1972

domenica, agosto 26, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/3. Da Mandalay a Bagan la strada a un certo punto scompare. Diventa un terreno coperto di buche, poi di polvere, poi di terriccio. Sono 150 chilometri da percorrere in sette ore. Siccome il tempo si è fermato, non c'è fretta. Riappare solo in prossimità della valle dei templi dove gli stranieri di solito arrivano in aereo o navigando sull'Irrawaddy. A loro interessa la destinazione, non certo il cammino e non si faranno troppe domande una volta seduti al ristorante la sera sulla riva del fiume. E' semplice la mente dei generali. Hanno creato un deserto e poi ci hanno piantato qualche oasi, sparsa qua e là. Nessun birmano potrà mai avvicinarsi per prendere un po' d'acqua e nemmeno ci proverà. Anche i birmani conoscono bene la loro destinazione. Ma li troverai sempre lungo il cammino.
Quattro villaggi di capanne di bambù, i carri trainati da buoi, le donne schiena dritta e cesta in testa, centinaia di mani aggrappate alle camionette, le biciclette, i cani randagi, il grano sparso sul ciglio della strada, le risaie, le mucche bianche e ossute, l'uomo, l'aratro, l'animale, il peperoncino piccante avvolto in un lenzuolo, i bambini che tornano da scuola, i bambini al lavoro nei campi, la piccola mano aperta in un gesto di saluto, la famiglia seduta fuori osservando, le corse impazzite incontro all'auto, i sorrisi, le grida e poi il silenzio, l'abbandono, quasi il nulla. Da Mandalay a Bagan la strada a un certo punto scompare.
postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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