete confirmation of the status quo and of their own ability to act with impunity?

Non dovevamo lasciarli soli. Non dovevamo.
postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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