1972

mercoledì, gennaio 28, 2004
Catalogna connection. E’ scoppiata come una bomba ma c’era da aspettarselo ed il governo delle sinistre che da un mese governa la più importante comunità autonoma di Spagna (nessuno si offenda) è già in crisi. Il protagonista di questa storia è il leader di Esquerra Republicana (ERC), formazione politica nazionalista e di estrema sinistra, rivelazione delle elezioni autonomiche di novembre (con un risultato pari al 16 % dei voti) e vero ago della bilancia nella formazione dell’esecutivo di Pasqual Maragall, attuale presidente socialista della Generalitat soltanto grazie al patto tripartito stipulato con i Verdi ed Esquerra e nonostante la sconfitta elettorale (il PSC - Partido Socialista de Catalunya era stato ancora una volta battuto per numero di seggi da Convergencia i Uniò - CiU, il partito nazionalista moderato al governo per 23 anni consecutivi sotto la guida di Jordi Pujol).
I fatti: Josep Lluìs Carod-Rovira, questo il nome del nostro uomo, giurava a dicembre come Conseller en Cap, una figura peculiare delle istituzioni catalane ed assimilabile ad una sorta di ministro degli esteri. Come primo atto del suo mandato il 4 gennaio Carod-Rovira non trovava nulla di meglio da fare che incontrare in gran segreto i capi dell’organizzazione terrorista ETA a Perpignan. Immaginate la scena: un alto rappresentante del governo catalano seduto al tavolo con le due persone più ricercate dallo stato spagnolo che rispondono ai nomi di battaglia di Mikel Antza e Josu Ternera. Oggetto della riunione – secondo le rivelazioni del quotidiano ABC che due giorni fa ha pubblicato la notizia – la cessazione delle attività della banda terrorista nella sola Catalogna in cambio di appoggio politico agli obiettivi dell’organizzazione responsabile di varie centinaia di morti in decenni di attività criminale.
Politicamente e moralmente ripugnante.
Vistosi scoperto Carod-Rovira ammetteva l’incontro in una dichiarazione pubblica sostenendo di aver agito a titolo personale e non nella sua funzione istituzionale. Immediate le reazioni indignate da parte del governo spagnolo e degli esponenti del Partido Popular (PP) ma anche dell’opposizione: perfino Zapatero – candidato socialista alle elezioni del 14 marzo e leader così carismatico che al confronto Fassino sembra Lenin – chiedeva da Madrid al suo protetto Maragall le dimissioni del Conseller en Cap. Ieri la soluzione all’italiana: Carod-Rovira si dimetteva dall’incarico ma restava membro senza portafoglio del governo. Nessuno capiva il senso della trovata annunciata da un imbarazzato Maragall a las cinco de la tarde, nemmeno lo stesso Zapatero che però come al solito non riusciva a mantenere una posizione per più di ventiquattro ore e diceva che in fondo andava bene così. Nel pomeriggio Carod-Rovira si ripresentava davanti alle telecamere e invece di chiedere scusa e ritirarsi per sempre dalla vita politica dimostrava un atteggiamento di sfida dichiarandosi per nulla pentito ed annunciando la sua volontà di candidarsi come capolista di Esquerra Republicana alle prossime politiche (il che lo escluderebbe automaticamente dal governo catalano).
In un’ennesima manifestazione di follia affermava di aver bevuto il caffè con gli assassini di centinaia di civili innocenti perchè crede «nella pace e nel dialogo». Ancora una volta la parola «pace» usata per coprire un’infamia. I Verdi intanto accusavano i popolari di strumentalizzare la vicenda, seguiti a ruota dallo stesso Zapatero. Senza vergogna.
Alcune considerazioni a corollario. Il primo atto ufficiale del Presidente del Parlamento catalano (anch’egli di ERC) era stato ricevere i famigliari dei detenuti di ETA (non delle vittime, dei carnefici). ERC ha sempre mantenuto contatti con Batasuna, il braccio politico di ETA ora illegalizzato. I catalani hanno sempre rifiutato qualsiasi strategia terrorista ed anzi ne sono stati vittime (uno dei più sanguinosi attentati di ETA fu compiuto proprio al supermercato Hypercor di Barcellona nel 1987 e lasciò sul terreno decine di morti), il che rende il gesto di Carod-Rovira ancora più vile. Che i catalani siano politicamente confusi non c’è dubbio (non avrebbero altrimenti assegnato ad un partito di estrema sinistra la forza per determinare le sorti di una regione di tale rilevanza storica, politica ed economica) e qui si potrebbe aprire un lungo capitolo di considerazioni in merito. Resta il fatto che il leader di ERC – oltre ad aver reso palese la sua preoccupante inconsistenza politica ed umana - ha defraudato moralmente non solo chi, sbagliando, lo aveva considerato un’alternativa credibile ma soprattutto un intero popolo che non merita di vedersi associato ad una banda di fanatici assassini.
Il catalanismo è una questione complessa, difficile da gestire e spesso da comprendere: l’identità della Catalogna rischia di essere definita più in negativo (contrapposizione a Madrid) che in positivo; le sbandate verso posizioni ideologiche massimaliste sono all’ordine del giorno. Chissà che questa brutta storia non sia l’inizio di un ripensamento. Ma abbiamo la sensazione che non aiuterà e che il bello (o il brutto) debba ancora venire. Intanto la già tentennante corsa di Zapatero alla Moncloa può dichiararsi conclusa. Fu lui a dare il benestare per il patto dei socialisti con Esquerra Republicana a Barcellona. I compagni catalani gli hanno dato il colpo di grazia. Il candidato del Partido Popular Mariano Rajoy sarà il successore di Aznar. Giusto così. I popolari non hanno nemmeno bisogno di fare campagna elettorale. A sinistra tutti insieme appassionatamente durante la lunga stagione del no alla guerra: poi la guerra finisce e la politica continua. Ma quella non la sanno proprio fare.





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A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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