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domenica, settembre 02, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/7.
It is not power that corrupts but fear. Fear of losing power corrupts those who wield it and fear of the scourge of power corrupts those who are subject to it. Era una sera di maggio di 4 anni fa. Aung San Suu Kyi viaggiava in una carovana di auto e motociclette diretta a nord. Insieme a lei circa 200 membri della National League for Democracy. Era uno dei rari momenti negli ultimi diciotto anni in cui alla oggi sessantaduenne dissidente birmana era stato permesso di circolare per il paese. Per un motivo non meglio precisato il gruppo di veicoli si vide costretto a rallentare (c'è chi dice che un monaco chiese loro di fermarsi per parlare con un gruppo di abitanti del posto). Dal ciglio della strada e dalle camionette che seguivano a distanza il corteo squadre di uomini armati di bastoni di ferro e di pali di legno circondarono Aung San Suu Kyi e i suoi. Fu un massacro. Più di sessanta membri della NLD, secondo stime prudenti, vennero picchiati a morte. Altri lasciati sulla strada in una pozza di sangue. Altri portati via dalle solerti milizie dell'USDA, responsabili dell'attacco. The Lady, come è semplicemente conosciuta tra i birmani, era prelevata e condotta in una località segreta, "per salvaguardare la sua incolumità". Il segreto si chiamava Insein, ancora una volta. Era il terzo arresto per la figlia del generale Aung San, l'eroe dell'indipendenza nazionale, la cui memoria costringe ancora oggi i militari ad un grottesco equilibrismo sul filo della storia. Poi, nel settembre dello stesso anno, il trasferimento alla sua casa di Yangon, date le precarie condizioni di salute. Da allora non è più uscita. Al 54 di University Avenue, la via delle ambasciate, uno spaccato d'altri tempi dentro la bolgia dell'ex capitale, la donna più temuta dal regime ha passato gran parte degli ultimi tre lustri e mezzo della sua vita. Poco lontano l'università di Yangon, o quel che ne resta dopo che la giunta ha deciso di spostare gran parte dei dipartimenti lontano dalla città. Lungo il viale alberato gli studenti si dirigono al luogo da cui, nell'88, partirono le manifestazioni antigovernative. Apparentemente tutto è normale. Proviamo anche noi ad avvicinarci al'ingresso ma non è una buona idea. Una guardia ci fa sapere che l'entrata non è consentita senza un permesso speciale. Passiamo oltre. Sulla sinistra fervono i lavori della nuova sede diplomatica degli Stati Uniti: di americano in Birmania non c'è più nulla, nemmeno la Coca Cola (entra solo di contrabbando, infatti è carissima), ma a quanto pare l'ambasciatore resta. Che la sua residenza non diventi una fortezza. Poco più avanti un posto di blocco. Si accosta un poliziotto e ci informa che non possiamo continuare. Ma quella ragazza che è passata poco fa? "Agli stranieri non è permesso l'accesso a questo tratto di strada". Anche se lo sappiamo, chiediamo il perché: "Motivi di sicurezza", è la sola risposta. Il poliziotto ferma il primo taxi che arriva. E' già occupato ma l'autista non fa domande. Si apre la porta posteriore e un minuto dopo la casa di Aung San Suu Kyi è già lontana. Ogni mattina, al risveglio, the Lady si affaccia alla finestra: alla sua destra un presidio militare, alla sua sinistra un altro. La proteggono dai forestieri: il regime ha a cuore "la sua incolumità". |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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