1972

venerdì, agosto 24, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/2. "Il Tatmadaw e il popolo, collaborano e annientano tutti quelli che danneggiano l'Unione". Così recita un enorme striscione appeso all'esterno del recinto del palazzo reale a Mandalay. Sede degli ultimi re birmani prima che i britannici si facessero con il controllo del territorio e ricostruito dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, è oggi l'unica parte visitabile dell'antica cittadella fortificata trasformata in accampamento militare. La guida cui chiediamo lumi sulla evidente presenza di soldati nei dintorni si limita ad un no comment piuttosto infastidito: "Per questa domanda non ho risposta".
Il Tatmadaw è l'onnipotente esercito di Myanmar, padrone non solo della politica ma anche dell'economia del paese. Anche dopo l'abbandono della via birmana al socialismo, seguito all'abdicazione di Ne Win, le principali attività produttive restano direttamente o indirettamente in mano dello stato. Il governo militare è proprietario o dirige attraverso partecipazioni le imprese più importanti e anche quando non compare apertamente, estende il suo controllo attraverso una rete di intermediari legati per vincoli familiari o di interesse all'apparato di potere. Emblematico il caso delle strutture alberghiere recentemente costruite in alcune zone del paese a partire dalla fine degli anni '90, quando la Giunta decise di incentivare il turismo: un intento riuscito solo in parte considerato che ancora oggi la Birmania è la nazione meno visitata del continente asiatico, con l'eccezione della Corea del Nord, e meno esposta al contatto con occidentali. "Qui quasi tutto appartiene alla cognata del generale", ci fa sapere a mezza voce Tun Tun nella calura pomeridiana di Bagan, a due passi dall'infinito silenzio della valle dei templi. Se costruiscono qualcosa è per loro, sia un hotel, una casa di mattoni o una strada asfaltata. A Tun Tun e a quelli come lui non arrivano nemmeno le briciole e devono arrangiarsi fingendosi pittori o riparando le gomme delle biciclette che qualcuno - "fanno i furbi quelli" - ci ha rifilato poco prima con sette buchi compresi nel prezzo. E senti che vorrebbe dire di più, spiegare a quegli stranieri capitati lì per caso cosa sta succedendo davvero nel paese delle bianche pagode e della natura selvaggia, sfogare una rabbia repressa, far uscire dallo stomaco quel grido silenziato, smettere di stringere i denti sperando che un giorno, chissà come, qualcosa cambi. E magari chiedere, timidamente, perché nessuno fa nulla per la gente di questa strana nazione dal nome quasi impronunciabile (Pyi-daung-zu Myan-ma Naing-ngan-daw).
Poi ci sono i cinesi. "Loro non vengono qui per ammirare il paesaggio", continua Tun Tun. No, vengono a riempire il vuoto lasciato dall'Occidente, letteralemente ritiratosi dalla Birmania e barricato dietro il muro delle sanzioni. Proprio come in Africa, la Cina si sta impadronendo del paese e delle sue risorse. I nipotini di Mao stringono accordi con i generali, immettono denaro nelle disastrate casse delle stato e di fatto mantengono in piedi il regime, coerenti con la dottrina di esportazione e consolidamento della dittatura nelle loro zone di influenza. Li riconosci subito i cinesi, per le strade di Mandalay o Nyaung U e non solo per i tratti fisici: li distingui per i vestiti che indossano e per le macchine che guidano. Capisci che sono venuti qui a fare i signori. Il mondo è un mistero buffo.
postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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