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lunedì, gennaio 26, 2004
Alta scuola. Le acrobazie delle agenzie di stampa e dei siti di informazione online per ridimensionare o nascondere le dichiarazioni di David Kay al Daily Telegraph (trasferimento in Siria di parte dell’arsenale di Saddam poco prima della guerra) meritano di essere segnalate perchè non dev’essere facile confermarsi ogni giorno su simili livelli di disonestà intellettuale. Strepitosi il Corriere e Repubblica che con soli due giorni di ritardo sono sulla notizia. A via Solferino finalmente domenica pomeriggio si accorgono che Kay si è dimesso e dopo aver titolato virgolettando «In Iraq non ci sono armi di sterminio» (Saddam a parte, si presume) riconoscono che in effetti l’ex capo degli ispettori avrebbe aggiunto qualche particolare su un loro occultamento presso il regime amico a Damasco, ma – a quanto pare – trattasi di dettaglio non sufficientemente importante da far cambiare il titolo e il senso dell’articolo; il capolavoro però è di Repubblica che spara «In Iraq niente armi proibite» e addirittura fa dire a Kay «Ci sono le prove, Saddam non le produceva». Il tono del pezzo si commenta da solo ma è da notare come sia completamente ignorata l’intervista di Kay al quotidiano inglese e si attribuiscano a non meglio precisate «fonti ufficiali statunitensi» le dichiarazioni sulla Siria, perlatro subito seguite dalla smentita del ministro dell’Informazione del regime: non per nulla - come in Iraq - la fonte preferita dai corrispondenti di guerra italiani. Identica l’operazione dell’agenzia Reuters (che aveva raccolto le prime dichiarazioni – parziali – dell’ex capo degli ispettori): generico riferimento ad «accuse statunitensi» e smentita siriana; silenzio totale su Kay. Anche per la BBC il focus della notizia è sulla difesa della Siria anche se in questo caso c’è il riferimento all’intervista del Telegraph. La questione è trattata solo incidentalmente sul NYT e sul WP (fonte Associated Press) che pure avevano dato grande risalto (per la verità con sfumature molto diverse) alle prime dichiarazioni di Kay.
Come si può notare non fermandosi al titolo il ragionamento di Kay è molto più complesso di quanto si voglia far passare, sia in riferimento ai programmi di sviluppo di WMD sia al loro occultamento. Conclusione: quel che non corrisponde alla versione gradita viene o messo in secondo piano o decisamente ignorato quasi fosse un elemento non decisivo. Il problema qui non è tanto che Kay abbia ragione o torto: il punto è che – se il Telegraph ha riportato correttamente l’intervista e non vi è motivo di dubitarne – quest’ultima cambia completamente il senso generale delle sue osservazioni. Non darne conto significa travisarne deliberatamente il pensiero ed alterare la realtà a scopo propagandistico. Come questa mille altre volte. Su una cosa ci sono pochi dubbi: l’intervento in Iraq continua ad essere oggetto da parte dei media occidentali di una delle più grandi operazioni di disinformazione che si ricordino. P.S. Ecco – a proposito - come la stampa tedesca ha commentato l’autocritica della BBC sul caso Kelly. Update. Per una valutazione più completa delle dichiarazioni di Kay. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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