1972

martedì, giugno 30, 2009
Realismo ortopedico. In genere apprezzo molto il lavoro dei redattori di Notapolitica: non è facile scegliere nel confuso panorama del giornalismo attuale. Mi chiedo però cosa li abbia spinti a considerare degno di nota questo articolo di Epistemes sui rapporti tra democrazie e dittature, che anche da un punto di vista squisitamente realista sembra più una boutade che un'analisi seria:

Come l’altezza per gli studi di Fogel, la democraticità di un Paese è dunque un attributo, non un merito. Posso tagliarmi le gambe, e dunque perdere 30 cm in un solo colpo, e così è possibile trasformare una democrazia in una dittatura, ma il salto inverso non è possibile. Perchè lo sviluppo democratico dipende in primo luogo da particolari condizioni climatiche e geologiche che, a loro volta, hanno gettato le basi per uno sviluppo economico che, ancora, in qualità di condizione necessaria ma non sufficiente, ha permesso lo sviluppo politico. Quest’ultimo ha attraversato numerose fasi fino a quando non si è giunti alla democrazia.
Dire “non si tratta con le dittature“, implicitamente suggerendo la propria disponibilità al dialogo una volta che la controparte abbia raggiunto determinati standard democratici, equivale a chiedere ad una persona alta 1,70 m di crescere nel giro di pochi minuti di 15 cm.

L'ho dovuto rileggere tre volte prima di credere ai miei occhi.
Io con l'autore del pezzo ho discusso più di una volta dal blog, anche aspramente. Ricordo però altri livelli argomentativi, non una sciocchezza come questa spacciata per trattatello socio-politico e bevuta dai redattori di Notapolitica, probabilmente senza nemmeno rendersene conto.
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Iran. Le armi spuntate dell'opposizione. Uno dei problemi della mancata rivoluzione iraniana è stato la limitatezza degli obiettivi. Scambiata per prudenza dagli osservatori occidentali - da qualcosa si deve pur cominciare, si è detto - la protesta si è concentrata sulla presunta frode elettorale a favore di Ahmadinejad. E' possibile, anzi probabile, che la manipolazione ci sia stata. Ma il punto è un altro, come ho già provato a spiegare in un post precedente: se io contesto un risultato elettorale, implicitamente do per buone le regole in base alle quali quelle elezioni si sono svolte. Nel caso specifico, legittimo di fatto la selezione previa operata dal Consiglio dei Guardiani, con tutto ciò che questo comporta. Chi è sceso in piazza a manifestare, anche a rischio della propria vita, lo ha fatto principalmente contro quel risultato elettorale, rifiutando un candidato e sostenendone un altro, ma non contro i principi fondanti della Repubblica Islamica. Non era prudenza ma calcolo. La teocrazia iraniana non è mai stata in discussione, Allah è grande echeggiava in ogni angolo della città. Per questo l'abbaglio - e le conseguenti giustificazioni a posteriori - di chi ha scambiato una protesta elettorale per una battaglia per la democrazia è, a mio avviso, clamoroso. Non era in discussione il regime ma la vittoria di Ahmadinejad; non c'era un democratico ad ispirare e condurre la protesta ma un khomeinista; non si lottava per la fine del medioevo ma per un abbozzo di rinascimento all'interno dell'ancien régime. Da qualcosa si doveva pur cominciare, certo: il guaio è che sembra tutto già finito.
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Almeno ci provano. Della riunione del Lingotto dei giovani del PD (semplifico molto, per intenderci) so solo quello che ho letto e ascoltato sul blog di Francesco Costa e quel che più mi avvicina all'incontro è il fatto che si tenesse a Torino. Una cosa però vorrei notare. So che questi fermenti nascono più facilmente quando si è all'opposizione e quando la situazione è precaria, ma mi riesce molto difficile immaginare un tentativo analogo di rinnovamento all'interno del centrodestra. Credo ci siano diversi fattori alla base di questo immobilismo e non ho tempo per analizzarli. Uno di questi è certamente la sensazione che qualsiasi alternativa all'attuale assetto dirigenziale si possa interpretare come un reato di lesa maestà. Un altro è la storica incapacità delle correnti liberali di organizzarsi e di farsi soggetto politico. Non che a destra (anche qui semplifico) non ci siano movimenti, organizzazioni, comitati, aggregatori di blog e giovani marmotte: però, e la gran differenza è questa, nessuno di questi gruppi è in grado al momento di concepire una sfida al vertice come hanno provato a fare quelli del Lingotto. Poi magari affondano e nessuno se ne ricorda. Però ci mettono la faccia, e qualcuno alla fine crescerà.
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lunedì, giugno 29, 2009
Iran. Sipario. Siamo già ai ringraziamenti. Seguiranno titoli di coda e poi tutti a casa. Abbiamo scherzato, ci avete creduto.
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Birmania. La banalità dell'ONU. Il coreano più pericoloso del mondo tornerà a stringere le mani dei generali a Naypyidaw, il prossimo fine settimana.
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Iran. Il dito medio che non c'era. L'ultima grave buffonata del corrierino raccontata da Lorenzo Cairoli.
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Iran. La rivoluzione che non c'era. Anche se la parola d'ordine è accontentiamoci, ogni ora che passa rende più evidente il fallimento di quella che era stata spacciata come una rivolta democratica e popolare nella terra degli ayatollah. Si dice che nulla sarà più come prima ma per adesso nulla è cambiato davvero. Almeno non in positivo. Semplicemente non c'erano le premesse perché una svolta reale si producesse. I leaders della protesta erano organici al regime, i giovani confusi, la stampa occidentale incapace di spiegare cosa stava succedendo. L'America assente o in ritardo. Manna per i dittatori, occasione persa per i democratici che ci credevano sinceramente. Un'altra illusione come questa e diamo per chiusa la battaglia per la libertà del medioriente. Bisogna stare attenti a scambiare i propri desideri per realtà.
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venerdì, giugno 26, 2009
Iran. La rivolta dai tetti. Se autentico, questo video mostra una fase degli scontri avvenuti l'altro giorno attorno a Baharestan Square. Non ci sono immagini di repressione tremenda ma certamente si percepisce il clima di guerriglia urbana che si sta vivendo a Teheran. Io credo che più che quel che viene mostrato dalle telecamere amatoriali, è quel che non si vede che dovrebbe preoccupare l'opinione pubblica. Parlo sia dei corridoi dei palazzi del potere sia, soprattutto, delle prigioni, dei garage, delle cantine, delle stazioni di polizia. Che la protesta sia genuina o no, che i suoi leaders siano democratici o meno, che le loro intenzioni siano sincere o nebulose, c'è gente che sta soffrendo tanto, troppo, laggiù.
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giovedì, giugno 25, 2009
Perché la Cina non smetterà mai di appoggiare Pyongyang. Da Andrei Lankov, probabilmente il più grande esperto di cose nordcoreane.
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Birmania. I tunnel di Naypyidaw. Mentre il regime fa finta di nulla, la rivista Irrawaddy con un ottimo lavoro sul campo presenta le prove della collaborazione fra i generali e Kim Jong-il. Per gli amanti del genere le immagini sono notevoli, dal momento che mostrano le riunioni segrete tra gli ingegneri delle due nazioni più isolate del pianeta, i siti dove avvengono gli scavi, le ispezioni dei militari. I tunnel si costruiscono soprattutto intorno alla nuova capitale ma alcune fonti dicono che la rete sarebbe più estesa. Poco si sa anche della funzione che i sotterranei dovrebbero avere, se siano collegati ad un'eventuale corsa al nucleare della Birmania o semplicemente siano stati concepiti come protezione per le alte sfere del governo in caso di "invasione". Di certo i nordcoreani stanno fornendo assistenza militare al regime birmano e quello del cargo in procinto di approdare nei pressi di Rangoon è solo l'ultimo episodio di una collaborazione che si è intensificata negli ultimi anni. Esperienze anteriori fanno pensare che trasporti armi convenzionali ma è anche possibile che la destinazione finale sia diversa da quella immaginata: per esempio il medioriente.
Tornando ai tunnel segnalo l'ottima ricerca del giornalista svedese Bertin Lintner, uno dei primi a svelare l'asse Corea del Nord-Birmania e le sue (è il caso di dirlo) diramazioni. Altre foto nell'animazione all'interno dell'articolo.
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mercoledì, giugno 24, 2009
Baharestan Square. Seguite su Twitter gli aggiornamenti. Anche filtrando tutto il filtrabile sembra che oggi a Teheran sia corso molto sangue.
Una testimonianza.
Baharestan Square è vicino al Parlamento iraniano.



Altre fonti.
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Birmania. Karen contro Karen (ed esercito regolare).

Fighting between government forces and ethnic rebel groups in Myanmar's Karen State has in recent weeks pushed thousands of refugees into neighboring Thailand. The upsurge in hostilities stems from the military regime's drive to transform the ethnic ceasefire armies into government-controlled border guards and in the process assert central control in the contested territories ahead of general elections scheduled for 2010.

Lungo ed appassionante articolo sul conflitto etnico più datato, quello tra gli insorgenti Karen (KNLA) e l'esercito birmano. Una nuova recente offensiva dei generali ha costretto migliaia di persone a cercare rifugio nei campi profughi in Thailandia. Insieme alle truppe di Naypyidaw combattono i transfughi del DKBA. Adesso i ribelli Karen sono mal messi, dopo aver perso le loro roccaforti principali, ma non si arrendono. Il piano della giunta è quello di trasformare gli eserciti etnici in guardie di frontiera, insomma di inglobarli, e di posizionarsi nei punti strategici di confine prima delle elezioni-farsa del prossimo anno. L'ultimo assalto per il controllo del territorio e delle popolazioni che vi risiedono.
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Dillo al Foglio. Dai, mandatelo e tra i suggerimenti fate presente che volete più articoli del sottoscritto. Poi vi dico.
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Iran. Finirà con un compromesso tra fazioni. E' questa la previsione del Time sulla crisi iraniana, una probabile via d'uscita anticipata da giorni anche su questo blog. Non è mai stata una rivoluzione popolare, nonostante il tentativo dei media occidentali di presentarla così e la buona fede e il coraggio di molti manifestanti. Mousavi sta abbassando il livello dello scontro, di Rafsanjani non ci sono notizie certe, Khatami è un ectoplasma e Khamenei resta in sella, forse indebolito ma sempre forte. E' pur vero però che gli iraniani - almeno alcuni - hanno approfittato della lotta di potere per farsi sentire, per creare un embrione di movimento che avrebbe bisogno di essere nutrito quotidianamente per crescere forte e sano e condurre, un domani, l'assalto decisivo al fondamentalismo della Repubblica Islamica. E qui arriva il punto centrale della questione: quando tutto sarà finito, fra non molto, cosa resterà del movimento? Chi si incaricherà di alimentarlo, chi sarà in grado di costruirci un'alternativa concreta, chi vorrà aiutare questa opposizione potenziale a sopravvivere al di là dei falsi profeti che la stanno utilizzando in questi giorni? Io un'idea ce l'avrei, ma mi hanno detto di non interferire.
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Se l'erano dimenticato in cella per sei mesi. Adesso le autorità cinesi hanno formalmente accusato Liu Xiaobo, uno dei promotori della Charta '08, per

" ...agitation activities, such as spreading of rumours and defaming of the government, aimed at subversion of the state and overthrowing the socialism system in recent years".

Il lato comico della vicenda è che l'agenzia di stampa Xinhua ha reso noto che Liu avrebbe "confessato il suo crimine" nel corso dei primi interrogatori. Questa è la Cina.
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Martire per caso. Ritratto di Neda, una povera ragazza diventata un simbolo. Suo malgrado.
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Obama, chi offre di più? Per me è stato svogliato, per Jimmomo "più vicino ai manifestanti", per Christian Rocca addirittura "straordinario". Il caso Iran sta mettendo alla prova alleanze consolidate...
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martedì, giugno 23, 2009
"Non è giusto". Obama ha parlato dell'Iran ma si è visto troppo che l'ha fatto per forza e non ne aveva voglia.
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Iran. Tutto gira attorno a Khamenei. La tesi prevalente nelle analisi di questi giorni negli Stati Uniti è quella di una protesta di popolo "sfuggita di mano" ai suoi stessi promotori e in procinto di diventare una vera rivoluzione anti-fondamentalista, come documenta brillantemente Jimmomo. Comunque vada, si dice, la repubblica islamica è destinata a cambiare grazie a questa sorta di glasnost imposta dalla piazza. E' un'idea affascinante che permetterebbe di far rientrare nei ranghi anche i più scettici, quelli che al trio Mousavi-Khatami-Rafsanjani proprio non ci credono. Questa visione si fonda però su un postulato che è ancora tutto da dimostrare: la debolezza di Khamenei, presentato come un leader che ha perso la sua autorità e ormai parte del suo potere. I segnali che provengono da Teheran però non sono così confortanti, se si pensa che non solo il Consiglio dei Guardiani ha respinto ogni richiesta di annullamento delle elezioni ma che l'Iran si prepara all'Ahmadinejad-bis come se nulla fosse. Certo, potrebbero essere gli ultimi colpi di coda del regime, come la parata a Berlino Est un mese prima della caduta del Muro. Ma potrebbe anche darsi che in realtà gli ayatollah siano convinti che la protesta sia destinata a rientrare e che i suoi leaders verranno nuovamente fagocitati all'interno del sistema. Alla debolezza di Khamenei, infatti, non tutti sono disposti a credere:

However, Khamenei remains the ultimate arbiter. Ahmadinejad publicly acknowledged the locus of power by expressing in a formal letter "his gratitude" to Khamenei for his "helpful remarks" at the Friday prayers. Last week's power-play showed that Khamenei effectively thwarted Rafsanjani's attempt to rally the clerical establishment in Qom. The turning point was reached on Thursday when the majority of the 86 members of the powerful Assembly of Experts (which Rafsanjani headed) openly rallied behind Khamenei.

Around 50 members of the Assembly of Experts said in a statement that "enemies of Iran" were masterminding the "unrest and riots" over the presidential vote through its "hired elements". Rafsanjani conclusively lost the war when the majority of the members of the Assembly of Experts expressed confidence that with the "sagacious directions of the [Supreme] Leader", the machinations of Iran's enemies will be defeated.

Significantly, Khamenei referred to Rafsanjani by name even in his absence. The message was loud and clear: Khamenei's supremacy is unchallengeable.

The hard reality, therefore, is that Khamenei's awesome powers are in no way under challenge. He can afford to let demonstrations by Mousavi's middle-class followers continue to let off steam, as he has the authority to command the situation in a holistic way. That is to say, even if protests may continue for a while - which seems improbable as Mousavi finds himself in a tight spot - that does not erode state power.


I prossimi giorni diranno se e fino a che punto Khamenei ha accusato il colpo (come qui si spera) e se e fino a che punto Mousavi era un bluff (come qui si pensa). Personalmente continuo a non vedere un orizzonte chiaro.
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Birmania. Di navi e sotterranei. Mentre il cargo nordcoreano continua il suo viaggio verso la Birmania, è utile farsi un'idea dei rapporti tra i due stati attraverso questo prospetto della rivista Irrawaddy. C'è anche un'interessante intervista a proposito di una rete di tunnels che esperti mandati da Pyongyang starebbero costruendo attorno a Naypyidaw, la nuova capitale dei generali nella giungla. Materia per super-Obama:

The alleged North Korean involvement in designing and/or building the underground installations in and near Naypyidaw is important. The North Koreans are excellent tunnel-builders, having moved most of their defense installations in their own country underground and dug tunnels under the Demilitarized Zone that separates North from South Korea.
Unlike the SPDC's other business partners, who want to be paid in cash, the North Koreans usually accept barter trade agreements. That suits the SPDC as well.
And both North Korea and Burma are ruled by regimes that have been condemned internationally for human rights abuses and other forms of repression. It is quite natural that the Burmese and North Korean governments "have found" each other. And with the memories of the 1983 Rangoon bombing fading rapidly, it is plausible to assume that we will see more and closer cooperation between Burma and North Korea.

OneFreeKorea spiega perché le norme internazionali sulle ispezioni sono una burla:

An honest interpretation of the law, then, is that North Korea could load a nuke into a ship, stop to refuel in Rangoon, and proceed to Bandar Abbas … and we wouldn’t have any legal  right to do a thing about it except ask the North Koreans to pretty please take a peek.  Having accepted the soundness of that interpretation, let’s also accept that in this age, the law is a suicide pact.
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Non tutto è relativo. Dovrebbe essere scontato ma non lo è (più). Per questo che uno come Sarkozy lo affermi solennemente davanti al parlamento francese riunito merita l'applauso. Il suo rifiuto del burka è da manuale:

"The problem of the burka is not a religious problem. This is an issue of a woman's freedom and dignity. This is not a religious symbol. It is a sign of subservience; it is a sign of lowering. I want to say solemnly, the burka is not welcome in France."
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lunedì, giugno 22, 2009
Birmania. Arriva un bastimento carico di... Dove si dirige la nave nordcoreana Kang Nam, braccata dalla marina statunitense per un'ispezione? Facile. Pyongyang e Naypyidaw hanno stretto la collaborazione negli ultimi mesi per aggirare le sanzioni sulla vendita di armi. Quando parlò di asse del male, Bush fu troppo prudente:

Htay Aung, a researcher at the Thailand-based Network for Democracy and Development (NDD), remarked, “If the vessel is confirmed to be the Kang Nam, then it should be searched as it is highly likely to carry weapons meant for Burma.”
Htay Aung, who has closely followed earlier incidences of the Kang Nam harboring at Rangoon’s Thilawa Port, said North Korea and Burma maintain a secret arms trade at least partly facilitated by the travels of the Kang Nam.
Citing sources within the military establishment and civilians close to the military, Htay Aung said he has been aware that the Burmese junta is secretly working for the development of a nuclear arsenal.

In April 2007, North Korea and Burma restored diplomatic ties after a break of 24 years following an assassination attempt in Rangoon by North Korean Agents targeting visiting South Korean President Chun Doo-Hwan.

According to an email message from Roland Watson, who closely monitors Burma’s defense developments for the U.S.-based Dictator Watch, the United States has fair knowledge about the Burmese regime’s nuclear ambitions and their activities but has withheld information.
“By identifying the Kang Nam and its cargo of missile components, the United States has demonstrated that it is well informed about these relationships,” he said.


Fonte Mizzima.
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Birmania. Le divisioni di Ban Ki-moon. Colpo di genio dell'ONU: torna Gambari.
E mentre il Segretario Generale si appresta a rendere un altro inutile omaggio ai dittatori di Naypyidaw, Foreign Policy gli spiana la strada con questo impietoso quanto meritato ritratto (grazie a Francesco Costa).
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Iran. Do not disturb. E' con la furia dei convertiti (ma lui alle conversioni è abituato) che Andrew Sullivan sta usando la crisi iraniana per screditare i neoconservatori, attribuendo loro le più turpi intenzioni. Oggi rispolvera perfino Brzezinski per concludere che quello che gli ex falchi caduti in disgrazia vogliono è un conflitto aperto con l'Iran. Per questo preferiscono il tanto peggio, tanto meglio e via dicendo con la solita solfa che già conosciamo. Io non so quale sia la linea ufficiale neocon, né se ce ne sia una. Ho letto opinioni molto diverse tra loro, come in qualsiasi movimento intellettuale che si rispetti. Penso che se non se ne facesse a tutti costi una battaglia ideologica si potrebbero individuare due correnti principali: la prima, minoritaria, che diffida di questa faida politica tutta interna al regime e fatica ad individuarne le credenziali democratiche; la seconda, maggioritaria, che vorrebbe un Obama decisamente più implicato a fianco dei manifestanti. Personalmente, senza avere la tessera del movimento, appartengo alla categoria dei diffidenti, come si sarà capito. Ma posso ammettere che tanta attesa per vedere sbocciare qualcosa generi un entusiasmo a volte difficile da controllare. Quello che non riesco proprio a comprendere è la posizione di chi associa il silenzio di Obama al successo della protesta. Io penso che Obama faccia bene a non schierarsi, ma per la ragione che non esiste alternativa reale. Invece, a dimostrare quanto nebulosi siano gli scopi e i protagonisti di questa rivolta, pare che l'America dovrebbe a tutti i costi restarne fuori, quasi vergognandosi di un eventuale appoggio diretto. Insomma, Obama avrebbe preso la saggia decisione di "non disturbare". Fatemi capire. Cosa vogliamo per l'Iran? Una rivoluzione democratica che superi il medioevo degli ayatollah o una operazione gattopardesca che ci faccia andare in vacanza con la coscienza a posto? Un'adesione ai principi del liberalismo o un camuffamento della dittatura? Ho letto anche che la popolazione non gradirebbe un intervento esplicito da parte statunitense. Forse non lo gradirebbero i seguaci di Mousavi, che si richiamano al khomeinismo. Ma è noto che quella iraniana è l'opinione pubblica più filo-occidentale del medioriente, anche se non può gridarlo nelle piazze tutte le mattine. E allora, di cosa dovremmo vergognarci? Come al solito decidiamo di non decidere. Invece, se non ci piacciono Mousavi e i suoi dobbiamo farlo sapere forte e chiaro. Ma se ci piacciono, dobbiamo aiutarli, finanziarli, schierarci al loro fianco finché non avranno la meglio. Il do not disturb è penoso.
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Not so fast, please. Chi - in buona fede ma ingenuamente - sperava che la protesta iraniana potesse dare una spallata decisiva alla teocrazia, dovrà aspettare ancora un po':

“It is a struggle over the appropriation of the old symbols. If the public says we want Hussein and ‘God is great’ and then the militias are told to go kill them, that will be a little hard.”

The argument on both sides has stayed narrowly within the bounds of Islam, with the opposition even deftly using green, the color of Islam and the family of the prophet, as a subtle symbol that its protests are rooted in the faith. Both sides say they are the true heirs of the revered revolutionary patriarch, Ayatollah Ruhollah Khomeini, in trying to carry out Islamic principles.

“The people inside Iran are not saying they want regime change. They are saying, ‘Where is my vote?’ ” Ms. Haghighatjoo said.
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domenica, giugno 21, 2009
Iran. Morire un po' per non cambiare troppo. Difficile capire chi vuole che cosa nelle piazze di Teheran, in questi giorni. Difficile sapere chi fa che cosa e perché. Difficile conoscere cosa sta succedendo dove davvero i giochi si decidono, non per strada ma nei palazzi del potere. Se fosse una rivoluzione vera sarebbe ideale: nessun intervento occidentale (almeno nessuna evidenza), tutto autoctono. E' per questo che Mousavi piace tanto alla sinistra e all'Europa, perché ci solleva dall'obbligo di fare politica, di prendere decisioni, di influenzare gli eventi. Perché promette di risolvere tutto dall'interno, senza interventi stranieri a supporto della rivolta. Il sogno di tutti quelli che alla democrazia liberale hanno sempre guardato con sospetto. Ma la realtà è un po' più complicata:

As a journalist, I cannot say that what I have read and seen today is the whole story: everything is too piecemeal, too unconfirmable, too one-sided. But experiencing the raw feed of history has been chilling. As we try to carve out the truth from the speculation and relentlessly repeated reports of outrage, the overall impression is one of immense sadness and tragedy, of a country seeking to preserve itself by destroying itself.
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Iran. Elogio della brevità. Anche se sovrastimata (sembra una costante in questa vicenda) quella di Twitter è forse l'unica vera rivoluzione in atto in Iran. Qui si spiega perché è ancora vivo, nonostante le censure. Qui invece potete leggere gli aggiornamenti, tenendo presente che è impossibile sapere quali e quanti arrivino davvero da Teheran.
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Iran. Battaglia tra gli eredi di Khomeini. Quando il fumo dei lacrimogeni si sarà alzato, qualcuno rischia una delusione:

In essence, the core of the struggle is between two competing views of what this country’s Islamic revolution sought to achieve.

Spiace vedere fior di liberali accontentarsi così. Anche perché poi, se è questa la "rivoluzione democratica" che aspettavano, resterà ben poco da giocarsi per il futuro.
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Iran. O tutto o niente. Pur cosciente della inutilità delle polemiche personali in situazioni come queste, mi è spiaciuto davvero leggere sul blog di Francesco Costa una frase del genere:

Quasi tutti gli altri neocon si sono schierati a fianco della destra americana, sebbene non siano mai stati a questa pienamente sovrapponibili, trovandosi di fatto su una posizione sostanzialmente speculare a quella del regime, seppure con ragioni naturalmente diverse. Innamorati più di sé stessi, della loro coerenza e della pulizia della propria coscienza, piuttosto che della libertà degli iraniani.

Io spero sinceramente che lui e gli altri che hanno cavalcato la protesta abbiano ragione. Però per pettinare proprio tutti i nodi converrà aspettare di vedere dove sarà Mousavi e dove i manifestanti quando tutto questo finirà. Non vorrei ritrovarmi con centinaia di morti negli obitori e un governo di unità nazionale. Quanto alla libertà degli iraniani, davvero il commento è fuori luogo. Non ricordo mobilitazioni significative a sinistra, nemmeno verbali, a favore del popolo iraniano nei trent'anni di regime fondamentalista. Che ci sia voluto un personaggio canagliesco come Mousavi per svegliare le coscienze in quella metà del cielo non depone esattamente a favore di chi oggi si permette una critica tanto ingenerosa nei confronti di coloro che al regime change ci pensavano da tempo. Credo che Francesco Costa sia sincero nei suoi sentimenti e che la sua traiettoria personale non rientri nei cliché della sinistra tradizionale. Ma a volte bisogna pensare di più e meglio prima di esprimere certi giudizi.
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venerdì, giugno 19, 2009
Iran. Precisazione non necessaria. Sapevo che ci saremmo arrivati. Dopo sei anni di blog passati (nel mio piccolissimo) a cercare una crepa nei muri del silenzio, la prima volta che mi permetto di dubitare delle credenziali democratiche di un movimento popolare mi si rimprovera di "liquidare" i morti e i perseguitati di questi giorni in Iran. Lo spiego, nel caso non si fosse capito: non "liquido" nessun innocente, non dubito che tra le migliaia di persone che manifestano molte siano in perfetta buona fede e cerchino davvero un cambiamento. Provo solo a riflettere su che cosa ci sia dietro queste manifestazioni e a capire fino a che punto chi è sceso in piazza non sia vittima due volte: del sistema e di chi, facendone parte, dichiara oggi di volerlo combattere.
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Iran. Elezione truccata o trucco elettorale? Tra le tante peculiarità di questa presunta rivolta anti-sistema in corso in Iran c'è la sua origine, ovvero l'accusa di irregolarità elettorali a favore del riconfermato Ahmadinejad. Insomma le elezioni sarebbero state truccate. Sorprende che questa denuncia non sia mai emersa con altrettanta contundenza in tutte le tornate precedenti, visto che quello dell'Iran è un caso classico di dittatura elettorale in cui il processo di selezione delle classi dirigenti è inficiato fin dall'origine dal ruolo del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Questo organo, come noto, decide chi può partecipare alle elezioni ed ha il compito di escludere tutti quei candidati non graditi alla casta religiosa che detiene il potere reale. Basta questo semplice elemento di fatto per ridurre l'intero processo alla categoria di farsa. Il fatto che probabilmente in questa occasione il conteggio dei voti sia stato pesantemente manipolato per garantire la vittoria di Ahmadinejad è perfettamente coerente con la natura di questa messinscena, alla quale per decreto divino non possono nemmeno partecipare le forze che si oppongono sul serio al regime degli ayatollah. Se si tiene conto di questa premessa essenziale, francamente non si capisce che senso abbia gridare allo scandalo e vestirsi di verde. Cos'altro cera da aspettarsi da un sistema politico bloccato e corrotto come quello iraniano? Il dovere di qualsiasi democratico sarebbe osservare questa faida interna con lo scetticismo che merita. E più che di elezione truccata sarebbe giusto parlare di trucco elettorale.
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Così parlò Khamenei. Non sembra esattamente uno sul punto di farsi da parte.
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La speranza Mousavi. Biografia non autorizzata del nuovo leader della piazza iraniana. Giulio Meotti sul Foglio:

I resti risalgono al luglio 1988, quando l’Iran conobbe il più spaventoso massacro nella storia della Repubblica islamica. Trentamila morti, erano riformatori, dissidenti, apostati, ribelli, oppositori politici. I loro nomi, ricostruiti dopo molti anni, sono oggi reperibili in rete. All’epoca il primo ministro con diretta responsabilità su quelle esecuzioni era Hossein Moussavi, il principale avversario di Ahmadinejad alla guida della Repubblica islamica.

Moussavi è stato uno degli architetti del ministero dell’Informazione creato nel 1984, il responsabile della scomparsa, dell’uccisione e della persecuzione di migliaia di dissidenti. Il Mois, questo il nome della gestapo iraniana, fu costruita modellandola sul Kgb con l’aiuto di consulenti sovietici.

In un’intervista al magazine Payane Enghelab del 1981, poco prima che diventasse primo ministro, Moussavi spiegò l’importanza di una milizia sciita libanese contro i “sionisti”. “Siamo pronti a combattere Israele con una forza armata”, disse Moussavi.

Su mandato di Khomeini, Moussavi prese in mano il principale quotidiano del regime, Jomhuri-e-islami, opponendosi al rilascio dei prigionieri americani e promuovendo l’ideologia talebana sciita, tra cui la messa al bando del gioco degli scacchi. Dopo la fatwa di morte contro lo scrittore Salman Rushdie, Moussavi annunciò che i fedeli della Rivoluzione avrebbero preso “misure necessarie” per portarla a termine.


Per quando verranno a chiedervi della vostra non-esultanza.
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Dilemmi. Ma se poi nemmeno stavolta la Repubblica Islamica viene giù a chi ci affideremo la prossima?

I think that, whatever or whoever Mir Hossein Mousavi was five days ago, he is now the leader of a mass movement that demands the creation of a free Iran that will rejoin the Western world.  And yes, the wheel could turn again, this revolution could one day be betrayed, all kinds of surprises no doubt await the Iranian people.  Yes, but.  But today, there is a dramatic chance of a very good thing happening in Iran, and thus in the Middle East, and therefore in the whole world.


Se a Michael Ledeen due anni fa avessero detto che il suo Faster, please sarebbe dipeso da un khomeinista, probabilmente si sarebbe messo a ridere. Impariamo a non scambiare i desideri per realtà. Ché dopo fa male.
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A saperlo. Basta una policy review e la pillola va giù.
(Grazie a Camillo).
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giovedì, giugno 18, 2009
Iran. Punti di vista. Se cercate meno semplificazione e più analisi, leggete Jimmomo (che, pur perplesso, almeno un po' ci crede). Qui anche Francesco Costa (che ci crede del tutto).
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Semplificare la massa. Questo l'hanno già fatto altri, allora proviamo a cambiare prospettiva. Dicono che, Mousavi o non Mousavi, le proteste di questi giorni dimostrano la voglia di cambiamento della società iraniana. Può darsi, certamente la spinta esiste e non aveva trovato finora i canali per materializzarsi. Faster please, si scriveva quando non comandava Obama, e l'auspicio rimane attuale. Certo, prima di gridare ad una nuova rivoluzione colorata sarebbe meglio capire chi siano davvero i sostenitori dell'ex fedelissimo trasformatosi in oppositore per l'occasione. Sarebbe opportuno chiedersi quale alternativa propongano, che tipo di società abbiano in mente. Sarebbe interessante conoscere come si posizionino rispetto alla dissidenza militante che sta scontando la sua lotta al regime nelle patrie galere. Sarebbe importante sapere come interpretino i rapporti con gli Stati Uniti, Israele e l'occidente in generale. Perché va bene togliersi di mezzo Ahmadinejad ma alimentare la confusione non serve allo scopo.
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Semplificare Obama. L'ha detto per non chiudersi nessuna porta, da opportunista qual è. L'ha detto fregandosene ancora una volta del popolo iraniano. L'ha detto ostentando un'indifferenza che fa un po' ribrezzo, venendo dal presidente degli Stati Uniti. Ma l'ha detto. Ahmadinejad e Mousavi per me pari sono, ha fatto sapere Obama. Per una volta non processo le intenzioni e mi accontento della sostanza.
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Semplificare Mousavi. Primo ministro della Repubblica Islamica negli anni della guerra contro l'Iraq, khomeinista di ferro, custode dell'ortodossia fino alle estreme conseguenze. Responsabile in prima persona del massacro di migliaia di militanti della resistenza mujaheddin nelle carceri del paese ventuno anni fa, fautore del controllo dello stato sull'economia, definito dall'Economist in tempi non sospetti "un radicale convinto". Sostenitore della corsa al nucleare, nemico di Israele come si conviene ad ogni leader iraniano che si rispetti, uomo dell'establishment trasformato da Rafsanjani in strumento anti-Ahmadinejad e anti-Khamenei. Questi i tratti essenziali della figura politica di Mirhossein Mousavi, nuovo idolo del progressismo occidentale.
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Semplificare l'Iran. I realisti di destra stanno con Ahmadinejad e con l'élite religiosa del regime e sono convinti che le cose vadano bene così: nessuna sorpresa. La sinistra liberal sta con Mousavi, con la cosiddetta piazza "riformista" ed è convinta che basti un messianismo più moderato a portare la democrazia in Iran. Io sto con i pochi rimasti che credono che a Teheran ci voglia una rivoluzione liberale vera, profonda e definitiva che cancelli per sempre dalla storia il fondamentalismo degli ayatollah (con o senza turbante). Peggio della dittatura c'è solo l'illusione della libertà.
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domenica, giugno 14, 2009
Teheran. Trovate le differenze.



Conservatori



Riformisti
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sabato, giugno 13, 2009
Birmania. Processo alla Dama/16. E' perfettamente inutile tentare di percorrere le vie legali dove non esiste stato di diritto. La decisione di ASSK e dei suoi avvocati di prolungare il processo attraverso gli appelli è una strategia perdente e controproducente, perché permette soltanto al regime di prendere tempo in attesa che l'indignazione internazionale si affievolisca e di presentare la farsa come un giusto processo. Per l'opposizione birmana, come avevo già notato, si tratta di un'occasione persa per alzare il livello della battaglia politica contro il regime.
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Risvegli. Mi chiedo solo dove andranno a nascondersi adesso tutti gli esperti di riformismo iraniano che puntualmente prima di ogni elezione spuntano da sotto il fungo (atomico) per spiegarci quanto il paese stia cambiando e che bello sia votare laggiù.
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venerdì, giugno 12, 2009
Qualcosa resterà. Quello di prima era il post numero 5000 su questo blog. Pacca sulla spalla e strizzatina d'occhio. Si va avanti.
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giovedì, giugno 11, 2009
Birmania. Processo alla Dama/15. Lo show rallenta. C'è da finire la nuova casa-prigione di Aung San Suu Kyi nel campo militare di Ye Mon, alla periferia di Rangoon. Lei conosce già quel posto.
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La morte del contesto. Lo sforzo dei media per far passare quelle iraniane come elezioni vere è davvero encomiabile. Quasi pari all'impegno profuso nel disaccreditare nel recente passato quelle irachene, per fare solo un esempio. Sarebbe interessante capire una volta per tutte il meccanismo mentale che porta networks interi a veicolare messaggi di questo tipo, a guidare il pubblico verso conclusioni così manifestamente ingannevoli. Non credo vi siano direttive precise in questo senso, credo sia un riflesso condizionato che spinge chi scrive e chi confeziona le notizie verso una deriva francamente difficile da comprendere. In questi anni i casi sono stati innumerevoli e su questo blog ho cercato di esaminarne alcuni. Soprattutto è interessante notare fino a che punto il fattore ideologico condizioni le redazioni: per me la principale funzione dei professionisti dell'informazione è fornire agli utenti elementi per contestualizzare una notizia. Non è lo stesso essere processati a Parigi o a Rangoon, anche se in entrambi i casi gli imputati entrano in una sala e ascoltano una sentenza. Non era lo stesso comprare il pane a New York o a Leningrado, anche se in entrambi i luoghi si doveva aspettare il proprio turno. Ciò che è scomparso negli ultimi anni è la capacità o la volontà dei giornalisti di contestualizzare le notizie, di spiegare le differenze, di inserire i fatti all'interno di una cornice. E tutte le vacche, o quasi, sono diventate nere. Per me il contesto è tutto e la vita è una lotta continua per trovare la cornice giusta.
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mercoledì, giugno 10, 2009
Berlusconi-Gheddafi watch.



Noi invece il realismo non l'abbiamo mai abbandonato.
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Obama watch/33. Nessuna Freedom Agenda per Obama, segnala Jimmomo citando la retromarcia del WSJ. Qui peraltro ci sono ben trentatre Obama Watch dedicati alla "grande ritirata verso il realismo" del presidente più amato. Ma avrebbero potuto essere molti di più. Il primo è di febbraio (ancora dubitativo), appena dopo l'insediamento.
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martedì, giugno 09, 2009
Grosso guaio a Pyongyang. Forse la portata della condanna di due giornaliste americane da parte del regime nordcoreano può sfuggire ai meno attenti. Ma il caso ha tutte le caratteristiche per far saltare il banco. Se un test nucleare dà fastidio ma poi passa, il sequestro camuffato da giudizio di cittadini stranieri diventa immediatamente un affare di stato. O almeno dovrebbe, anche se a Washington continuano a tentennare pericolosamente. La verità, triste ma certa, è che Obama e il suo Dipartimento di Stato non sanno assolutamente cosa fare, salvo proporre improbabili missioni degne del peggior Jimmy Carter: Al Gore, per il cui network televisivo Laura Ling e Euna Lee lavoravano, o addirittura quel Bill Richardson, governatore del New Mexico, che è il più grande sponsor dell'amicizia con Kim Jong-il. La principale conseguenza di questo stallo tutto obamiano è che ancora una volta gli USA sono costretti a contare sulla buona volontà della Cina per risolvere i loro problemi in Asia. Affidarsi a Pechino, la storia lo ha dimostrato, è condannarsi ad un insuccesso inevitabile, dal momento che i cinesi non hanno alcuna intenzione di impegnarsi concretamente per rimettere in riga il regime genocida di Pyongyang, così come non ci pensano nemmeno ad esercitare la loro influenza sui generali birmani per convincerli a fare un passo indietro. Ad essere onesti questa brutta storia non è cominciata sotto l'attuale amministrazione ma negli scriteriati ultimi mesi della presidenza Bush. La decisione di togliere la Corea del Nord dalla lista degli stati terroristi in cambio di nulla ha definitivamente convinto Kim Jong-il che la comunità internazionale sarà sempre disposta a percorrere il cammino delle concessioni unilaterali, nell'illusorio tentativo di placare il mostro. Ma il mostro ha sempre più fame e adesso s'è mangiato due donne che cercavano di documentare gli orrori quotidiani lungo il fiume Tumen, al confine tra Corea e Cina. Proprio dopo il test nucleare, la Clinton ha fatto balenare l'ipotesi di un reinserimento di Pyongyang nella lista nera. Adesso, dopo la condanna di Laura ed Euna, una simile decisione appare del tutto impraticabile. E' paradossale che proprio un atto dai chiari connotati terroristici come questo allontani la possibilità che il regime venga messo di fronte alle proprie responsabilità per paura di ritorsioni: la chiamano diplomazia ma è solo una farsa. Oggi il Los Angeles Times ha pubblicato un articolo su quello che potrebbe essere l'immediato futuro dei due ostaggi: il gulag.
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Bajo Imperio. Alta prensa.

Jardines infinitos, lagos artificiales, órganos sexuales al aire, juegos lésbicos, efectos especiales, pizza y helado gratis... Un geriátrico lleno de cuerpos imponentes. Las fotos censuradas en Italia por iniciativa de Silvio Berlusconi muestran la rutina desinhibida de la mansión sarda del jefe del Gobierno, en la Costa Esmeralda de la isla de Cerdeña.

Inizia così il lunghissimo reportage (secondo definizione dello stesso giornale) de El País su Berlusconi e la sua presunta corte. Una sorta di Satyricon del XXI secolo, nelle intenzioni del suo autore. In realtà, una serie infinita di luoghi comuni e pregiudizi secondo il classico cliché del progressismo snob, quello che le feste le fa, le ragazze le invita ma solo per svolgere letture impegnate. Un obbrobrio firmato dal principale quotidiano di un paese che si crede all'avanguardia e si trova invece da tempo in piena decadenza, nonché un esempio lampante del livello delle sue classi intellettuali. Quelle che dettano la linea e distinguono i buoni (chi la pensa come loro) dai cattivi (gli altri). Ipocriti della peggior specie. 
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lunedì, giugno 08, 2009
Elezioni. PD senza vergogna. Nel giorno in cui le sinistre sono quasi scomparse dal panorama politico europeo, Franceschini (quello prestato alla segreteria) è riuscito a sostenere, dall'alto del suo meno sette per cento, che il governo Berlusconi è minoranza nel paese. No, sul serio.
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Una e-mail per il terrorista Kim. Pare che la Clinton abbia seriamente detto questa cosa, l'altro giorno:

Clinton urged graduates of Barnard College, a women's university in New York City, to show their opposition to Pyongyang's detention of the two journalists who are due to go on trial on June 4.
"We have two young women journalists right now imprisoned in North Korea and you can get busy on the Internet and let the North Koreans know that we find that absolutely unacceptable," Clinton told the graduation ceremony.


Già associare Internet e Corea del Nord in una stessa frase è di per sé bizzarro. Ma chiedere (speriamo solo retoricamente) a delle studentesse universitarie di fare il lavoro del Dipartimento di Stato è comico e basta. Forse a Hillary andrebbe ricordato che quella pagata per liberare le due giornaliste è lei.
Ostaggi del regime di Pyongyang, è chiaro che la loro condanna è da leggersi nel contesto della prova di forza nucleare che Kim Jong-il sta portando avanti.
Al momento la grande idea di Washington (forse anche l'unica) è mandare in missione Al Gore.
Credo che tra gli atti vili di una tirannia vile, questo rapimento (non di altro si tratta) entri di diritto nelle posizioni di testa. Forse non è chiaro a tutti che, se non succede qualcosa, quel che aspetta le due donne è il gulag. Io notoriamente del mondo non capisco nulla, e di diplomazia ancora meno. Ma se questo non è terrorismo allora spiegatemi cos'è.
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Ammazzarli da piccoli. Duch parla dei bambini della S-21:

"When children arrived at the center I gave the order to kill them because we were afraid those children would take revenge," the 66-year-old told the court.

During Monday's hearing, the Cambodian prosecutor asked Duch who ordered guards to kill babies by smashing them against trees.
"I did not order that crime, but I believe my comrades did that," said Duch, whose real name is Kaing Guek Eav.
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Mani tese o mani legate? So che siete in altre faccende affaccendati ma la condanna delle due giornaliste americane a dodici anni di lavori forzati in Corea del Nord richiederebbe una risposta leggeremente più contundente da parte di Washington:

"We are deeply concerned by the reported sentencing of the two American citizen journalists by North Korean authorities, and we are engaged through all possible channels to secure their release."
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sabato, giugno 06, 2009
Le Buchenwald che non ti ho detto.



In occasione della visita del presidente degli Stati Uniti Barak Obama al famigerato campo di concentramento nazista Buchenwald, quel gruppo di cittadini gli ha inviato in questi giorni una lettera aperta per stimolare la comunità internazionale a denunciare il sistema dei gulag nord-coreani e a non focalizzare l’attenzione solo sulla minaccia nucleare di Pyongyang. Se il mondo non riconosce gli orrori che hanno luogo sotto quella dittatura “noi - si legge nella lettera aperta - saremo giudicati dalle generazioni future per non essere riusciti a far tesoro della lezione dei passati crimini contro l’umanità”.
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venerdì, giugno 05, 2009
Si fa presto a dire Tank Man/2.



Guardate questa foto. Mai pubblicata fino a oggi, fu scattata dal reporter Terrill Jones, il 5 giugno 1989 sul Viale Changan a Pechino. Ritrae in primo piano due ragazzi che scappano (probabilmente per gli spari provenienti dai carri armati che avanzano, a giudicare dalla posizione del giovane sulla destra), un uomo in bicicletta apparentemente indifferente, e sullo sfondo, a sinistra, il protagonista di una delle immagini chiave del ventesimo secolo. Calmo, camicia bianca, le due buste in mano, in attesa di quel summit con i blindati in mezzo alla strada. Nessuno l'aveva mai ritratto così, quasi per caso, con il mondo attorno che continuava a girare. Sui due cinesi che corrono è calato il silenzio della storia, mentre lui è diventato un simbolo. Questa prospettiva, colta nei momenti che precedono lo scatto più famoso, aumenta se possibile la leggenda del Tank Man. I carri armati si dirigono verso di lui, che aspetta, statua vivente della libertà. Le tre comparse che la macchina fotografica ha catturato sembrano aprire il sipario al protagonista, ognuna con la sua vicenda umana, con la propria interpretazione personale di quell'istante immenso. Non so descriverlo a parole. Per quanto ci sforziamo nessun romanzo avrà mai la potenza di una sola immagine. Mi inchino di fronte a questo regalo del caso.
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Corea del Nord. L'altro processo. Non lontano dalla Birmania, in un buco nero di civiltà ancora più profondo, in contemporanea con il giudizio-farsa contro Aung San Suu Kyi, sono sotto accusa due giornaliste americane. E' un caso scandaloso che finora non ha suscitato praticamente reazioni da parte statunitense. Ma forse il Dipartimento di Stato sta alacremente lavorando dietro le quinte e noi non lo sappiamo.
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Gli ombrelli di Tiananmen. A grande richiesta qui c'è il video dell'inviato della CNN mentre si fa largo tra gli agenti in borghese che tentano di impedire le riprese (pare che nel post di ieri non si vedesse).
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giovedì, giugno 04, 2009
Titolo idiota del giorno. "Buchenwald survivors see Obama as family". Dalla CNN.
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Obama watch/32. Molti dei concetti che ha esposto Obama oggi li ha ripetuti Bush in decine di occasioni prima di lui. Solo che alle orecchie dei benpensanti allora suonavano stonati, adesso invece armoniosi. Però Bush parlava anche di altre cose cui Obama non ha fatto cenno, o ha toccato solo di striscio: per esempio la differenza fra società aperte e regimi totalitari, e la relazione diretta tra estremismo ideologico e dittature. E' vero, i tempi sono cambiati.
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Tiananmen, oggi come ieri. Nei pur opportuni inviti delle cancellerie occidentali (in primis il Dipartimento di Stato americano) affinché la Cina ponga fine al suo silenzio ufficiale sul massacro di Tiananmen, c'è un errore di fondo che rivela la solita malcelata ipocrisia della diplomazia internazionale: quello di riferirsi ai fatti del 1989 come al "passato". La Cina, ormai potenza globale, dovrebbe avere il coraggio di rivedere il proprio "passato", si sente dire da più parti. Il problema è che il 4 giugno non fa parte di un tempo andato, di un'epoca conclusa, ma è elemento integrante del presente cinese e della storia della nomenclatura politica al potere. Tanto che, come ottimamente spiega Jeff Jacoby sul Boston Globe

the junta in Beijing is no kinder or gentler today than it was at Tiananmen 20 years ago, and no less prepared to crush anyone who resists its grip on power.

"China is first and foremost a repressive regime," the noted China scholar Ross Terrill has written. "The unchanging key to all Beijing's policies is that the nation is ruled by a Leninist dictatorship that intends to remain such." That was the truth in 1989. It remains the truth today.


La principale lezione di Tiananmen è che non è mai finita.
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mercoledì, giugno 03, 2009
Le voci di Tiananmen. Suggerirei questo speciale audio della BBC, con immagini dell'epoca, e in generale l'intera ricostruzione degli eventi sul sito.
Qui le immagini della CNN, che su quella piazza diventò grande. Per favore, guardate anche il video che segue, in cui l'inviato della catena tenta di realizzare la sua cronaca mentre gli agenti in borghese si frappongono fra lui e la telecamera con gli ombrelli. Le dittature sono ridicole. E vent'anni non sono niente.  
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Quel giorno dell'anno/2. Pulizie di primavera nel web cinese:

China’s government censors have begun to block access to the Internet services Twitter, Flickr, Hotmail and Microsoft’s live.com, broadening an already extraordinary effort to shield its citizens from any hint of Thursday’s 20th anniversary of the military crackdown that ended the 1989 Tiananmen Square pro-democracy movement.
People in China who tried to gain access to the blocked Web sites on Tuesday instead encountered an error message saying the sites’ servers had unexpectedly dropped the Internet connection — a standard indicator that access has been blocked.
Weeks earlier, censors blocked Chinese users from viewing all videos on YouTube, and in recent days some television viewers have reported that
BBC World News reports related to the Tiananmen anniversary were being selectively blacked out of broadcast programs.
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Si fa presto a dire Tank Man.



L'uomo che sfidò i carri armati nei pressi della Piazza Tiananmen, visto dai quattro fotografi che fermarono il tempo e la storia per sempre.
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martedì, giugno 02, 2009
Quel giorno dell'anno. Il 4 giugno è una brutta bestia da domare e, ogni volta che si avvicina, lo stato di polizia cinese va in agitazione:

The dissident, Wu Gaoxing, was seized Saturday at his home in Taizhou, a coastal city south of Shanghai, according to the New York advocacy group Human Rights in China. Mr. Wu was among five men, all once jailed for their roles in the Tiananmen movement, who released a letter last weekend charging that former prisoners have been targeted for economic hardship long after their prison terms ended.

Mr. Wu, a writer and former educator, is in his 60s. He was jailed for two years in 1989 after he joined protests in his home province of Zhejiang against the June 4 military crackdown on Tiananmen demonstrators in Beijing. “In this society that claims to be harmonious, we have become ‘citizens of the three have-nots waiting to die’: we have no regular jobs, no pensions, and no health insurance; if we get sick, we can only wait to die, and all this just because 20 years ago we were sentenced for political reasons,” the letter states.
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Kim Jong-un. Pare proprio che dovremo cominciare a memorizzare questo nome. A meno che non succeda qualcosa prima.
La pagina di Wikipedia su di lui.
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lunedì, giugno 01, 2009
Le memorie di Zhao Ziyang sulla repressione di Piazza Tiananmen.



Su Laogai.it.
Anche se non è consigliabile farlo, proverò lo stesso a scrivere di un libro che non ho (ancora) letto.
E’ appena uscito in inglese, presto sarà tradotto in cinese ed il suo contenuto è di quelli che fanno la storia. Tratta della strage di Piazza Tiananmen, di cui il 4 giugno prossimo ricorrerà il ventennale, il grande tabù della Cina moderna. Ma non è un’analisi qualunque. Il libro è la raccolta di memorie di Zhao Ziyang, segretario del Partito Comunista Cinese all’epoca dei fatti. Morto 4 anni fa mentre stava scontando gli arresti domiciliari, Zhao ha affidato a una trentina di audiocassette i suoi ricordi e le sue considerazioni sugli eventi e le decisioni che portarono al massacro di piazza, aprendo così una voragine nel muro di segretezza che normalmente avvolge le decisioni interne al Partito-Stato. Non che l’autore riveli restroscena clamorosi, né aggiunga particolari in grado di cambiare radicalmente la percezione di quel che già si sapeva o si intuiva: tuttavia la sua testimonianza permette di comprendere dall’interno i momenti più rilevanti di quella catena decisionale che, tra giochi di potere, cinismo e insicurezze determinò la repressione. Ovviamente Zhao, che per aver optato per il dialogo con gli studenti fu prima destituito e poi rinchiuso tra le mura di casa sua, riafferma la sua funzione di mediazione contro la strategia dello scontro invocata dall’ala dura del Partito. Ovviamente salva se stesso, contrapponendo la sua mentalità aperta e riformatrice alle chiusure dei vertici. Ma al di là del punto di vista comprensibilmente soggettivo, il documento storico è di una importanza epocale, se si considera che oggi in Cina l’argomento è di fatto bandito dalla discussione politica e che la versione ufficiale delle proteste democratiche come “disordini controrivoluzionari” resta l’unica accettata. Vediamo, basandoci sulle recensioni pubblicate finora, quali sono gli elementi principali di “Prisoner of the state. The Secret Journal of Zhao Ziyang".
Prima di tutto i nomi e i cognomi, le accuse  ai vertici del partito, senza risparmiare Deng. Di Li Peng, allora primo ministro, dipinge l’immagine di un uomo senza scrupoli, determinato ad andare fino in fondo. Lo accusa di aver approfittato della sua assenza - era in viaggio in Nord Corea - per far pubblicare sul Quotidiano del Popolo quel famoso editoriale che uccise ogni speranza di una soluzione pacifica nel braccio di ferro tra dimostranti e autorità: il 26 aprile 1989 i ragazzi di Piazza Tiananmen venivano etichettati come “elementi sovversivi e anti-socialisti”. Il punto di non ritorno verso il massacro. Poi Deng, il padrino, il grande vecchio, per molti anche in occidente il grande saggio: e invece Zhao lo presenta come l’artefice della repressione, uno di quelli che mai avrebbero rinunciato alla dittatura del partito unico, fino alla paranoia finale che condusse nella notte tra il 3 e il 4 giugno all’intensa sparatoria che  Zhao dice di aver udito dal cortile di casa. Non è vero che la decisione di mandare le truppe a ripulire la piazza con la violenza fu presa dopo una votazione dei membri del Politburo, continua l’ex segretario del PCC: fu un ordine proveniente dall’alto in spregio ad ogni norma procedurale interna. Ma anche dal punto di vista delle riforme economiche ce n’è per il Piccolo Timoniere. Zhao si attribuisce il merito di aver concepito per primo, fin dall’inizio degli anni ‘80, la svolta economica che avrebbe poi caratterizzato il boom cinese e lascia Deng in un secondo piano. Dal punto di vista politico, l’autore delle memorie chiarisce la sua posizione senza infingimenti: fino al 1986 era convinto che da sola la riforma economica sarebbe stata sufficiente, ma nel triennio 1986-1989 cominciò a maturare una visione diversa, quella secondo cui anche il cambio politico, l’apertura al confronto, una maggiore libertà di espressione fossero necessarie per condurre in porto il rinnovamento. Non così Deng, che rimase sempre chiuso ad ogni opzione reale di cambiamento e anche quando parlava di riforme politiche in realtà aveva in mente solo ritocchi amministrativi.
Fu questa visione riformatrice a portarlo in piazza per rivolgersi agli studenti e a sancire la rottura con la vecchia guardia, gelosa delle sue posizioni di privilegio e di monopolio del potere, che cercava in ogni modo di far arretrare l’orologio della storia. Le sue posizioni erano così osteggiate, continua Zhao, che spesso era costretto a rivestire di un linguaggio burocratico, gradito al vertice, le proposte innovatrici: per esempio, le misure liberalizzatrici in economia venivano vendute come una fase transitoria verso il raggiungimento della società socialista. Sugli studenti il suo giudizio rivela alcuni problemi di interpretazione: secondo lui la più grande richiesta di libertà nella storia cinese si poteva risolvere con alcune piccole correzioni degli errori di gestione. Non volevano il rovesciamento del sistema, afferma, ma la sua rettifica. Risulta difficile credere a questa versione, che probabilmente fu quella con cui lo stesso Zhao provò a convincere il Politburo, finché gli fu permesso, a non usare la forza contro i civili e che finì per assimilare come la unica realtà. Qui emerge un aspetto della figura di Zhao Ziyang che sarebbe un errore non sottolineare: nonostante la sorte comune, gli arresti domiciliari, Zhao non era un Aung San Suu Kyi cinese. Non era un leader di opposizione, nemmeno di una fazione interna al Partito. Era un membro di primo piano di quello stesso Partito che nelle sue memorie critica così aspramente e non ne uscì finché non fu spodestato. Era un uomo che certamente non voleva sparare agli studenti ma che comunque voleva salvare il Partito e il suo potere. E’ per questo che ciò che più sorprende nelle sue memorie è, a mio avviso, il suo riconoscimento del valore della democrazia parlamentare come unico strumento possibile per il governo della nazione cinese: il suo richiamo alla necessità di un sistema multipartitico, della libertà di stampa e di un giudiziario indipendente, potrebbero essere tranquillamente sottoscritti dai promotori della Charta 08, il documento che lo scorso dicembre ha scosso la scena politica cinese. Sarà quindi interessante vedere come reagirà la generazione di leader attualmente al potere all’uscita del libro, che sarà tradotto in cinese a breve. Anche se ovviamente sarà bandito in Cina, la sua eco non potrà non giungere fino alle segrete stanze di Zhongnanhai, dove siedono gli eredi degli autori di quella repressione. Quando si parla del governo cinese va sempre tenuto presente che senza Tiananmen, senza quel bagno di sangue, gli attuali detentori del potere non sarebbero oggi dove sono. L’attuale classe dirigente che regna a Pechino è figlia di quel massacro, e chi fa finta di dimenticarselo rende uno scarso servizio alla verità. Il ventennale della strage era già un grattacapo non da poco per Hu Jintao e compagnia. Con Zhao che parla dalla tomba rischia di diventare un piccolo grande incubo.
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ASSK. L'ultima umiliazione/2.



La seconda settimana del processo ad ASSK è stata anche l'ultima. La corte ha fretta di emettere un verdetto che gli avvocati della Dama e i pochi osservatori ammessi alle udienze considerano "già scritto". La richiesta della difesa di chiamare quattro testimoni, tra cui il veterano U Win Tin, è stata respinta, così come quella di poter conferire con la loro assistita prima della sua testimonianza davanti al tribunale.
ASSK ha risposto martedì alle domande della corte in quella che si può considerare un'occasione perduta. Per uno di quei paradossi delle dittature, per la prima volta dopo molti anni di isolamento, l'icona del movimento democratico birmano aveva a disposizione un palcoscenico pubblico per esprimersi. C'è voluto un processo-farsa per farla uscire di casa, per permetterle di incrociare lo sguardo con estranei, nel caso specifico i diplomatici e i giornalisti birmani presenti all'udienza. ASSK ha preferito però attenersi al copione scritto per lei dalle autorità militari e si è limitata ad esporre la sua versione della vicenda che la vede imputata. Anche nell'ingiustizia in fondo lei è una privilegiata. Gli oltre duemila prigionieri politici che affollano le carceri birmane non hanno avuto la possibilità di fare dichiarazioni davanti a un tribunale, di avvalersi di avvocati difensori (per quanto solo formalmente), la maggior parte di loro non è mai stata sottoposta ad alcun procedimento "legale". ASSK avrebbe potuto parlare per tutti. Non aveva nulla da perdere. Credo sia stato un errore non farlo. Rispondendo alle domande del giudice ha esposto la successione degli eventi, spiegando di essere stata informata della presenza dell'americano dalle sue badanti, di averlo invitato a lasciare la casa ma di non averlo denunciato perché non voleva creargli problemi con le autorità. Ha poi accusato gli stessi apparati di sicurezza di non aver garantito la sua incolumità. Una linea difensiva prevedibile, quasi scontata, certamente logica, per questo del tutto irrilevante ai fini del processo.
Più interessante la dichiarazione di Yettaw, il casus belli attorno a cui si svolge l'intero psicodramma. Ha confermato alla corte che ben cinque ufficiali di sicurezza lo hanno visto dirigersi verso la casa di ASSK ma nessuno di loro lo ha fermato. Pur avendo armi, ha sottolineato, si sono accontentati di tirargli qualche pietra. Purtroppo queste affermazioni arrivano da un personaggio che dice di aver ricevuto una missione divina, quella di avvisare ASSK e il governo birmano del rischio di un attentato terrorista contro la Dama.
Ad estremo scherno, in una sorta di conferenza stampa, l'alto ufficiale di polizia Gen. Myint Thein, ha avuto la sfrontatezza di dichiarare che la giunta stava considerado la possibilità di rilasciare ASSK, una volta esauriti i termini del suo arresto (che peraltro erano scaduti già l'anno scorso). Solo che "purtroppo" proprio in quel momento è arrivata la nuotata dell'americano, e le autorità non hanno potuto fare altro che "aprire un'azione giudiziaria contro di lei, unavoidably and regretfully". Una vera disdetta. Formalmente il provvedimento che imponeva gli arresti domiciliari è stato revocato. ASSK adesso è detenuta in base alle nuove accuse formulate contro di lei. Lo ha riferito uno dei suoi avvocati.
U Win Tin e qualche centinaio di simpatizzanti della NLD continuano ogni giorno la loro veglia silenziosa fuori dal carcere di Insein, dove si sta svolgendo il processo-farsa. "A show trial", così lo ha definito lo stesso presidente Obama che, dopo un lungo silenzio durato quasi una decina di giorni, ha deciso di esporsi in prima persona (prima era stata Hillary a condannare le azioni della giunta). Secondo l'anziano giornalista, che ha passato gli ultimi diciannove anni della sua vita dietro le sbarre, la prevedibile sentenza di condanna non chiuderà i conti con la frustrazione repressa della popolazione: "Mentre siedo davanti al bazaar di Insein ogni giorno - dice all'agenzia Mizzima - vedo la rabbia della gente, in particolare dei giovani. Mi chiedono cosa dovrebbero fare dicendomi che non possono stare seduti tutto il giorno senza agire. Questa volta, ne sono sicuro, non sarà soltanto un'altra storia di ordinaria ingiustizia da parte della giunta militare, perché il livello di rabbia tra la popolazione è alto. E la giunta non può aspettarsi che la gente semplicemente torni a casa, dopo la sentenza contro ASSK. Non sarà così semplice come chiudere il sipario e basta". Ma altri testimoni della realtà birmana non sono d'accordo e spiegano che, se è vero che il livello di preoccupazione e il sentimento di frustrazione sono elevati, lo è altrettanto la paura della repressione, dopo gli eventi del 2007. La gente sussurra intimorita quando parla del processo e in generale non si pronuncia in pubblico. Prevale l'istinto di sopravvivenza, che in Birmania è una questione pratica, non solo psicologica.
Mercoledì la NLD ha ricordato il diciannovesimo anniversario delle elezioni del 1990, le ultime svoltesi nel paese. Come saprete il partito di ASSK aveva vinto con largo margine quelle consultazioni elettorali, poi annullate dai militari. Negli ultimi giorni lo schieramento di polizia e milizie in borghese attorno alla prigione di Insein si è fatto ancora più imponente, segno che la sentenza si avvicina e che il governo teme proteste di piazza. Anche a Mandalay, città ad alta concentrazione di monaci, la sorveglianza è stata aumentata.
La NLD ha diramato l'ennesima lista di richieste al regime, le stesse di sempre: liberazione prigionieri politici, legalizzazione dei partiti, apertura di un processo di dialogo con l'opposizione. Come le altre, anche questa dichiarazione è destinata a rimanere lettera morta.
Sul piano intrernazionale continuano le prese di posizione istituzionali e le campagne degli attivisti per la liberazione della Dama. La giunta è impermeabile, non c'è bisogno di dirlo. L'unica reazione da Naypyidaw si è avuta nei confronti della Thailandia, colpevole di aver espresso "preoccupazione" a nome dell'ASEAN per il giudizio in corso; comunque Bangkok ha già fatto sapere che sono solo parole e che il principio di non interferenza resta alla base della sua politica regionale.
La presentazione delle conclusioni è stata fissata per venerdì prossimo. Poi il verdetto di condanna. E sarà di nuovo silenzio.
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A Fabio. A Luisa.

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