1972

mercoledì, dicembre 17, 2003
The People vs. Saddam (continua...). Nelson Ascher scrive un post giustamente provocatorio su quelli che sembrano ricordarsi dei diritti umani solo quando in ballo c’è la sorte di una dittatore, un criminale di guerra o un genocida.
A scanso di equivoci: qui si è contro la pena di morte; si considera che il processo all’ex dittatore debba rispondere per quanto possibile a criteri di legalità; si pensa che non esista in nessun codice un castigo adeguato per un tiranno come Saddam; si preferirebbe in ogni caso vederlo scontare il resto dei propri giorni in una cella di isolamento piuttosto che penzolare da una corda e questo non certo per pietà umana nei suoi confronti; si ritiene che siano gli iracheni a doverlo giudicare e condannare alla pena che secondo le leggi applicate riterranno opportuna qualunque essa sia. Detto questo si approva la provocazione e si rilancia: ascoltare appelli accorati in favore di un «giusto processo» per il despota provenire dagli stessi che – a cominciare da Annan - se ne sono letteralmente fottuti (fottuti) della sorte degli iracheni imprigionati, torturati, umiliati, mutilati e sepolti in fosse comuni è francamente stomachevole. Anzi di più.

The central question now is: who will sit at Saddam’s trial? Why are all those who were against deposing him so interested right now in the legitimacy of those who’ll judge him? Why do all pro-Saddam journalists and politicians, people from Amnesty International and so on want him to be tried by some international institution like the UN or the international court at the Hague, anywhere else and by anyone save in Iraq by Iraqis or Americans?
The answer’s quite simple: THEY WANT TO SAVE HIS NECK. None of the international courts would condemn him to death, because it is obviously barbaric to kill even a guy like him, isn’t it? That’s what the whole idea of human rights has been reduced to: its main function nowadays is to save the life of tyrants, war criminals and mass murderers.




postato da enzreale | permalink |

A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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