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martedì, settembre 25, 2007
Pregate per la Birmania. Perché la giornata di ieri possa essere ricordata come l'inizio della rivoluzione democratica e non come il preludio di una nuova ondata di terrore. Oltre a pregare, chi può faccia anche qualcosa.
Permettete una nota personale per una volta. Adesso che da qualche giorno il caso-Birmania è sulle prime pagine dei principali organi di informazione di tutto il mondo, è stato per me un privilegio poter descrivere in anticipo sugli eventi il contesto umano, politico e sociale all'interno del quale gli stessi si stanno producendo. Non c'è voluta in tutto questo nessuna particolare abilità: per una di quelle circostanze che a volte si danno ho solo avuto l'opportunità di visitare il paese poche settimane prima che tutto cominciasse. Confesso che in queste ore non riesco a smettere di pensare a quei volti e continuo a chiedermi cosa ci faccio qui quando dovrei e vorrei essere da un'altra parte, con loro. Alcuni mi domandano come credo che finirà. Purtroppo sono pessimista. La protesta nonviolenta di un popolo stremato è un atto di valore e di dignità fuori dal comune. In quelle braccia sollevate al cielo, nella gentile fermezza di quegli sguardi c'è l'uomo condannato a morte che si rialza e chiede aiuto. Ma le mani nude da sole non basteranno ad abbattere un regime brutale, paranoico e pronto a sparare sulla propria gente. La giunta ha atteso fino ad oggi come un cobra nella sua cesta: ha perfino commesso errori come quello di permettere alla folla di raggiungere la residenza di Aung San Suu Kyi sabato scorso. Ma è di pochi minuti fa la notizia che the Lady è stata nuovamente trasferita nel carcere di Insein: Rangoon, 9:00 p.m.—Detained democracy leader Aung San Suu Kyi was moved to the notorious Insein prison from her Rangoon lakeside home at University Avenue, the Reuters news agency reported. Altro sviluppo inquietante. Il governo militare ha dichiarato il coprifuoco notturno a Yangon e Mandalay e truppe armate sono state schierate attorno ai luoghi sensibili, teatro negli ultimi giorni delle più numerose concentrazioni popolari: “What they can turn to is only the armed forces, including the police, the military and of course the intelligence agencies,” said Soe Aung, a spokesman for the National Council of the Union of Burma, a coalition of opposition groups based in Thailand. There were signs today that the junta was preparing to use force. Diplomats and witnesses on the scene reported that uniformed security officers were being deployed discreetly in the country’s main city, Yangon, for the first time since the protests began in mid-August. Una testimonianza diretta sulla situazione nell'ex capitale alle sette del pomeriggio ora locale: They were there since 4 in the evening. And there have been rumors that the authorities will cut-off internet lines tonight. Even now connection is not so good. Even telephone lines are disturbed, we can't even call within the city. Especially during the demonstration we cannot talk on phones." Oggi alle Nazioni Unite Bush ha parlato come dovrebbe fare chiunque si ritrovi a presiedere una nazione democratica. Poche le speranze che la platea abbia colto l'invito a risvegliarsi dal lungo sonno della connivenza attiva e passiva con i regimi criminali, difficile ancora intravedere il barlume di un'azione concreta da parte della comunità internazionale a sostegno della causa birmana. Quando si è costretti a sperare nella Cina qualcosa non funziona. Si fa un gran parlare del ruolo decisivo che Pechino potrebbe assumere nella definizione della crisi: ancora una volta l'equivoco nasce dall'ostinazione a considerare contro ogni evidenza il regime cinese un attore responsabile sul piano internazionale, come se si trattasse di un mediatore imparziale e non del principale alleato della giunta birmana. Dietro al principio di non ingerenza negli affari interni di un'altra nazione si cela ancora una volta il concetto di stabilità alla cinese. Pechino in realtà non ha nessun interesse ad un esito sfavorevole alla giunta, comunque lo si interpreti, sia per ragioni economiche che politiche. Un regime indebolito, costretto al compromesso o fuori dal potere significherebbe per la Cina un pericoloso contrattempo sulla strada del controllo dell'economia birmana e delle sue risorse naturali: aprire la Birmania equivarrebbe a chiudere la corsia preferenziale su cui viaggiano i finanziamenti a Naypyidaw e le materie prime a Pechino. Inoltre qualsiasi opzione che possa essere interpretata come un successo dei manifestanti costituirebbe un precedente preoccupante per il Partito Comunista Cinese impegnato a mantenere la stabilità interna - leggasi il monopolio del potere - attraverso la carota della crescita economica e il bastone dell'autoritarismo. Come sempre è la natura dei regimi a determinarne in ultima istanza le scelte fondamentali. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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