1972

venerdì, luglio 31, 2009
Condanna posticipata. Come avevo scritto, agosto è un buon mese per l'ingiustizia, se inoltrato ancora meglio.
Nella notte, retate contro membri della NLD.
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giovedì, luglio 30, 2009
Buonanotte, Signora.
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Obama watch/37. Durerà ancora molto questa cretinata della birra del Presidente?
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Cronaca di un verdetto annunciato. Rangoon blindata e un avvertimento: guai a voi se protestate.

Burma's military rulers have warned supporters of jailed pro-democracy leader Aung San Suu Kyi not to protest when her trial verdict is announced.

State media cautioned against protests, saying "we have to ward off subversive elements and disruptions".
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Nessuno lo saprà. Si può essere a favore del diritto all'aborto ma contro tredici milioni di aborti? Qui l'inchiesta della Laogai Research Foundation.
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Isteria di massa? Il curioso caso dell'impianto chimico Jilin Connell, Cina.
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mercoledì, luglio 29, 2009
Birmania. Il venerdì delle ceneri. E' fissata per dopodomani la sentenza di condanna per Aung San Suu Kyi: altri tre anni di arresti domiciliari (vediamo di quanto mi sbaglio) da scontare non si sa bene dove, visto che il regime è sul punto di espropriarle anche la casa di University Avenue. Agosto è un buon mese per chiudere a chiave i dissidenti, le reazioni andranno affievolendosi con il caldo e gradualmente tutto tornerà a scorrere secondo i ritmi prefissati.
Fonti vicine al regime, riportate da Larry Jagan su Asia Times, lasciano intendere che Than Shwe potrebbe nominare un governo fantoccio a guida non militare per preparare le elezioni truffa del 2010. Altro fumo negli occhi, altra cenere sulla Birmania.
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Obama watch/36. Sulla Birmania il Congresso per fortuna non traballa e il presidente si adegua. Qualcuno avvisi Hillary.
Si legga anche questa brillante analisi dei giochi di prestigio della giunta con i proventi delle esportazioni.
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Obama watch/35. Spiace vedere un'America così.
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lunedì, luglio 27, 2009
Clinton's myopia on Burma. Il mio punto di vista sulla posizione del governo americano riguardo alla Birmania, dopo l'intervento del Segretario di Stato al vertice ASEAN. Su Mizzima.
Qui sotto in italiano. Anche su Birmania Campaign.

Se credevate che avessero una "policy", ripensateci.
Fin dal suo primo viaggio in Asia, nel febbraio scorso, il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha ripetutamente pubblicizzato il "nuovo approccio" alla regione promosso dall'amministrazione Obama. In particolare, riguardo alla Birmania, annunciò fin da subito una "policy review" che avrebbe dovuto prendere forma nei mesi successivi. "E' chiaro che le sanzioni non hanno funzionato", dichiarò, aggiungendo però che nemmeno la politica di engagement perseguita dalle nazioni vicine era riuscita a promuovere il cambiamento all'interno del paese. Ufficialmente la "policy review" è ancora in corso e, fatta eccezione per alcune vaghe dichiarazioni da parte di portavoce del Dipartimento di Stato, nessuno al momento è in grado di definirne i contenuti e i reali obiettivi. Ma la scorsa settimana, nel corso di una conferenza stampa al margine del vertice ASEAN tenutosi a Phuket (Thailandia), il Segretario di Stato ha rivolto al governo birmano una proposta piuttosto sorprendente: "Se Aung San Suu Kyi fosse liberata - ha fatto sapere - si aprirebbero opportunità, almeno per il mio paese, di espansione delle relazioni con la Birmania, investimenti compresi. Ma la decisione spetta alla leadership birmana". Detto altrimenti: se voi mi date Aung San Suu Kyi, io vi do denaro. Sfortunatamente questa non è una "policy", è un gioco d'azzardo.
Il tentativo di comprare la libertà di Aung San Suu Kyi con la promessa di nuovi investimenti dimostra una dose di improvvisazione e ingenuità che dovrebbe preoccupare gli attivisti per la democrazia dentro e fuori la Birmania e, in generale tutti coloro che hanno sempre guardato agli Stati Uniti come a una forza di cambiamento democratico nei paesi autoritari. Invece di lavorare per liberare la Birmania e i suoi cittadini, Hillary Clinton sceglie di concentrare gli sforzi americani verso un obiettivo simbolico, popolare e limitato, la liberazione del Premio Nobel per la Pace. "Che ne è del dialogo per la riconciliazione, delle elezioni del 2010 e delle questioni etniche? Non sanno che la arresterebbero nuovamente?", osserva il veterano giornalista e leader dell'opposizione Win Tin, commentando le dichiarazioni di Clinton. Ma potremmo aggiungere: che ne è degli altri 2000 prigionieri politici? Che ne è dei trasferimenti forzati di popolazioni all'interno del territorio nazionale? Che ne è del lavoro forzato e dello sfruttamento minorile? Che ne è del reclutamento infantile nell'esercito? Che ne è dei rifugiati? Che ne è del clima di intimidazione e paura? Che ne è della Birmania?
Le parole del Segretario di Stato sono inopportune per diverse ragioni. Innanzitutto sembrano suggerire che la realtà di miseria e di oppressione di 55 milioni di persone possa essere ridotta al destino di una singola, per quanto importante, icona democratica. Se potesse parlare, sono sicuro che Aung San Suu Kyi rifiuterebbe questo scambio: lei considera la sua libertà uno strumento per la liberazione del popolo birmano e non viceversa. Inoltre Clinton sottovaluta chiaramente il significato che lo State Peace and Development Council (SPDC) attribuisce alla sua detenzione. Than Shwe e la sua cricca hanno sempre considerato i prigionieri politici come un elemento necessario alla sopravvivenza del regime nell'attuale forma. Li usano per minacciare la popolazione, per indebolire l'opposizione, per guadagnare tempo con la comunità internazionale, a seconda delle circostanze. I militari non metteranno mai a rischio il loro futuro politico semplicemente liberando Aung San Suu Kyi come parte di un non meglio definito accordo di cooperazione. Infine la proposta sottolinea tutta la debolezza (se non la inesistenza) di una strategia americana sulla Birmania. Dopo le dichiarazioni di Clinton, i generali sono più che mai consapevoli che il governo americano non ha idea di come trattare con loro. Non c'è nessun piano, solo un gioco di corteggiamento e rifiuto, di carota e bastone, che probabilmente li sta facendo divertire. In realtà, sembra che l'unica "policy" tangibile sotto Obama sia la convivenza con i regimi autoritari, in Asia e altrove: "normalizzazione" è la parola chiave. Si prenda come ulteriore esempio il nucleo del discorso di Hillary Clinton sulla Corea del Nord: in cambio della rinuncia alle ambizioni nucleari, il Segretario di Stato ha promesso a Pyongyang "la piena normalizzazione delle relazioni, un regime di pace permanente e un significativo appoggio energetico ed economico nel contesto di una piena e verificabile denuclearizzazione".
Nell'ultimo anno il governo birmano è stato abile a spostare l'obiettivo dalla sua cronica incapacità di gestire le risorse del paese alle sanzioni economiche imposte dai paesi occidentali. Un aiuto fondamentale in questa grossolana manipolazione è arrivato dai gruppi anti-sanzioni e pro-engagement, prevalentemente con base all'estero. Lo storico birmano Thant Myint-U, saldamente posizionato nella sua consueta nicchia di equidistanza tra dittatura e opposizione democratica, è un campione di questa narrativa del "development first". Nella sua ultima edizione, anche The Economist sembra sposare la teoria che attribuisce la colpa della crisi birmana all'ostinazione delle potenze occidentali e alla stessa Aung San Suu Kyi per cercare di promuovere il cambiamento democratico attraverso la critica e le sanzioni, invece di approssimarsi al regime con aiuti allo sviluppo e investimenti: "Quel che è peggio - si legge in un editoriale - è che dalle Nazioni Unite in giù, tutti guardano a Myanmar prima di tutto attraverso le lenti della democrazia, anche a scapito dello sviluppo. Per un paese disperato con indici scioccanti di malattie e mortalità questa scala di priorità è come minimo dubbia, se non addirittura vergognosa". Secondo questa scuola di pensiero, il destino della Birmania dipenderebbe in primo luogo dalla volontà dei paesi stranieri di abbandonare la loro politica di isolamento, come se il paranoico governo militare che da 47 anni comanda con il pugno d'acciaio avesse poco o nulla a che vedere con la sua decadenza.
Certamente sviluppo e aiuti sono strumenti essenziali in un contesto così drammatico. Ma è un grave errore considerare sviluppo e democrazia come opzioni alternative.
Prima del 1997 non c'erano sanzioni occidentali contro la Birmania, almeno non nella forma e nell'estensione attuali. Di che genere di sviluppo beneficiavano allora i cittadini birmani? La triste risposta è... più ricchezza nei forzieri dei tiranni. Oggi Naypyidaw commercia alacremente con i suoi vicini, soprattutto Cina, India, Thailandia e Singapore: perché non stanno sviluppando loro il paese, perché non migliorano la vita della popolazione?
Un terreno scivoloso, vero? Mentre il dibattito su questo tema è benvenuto, non dovremmo mai dimenticare che la principale sanzione contro la Birmania è lo stesso regime militare. Per questa ragione democrazia e sviluppo sono intimamente collegati ed è impossibile promuovere uno sviluppo reale se continuerà il ladrocinio nazionale gestito da un governo spietato ed illegittimo. L'unica cura per la malattia della Birmania è la fine della dittatura, non più soldi (soldi occidentali, di nuovo?) nelle tasche dei generali.
Signora Clinton, liberi la Birmania e libererà anche Aung San Suu Kyi.
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giovedì, luglio 23, 2009
Obama-Clinton. Parola d'ordine: normalizzare. La strategia della convivenza con i regimi dittatoriali si delinea in tutta la sua portata nel viaggio asiatico di Hillary. Dopo l'offerta da mercato delle vacche fatta ai generali birmani - io ti do i soldi se tu mi dai ASSK - arriva quella rivolta a Pyongyang - io ti do assistenza se tu non ti fai la bomba -. A parte che la bomba già se la sono fatti, a parte che il marito della Clinton già ci aveva provato con scarsi risultati, a parte che tutto questo non ha né capo né coda e sembra improvvisato nei corridoi del vertice ASEAN, a parte tutto, cosa resta della difesa della democrazia come cardine della politica estera degli States? Cenere.

Mrs Clinton outlined benefits for North Korea if it ends its nuclear activity.
"Full normalisation of relations, a permanent peace regime and significant energy and economic assistance are all possible in the context of full and verifiable denuclearisation."

Separately, a spokesman in Pyongyang described Mrs Clinton as a "funny lady" - responding to her comments that North Korea's behaviour was that of an unruly child.
"Her words suggest that she is by no means intelligent," the spokesman said, quoted by state news agency KCNA.

U Win Tin, veterano della NLD:

“What about reconciliation dialogue, the election [in 2010] and ethnic issues?” Win Tin asked. “Don’t they know that they would detain her again?”
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mercoledì, luglio 22, 2009
Stati canaglia revisited. Al vertice ASEAN la Clinton solleva il problema della cooperazione militare e nucleare tra Corea del Nord e Birmania. Non male, per le implicazioni che potrebbe avere in ambito ONU, anche se i problemi urgenti sono di altra natura. Speriamo che anche su questi l'America alzi la voce come si conviene ad una democrazia.
Update. Spero che non sia vero e che fra due ore dal Dipartimento di Stato smentiscano tutto. Ma se davvero la Clinton avesse detto che gli Stati Uniti sono pronti a ritirare le sanzioni economiche contro il regime birmano in cambio della liberazione di Aung San Suu Kyi, saremmo di fronte non solo ad un caso di scuola di appeasement tra i più sconsiderati, ma soprattutto ad una dimostrazione di dilettantismo politico francamente preoccupante. Come se la tragedia di miseria e di oppressione di cinquantacinque milioni di birmani si potesse concentrare e ridurre al destino di una singola, per quanto importante, icona democratica:

“And if she is released, there is an open up opportunity, at least for my country, to expand relations with Burma, including investment in Burma. But it is up to the Burmese leadership".

Tanto, lo so, non ve ne frega niente. Non frega niente a nessuno.
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Il pane quotidiano delle ONG. La discarica di Phnom Penh è uno dei luoghi più sordidi della bella e tragica capitale cambogiana. Ci lavorano anche bambini e le ONG ne hanno fatto una sorta di attrazione turistica, consapevolmente o meno. Io non l'ho vista perché il volantino che mi invitata a visitarla per rendermi conto delle condizioni dei mini-scavatori mi sembrava troppo strillato per essere vero. Ma è una realtà che esiste, che va conosciuta e che probabilmente è destinata a scomparire a breve con la costruzione di una nuova e più moderna installazione. Le ONG saranno contente, direte voi. Non esattamente. Già denunciano che i bambini rimarranno senza lavoro e vagheranno per le strade in balia dei malintenzionati. Insomma, meglio la discarica, dove passerà sempre qualche turista in cerca di emozioni forti e disposto a contribuire alla causa.
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martedì, luglio 21, 2009
Qualcosa di grosso. Mega-impatto su Giove, scoperto da uno che passava di lì.
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Blog all'incasso. Forse mi sono perso un passaggio, ma mi pare che ultimamente stia succedendo qualcosa di nuovo nella blogosfera italiana: prendete questo e quest'altro post, che ve ne pare? Come direbbe Raffaella Carrà, se fosse un telefilm si chiamerebbe... pubblicità occulta? Se è così fatemelo sapere, vorrei giocare anch'io.
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lunedì, luglio 20, 2009
Il dilemma cinese/2. Come ideale continuazione di questo post, vedasi l'ottimo articolo di Cynthia Lee su Asia Times in cui si analizza la convenienza di un cambio di approccio di Pechino nei confronti del problema nordcoreano. Il bilancio dei pro e dei contro non lascia troppo spazio per l'ottimismo.
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domenica, luglio 19, 2009
Il nostro uomo a Teheran. Come molto più modestamente notavo venerdì scorso a sermone concluso, il discorso di Rafsanjani rappresenta un capolavoro di ambiguità, secondo l'analisi del NYT. L'ex presidente ha due obiettivi: riposizionarsi sulla scena politica come alternativa all'attuale leadership, raffigurarsi come il vero interprete della tradizione khomeinista e dello spirito della Repubblica Islamica. Cosa tutto questo c'entri con la voglia di libertà del popolo iraniano resta un mistero che qualcuno dovrebbe prima o poi provare a decifrare seriamente. Per ora sembra che i tifosi occidentali di Mousavi, partiti dichiarando la rivoluzione, debbano accontentarsi di pendere dalle labbra di un chierico fascista che fino a qualche settimana fa avrebbero bollato come l'ennesimo pasdaran. Certo che dalla liberazione di Baghdad alla finta rivoluzione di Teheran è passata parecchia acqua sotto i ponti. E non necessariamente nella direzione giusta.
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Cadevano le bombe come neve...

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venerdì, luglio 17, 2009
Iran. Tutti dentro, liberi tutti. Dalle prime notizie sembra che il sermone di Rafsanjani sia di un cerchiobottismo spudorato. Segno che l'inciucio è più vicino che mai. Curioso che molti quotidiani online continuino a riferirsi a Mousavi come a un "simbolo", nemmeno si trattasse di Gandhi o Martin Luther King.
Update. Il Guardian è elettrizzato - nientemeno - mentre il LATimes offre una cronaca più obiettiva, sottolineando la prevedibile ambiguità del messaggio di Rafsanjani:

Although he raised some of the issues of concern to Mousavi supporters and urged Iran's leaders to heed public demands, he offered no concrete solutions for resolving the nation's worst political crisis in decades, other than to debate peacefully.

Come anticipato fin dall'inizio di questa strana storia, gattopardo a Teheran.

Ho trovato finora una sola traduzione del discorso di Rafsanjani, questa. E' un po' libera ma consente di capire meglio cos'ha detto davvero. Di seguito i passaggi principali:

China has a rational government. It must look at how it can benefit from its relations with the Islamic world. We hope that we will no longer be witness to such atrocities towards Muslims in China or anywhere else in the world.

Dedicato agli Uiguri, inatteso quantomeno.

We started off very well in the race for the presidency. Everything went smoothly and fairly (...). I so very much wish that that path had been continued. But unfortunately, that was not the case. I will now elaborate. We must first see what we [probably the ruling establishment] were after.

Colpo al cerchio.

This is coming from a person who was always by the Imam[Khomeini's] side [he is referring to himself]. For 60 years. The Imam was always after the people. After getting their approval and their participation. This was the art of the Imam which made him so successful. It took the Imam less than 20 years to get the people to come to the streets.

Colpo alla botte.
Khomeini l'intoccabile, il padre della patria, la guida spirituale perenne. Direte: ma cosa pretendi? Pretendo di non sentire più il nome di Khomeini.

After the victory of the revolution too, we worked on a daily basis with the Imam. The Imam would always say that if the system is not backed by the people, nothing would stand.


Doppio colpo. In una frase tutta la doppiezza di Rafsanjani e della casta al potere, cosiddetti riformatori o filo-riformatori compresi. E' peraltro una tattica comunemente usata nelle faide interne dei regimi totalitari o semi-totalitari: attacco velatamente il mio avversario politico adducendo una legittimità proveniente dalla purezza dei principi originari. Sono loro che tradiscono la rivoluzione, mentre io ne incarno il vero spirito. Già sentito, dà sempre i brividi.

The guardian council, the expediency council, EVERYONE gets their legitimacy from the vote of the people.


Frase ad effetto ma falsa. Il Consiglio dei Guardiani è il corpo di non-eletti per eccellenza.

Rafsanjani: Some are chanting and I can't make out what they say. But I am speaking what you want to hear. I want unity too.


Primo richiamo all'unità. Leggi inciucio all'iraniana.

I have always acted above and beyond party lines, and now too we must search for unity to find a way out of our quandary.

E due.

We must create a condition so that everyone can speak. We must speak logically. And a part of this responsibility is on the shoulders of the broadcasting corporation.


Poco chiaro. A cosa si riferisce? Alla libertà di espressione in generale? Interessante il richiamo alla televisione di stato, se capisco bene.

We do not need people in prison for this. Let's allow them to return to their families.

Forse il punto fondamentale del suo sermone, dal punto di vista del colpo al cerchio.

We are all members of the same family. We must remain friends and allies. Why have we gone so far as to pain some of our marajeh [top religious leaders]?

E tre. Bisogna salvare la repubblica islamica. Tutti insieme. Questa è la priorità.

Da un'altra traduzione (letterale) segnalo questi due passaggi:

When we were writing the new constitution,
We asked the Imam for advice,
He put a lot of emphasis on the role of the people.
He also knew that people's vote was the most important thing inside our country.
Everything depended upon the people's vote.
People should directly elect the president, the parliament, the local council.
It was all about the vote of the people.
This is a theocracy,
A theocratic republic.
(People chanting)
Be patient, be calm.
If the government is not Islamic, then we are heading no where.
If it is not a republic, then it doesn't amount to anything.


e

We shouldn't imprison our own people,
We should let these people return to their homes,
We shouldn't let our enemies laugh at us because we've imprisoned our own people.
We should sit together with mourners,
And we should console them,
And bring them back closer to the system.
We should not be impatient now.


Riportare all'ovile le pecorelle smarrite, dove ovile sta per repubblica teocratica.
I quotidiani occidentali hanno accolto questo copione doroteo-fondamentalista (nel senso di democristiano col turbante) come un rivoluzionario discorso anti-sistema.

L'analisi di Federico Punzi che, stavolta non mi smentirà, continua a crederci. Senza accorgersi però che, se dopo tutti questi morti e incarcerati l'unica speranza che rimane è uno come Rafsanjani, la battaglia - a patto che sia mai cominciata - è già persa.
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La Luna storta. Amenità complottiste a parte, da un punto di vista puramente storico viene da chiedersi come sia stato possibile che l'originale della registrazione dell'allunaggio sia stato cancellato semplicemente registrandoci sopra. La NASA allega ragioni economiche, e va bene i nastri costavano cari. Ma dopo aver speso qualche dollaro per mandare l'uomo sulla Luna, forse si poteva mettere qualche centesimo in più per conservarne la memoria autentica. Oggi vediamo le immagini di Armstrong e Aldrin grazie a copie immagazzinate negli archivi della CBS o di qualche centro spaziale secondario. La NASA ha provveduto a restaurarle digitalmente e a migliorarne la qualità. Bravi. Ma è un sospiro di sollievo che non cancella un peccato mortale di superficialità difficile da giustificare. I complottisti sono ridicoli, ma alla NASA ci hanno messo del loro.
P.S. Se sbaglio qualcosa, se scrivo inesattezze, siete pregati di farmelo notare. Non sono - evidentemente - un esperto della materia.
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giovedì, luglio 16, 2009
L'aria che tira a Pyongyang. Questo video è del maggio scorso, girato dopo il secondo test nucleare. In teoria è una celebrazione.

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Iran. Tarallucci e Corano. L'inevitabile compromesso al termine di una rivoluzione mai nata, anticipato - controvoglia ma onestamente - da Federico Punzi. Qui si avvisò per tempo.
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Ideologismi. Avevo un amico (l'imperfetto è d'obbligo) che sosteneva che gli americani non avessero mai messo piede sulla Luna. Diceva anche che in Kosovo non c'era mai stata nessuna pulizia etnica e che Milosevic era una vittima dell'aggressione occidentale. Secondo me c'è un legame.
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Purghe birmane. Prime conseguenze della pubblicazione delle foto dei tunnel intorno a Naypyidaw:

Ten high-ranking Burmese army officers have reportedly been arrested on suspicion of divulging to Western and exiled media news of a secret visit to North Korea by the junta’s No 3, Gen Shwe Mann, and photographs and video footage of tunnel construction in and around Naypyidaw.
The suspects, all holding the rank of lieutenant-colonel, will be court-martialed and face the death penalty if convicted, according to one of several sources, a former intelligence officer with close contacts to the seat of power in Naypyidaw.
Some suspected of complicity had gone into hiding, the source said.
In recent weeks, several photographs of Shwe Mann visiting the North Korean capital Pyongyang in November 2008 were carried by several media outlets, including the BBC, CNN, Al Jazeera, the Democratic Voice of Burma, and The Irrawaddy.
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martedì, luglio 14, 2009
Do you remember Iran? L'unico blog italiano che continua a seguire dal punto di vista della cronaca la situazione in Iran è quello di Lorenzo Cairoli. Federico Punzi commenta invece l'ultimo Rafsanjani e ci spera ancora. Gli altri, tutti desaparecidos en combate. Come i giornali.
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Il dilemma cinese. Chi segue un po' le vicende asiatiche sa che la sopravvivenza dei due regimi più sordidi del continente - quello nordcoreano e quello birmano - è legata all'appoggio politico ed economico cinese. Pechino ha interesse a mantenere una presunta stabilità ai suoi confini e considera, proiettando all'esterno la sua struttura autoritaria, che due dittature militari in situazione di dipendenza possano meglio garantirne gli interessi nell'area. Per semplificare, si può dire che nel caso di Pyongyang la Cina teme soprattutto un collasso improvviso e la presenza di truppe americane sull'intero territorio coreano, mentre da Naypyidaw pretende un lasciapassare perpetuo per poter continuare le operazioni di rapina delle risorse naturali del paese. In cambio assicura protezione a livello internazionale, veto favorevole nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e non-ingerenza negli affari interni. Fino ad oggi questo equilibrio autoritario ha retto. Da qualche tempo, però, si possono cogliere alcuni segnali di insofferenza da parte di Pechino nei confronti dei suoi riottosi e imprevedibili vicini. Sia il processo-farsa ad Aung San Suu Kyi (per citare solo l'ultimo eclatante episodio di una saga infinita) che il lancio di missili da parte di Kim Jong-il sono stati accolti da Zhongnanhai se non con dispetto, certamente con freddezza. Non che improvvisamente i gerarchi cinesi siano diventati difensori dei diritti umani e della pace mondiale ma se non altro sembrano aver realizzato che le provocazioni di Birmania e Corea del Nord servono solo a mettere in risalto le responsabilità di Pechino nella mancata soluzione delle principali crisi della regione. Da qui un ripensamento delle sue relazioni di buon vicinato, secondo questa analisi di Foreign Policy che si spinge addirittura ad ipotizzare uno scenario in cui i cinesi - per la tutela dei propri interessi - potrebbero preferire ASSK a Than Shwe. Manca qui, come spesso accade, la considerazione della natura ideologica dei regimi come chiave di lettura delle relazioni internazionali: una Birmania democratica, governata da un'icona della lotta anti-totalitaria, rappresenterebbe un esempio anche per il movimento dei diritti civili in Cina. Non credo che Pechino possa correre un rischio del genere. In ogni caso è evidente che sta mandando segnali precisi ai suoi scomodi alleati, i quali probabilmente non li coglieranno. E' in questo contesto che va letta la decisione di appoggiare per la prima volta un pacchetto di sanzioni contro Pyongyang, in risposta ai test missilistici:

China agreed for the first time to punish senior North Korean government officials for defying United Nations resolutions barring nuclear and missile tests, China’s deputy ambassador said.
Ambassador
Liu Zhenmin said his government would support imposing a travel ban and asset freeze on a “large percentage” of 15 North Korean officials proposed by the U.S. and other Western nations as targets for UN sanctions.

China’s acceptance of sanctions against North Korean officials and companies, as well as material that might contribute to the development of nuclear weapons and ballistic missiles, clears the way for Security Council action this week. Russia acquiesced last week, leaving the panel to await China’s decision. No government officials have been subject to the sanctions the
Security Council adopted after North Korea’s nuclear test in 2006.

Anche se non indica certamente un cambio di orientamento strategico generale, si tratta di un passo significativo, le cui conseguenze andranno misurate con il tempo. Kim Jong-il (o chi per lui) deve fare attenzione alle prossime mosse: la posizione della Corea del Nord è molto più precaria di quella della Birmania, se non altro perché senza Pechino il regime di Pyongyang non ha speranze, mentre Naypyidaw può contare su qualche alleato di riserva a cui promettere gas naturale, petrolio e pietre preziose.
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Sri Lanka. Mahinda santo subito. Come il presidente Rajapakse sta usando la vittoria sui terroristi Tamil. Con moderazione, pare:

Following the defeat of the LTTE and the death of its leader Velupillai Prabhakaran and the entire Tiger top brass, a mood of triumphalism and extreme chauvinism has gripped the Sinhala south. Accompanying this is a frenzied glorification of Rajapakse by his cronies, his party members, Sinhala-Buddhist hardliners and the Buddhist clergy.
Rajapakse has been promoting a personality cult around himself for some years now. The victory over the LTTE has given this personality cult a massive shot in the arm - and taken it to a new level.
Within weeks of the victory over the LTTE, Rajapakse was conferred with the title of Vishvakeerthi Sinhaladheeswara (Universally Glorious Overlord of the Sinhalese) and Shree Wickrema Lankadheeswara (Heroic Warrior Overlord of Lanka) and crowned Sri Lanka Raajavamsa Vibhooshana Dharamadveepa Chakravarti (Monarchical Emperor of the Glorious Land of Buddhism) by high priests of various leading Buddhist chapters.
Billboards featuring Rajapakse in the white robes of a Buddhist deity carry slogans hailing "Our Savior". There have been calls for a constitutional amendment to allow him to remain in office beyond his six-year term without facing a fresh election.

"With siblings, cousins and nephews ubiquitous, the administration has a distinct Rajapakse flavor," writes noted political commentator Tisaranee Gunasekera. Besides the presidency, Rajapakse controls the ministries of defense, public security and law and order, finance, religious affairs and moral upliftment, and highways and road development.


Sembra che siano pronte liste di proscrizione per giornalisti non allineati, in un paese in cui la professione reporter ha sempre comportato un elevato rischio di incidenti sul lavoro.
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lunedì, luglio 13, 2009
Vaticanisti al TG3. Tanto ormai vale tutto, no?
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Nel Far West cinese/4. Il punto della situazione è anche su Laogai.it.
Oggi sono stati uccisi altri due cittadini uiguri. La versione del governo (e probabilmente di Francesco Sisci) è che stavano attaccando un loro connazionale.
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Sri Lanka. Lassù al nord. C'è voluto un quarto di secolo ma oggi lo Sri Lanka è la dimostrazione di come si possa sconfiggere il terrorismo manu militari. Può piacere o no, ma è la realtà. Adesso il governo di Colombo si trova davanti una impresa da far tremare i polsi: quella di reinserire all'interno della società i civili Tamil, vittime due volte, della guerriglia e della reazione dello stato. Reportage da un paese in cerca di normalità, sul NYT.  Qui un mio articolo del gennaio scorso per Il Foglio.
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domenica, luglio 12, 2009
Obama watch/34. Le dichiarazioni di Obama in Africa rappresentano - ad oggi - uno dei momenti migliori della sua presidenza.
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sabato, luglio 11, 2009
Nel Far West cinese/3. Sulla questione nazionale da segnalare anche le riflessioni di Federico Punzi, che amplia il discorso alle conseguenze internazionali dell'instabilità cinese. Siamo arrivati a conclusioni analoghe quasi alla stessa ora e senza consultarci, cosa che fan ben sperare sulla correttezza delle rispettive analisi. Tra l'altro la citazione finale nel suo post (tratta da qui) sembra fatta apposta per corroborare quanto esposto.

Per ulteriori approfondimenti:

Guerra di cifre
: le differenti versioni sul numero e l'identità dei morti e feriti.
A trecentosessanta gradi: razzismo, economia e geopolitica nel pezzo dell'Economist.
Sequestri: la scomparsa di un economista uiguro a Pechino.
Foto contese: la stampa cinese denuncia una presunta manipolazione di Rebiya Kadeer.
Differenze: le proteste nello Xinjiang e in Iran a confronto.
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venerdì, luglio 10, 2009
Nel Far West cinese/2. La rivolta dello Xinjiang permette di evidenziare alcuni elementi di grande interesse dal punto di vista della propaganda dei regimi in generale e di quello cinese in particolare. Si parlava ieri dell'intervista ai genitori del ragazzo di etnia han morto negli scontri. Una conversazione giornalistica apparentemente scontata, in realtà ricca di spunti. La Cina ha un problema, il classico rompicapo che ha sempre assillato i sistemi comunisti plurinazionali ed è poi sistematicamente esploso in faccia ai governi centrali: la periferia dell'impero. Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.



Mi soffermo qui sul secondo, partendo sempre dall'intervista citata ieri. Quando il padre del ragazzo afferma che lo Xinjiang "non sarebbe nulla se non fossero arrivati i cinesi" (gli han) fa sua senza riserve la narrativa ufficiale propagandata dal Partito Comunista durante decenni. Come per il Tibet "strappato al feudalesimo" i cinesi pensano davvero di essere stati mandati in missione civilizzatrice nei confronti di popolazioni arretrate che abitavano territori inospitali. Se io - han - mi sono preso il disturbo di colonizzare, è stato per sottrarre alle tenebre una parte del mio paese altrimenti condannata all'arretratezza e al sottosviluppo. Quindi non solo le etnie originarie dovrebbero rispettarmi, ma da loro mi aspetto un riconoscimento. Le immagini delle truppe inviate da Pechino accolte nelle strade di Urumqi dagli applausi dei cinesi non dimostrano solo sollievo ma segnalano la consapevolezza dell'arrivo di coloro che riporteranno l'ordine prestabilito nelle strade, difendendo gli han - vittime della barbarie locale - da qualsiasi sopruso. Molte guerre civili sono cominciate così: ricordate Milosevic a Kosovo Polje?



Le cose non succedono per caso ed ogni azione ha delle conseguenze. Vale per le persone, figuriamoci per i governi. La situazione dello Xinjiang, i disordini odierni, la necessità dell'intimidazione per reprimere le proteste sono il segno evidente del fallimento della politica nazionale del Partito Comunista Cinese. E' l'eterno circolo vizioso delle dittature: la negazione del problema porta all'impossibilità di prevederne l'evoluzione e quindi di anticiparne gli effetti. Per questo i regimi illiberali finiscono, perché sono fondamentalmente ottusi. La Cina che pretende di essere una grande potenza internazionale si sta comportando come la più becera delle cricche autoritarie: prima permette la presenza di giornalisti stranieri nella convinzione di veicolare meglio la propaganda di stato; poi si accorge che altrove funzionano meccanismi diversi e li fa arrestare, minacciando ulteriori ritorsioni; prima attribuisce la rivolta a gruppi anti-cinesi di stanza all'estero e all'estremismo islamico, poi chiude le moschee dove la popolazione - tutta la popolazione di fede musulmana - si riunisce per pregare. Fa riflettere come le reazioni dei despoti siano sempre così simili tra loro, come manchino completamente le soluzioni originali nell'affrontare le emergenze interne che lo stesso autoritarismo ha creato. La dittatura finisce per ingoiare se stessa, a cominciare dalle periferie.



Le immagini sono sempre tratte da qui.
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giovedì, luglio 09, 2009
Nel Far West cinese. Non conosco lo Xinjiang e gli uiguri li ho visti una volta sola, almeno che io sappia. Fu a Pechino, nell'estate del 2004, mentre si esibivano in uno spettacolo circense per stranieri. Un circo, sì, a tutti gli effetti, organizzato in un locale della capitale, uno strumento di propaganda in più nella descrizione di quella società armoniosa che piace tanto ad Hu Jintao e a cui l'occidente finge di credere (speriamo, almeno, che finga). Erano bravi quegli artisti, e sorridevano. Molti erano bambini, in venti in equilibrio su una bicicletta, accompagnati da canzoni regionali che promettevano allo spettatore una stabile felicità protetta dal Partito. Vorrei conoscere lo Xinjiang, per capire come si canta davvero da quelle parti, e soprattutto se si sorride tanto. Il viaggio l'ha compiuto l'anno scorso un fotoreporter di stanza in Cina, il cui blog è ospitato da Le Monde, lasciando una testimonianza di immagini e testi che, di questi tempi, diventa lettura obbligata per chiunque voglia saperne di più sul riottoso occidente cinese. Qui la prima parte di una serie in sette episodi che potete seguire mano a mano. Alcuni degli scatti di Gilles Sabrié, questo il nome dell'autore del servizio fotografico, accompagneranno il seguito di questo post.

Il faut parfois les convaincre un peu et remettre les pendules à l’heure de Pékin. Le chef du Parti Communiste régional, Wang Lequan, a annoncé le 15 septembre dernier une grande campagne de rééducation destinée à « renforcer l’identification à la Nation et à la culture chinoise ».



Nazionalismo han contro nazionalismo uiguro? Indipendenza contro centralismo? Democrazia contro dittatura? Islamismo radicale contro ateismo di stato? Difficile decifrare il rebus dello Xinjiang, soprattutto dopo la confusione iraniana, alimentata dall'ingenuità occidentale. Forse un po' di tutto questo, mescolato in una miscela esplosiva. Uno che ha già la diagnosi pronta però è Francesco Sisci, perfino più rapido del solito questa volta nello scrivere un articolo favorevole al governo di Pechino. Per la punta di diamante del giornalismo italico in ambito cinese, il PCC non ha sparato sulla folla e i 156 morti non devono essere attribuiti alla repressione armata ma ai manifestanti:

There is abundant evidence that the protesters set the city on fire, causing the casualties directly (by beating people) or indirectly (because innocents were in the buses on fire). Their actions could have reasonable motives and could be justified, but the killing of scores of innocent people is blood on their hands, and it is not pretty.


Alla base delle proteste, secondo Sisci, gruppi anti-cinesi con base all'estero. Insomma la stessa versione del Politburo.



Adesso però il suo amico Hu Jintao dovrà spiegare a Sisci cosa intende quando parla di "punizione severa" e di esecuzioni per chi è sceso in piazza:

"The planners of the incident, the organisers, key members and the serious violent criminals must be severely punished according to law," it said.

La legge è legge, direbbe Sisci.
Le truppe intanto sono pronte ad una seconda ondata di violenza, secondo quanto riferisce il Times:

Along one road ringing the capital of the western region of Xianjiang where 156 people died in riots on Sunday, The Times counted more than 30 paramilitary trucks, each followed by about two dozen men, many in black body armour, and most carrying riot shields, batons and fire arms.

In the centre of the city around People's Square, army helicopters circled overhead as hundreds more paramilitary troops marched in brigades of 20 to 30 chanting: "Defend the Motherland, defend the people."




Il problema fondamentale, come in ogni colonizzazione che si rispetti, è che i soldati mandati a "ripristinare l'ordine" dal governo centrale sono amici degli uni e nemici degli altri. In questo caso la polizia cinese, nonostante la retorica ufficiale, è nello Xinjiang per difendere l'etnia han. Le famiglie cinesi protagoniste della grande migrazione nel far west vivono il loro dramma come un dilemma tra appartenenza (nazionale) e condivisione (di un territorio). C'è chi negli scontri ha perso i figli e nonostante il lutto continua ad esprimersi naturalmente secondo lo schema della propaganda imposta da Pechino:

“We wanted to do business,” Lu Sifeng, 47, the father, said Tuesday, his eyes glistening with tears as he sat smoking on his bed. “There was a calling by the government to develop the west. This place would be nothing without the Han.”

“Of course, in recent days, we’ve been angry toward the Uighur,” Mr. Lu said. “And of course we’re scared of them.”


Nel caso specifico ovviamente non non si può biasimare la reazione, ma sì riflettere sull'uso sapiente delle pedine (cioè delle persone) che il regime continua a fare. La Cina del XXI secolo è un luogo molto più complicato di prima: il Partito Comunista da una parte compra l'obbedienza e dall'altra castiga l'insubordinazione. La quantità di violenza totale dispiegata per mantenere la "stabilità" è inferiore rispetto al passato ma la cifra di tensione sociale aumenta esponenzialmente, così come la frattura fra etnia dominante e popolazioni minoritarie. Le nazionalità le inventò in un certo senso il maoismo, seguendo lo schema sovietico, ma oggi che il riconoscimento formale pretende un'evoluzione sostanziale, la situazione diventa impossibile da gestire per un esecutivo ancora fortemente autoritario, anche se non più totalitario.



Ritratto di Rebiya Kadeer, la Aung San Suu Kyi uigura, se mi si permette la forzatura. Lei però è in esilio a Washington, dove può vivere e lavorare liberamente, dopo aver pagato un alto prezzo personale per la sua difesa della causa.
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Fogliografia di B. Io il Foglio lo leggo tutte le volte che posso, ci sono anche un po' affezionato, a volte mi fanno perfino scrivere. Quindi figuriamoci. Però lo sforzo prodigato nel dipingere un Berlusconi statista internazionale senza macchia e senza paura, riconosciuto come tale dalle principali cancellerie del pianeta, è francamente sopra le righe. E pensare che basterebbe che non facesse danni e sarebbe già un successo. Intendo Berlusconi, non il Foglio. Insomma, siete bravi, cercate di non strafare. Intendo quelli del Foglio, non Berlusconi.
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Iran. Dov'era Mousavi? Oggi a Teheran fanno dieci anni da una protesta che non scaldò i cuori a sinistra.
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Pyongyang. Il missile informatico. Per i contadini nordcoreani cibo non ce n'è, ma gli hackers di sicuro trovano il modo di nutrirli.
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"Un uomo di risultati". Così si autodefinisce il povero Ban Ki-moon, ormai perduto nel suo paese delle meraviglie, incapace di uscirne, condannato all'inutilità perenne dalla realtà matrigna e ingrata.
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Birmania. Le miniere della morte. Dai paesi oscuri e oscurati giungono solo frammenti di realtà, attraverso la narrativa dei grandi eventi, quando accadono. Poi ci sono le storie quotidiane, collaterali, che sono tutta la vita in quei luoghi lontani. Non sarà mai notizia questa frana nel nord della Birmania. Ma è un esempio fra i tanti delle conseguenze di uno spoglio continuo e generalizzato di risorse materiali e umane in un paese che proprio non riesco a togliermi dalla testa.
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I will survive. La lenta agonia di Kim Jong-il invece non accenna a concludersi. Quindici anni fa ci lasciava Kim Il-sung. Il suo funerale fu uno degli eventi di massa più incredibili della storia.
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Birmania. La guerra dimenticata. La lenta agonia dell'esercito Karen si avvia verso la conclusione. Perdono i ribelli, perde la popolazione, vincono i generali. Immagino che molto presto qualcuno troverà il modo di lodare la "ritrovata stabilità nella regione".
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martedì, luglio 07, 2009
Un'altra Tiananmen è possibile. Finale in ginocchio a parte, qui Vittorio Emanuele Parsi dice quel che bisogna dire sulla Cina del XXI secolo:

Colpisce del gigante economico e politico cinese l’incapacità a ogni variazione rispetto al tema della repressione spietata quando si tratti di dover gestire il dissenso. Se quelli dello Xin Jiang ricordano i moti del Tibet dello sorso anno, in quanto a motivazioni etnico-identitarie, per numero di vittime sono i più gravi (almeno tra quelli di cui si è avuto notizia in Occidente) dalla strage di piazza Tien An Men nel 1989.

Il governo cinese si muove con grande sagacia economica e con salda lungimiranza strategica, ma la sua bussola è ancora orientata a una politica il cui polo magnetico è costituito da un nazionalismo molto assertivo. Di questo occorre essere consapevoli, e proprio per questo, gli inviti ad allargare alla Cina il G8 (il vecchio club delle grandi economie democratiche alleate degli Stati Uniti più la Russia) appaiono oggi più che mai improvvidi. Il concetto cinese di «armonia» che tanto affascina molti osservatori occidentali assomiglia terribilmente a quello occidentale di «egemonia», un po’ più ipocrita, un po’ più violento.
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Sarà il caldo? Non ho ben capito perché il khomeinista Mousavi abbia scaldato i cuori dell'occidente come nessuno mai, mentre la repressione cinese nello Xinjiang fatica così tanto far breccia nelle stesse suscettibili coscienze.
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lunedì, luglio 06, 2009
Xinjiang, 2009. La Cina ha un problema.
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domenica, luglio 05, 2009
Birmania. Un uomo finito. L'inutile messaggio al termine dell'inutile missione dell'inutile Segretario delle Nazioni Unite.
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sabato, luglio 04, 2009
Birmania. Guidare a fari spenti nella notte. Il viaggio-omaggio di Ban sta procedendo secondo le previsioni:

UN Secretary-General Ban Ki-moon said Saturday he was "deeply disappointed" after Burma's military ruler rejected his second and final request to meet jailed opposition leader Aung San Suu Kyi.
Ban met with Snr-Gen Than Shwe for another inconclusive round of talks that failed to win any immediate concessions or accomplish one of the main goals of his trip—to see Suu Kyi in jail.


Credo che questa sceneggiata sarà la tomba diplomatica del Segretario Generale dell'ONU, anche se nessuno glielo farà pesare sul serio, almeno nell'immediato.
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venerdì, luglio 03, 2009
Birmania. Cominciamo bene. Pare che Ban Ki-moon al cospetto del Generalissimo Than Shwe abbia esordito così:

"I appreciate your commitment to move your country forward... I would like to contribute, to work together, for peace and prosperity".
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giovedì, luglio 02, 2009
Prendersi sul serio. L'ultima uscita di Luca Sofri è... va be'. Sto già cominciando a pentirmi di questo post.
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Honduras, esercito e democrazia. Prendo spunto ancora una volta da un commento di Jimmomo per una breve riflessione sui limiti (intesi come confini) della democrazia. Io credo che nella definizione del concetto si debba continuare ad essere estremamente selettivi. Così come, per una serie di ragioni già esposte, definire "democratico" il movimento di protesta in Iran denota quantomeno un eccesso di ottimismo, allo stesso modo qualificare come "golpe democratico" quello avvenuto a Tegucigalpa si presta a facili manipolazioni. Intendiamoci, ciò che scrive Federico Punzi nella sostanza è ineccepibile e ben argomentato. E' vero, la democrazia in Honduras l'hanno rovinata in primo luogo le ingerenze bolivariane di Caracas ed il resto del continente è avviato sulla stessa strada. Ma se passa il concetto per cui in uno stato di diritto si può usare l'esercito per rimuovere una carica politica legittimamente (fino a prova contraria) eletta, direi che quei famosi limiti (intesi come confini) che in teoria si pretenderebbe difendere risultano di fatto scavalcati da un'interpretazione piuttosto elastica dei pesi e contrappesi costituzionali. Di solito se un presidente viola la costituzione esistono meccanismi istituzionali per inchiodarlo alle sue responsabilità. Non mi pare che il suo arresto da parte dei militari e l'espulsione immediata dal paese rientrino fra questi. Resto dell'idea che per promuovere la democrazia la prima cosa da fare sia escludere dall'orizzonte tutto ciò che non lo è (perfino se le assomiglia).
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mercoledì, luglio 01, 2009
Cartellino rosso. Resta sempre Mousavi...
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Contrordine compagni. Pare che la Serracchiani non sia Winston Churchill.
(E comunque il link all'intervista si poteva pure mettere...). E' questa roba qui.
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Mistero buffo. La nave nordcoreana apparentemente diretta verso la Birmania, dopo aver suscitato ogni tipo di allarme, è "tornata indietro".
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Giustizia è fatta. A questa lista mancava lui.
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A Fabio. A Luisa.

Scarica i podcast di Nonsolocina - L'Impero di mezzo e i suoi dintorni. Viaggio non convenzionale all'interno di un continente affascinante e drammatico - trasmissione a cura di Enzo Reale - 1972.splinder.com

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