1972

martedì, marzo 31, 2009
Cambogia. Quando la terra inghiottì i suoi figli.



Non so chi di voi abbia visitato Tuol Sleng. Io l'ho vista quella scuola-prigione, l'estate scorsa. Difficile trovare un luogo che in se stesso comunichi una sensazione di sofferenza e morte così intensa. Lui, Duch, ci ha lavorato tanti anni là dentro, nella Phnom Penh svuotata dalla follia dei khmer rossi. Non so come non sia impazzito, questo inappuntabile esecutore di verdetti già scritti, annotati sui suoi taccuini con precisione matematica. Duch amava la matematica quando era solo un ragazzo. Oggi è il primo dirigente khmer a dover rispondere di quei crimini inimmaginabili. Si è detto pentito, dal profondo del cuore. Ma il cuore, a Tuol Sleng, lo strappavano dal petto dei prigionieri. E lui dirigeva le operazioni.
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Il volto del buddhismo di stato. La Cina presenta in società il suo Panchen Lama. Ha solo quindici anni e, in fondo, è anche lui una vittima.
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I tormenti del Dalai Lama.
Pubblicato su Laogai.it.
Pico Iyer conosce bene il Dalai Lama. Lo scrittore inglese di origini indiane lo ha incontrato molte volte, lo ha accompagnato spesso nei suoi spostamenti, ne ha studiato il pensiero e l'azione. The Open Road: The Global Journey of the Fourteenth Dalai Lama è il libro che ha dedicato alla sua figura, pubblicato nel 2008. Pico Iyer ha scritto recentemente sulla New York Review of Books un lungo articolo nel quale riflette su quella che si potrebbe definire la consapevolezza di un fallimento. Ognuno di noi ne ha esperienza, o almeno dovrebbe, dato che la vita ci mette continuamente di fronte ai nostri insuccessi. Ma se a fallire e a riconoscerlo è il Dalai Lama, allora questa diventa una storia dai risvolti più ampi e significativi. Scrivevo, più modestamente, un anno fa su Ideazione, che la Via di Mezzo del Dalai Lama rischiava di essere ormai superata dalla storia, proprio nel momento in cui il Tibet era scosso dai disordini di piazza, poi repressi dai cinesi con un bilancio di cui ad oggi ancora poco si conosce. La filosofia del compromesso e della rassegnazione, elevata a dogma dai troppi “amici” della causa tibetana e dallo stesso Dalai Lama, mostrava in quel momento la corda: "quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo di “moderazione” e di “compromesso” nei confronti di un potere che non ha esitato a compiere – per usare le parole dello stesso Dalai Lama – un vero e proprio genocidio culturale?", provavo a chiedermi. Ero sicuro che questa domanda avesse già tormentato lo stesso Tentsin Gyatso molte volte, anche se aveva prevalso una sorta di speranzosa indulgenza nei confronti dell'interlocutore-oppressore cinese. Pico Iyer conferma oggi questa supposizione e svela il pensiero del Dalai Lama al termine di questo percorso critico della propria azione nei cinquant'anni che lo separano dall'inizio dell'esilio.
La sua definizione della situazione dei tibetani sotto occupazione cinese come di "un inferno sulla terra" non è stata l'espressione di una debolezza passeggera ma piuttosto il frutto di una riflessione approfondita se è vero, come rivela Iyer nel suo articolo, che già lo scorso novembre nel corso di una visita in Giappone Sua Santità aveva espresso la sua frustrazione con queste parole: "Devo accettare il fallimento. In quanto ad ottenere una maggior benevolenza da parte del governo cinese, la mia politica non ha avuto successo. Dobbiamo accettare la realtà". Era il momento in cui i cinquecento tibetani dell'esilio stavo per riunirsi a Dharamsala per ridiscutere le strategie da adottare, un'assemblea che avrebbe poi deciso di continuare ad appoggiare anche politicamente la propria guida spirituale proprio mentre la stessa stava vivendo profondi ripensamenti. Qualche mese più tardi, all'Aspen Institute di Washington, lo scrittore avrebbe incontrato nuovamente il Dalai Lama, che lo avrebbe sorpreso con queste parole: "La mia fiducia nella leadership cinese è flebile in questo momento. Non so davvero che cosa fare", lasciando intendere che sarebbe stato meglio fare spazio ad un approccio più realistico, forse addirittura incarnato da una personalità politica diversa dalla sua. C'è alla base di questo ragionamento anche la consapevolezza di essere giunto alla tappa finale della propria esistenza, se non dal punto di vista fisico (pur acciaccato, il Dalai Lama sembra godere di ottima salute), certamente da quello delle energie necessarie a continuare la battaglia dalla prima linea. Da qui anche il tentativo di stimolare un dibattito finora impensabile ma certamente necessario, soprattutto di fronte all'inquietudine delle nuove generazioni: quello della separazione tra sfera spirituale e politica, tra ispirazione ideale e strategia di condotta: "Da più di trecento anni il Dalai Lama è il leader spirituale e temporale del popolo tibetano. Ma quel tempo è passato", ha dichiarato a un gruppo di studenti cinesi, confermando che vedrebbe di buon occhio una successione "laica" approvata dal popolo tibetano. Una divisione fra stato e chiesa, mi si passi l'analogia, che permetterebbe tra l'altro di snellire le complessità legate alla designazione e alla maturazione di un nuovo Dalai Lama. Resta il problema dell'educazione di una classe dirigente che possa realmente concepire  e realizzare nuove strategie di lotta prima che sia troppo tardi: prima, cioè, che Pechino riesca ad imporre sul territorio "ribelle" la versione politicamente corretta di un buddhismo approvato dal centro, completando così quel "genocidio culturale" contro cui il Dalai Lama ha provato, forse inutilmente, ad opporsi.
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lunedì, marzo 30, 2009
Appeaser-in-Chief?/3.
Versione estesa di questo post.
Passata quasi inosservata sui media, la visita di Stephen Blake (direttore della succursale del Dipartimento di Stato per il Sud-est asiatico) a Naypyidaw è invece un chiaro segnale dell'inversione di rotta della politica estera americana sotto il ticket Obama/Clinton. Anche se gli Stati Uniti mantengono un’ambasciata a Rangoon e le relazioni diplomatiche a bassa intensità con la Birmania non sono mai state interrotte, è la prima volta che un ufficiale di alto livello si reca nella nuova capitale sottratta alla giungla per conferire con il ministro degli esteri della dittatura militare. Il quotidiano di regime The New Light of Myanmar ha dato particolare risalto alla riunione, definendola “un incontro cordiale per promuovere le relazioni bilaterali”: un evidente cambiamento di tono rispetto alla feroce propaganda antiamericana dell’ultimo decennio. Il giorno dopo, il Dipartimento di Stato ha cercato di buttare acqua sul fuoco spiegando che il meeting faceva parte della routine diplomatica e in nessun caso doveva essere interpretato come indizio di un’imminente svolta nelle relazioni tra i due paesi. Ma i tempi e le modalità della missione vanno letti alla luce delle recenti dichiarazioni di Hillary Clinton sull’intenzione di rivedere la politica di sanzioni economiche in vigore contro la giunta militare, rivelatasi a suo dire inefficace. In effetti tutto fa pensare che il regime sanzionatorio in atto da oltre un decennio stia per essere alleggerito o addirittura revocato, indipendentemente da qualsiasi cambiamento reale all'interno del paese. Una conferma indiretta arriva da un esponente dell’opposizione birmana che, dopo un colloquio con lo stesso Blake, ha rivelato che gli Stati Uniti starebbero pensado di ritirare alcune misure di carattere generale, mantenendo invece una serie di provvedimenti di natura più selettiva.
Se così fosse, le teste d’uovo del Dipartimento di Stato dovranno spiegare molto bene la relazione di causa-effetto fra l’attenuazione delle sanzioni e la promozione della democrazia in Birmania, che ad una prima analisi risulta tutt’altro che chiara. Se è vero infatti che nella storia recente raramente i blocchi economici hanno contribuito a produrre le sperate transizioni democratiche, è altrettanto certo che mai la rimozione delle sanzioni si è rivelata di per sé funzionale allo scopo, in assenza di una chiara contropartita in termini di liberalizzazione da parte dei regimi coinvolti. La domanda, in questo come in casi analoghi, è: in cambio di che cosa Obama sta tendendo la mano ai militari che hanno soffocato e impoverito una nazione un tempo prospera? Oggi la repressione continua più feroce che mai, le condanne degli attivisti e dei semplici volontari proseguono nonostante gli appelli internazionali e i piani di consolidamento del potere dei generali sono in pieno svolgimento (vedi elezioni-farsa del 2010). Le sanzioni occidentali – in vigore dalla fine degli anni ’90 - non hanno mai fatto la differenza per una popolazione la cui condizione era di estrema precarietà anche prima: nel caso birmano la scusa degli effetti collaterali non regge alla prova dei fatti. Se la loro efficacia è stata seriamente compromessa dal supporto economico garantito alla giunta dai vicini asiatici, le ragioni etiche alla base della loro applicazione rimangono inalterate: colpire gli interessi del regime, che ha in mano direttamente o indirettamente l'intera economia del paese. Ma invece di spingere per un'applicazione collettiva delle misure - ciò che davvero ne cambierebbe la sostanza -, Obama si serve della constatazione che le sanzioni non hanno raggiunto il loro scopo per offrire ai torturatori in divisa la sua disponibilità a collaborare. Un segnale piuttosto deprimente per chi si batte per i diritti e la libertà nei molteplici buchi neri del pianeta, indipendentemente dalle reali intenzioni alla base della nuova strategia.
E’ possibile peraltro che il disegno complessivo non sia ancora definito e che Washington stia nel frattempo cercando di presentare un’immagine meno intransigente, in modo da strappare qualche concessione di facciata, un apparente successo diplomatico a beneficio della comunità onusiana. Potrebbe servire allo scopo la liberazione di Aung San Suu Kyi, una carta che la giunta ha giocato ripetutamente negli ultimi vent’anni per alleggerire la pressione internazionale: con oltre 2000 prigionieri politici dietro le sbarre e un’opposizione ridotta ai minimi termini, il generalissimo Than Shwe potrebbe permettersi di rilasciarla per la terza volta, prima o immediatamente dopo le elezioni addomesticate del prossimo anno. Così Obama e l’occidente potranno riempire i forzieri di famiglia con il cuore più leggero.
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domenica, marzo 29, 2009
Speriamo ci pensi il Giappone. Perché gli USA non intercetteranno il missile che Pyongyang si appresta a lanciare. Ma quel che più fa riflettere è come lo spiega Gates (che deve essersi rapidamente obamizzato):

"I would say we're not prepared to do anything about it," he told Fox News Sunday.
"If we had an aberrant missile, one that looked like it was headed for Hawaii, we might consider it, but I don't think we have any plans to do anything like that at this point," said Mr Gates.


Cioè, se capisco bene: prima vediamo dove va 'sto missile. Se viene verso di noi, potremmo anche provare a colpirlo. Ma non è ancora sicuro, dipende se abbiamo tempo tra un'intervista e l'altra.
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Sicuri di noi stessi. La Freedom Tower non si chiamerà così.
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Congresso PDL. In diretta qui. Sta parlando Berlusconi. Sembra che non stia governando lui.
12.20. Sta trattando "un tema che gli è molto caro": le donne.
12.48. Ha detto che il presidente del consiglio oggi come oggi ha solo il potere di redigere l'ordine del giorno. Tutto 'sto casino per quello?
12.54. La pubblica amministrazione "si sta digitalizzando". Italia, 2009. Si vede dalla faccia che Brunetta è uno che digitalizza.
12.55. Dice che il PDL è un grande partito "liberale". Che consti agli atti.
13.01. Berlusconi si candida alle Europee. Dopo il Caro Leader, il "Vero Leader".
13.08. E' l'ora dei "missionari della libertà". Ciascuno potrà trovare "un ruolo, cose da fare, gloria". Climax ascendente.
13.09. Entra il coro. Come in Grecia.
13.10. "Dov'è la Stefania?". Le donne "in primo piano". La Carfagna è sempre un bel vedere, in effetti.
13.13. Comincia l'inno. "Viva l'Italia, viva la libertà". Speriamo non diventi un ossimoro.
13.14. Pugnetto di Berlusconi alla fine di Mameli.
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Il secolo cinese. All'insegna del soft(ware) power:

A vast electronic spying operation has infiltrated computers and has stolen documents from hundreds of government and private offices around the world, including those of the Dalai Lama, Canadian researchers have concluded.
In a report to be issued this weekend, the researchers said that the system was being controlled from computers based almost exclusively in China, but that they could not say conclusively that the Chinese government was involved.
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Se 36 ore son poche. Comunque Maiorca (Mallorca) non si scriverà mai così.
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sabato, marzo 28, 2009
La guerra dalle retrovie. La tragedia del Kosovo raccontata da Pierluigi Mennitti che, dieci anni fa, fu l'inviato di Ideazione in Albania. Adesso il Kosovo è rinato e Ideazione è morta, ma la testimonianza resta.
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venerdì, marzo 27, 2009
Appeaser-in-Chief?/2. Lo so, insisto parecchio sul punto, ma il giro di Obama in politica estera mi sembra così clamoroso da superare ogni più cupa previsione (e credo di non poter essere accusato di pregiudizio nei suoi confronti). Per fortuna non sono il solo a pensarla così, anche se chi aveva puntato sulla continuità con Bush fatica a rionoscere di essersi sbagliato (si dice che è ancora presto per giudicare, e forse è vero, speriamo) e chi è d'accordo con l'inversione di rotta è contento e basta. Leon Wieseltier ci regala questa prima summa dei due mesi alle nostre spalle (sembrano vent'anni) e si pone qualche domanda. La prima è: è davvero possibile che in una amministrazione Democratica la promozione dei diritti umani e della democrazia non figurino più tra le priorità della politica estera degli Stati Uniti? Possibilissimo:

Oh, the stirring words will be spoken; the stirring words are always spoken. But in the absence of policies one may be forgiven for not being stirred by words. And so far even the language has been wanting in ardor. Idealism in foreign policy is so 2003. After all, the opposite of everything that George W. Bush believed must be true. He overreached abroad and underreached at home, so we will underreach abroad and overreach at home.


Sono anch'io convinto che si tratti di una reazione essenzialmente ideologica (mascherata da pragmatismo) e, come tale, piuttosto infantile. In Cina, ad esempio, Hillary è stata inguardabile:

And so I remain chilled by Hillary Clinton's froideur in Beijing, by her artful impersonation of Brent Scowcroft. "We pretty much know what they are going to say," she offered in defense of her ritualistic syllables about China's persecution of its dissidents.

And I hear stranger excuses for the new hard-heartedness: a friend of mine, a smart and fervent liberal, chastised me for my disappointment in Clinton by reminding me sardonically that the Chinese "have only raised a hundred million people out of poverty." Not a word about health and literacy in Cuba, though. I thought that the question of the relation between political progress and economic progress--the priority, philosophical and political, of freedom to development--was long ago settled, and not in favor of early profits.


Il realismo liberal sembra non ricordare molto bene i fondamenti del liberalismo:

Democratization, since it proposes to replace one political culture with another, is a policy of destabilization, and so it is an evolutionary enterprise, and takes time, and can be achieved only indigenously, by the people themselves. But often they need help, which, in the real world so beloved of Democrats, means American help.

Lo scandalo, continua Wieseltier, non consiste tanto nell'aver perso un'opportunità per affermare la propria posizione davanti a un gruppo di autocrati ma soprattutto nell'aver tradito le aspettative di tante persone che quotidianamente lottano contro regimi illiberali. Esattamente come Obama si appresta a fare nel caso birmano (per citare solo un esempio):

It was that she scanted the men and women in China (and in Burma too, about which she found time only to speculate on the efficacy of sanctions) who already share our way of thinking about justice. It is one of the central features of our account of justice that it is universal: the sovereignties of nations and the specificities of cultures are (mostly) wonderful, but human rights make us all into cosmopolitans.


Con lo scandalo, il tradimento dei valori:

But sooner or later we will hit the limit of what conscience can bear. There are only so many tyrants and terrorists we can engage before we stain our principles, before the politesse becomes repulsive. Also, the anti-Americanism in the world cannot all be imputed to the recent behavior of the United States. Neither the president's face nor his name will inspire movements and governments to discard their dreams. I worry that liberal realists are mentally unprepared for certain eventualities. Liberal realism is either a betrayal of liberalism or a betrayal of realism. I wish the administration luck, but I wish it also a fallback plan.

Sono cose importanti, leggetele.
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giovedì, marzo 26, 2009
Thailandia. Era già tutto previsto. Da questo blog, 27 novembre 2008:

Ma sia un golpe sia una decisione sfavorevole delle massime istanze giudiziarie sarebbero interpretati dallo schieramento pro-Thaksin come un sopruso e scatenerebbero una contro-reazione di piazza dalle conseguenze imprevedibili. Il PAD può solo ottenere una vittoria di Pirro in un paese spaccato dalla sua stessa irresponsabile condotta.

Da Bangkok, oggi:

Thousands of Thai anti-government protesters have rallied outside Prime Minister Abhisit Vejjajiva's compound in Bangkok, calling on him to resign.
The protesters, supporters of former PM Thaksin Shinawatra, are calling for fresh elections, saying Mr Abhisit came to power illegally in December.

Chi ha detto che l'Asia è difficile da capire?
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mercoledì, marzo 25, 2009
Saranno bucati. A me importa fino a un certo punto quel che dice il Papa. Ascolto, ci penso e ne faccio l'uso che ritengo opportuno. Importa un po' di più che ad ogni uscita del Papa, anche la più indifendibile, ci sia sempre qualcuno pronto a cercarne profonde giustificazioni filosofiche o scientifiche. Il Foglio, va detto, è costantemente in prima linea quando si tratta di difendere il Santo Padre, non importa se a ragione o a torto. Oggi ha scomodato nientemeno che www.ilsussidiario.net per spiegare che in Africa i preservativi non funzionano. Anzi, fanno pure male.
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Obama watch/22. Certo che, messi uno dietro l'altro, i successi della missione cinese di Hillary Clinton sono davvero impressionanti.
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Obama watch/21. Fondamentale svolta nella lotta al terrorismo.
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Eterogenesi dei fini. Bashir non ha mai viaggiato così tanto.
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Al Fan. YouTube bloccato in Cina. La notizia è che fosse accessibile fino ad oggi.
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Appeaser-in-Chief? Uso il punto interrogativo solo perché conservo ancora una remota speranza di sbagliarmi. Questa notizia è destinata a passare inosservata ma è invece un chiaro segnale dell'inversione di rotta ideologica della politica estera americana sotto il ticket Obama/Clinton. Da alcuni, forse da molti, gli sviluppi che ne deriveranno saranno considerati un passo avanti. Io credo invece che rappresentino soltanto un brusco arresto nella diffusione dei principi e della pratica della democrazia e della libertà, nonché un ritorno al passato decisamente inquietante:

A US State Department official has met with Myanmar's foreign minister to promote bilateral relations with the pariah regime, state media reports said Wednesday. Stephen Blake, director of the State Department's Mainland Southeast Asia Office, met Tuesday with Myanmar Foreign Minister Nyan Win in Naypyitaw, Myanmar TV reported. "He met with Nyan Win and discussed about promoting bilateral relation between Myanmar and America," the state-run channel said.

"Even though he is just a director from State Department, his trip seemed to be significant one because no high-ranking officials from [the] United States have visited here for a long time," the source said.


Tutto fa pensare che il regime di sanzioni in vigore da oltre un decennio contro la giunta militare stia per essere alleggerito o addirittura revocato, indipendentemente da qualsiasi cambiamento reale all'interno del paese. La repressione continua più feroce che mai e i piani di consolidamento del potere dei generali sono in pieno svolgimento (vedi elezioni-farsa del 2010). Le sanzioni occidentali non hanno mai fatto alcuna differenza per la popolazione, la cui condizione era di estrema precarietà anche prima. Si può discutere certamente sulla loro efficacia ma, in questo caso, è innegabile la loro finalità (anche etica): colpire gli interessi del regime, che ha in mano l'intera economia del paese. Invece di spingere per un'applicazione generalizzata delle misure anti-giunta (ciò che davvero ne cambierebbe la sostanza), Obama si serve della constatazione che le sanzioni non hanno raggiunto il loro scopo (ma qual era esattamente?) per offrire ai torturatori in divisa la sua disponibilità a collaborare. Un gentile omaggio alla dittatura e un segnale deprimente per chi si batte per i diritti e la libertà nei molteplici buchi neri del pianeta, a prescindere dalle reali intenzioni alla base del cambio di strategia.
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lunedì, marzo 23, 2009
Birmania. Dentro il Tatmadaw.



Anche su Sudestasiatico.com.
Forte di più di quattrocentomila effettivi, il Tatmadaw - l'esercito birmano - è il vero ed assoluto padrone dei destini della nazione. Data la sua identificazione con il potere politico, al vertice del quale si trova la giunta militare capitanata dal generalissimo Than Shwe, è l'unica istituzione in grado di determinare la direzione di marcia del paese. Fino ad oggi, nei 47 anni di dominio ininterrotto, il cammino indicato è stato una corsa verso l'abisso. Fondato dal generale Aung San (il padre di Aung San Suu Kyi), il Tatmadaw resta per molti versi un oggetto misterioso, impermeabile e sconosciuto. Sono pochi gli analisti politici che hanno osato addentrarsi nei meccanismi che ne regolano il funzionamento e l'espansione, a causa anche della scarsità di informazioni provenienti dall'interno del regime. Ma ancora più complesso è comprendere i meccanismi psicologici, al limite della paranoia e delle superstizione che regolano le decisione delle alte sfere militari. Lo stesso Than Shwe ha costruito la sua carriera nei reparti speciali incaricati di delineare le strategie di guerra psicologica e la sua ossessione per la numerologia è nota, come d'altra parte quella del suo più illustre predecessore, quel generale Ne Win che per decenni ha dominato la scena con la sua cervellotica e fallimentare via birmana al socialismo. Opportunismo e fame di potere a parte, cosa spinge la casta militare ad inaugurare una nuova imponente pagoda nella capitale della giungla, Naypyidaw, e contemporaneamente a ordinare i massacri di monaci nelle strade del paese? Sulla rivista dell'esilio Irrawaddy è stata pubblicata qualche giorno fa una breve ma interessante analisi della mentalità dei soldati del Tatmadaw: attraverso quale processo si ottiene la fedeltà assoluta dei quadri intermedi o dei reparti incaricati della difesa e della repressione? Una miscela di lavaggio del cervello, prospettive di carriera e l'intima convinzione di una superiorità morale rispetto al resto della popolazione: queste alcune delle possibili risposte. "Nella visione dei soldati - si legge nell'articolo - la gente comune e i funzionari civili vivono vite più semplici. Sono indisciplinati e hanno molte ore di ozio a disposizione. Così i militari credono di avere il diritto esclusivo di detenere il potere dello stato per il loro duro lavoro e i sacrifici che compiono". E ancora, rispetto alla violenza nei confronti delle proteste di piazza: "Quando l'esercito interviene sui manifestanti pacifici, li vede come pigri opportunisti che rivendicano diritti umani senza lavorare duro. L'esercito, in un certo senso, incolpa la gente per il mancato sviluppo del paese". Ci sono elementi per credere che questo sentimento da missionari armati sia effettivamente presente nella psicologia dei generali e in genere nei ranghi dell'esercito. Nelle poche occasioni in cui giornalisti e scrittori hanno potuto avere incontri ravvicinati con i vertici della giunta, è emersa dalle loro dichiarazioni la convinzione che senza il controllo dell'apparato militare il paese scivolerebbe nel caos e nell'ingovernabilità. Personalmente credo che molti alti esponenti dell'SPDC disprezzino sinceramente la popolazione civile e si considerino come gli unici in grado di reggere le sorti del paese. Il che porta inevitabilmente ad una continua e costante negazione della realtà, lacerata da decenni di sperpero, ladrocinio, corruzione e isolamento, e all'interpretazione della repressione come un elemento necessario, quasi una forma di servizio reso alla nazione contro gli elementi sovversivi che attentano alla stabilità. "I militari - continua l'analisi - non si integrano con la popolazione nemmeno quando sono destinati a funzioni civili, perché sono addestrati per mantenersi alla dovuta distanza. Gli ufficiali che mostrano di comprendere le condizioni di vita delle persone sono sollevati dai loro incarichi. I capi militari che si sono ritirati dall'esercito rimangono isolati. Molti leaders hanno una paura folle di andare in pensione perché non conoscono altri modi di vivere o di pensare".
Ma a loro ci pensa Than Shwe. Un brillante articolo di Asia Times esamina la struttura organizzativa di quell'enorme macchina burocratica che è diventata l'esercito birmano: espansione illimitata dei ranghi, creazione di nuove posizioni ad hoc, promozioni e prebende utilizzate per comprarsi la fedeltà dei comandanti e dei quadri intermedi. E' datata novembre 2001 la riorganizzazione delle forze armate che ha determinato una vera e propria esplosione dei vertici militari: da due ufficiali di rango equivalente a generale maggiore si è passati a ventiquattro posizioni assegnate ad ufficiali con la qualifica di generale e luogotenente generale. Da un ufficio operazioni speciali (l'organismo di controllo sui comandi regionali) a quattro, con ulteriori divisioni al loro interno. Inoltre sono state create le nuove posizioni di comandante in capo della marina, dell'aviazione e dell'esercito di terra oltre ad uffici per l'industria della difesa, per la difesa aerea e per l'addestramento. L'analisi descrive una struttura piramidale che funziona - fatte salve le differenze - secondo uno schema che commercialmente si definirebbe di multilevel marketing. Gli ufficiali di grado superiore provvedono al reclutamento degli effettivi e godono di benefici in termini di carriera (e conseguentemente di retribuzione) fintantoché la piramide continua la sua espansione. Ovviamente a guadagnarci alla fine sono solo i vertici mentre per il grosso delle truppe rimangono i resti. Ma l'esigenza è quella di ingrossare le file il più possibile e di garantire posizioni di privilegio ad un numero sempre maggiore di alti ufficiali, in modo da cementarne la fedeltà all'istituzione militare. E' un meccanismo che si autoalimenta, finalizzato al mantenimento del potere assoluto sulla società birmana. Than Shwe ha imposto questa crescita mostruosa mosso da due obiettivi principali: il primo, come detto, quello della fidelizzazione attraverso l'aumento delle opportunità di promozione; il secondo, più strategico, rappresentato dalla volontà di ridurre il potere dei comandanti regionali che, il più delle volte impegnati in conflitti etnico-territoriali con i gruppi armati delle minoranze, erano di fatto diventati signori della guerra locali, arrivando ad acquisire posizioni di preminenza rispetti agli stessi ministeri. Da qui la loro esclusione dalla ristretta cerchia dei membri della giunta e la sostituzione con elementi più giovani provenienti dai ranghi inferiori, meno potenti e più malleabili. Ma da qui anche la necessità di trovare posizioni di rilievo all'interno della gerarchia per i comandanti sollevati dall'incarico e la conseguente creazione delle figure di luogotenente generale.
Inoltre la quasi inestricabile commistione tra apparato militare e burocrazia civile - dei 32 ministeri solo sette sono assegnati a non militari o a ex militari - fa sì che la stessa espansione incontrollata si riscontri all'interno della pubblica amministrazione. Una tendenza destinata ad accentuarsi ancor più dopo che le elezioni controllate dal regime previste per il 2010 faranno spazio ad un governo teoricamente non militare (anche se di fatto ancora sotto la tutela dell'esercito): è già cominciata la corsa ai ministeri più influenti e strategici, in modo da evitare qualsiasi soluzione di continuità nei consolidati meccanismi di arricchimento personale e famigliare. Altri spazi da riempire nell'elefantiaca struttura delle forze armate.
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domenica, marzo 22, 2009
Obama watch/20. Jimmomo crede che quella di Obama sia una strategia ben ponderata e non un programma politico vero e proprio:

L'apertura di Obama all'Iran non va quindi demonizzata di per sé, né bollata a priori come un cedimento, un'implicita resa. Dipenderà da come il nuovo presidente condurrà il dialogo e dalle conseguenze che trarrà dalle risposte che riceverà da Teheran, nonché dalla rapidità con cui saprà valutare i messaggi della controparte. Anche da un fallimento, che appare probabile, se ne sarà capace Obama potrà rapidamente passare all'incasso di un enorme capitale politico. E' ovvio infatti che quanto più nitida, inequivocabile, e pubblica è l'apertura di credito di Obama all'Iran, e quanto più appare sincera, tanto più, se non dovesse produrre risultati e se Teheran la respingesse, l'America potrebbe rivendicare le sue buone intenzioni, incolpare gli iraniani del fallimento della via diplomatica e ricorrere all'uso della forza con l'appoggio degli alleati.

Anche se così fosse, però, in politica internazionale i segnali sono importanti. E quelli che sta dando Obama, pur all'interno di una ipotetica grand strategy volta a scoprire il gioco degli avversari, sono piuttosto difficili da digerire per chi continua a pensare all'America come una forza per l'espansione della libertà. Oltretutto non si capisce quali carte si debbano ancora andare a vedere nel caso di stati come l'Iran, la Corea del Nord, la Siria. Mi sembra che abbiamo avuto innumerevoli prove nel corso della storia recente della natura di quei regimi e delle loro intenzioni. Questo continuo ricominciare, come se fosse più importante dimostrare un cambio di rotta radicale rispetto all'amministrazione precedente che una coerenza nell'azione esterna degli Stati Uniti, ha qualcosa di puerile, quasi come andare in tv a fare battute in un programma serale.
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L'anno del bue/3. Ex soldato, aveva scritto una lettera a Hu Jintao. Arrestato.

Chinese police detained the writer of an online letter to President Hu Jintao, which criticized the 1989 Tiananmen Square crackdown and called for democracy, according to a local human rights group.
Ex-solider Zhang Shijun, 38, was taken away by police in Tengzhou City, Shandong province last night, Civil Rights and Livelihood Watch said in a statement on its Web site today, citing Zhang’s wife.


Provincia di Qinghai. Monaco detenuto dalla polizia scompare. Cento persone di etnia tibetana attaccano il commissariato locale. Arrestati.

The monks were held after a crowd of at least 100 attacked a police station in La'gyab township in Qinghai province on Saturday, Xinhua news agency said.

Xinhua said six people had been arrested and 89 more had surrendered to police. All but two of the 95 people held were monks from the La'gyab Monastery.
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Obama watch/19. Primi frutti della politica della mano tesa di Obama. L'ayatollah Khamenei detta le condizioni per il dialogo.
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venerdì, marzo 20, 2009
Obama watch/18. Il nuovo inizio:

A U.S. Navy submarine collided with a Navy amphibious ship Friday in the Strait of Hormuz (near Iran), mildly injuring 15 sailors, according to the commander of the U.S. Fifth Fleet.
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Comunicazione di servizio. Dopo sei anni mi son fatto tirare a cambiare una cosa di questo blog. Ho aggiunto quei bottoncini che linkano direttamente ai cosiddetti social bookmarks. Non ho ancora capito bene quale vantaggio potranno davvero apportare all'impresa. Visivamente mi danno parecchio fastidio, visto che il template di questo blog è essenziale e così dovrebbe restare. Comunque grazie al suggeritore. Avviso che mi riservo di toglierli non appena mi renderò conto che non servono a niente. Fine di questa comunicazione inutile, che fa tanto blogger alla moda.
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Birmania. Immagini dal presente.



Kungyangone, 48 chilometri a sud di Rangoon. Marzo 2009.


(Presa da qui).
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Obama watch/17. Op-. Ed Obama è questo qua.
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Birmania. Niente da perdere. C'è stata una piccola manifestazione oggi a Twante, davanti alla sede della Croce Rossa locale. Erano una ventina di sopravvissuti al Nargis che protestavano perché un anno dopo non hanno ancora un tetto e tutti i fondi stanziati sono finiti alle famiglie dei membri del comitato per la ricostruzione. E' la famosa collaborazione tra autorità e organizzazioni assistenziali che ci è stata venduta in questi mesi dalle ONG internazionali come "altamente positiva". Così, per la cronaca.
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Pizza e gulag. Che sia come ce la raccontano i giornali o no, questa storia della prima pizzeria aperta a Pyongyang ha qualcosa di straordinario. Non tanto per il fatto in sé, ormai la pizza è davvero ovunque, ma per le vicissitudini che hanno accompagnato durante questi anni i vari tentativi di introdurla fino al sospirato esito finale. Trattasi d'altronde di sospiro eccellente, se è vero che è stato il Caro Leader in persona ad interessarsi e ad ispirare l'impresa, come si conviene ad ogni tiranno buongustaio che si rispetti. Tutto cominciò nel 1997, in piena crisi alimentare, quella che costò quasi due milioni di morti al regno eremita. Quell'anno una missione diplomatica si incaricò di rintracciare proprio in Italia il miglior maestro pizzaiolo per insegnare ai cuochi nordcoreani l'arte della pizza. Lui si chiama Ermanno Furlanis, è friulano ovviamente, ed ha vissuto una delle più incredibili esperienze che si possano raccontare. Il suo viaggio segreto in Corea e le sue lezioni speciali sono oggetto di un memorabile resoconto in tre parti che campeggia da anni nell'edizione online di Asia Times e che è lettura obbligata per chiunque sia curioso della realtà del comunismo dinastico di Pyongyang. Ci torneremo fra poco. Le cronache di questi giorni spiegano che da quel primo corso ci sono voluti più di dieci anni perché i nordcoreani raggiungessero una perfezione nel fare la pizza tale da convincere lo stesso Kim Jong Il che sì, il momento era arrivato, e il forno si poteva aprire. Pare che per questo l'ex dittatore grasso (ex grasso, non ex dittatore) abbia mandato sul posto i futuri pizzaioli. Riportano sia la BBC che il Corriere (che l'ha copiata) che le lezioni stavolta le hanno fornite pizzaioli napoletani e romani, direttamente in pizzeria. Il che sembra quantomeno improbabile, visto che nessuno finora ne aveva mai avuto notizia e queste cose a Napoli e a Roma difficilmente sfuggono all'attenzione generale. Per la verità il Corriere ci ha messo del suo, aggiungendo che evidentemente il corso del maestro Furlanis non aveva soddisfatto le aspettative dei nordcoreani, il che ha fatto giustamente infuriare il sopracitato che ha inviato una lettera spiegando che in quindici righe il malcapitato redattore era incorso in una ventina di errori (esagero un po', per rendere l'idea). Ma la sostanza della questione rimane, ed è che grazie prima al friulano, poi forse ai napoletani, alla fine la pizza è arrivata a Pyongyang. Chi la mangerà? La domanda non è così peregrina come potrebbe sembrare visto che gli stipendi medi da quelle parti, capitale compresa, non sono esattamente da escursioni culinarie esotiche. Sicuramente la mangeranno Kim e i suoi familiari, poi le famiglie degli alti funzionari del Partito che occupano i quartieri bene di Pyongyang. Poi, si vedrà, anche se il gestore del locale assicura che da dicembre la pizzeria ha avuto un gran successo. Vedremo, ma torniamo alla storia di Furlanis, narrata da lui medesimo. Allora, un mese di luglio di dodici anni fa, è svegliato da una telefonata di un amico chef, in piena notte. Si sente chiedere se sarebbe disposto a dare un corso di pizza in un lontano paese asiatico. "Vietnam, azzarda, no Corea del Nord gli risponde il collega". Dopo quindici giorni i due partono, insieme alle rispettive consorti, portandosi dietro anche forni a attrezzature varie, tutto pagato in anticipo dagli inviati di Kim incontrati in Italia giorni prima. All'arrivo a Pyongyang vengono affidati ad una prima guida, cioè guardiano, che non li mollerà un attimo in questa prima tappa che durerà tre giorni. Invece di essere trasferiti in hotel, vengono portati in una sorta di quartier generale militare, ma non si capisce bene cosa sia in realtà, fatti accomodare nelle suites e informati del programma da seguire. Poi Furlanis e il collega chef - Antonio Macchia .- vengono prelevati e accompagnati in una clinica ultramoderna ma vuota, dove vengono sottoposti ad esami clinici, raggi x, urine, sangue etc... Qui Furlanis comincia ad associare il viaggio ad una sorta di sequestro e capisce di essere totalmente in mano ai suoi gentili ospiti, anche perché i passaporti gli sono stati requisiti all'arrivo. Seguono gite organizzate per la città, enorme, imponente e tristemente vuota, a tratti spettrale. Dall'alto della torre Juche fanno bella mostra di sé tutti i monumenti del comunismo realizzato e gli slogan che celebrano la gloria del regime. Sotto terra la rete di tunnel si rivela per quel che è: un immenso rifugio antiatomico per una nazione che si considera assediata. Tutti portano la spilletta con le immagini del Grande e del Caro Leader, nessuno escluso. C'è tempo anche per un ballo nella piazza Kim Il Sung, insieme a trentamila comparse che stanno preparando chissà quale celebrazione di massa. Poi una mattina il brusco risveglio. Alle sei il guardiano butta tutti giù dal letto e annuncia che in un'ora comincia il viaggio verso una località vicino al mare. Il percorso in limousine è desolante e a Furlanis appare per la prima volta la vera realtà del paese. Già perché ciò che rende ancora più straordinaria la sua esperienza è che capita in Corea del Nord proprio mentrre si sta consumando la tragedia della grande carestia. I segni sono evidenti: adulti e bambini persi nei campi senza uno scopo apparente, soldati semisvestiti ciondolanti lungo la strada, contadini che riempiono i sacchi di erba appena tagliata, lunghe strade dissestate senza un veicolo. La Corea muore di fame ma Kim vuole la sua pizza.
Ma è solo la punta dell'iceberg, tanto è vero che più tardi Furlanis riconoscerà di non aver avuto una percezione chiara delle difficoltà che stava passando il paese. La tragedia doveva ovviamente rimanere lontana da sguardi indiscreti e il suo viaggio blindato ne era una prova. Il punto d'arrivo è una base militare, questa volta non ci sono dubbi, con tanto di filo spinato e torrette di sorveglianza. A Furlanis chedono subito di fare una pizza, gli danno quattro ore di tempo. Il risultato è così buono che l'eminenza grigia di tutta questa trama, tal Mr. Pak, una sorta di commissario politico con Rolex al polso si scioglie in complimenti. Poi cominciano le lezioni che diventano piano piano routine. Gli allievi dei due cuochi italiani sono tre ufficiali dell'esercito che annotano tutto con precisione scientifica: perfino la distanza fra le olive viene misurata. La base militare è di fatto un centro di ricerca dove vengono riprodotti i piatti dellla cucina internazionale con l'aiuto di esperti del settore provenienti da tutto il mondo. Inglesi, francesi, pakistani hanno preceduto l'arrivo dei nostri e pare che prima di loro fosse stato invitato perfino un altro pizzaiolo, un romano, di cui non si sa però molto di più. Alla sera abbondanti libagioni importate dai paesi d'origine, formaggio francese, vino piemontese, senza badare a spese. Poi il colpo di scena: le cucine vengono smontate e rimontate su una nave ormeggiata in prossimità della costa e cominciano le lezioni sull'acqua. Il perché di tutto ciò sarebbe risultato chiaro di lì a poco. L'arrivo del Caro Leader era imminente, annunciato dal nervosismo dello staff. Furlanis è trascinato via e rinchiuso in una stanza con birra incorporata mentre lo chef Macchia è più ostinato e fortunato: rifiuta di lasciare il posto di lavoro e da lontano vede passare il taglio di capelli più ardito d'oriente. Kim Jong Il in persona, arrivato a controllare lo stato dei lavori. O almeno uno che gli assomigliava, anche se l'atmosfera che si respirava in quei momenti, avrebbe spiegato Macchia, aveva qualcosa di ultraterreno.
Poi un piatto troppo salato rovina la cena a Mr. Pak e i due maestri di cucina sono convocati al cospetto della "direzione" per dare spiegazioni. L'orgoglio ferito non basta per mandare tutto all'aria, ci sono ancora molte cose da fare e da vedere e poi gli allievi imparano in fretta. Così la vita continua e c'è modo perfino per qualche visita turistica, come quella su un'isola deserta che deserta non è: anzi alla fine ci scappa anche una partita di calcio, la rivincita di quella famosa di tanti anni fa. Piano piano ci si avvia verso il finale dell'avventura e la pizza al salamino strappa, oltre all'ammirazione, anche le mance dei presenti. Dopo i saluti e qualche lacrima, di nuovo di rotta verso Pyongyang per vedere il gigantesco Palazzo dell'Amicizia dove sono raccolti i doni di cui i capi di stato stranieri hanno gentilmente omaggiato il padre della patria, morto da tre anni: il suo funerale fu una indescrivibile manifestazione di lutto collettivo, senza eguali nella storia contemporanea. Ci sono pure i regali di Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer, una brutta pagina di storia anche questa per la sinistra italiana. Poi l'addio alla guida/guardiano, quel signor Om a cui non scappa un sorriso nemmeno nell'atto finale. Venti giorni da raccontare ai nipoti, e non solo. Poi un silenzio di una decina d'anni e improvvisamente la pizza a Pyongyang. Cosa sia successo nel frattempo non è dato saperlo, ma ditemi che non è una storia da film.
Attorno alle cucine di Kim Jong Il la realtà resta però piuttosto cruda. L'anno scorso gli esperti hanno lanciato l'allarme su una carestia imminente, se non pari almeno avvicinabile a quella degli anni '90. Per adesso la tragedia non si è ripetuta, grazie anche ad un raccolto più abbondante del previsto e soprattutto alla nascita di mercati privati, una sorta di economia sommersa che sta emergendo con sempre maggiore veemenza, in assenza di risposte da parte di uno stato al collasso, assai più impegnato a lanciare missili (o satelliti) che a trovare il modo di nutrire la propria popolazione. L'atteggiamento di sfida che Kim sta mantenendo nei confronti del resto del mondo non aiuta la ricerca di una soluzione. Di pochi giorni fa la notizia del rifiuto da parte delle autorità nordcoreane degli aiuti alimentari provenienti dagli Stati Uniti, mentre da tempo Seul ha condizionato il proprio contributo alla fine della belligeranza verbale dei fratelli separati del nord. Adesso più che mai ci sarebbe bisogno di nutrizionisti, di gruppi ed organizzazioni in grado di comprendere la reale situazione alimentare del paese e cercare risposte concrete. Ma si tratta di una prospettiva assolutamente irrealizzabile perché il regime gli esperti li fa rinchiudere in torri di vetro, invece di consentire loro di agire come agenti di trasformazione. Ecco perché la notizia della pizza a Pyongyang da una parte contribuisce ad aumentare l'alone folcloristico e misterioso allo stesso tempo che circonda il paese, dall'altra provoca sconcerto e anche rabbia, se si pensa a cosa sia in realtà la Corea del Nord al di là della coreografia preperata per i pochi stranieri che visitano la sua capitale: una immensa prigione che non riesce a nutrire i suoi carcerati. Si calcola che almeno cinque milioni di persone abbiano oggi bisogno di aiuti alimentari urgenti e che tutte le strutture pubbliche, dalle scuole, agli ospedali ai numerosi orfanotrofi siano in grave difficoltà. Ci si salva solo se si ha qualcosa da vendere, la dimostrazione lampante del fallimento di uno dei più folli esperimenti mai tentati.
Anche l'esercito è in crisi: alcuni reparti hanno visto ridotta la dose di cibo giornaliera a due razioni e gli osservatori considerano che un quarto degli effettivi abbia oggi seri problemi di denutrizione, che renderebbero difficile il loro utilizzo in caso di conflitto. Kim Jong Il ha bisogno di alzare il livello dello scontro in un momento in cui cominciano chiaramente a percepirsi importanti crepe nel sistema di controllo assoluto che ha sempre caratterizzato il suo potere. La sua pizza, oggi, assomiglia sempre di più ai cornetti di Parigi, quando fuori pane proprio non ce n'era.
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giovedì, marzo 19, 2009
Il disgelo. E' primavera e oggi i nordcoreani hanno arrestato (cioè rapito) due giornaliste americane al confine tra il paradiso e la Cina. Solo l'ultimo dei gesti dialoganti di Pyongyang. Da quelle parti c'era anche il corrispondente della BBC, che se l'è cavata e racconta cosa si vede.
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Minchia, sei anni. L'annuncio e il first strike andato a vuoto.
(Qui i titoletti erano ancora in nero ma si dava già battaglia...).
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Confesso che ho vissuto. Senza mai leggere The Huffington Post.
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Carinerie. Le autorità di Singapore hanno pensato bene di dare a un'orchidea il nome del primo ministro birmano, Thein Sein.
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mercoledì, marzo 18, 2009
Scuola diplomatica. Leggendo questa incredibile descrizione della giornata "elettorale" in Corea del Nord regalataci dall'ambasciatore britannico a Pyongyang, viene da chiedersi cosa resti ormai delle democrazie liberali europee, se queste sono le punte di diamante delle nostre missioni all'estero:

Spring seems to have arrived in Pyongyang, much the same as I suppose it has in Seoul. The weather during the weekend was relatively warm and sunny for the elections of  the 12th Supreme People's Assembly that took place on Sunday 8 March. There was a very festive atmosphere throughout the city. Many people were walking to or from the polling stations, or thronging the parks to have picnics or just stroll. Most of the ladies were dressed in the colourful traditional hanguk pokshik and the men in their best suits. Outside the central polling stations there were bands playing and people dancing and singing to entertain the queues of voters waiting patiently to select their representatives in the country's unicameral legislature. The booths selling drinks and snacks were very popular with the crowds and everyone seemed to be having a good time. The list of successful candidates was published on Monday. There was a reported turn-out of over 99% of the voters and all the candidates, including Kim Jong Il, were elected with 100% approval. In a few weeks time the Supreme People's Assembly will open for business which will include voting for the Chairman of the National Defence Committee (presently Kim Jong Il), and drawing up the budget for the coming financial year.

P.S.
Nei commenti l'ambasciatore ha poi specificato che voleva solo distinguere la vita della gente dalla pratica dello stato totalitario. Dev'essere il primo che ci riesce, in Corea del Nord.
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Obama watch/16. Dai nemici mi guardi Iddio, ché dalla Siria mi guardo io.
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L'Afghanistan che non t'aspetti. Perché non ce lo raccontano, basicamente. Quello delle scuole, dei progetti, della rinascita:

Indeed, girls' education is one of the real success stories in Afghanistan, where one-third of the six million students in elementary and high schools are now female, probably the highest percentage in Afghan history.
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Sulla Birmania, pensaci bene. Saggio editoriale del Washington Post, prima che Hillary prenda decisioni affrettate:

The cruelest dictatorships, like the most ruthless criminal gangs, always have understood that the most effective way to deter opposition is to go after the innocent loved ones of potential enemies. Thus it was not enough for Gen. Than Shwe and his junta in the Southeast Asian nation of Burma (also known as Myanmar) to sentence the Buddhist monk U Gambira to prison for 68 years last fall. It was learned last week that his brother, his brother-in-law and four cousins have been sentenced to five years in Burma's gloomy prisons. We hope that this small piece of data is fed into the review of U.S. policy on Burma that Secretary of State Hillary Rodham Clinton has promised.
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Ansia da prestazione digitale. Perché la velocità sta uccidendo l'informazione. E anche noi non stiamo tanto bene, diciamo.
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Circenses. Ciò di cui la Birmania aveva urgente bisogno: un campionato di calcio.
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Cinquantesimo.
Pubblicato su Laogai.it.
Il cordone sanitario eretto dai cinesi attorno al Tibet in occasione del cinquantesimo anniversario della rivolta repressa nel sangue, non fa altro che ricordare che forse sotto assedio non sono solo i tibetani ma gli stessi gerarchi di Pechino. O almeno dev’essere questa la sensazione che provano all’interno delle segrete stanze del Partito, se è vero che da mesi fioccano gli allarmi e i comunicati interni per prepararsi alle molte date sensibili (e quindi a rischio per il regime) che questo 2009 presenta. Ad assediare il Tibet sono ancora una volta i reparti di polizia, gli squadroni dell’esercito e i paramilitari mandati a controllare che l’ambiente non si scaldi, in occasione della ricorrenza degli eventi che portarono, tra l’altro, all’esilio mai interrotto del Dalai Lama. Non solo nella regione autonoma ma anche nelle province confinanti, la presenza dei reparti speciali e delle forze di sicurezza è stata sensibilmente incrementata. “Tutto deve rimanere tranquillo, è fondamentale che non ci siano imprevisti”, ha ordinato il governatore del Tibet, il prefetto della dittatura nella provincia “ribelle”. Sarà per questo che i servizi di telefonia mobile e le connessioni ad Internet sono stati sospesi per manutenzione fino a data da destinarsi e anche le restrizioni per i turisti e la stampa straniera sono tornate ai massimi livelli. Ma la settimana del 10 marzo potrebbe non essere stata la più complicata per i detentori del potere autoritario. Infatti la Cina ha pensato bene di istituire la Festa dell’Emancipazione per il 28 di questo mese, intendendo con essa celebrare quella che il regime definisce la “liberazione del territorio tibetano dal feudalesimo e dalla schiavitù”. Una beffa atroce che si aggiunge al danno dell’oppressione, un vero e proprio insulto gridato sui volti di milioni di cittadini le cui vite, secondo le parole del Dalai Lama, sono state in questi decenni “come un inferno sulla terra”. Insolitamente dure le affermazioni della guida spirituale e politica del buddhismo tibetano,  pronunciate in televisione dall’esilio di Dharamsala: “la violenza è stata continua, un vero e proprio tentativo di annullamento etnico e culturale. Il popolo tibetano si avvia all’estinzione”.
Sulle responsabilità della Via di Mezzo di Tentsin Gyatso in questo stallo permanente nei rapporti tra dominante e dominato occorrerà ritornare. Più interessante per adesso è notare come l’assemblea dei 500, una riunione in cui i tibetani dell’esilio hanno discusso alla fine dello scorso anno la strategia e gli obiettivi della lotta, abbia forse esercitato una qualche influenza sulle parole e le intenzioni dello stesso Dalai Lama, che sembra essersi accorto del malumore serpeggiante soprattutto tra le giovani generazioni, meno inclini ad accettare passivamente la sottomissione e la strategia di soffocamento dei tibetani da parte di Pechino. Resta il fatto che un sostituto al Dalai Lama al momento non c’è e che lui resta la guida spirituale per eccellenza che nessuno osa davvero mettere in discussione. Però,  proprio mentre periodicamente l’attenzione internazionale torna a posizionarsi sul Tibet per poi ritirarsi in altre faccende affaccendata, la stretta di Pechino dimostra forse meglio di qualsiasi altro elemento la precarietà della situazione e la sensazione che per il potere centrale sia ogni volta più difficile mantenere il controllo del territorio. Si pensi solo alla propaganda di regime.
Negli ultimi anni le tecniche di manipolazione di massa si sono fatte più sofisticate, meno dirette, più subdole, meno grezze. Nel caso del Tibet questo discorso non vale. Basta leggere i comunicati dell’agenzia ufficiale Xinhua per rendersi conto che nel linguaggio e nei concetti utilizzati ben poco è cambiato rispetto agli anni della conquista e dell’imposizione del gioco comunista. Recitava ad esempio un dispaccio d’agenzia dell’11 marzo: “Il popolo tibetano e la polizia armata che staziona nella regione mantengono relazioni armoniose. La polizia armata implementa onestamente le politiche etniche e religiose nel paese. Ama la gente del Tibet e contribuisce alla stabilità e allo sviluppo della regione e i residenti dimostrano sincero supporto per la polizia”. Oppure: “La citta santa di Lhasa è tranquilla e pacifica oggi, 50 anni dopo la riforma democratica del Tibet e la fuga del 14th Dalai Lama dalla sua terra. La vita dei tibetani scorre come sempre, nonostante la presenza ravvicinata dei reporters stranieri, numerosi in questa data. Manifesti rossi affissi sui muri lungo le strade, testimoniano un caloroso benvenuto alla decisione di istituire il Giorno dell’Emancipazione”. Questo linguaggio da cinegiornale di epoca maoista dice molto di più di quel che vorrebbe. Perfino nella Cina della censura e dell’informazione di regime, la propaganda sul Tibet e dentro il Tibet spicca per la sua assoluta mancanza di limite, per l’assenza di senso della misura. Come ogni esercizio di prevaricazione intellettuale portato all’estremo sfiorerebbe il ridicolo se non fosse il sintomo di una tragedia in atto.
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martedì, marzo 17, 2009
A un'altra velocità. Pare che mentre l'Iraq avanza, il Kurdistan adesso arranchi.
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Obama watch/15. Ancora in Africa: le aspettative crescono, saranno le spalle abbastanza robuste?
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Obama watch/14. C'è la possibilità che sull'Africa non butti tutto all'aria.
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Birmania. La pagoda dei generali.



Di solito cerimonie come queste preludono alla fine dei regimi, come il quarantesimo della DDR un mese prima della caduta del muro di Berlino. Solo che questa è la Birmania e le cose sono tremendamente più complicate. L'inaugurazione della nuova pagoda voluta da Than Shwe per la capitale della giungla, Naypyidaw, è stata una sfilata di tutti i potenti della dittatura, intenti a dimostrare la loro devozione. Come quella volta nelle strade di Rangoon, nemmeno due anni fa. La Birmania è oggi un paese sconvolto e confuso e non sarà facile ricostruire una società civile, anche dovesse cadere il regime per una di quelle circostanze inattese che la storia qualche volta regala.
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Birmania. Filo spinato e lavoro forzato.

Dhaka - Burmese military junta authorities are preparing to put up fencing along the Burma-Bangladesh border, sources on the border said.
The source said, at least 150 Burmese Army soldiers and over 100 prisoners have been transported to the border town of Maungdaw in order to start work on the fencing as of March 14.
“The fencing will be of barbed wire. Several soldiers and prisoners are being transported to construct the fence. They have all arrived in our village,” said Aung Thein, a local resident in Ngakhura border village, where the fencing is supposed to commence.

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Testate alimentari. In Corea del Nord è arrivata la pizza.
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domenica, marzo 15, 2009
Free Burma's Political Prisoners Now! Di norma non sono molto a favore delle raccolte-firme e meno di quelle online. Credo siano sostanzialmente una perdita di tempo, non riuscendo mai a raggiungere l'obiettivo che si propongono e spesso nemmeno i destinatari dell'iniziativa. L'unica ragione per condurre azioni di questo genere mi sembra quella di far arrivare alle vittime un sostegno morale. Ma il più delle volte sono proprio le vittime le ultime a saperlo. Faccio un'eccezione per questa campagna, per due motivi: la prima è che riguarda un paese e una realtà cui tengo particolarmente, come noto ai pochi che continuano a leggere questo blog; la seconda è che sul sito dell'associazione che la promuove ci sono tutti i nomi e i volti dei prigionieri di coscienza detenuti nelle carceri birmane. Non è cosa da poco, perché dietro i numeri esistono delle storie e dietro le storie ferite profonde nella carne delle persone, non solo quelle direttamente coinvolte ma anche le loro famiglie e i loro conoscenti. Dico spesso che i nomi e le facce sono importanti, bisogna conoscerli, ripeterli, impararli a memoria. Se no rischiamo di distrarci e magari un giorno pensare che quello del re cattivo che rinchiude i giovani del suo regno nelle segrete del suo castello sia solo un racconto triste per bambini e non la realtà di tutti i giorni in molti paesi del nostro bel mondo. Poi una volta liberati i prigionieri politici ci sarebbe da liberare il resto della popolazione, ma da qualcosa bisogna pur cominciare.

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sabato, marzo 14, 2009
Gran Torino.



Come racconta le storie lui, nessuno.
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venerdì, marzo 13, 2009
Don't Douthat. Uno che in Italia manderebbero a fare il giro degli ospedali. O, peggio, neanche si filerebbero.
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giovedì, marzo 12, 2009
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Washington-Pyongyang. Prove di dialogo.



Stephen Bosworth, il nuovo inviato per la Corea del Nord del Dipartimento di Stato americano, l'ha detto chiaro e tondo: "Noi con Pyongyang vogliamo il dialogo". E' la prima diretta conseguenza del viaggio di Hillary Clinton in Asia, che verrà ricordato probabilmente come l'inizio di una nuova era per l'America dopo gli otto anni (diciamo sei) di promozione della democrazia: torna alla ribalta il concetto di appeasement con i dittatori, la parola magica che piace tanto qui in Europa e che fa tanto statista, soprattutto se la chiamano engagement o dialogo. Stephen Bosworth è il degno successore di Christopher Hill, quello che ha speso due anni a farsi prendere in giro da Kim Jong Il, quello delle missioni impossibili, degli accordi definitivi con il regime, che infatti sono durati lo spazio di due giorni, quando Kim era di buon umore. Lui, Bosworth, ancora prima di essere confermato nell'incarico aveva spiegato che Pyongyang aveva una voglia matta di fare la pace con gli Stati Uniti, secondo una teoria cara al realismo da salotto che è tornato ad imperversare nello scenario internazionale. Una teoria che se ne frega della natura dei regimi e ragiona solo in termini di svantaggi e benefici, come se gli interlocutori fossero tutti uguali, come se la differenza fra uno stato-gulag e una democrazia fosse solo una questione formale, così formale che sarebbe un peccato che rovinasse il dialogo, come insegnano Hillary e Stephen.
Una formalità è stata certo la farsa elettorale che si è celebrata nel fine settimana nel regno comunista di Kim, con partecipazione del cento per cento e unanimità assoluta sui candidati unici scelti dal Partito. Ci mancherebbe altro. Curioso il comunicato diramato dalla KCNA e ripreso dalle nostre solerti agenzie (il cui senso dell'umorismo ormai dev'essere ai minimi termini) che annunciava la "rielezione" del Caro Leader. Proprio così, non è uno scherzo. Per trovare un motivo di interesse in questa cosa, gli osservatori si sono inventati la probabile apparizione (di figure al limite del religioso stiamo  pur sempre parlando) nella "nuova" Assemblea del Popolo del terzogenito di Kim, quel Kim Jong-un che i pyongyangologi danno in pole position per succedere al padre, non si sa come, non si sa quando. Ora, lui, il Sol dell'avvenire è sembrato assai magro mentre faceva finta di votare per se stesso domenica scorsa. E questa forse, ammesso e non concesso che si trattasse proprio del Caro Leader, è certamente l'immagine più significativa di tutta questa messinscena.
Ma torniamo al dialogo, perché parlando la gente si capisce e così via. Stephen Bosworth avrà un bel da fare, sembra, vsto che il dialogo è cominciato la scorsa settimana con la più miserabile minaccia che un regime criminale possa concepire, quella di abbattere gli aerei civili sudcoreani che non solo attraversino il suo spazio aereo ma addirittura ci passino vicini. Ovviamente la diplomazia ha spiegato che non bisogna farci troppo caso, che i nordcoreani sono abituati ad alzare un po' i toni, che i ragazzacci di Pyongyang in realtà non volevano dire quel che hanno detto: un incredibile dispaccio dell'Associated Press riportava che non era ben chiaro cosa davvero intendessero i comunisti del nord quando affermavano che "la sicurezza dei voli sudcoreani non sarebbe stata garantita". Effettivamente non è chiaro se li tireranno giù con missili o cerbottane. Qualche tempo fa sarebbe bastato molto meno per far drizzare le antenne a Washington, particolarmente attenta, - si direbbe - a minacce concernenti mezzi dell'aviazione. Anche perché la Corea del Nord non è nuova a situazioni di questo genere: si ricordi l'attentato del 1987 con la bomba che uccise 115 passggeri a bordo del volo sudcoreano o l'incidente del 1969 quando un aereo americano in perlustrazione fu abbattuto con i suoi 31 uomini dell'equipaggio. Insomma ci sarebbe di che preoccuparsi, o almeno prendere sul serio le promesse del regime. Invece dal Dipartimento di Stato americano è arrivata la solita sonnolenta reazione: unhelpful, si sono limitate a dire fonti americane, non aiuta. Questa rischia di diventare un'espressione chiave nei prossimi anni: si distingueranno le azioni tra helpful e unhelpful. Immagino che non aiuti il dialogo, che zapaterianamente rischia di trasformarsi da mezzo (uno dei tanti) ad obiettivo in se stesso. La dichiarazione di Pyongyang ha i toni dell'ultimatum terrorista, senza se e senza ma: "inumana" l'ha definita Seul che, proprio mentre ritrova il nerbo perduto sotto le precedenti sunshine administrations deve fare i conti con un alleato che ha molta voglia di scopare la polvere sotto il tappeto e di non farsi troppo notare. Certo che, alla luce di fatti, anzi della retorica, sembra ancora più balzana la decisione di Bush di togliere la Corea dalla lista degli stati terroristi in cambio di un accordo sul disarmo che visto oggi sa di beffa colossale. Giugno 2008, questa la data in cui gli USA abdicarono al loro ruolo di protezione dei vicini e degli alleati dell'area e preferirono credere a Kim Jong Il. Su questo punto Obama sembra perfettamente in linea col suo predecessore.
Un'esercitazione congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud con migliaia di effettivi militari impegnati è stata l'occasione per un ulteriore innalzamento del livello di tensione. Il regime ha subito fatto sapere che considera questa manovra alla stregua di una aggressione e che è pronto a rispondere, dal momento che le sue truppe sono state poste in assetto di guerra. Prove di dialogo anche queste, si vede, che si aggiungono a quelle cominciate durante la visita del segretario di stato, accolta con la minaccia, l'ennesima, di un lancio di missili dalla postazione di Musudan-ri. Il missile deve ancora partire e nel frattempo fonti nordcoreane hanno fatto sapere che l'azione è prevista per l'inizio di aprile e che, nel caso "il satellite" dovesse essere abbattuto dai giapponesi o dagli americani, anche questo sarebbe interpretato come un atto di guerra con le conseguenze che si possono immaginare. Il fatto che finora alle parole non siano seguiti i fatti dipende principalmente dalla consapevolezza che, per quanto enorme e per quanto armato, l'esercito nordcoreano non sarebbe in grado di vincere una guerra contro il sud supportato dagli Stati Uniti. L'escalation verbale, però, indica anche che Pyongyang sta tastando il terreno e la determinazione della nuova amministrazione statunitense e che le risposte finora ottenute, blande a dir poco, al limite dell'appeasement, hanno dato fiato alle trombe e polvere ai cannoni del regime. Kim è debole, invecchiato, e ha bisogno di una prova di forza per dimostrare ai suoi -  i generali, non l'opinione pubblica che non ovviamente non esiste - di essere ancora il leader senza macchia e senza paura e che sarà lui, e non altri, a decidere il futuro del paese, a partire dalla successione. E' un posto, il suo, che fa gola a molti, quadri dell'esercito, famigliari e potenti vicini (Cina soprattutto). Ma se Kim dimostra di avere ancora intatte le potenzialità di costruire la bomba, di poter lanciare missili sull'Alaska e di non farsi scrupoli ad abbattere aerei sudcoreani, non solo condiziona l'agenda americana nell'area ma fa capire che alla fine, nonostante tutti i tavoli a sei del mondo, è ancora una volta Sua Maestà a tenere il coltello dalla parte del manico e a tenere sotto scacco la diplomazia mondiale e i pretendenti al trono. Evviva il dialogo.
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lunedì, marzo 09, 2009
Piccola recensione/2. A Christian Rocca La notte che Pinelli è piaciuto molto. A me no, ma non è questo il punto. Deduco dalla sua frase conclusiva che lui consideri una prova di saggezza il fatto che Sofri riconosca di non sapere che cosa sia successo in realtà quella notte alla questura di Milano. Sofri scrive, rivolto alla famosa ragazza ventenne:

Mi sono messo a ridere, ti ho invitata a dirlo, qualunque obiezione fosse. Non è un'obiezione, hai detto, è una domanda. Che cosa pensi che sia successo, quella notte, al quarto piano della Questura?
Ti rispondo. Non lo so.


Ecco, a me, quella frase gettata lì con tanta leggerezza (c'è chi dirà che è pesantissima, ovvio), ripensando un po' a tutto, ha fatto uno strano effetto. Insomma, mi è sembrata piuttosto grave e pure un po' sgradevole. Se volete ve lo spiego.
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Il declino. Dopo quattro anni di indigestione ideologica, qui in Spagna c'è una strana aria da fine della politica.
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Autocritica. Cadere in disgrazia a Cuba comporta sempre gli stessi umilianti riti di sottomissione al potere:

"Compañero Raúl: Me dirijo a usted para renunciar a mis cargos como miembro del Comité Central del Partido Comunista de Cuba y de su Buró Político y a mi condición de diputado, miembro del Consejo de Estado y vicepresidente del Consejo de Estado", dice la carta de Lage, fechada el martes, un día después de que se anunciara su separación de la secretaría del órgano del régimen conocido como Consejo de Ministros.

"Reconozco los errores cometidos y asumo la responsabilidad. Considero que fue justo y profundo el análisis realizado en la pasada reunión del Buró Político", dice Lage. "Reconozco plenamente que cometí errores (...) Asumo mi total responsabilidad por ellos", afirma igualmente Pérez Roque, refiriéndose a la misma reunión del Buró Político del Partido Comunista, de la que no se precisa la fecha pero anota que él participó "como invitado".
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Obama watch/13. Dio mio, no.

El presidente norteamericano, Barack Obama, asistirá a la segunda reunión del Foro de la Alianza de las Civilizaciones, que se celebrará el próximo 6 y 7 de abril en la ciudad turca de Estambul. El presidente del Gobierno español, José Luis Rodríguez Zapatero, recibe así un fuerte espaldarazo a su principal iniciativa en materia de política exterior.

Arridat...
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Obama watch/12. Adesso s'è inventato anche i "talebani moderati". Ma non si riposa mai?
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Il cuore in pace. Il presidente dell'Assemblea Nazionale del Popolo ha detto che in Cina la democrazia non ci sarà mai:

China will never adopt Western-style democracy with a multi-party system, its top legislator has said.

"We must draw on the achievements of all cultures," he told delegates in Beijing's Great Hall of the People.
"But we will never simply copy the system of Western countries or introduce a system of multiple parties holding office in rotation," he added.
"Although China's state organs have different responsibilities, they all adhere to the line, principles and policies of the Party."


La storia dei regimi comunisti è una continua conferma della loro incapacità strutturale di riformarsi. Adesso non resta che abbattere il PCC.
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L'ex dittatore grasso.



Mentre faceva finta di votare per se stesso, il Caro Leader appariva un filino gracile.
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domenica, marzo 08, 2009
Formidabile quell'anno.



Bucharest, 21 dicembre 1989. Ultimo discorso di Ceausescu.
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sabato, marzo 07, 2009
Il curioso caso dell'incidente di Morgan Tsvangirai. Il neo-premier dello Zimbabwe si è salvato da un incidente stradale venerdì notte. In cambio la moglie è morta. Mugabe è andato a trovarlo in ospedale. Chiamate il tenente Colombo.
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Cina. Altro giro, altra corsa. Solita inutile riunione annuale del parlamento-fantoccio cinese. Solito impresentabile cordone sanitario nei confronti della dissidenza.
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Obama and friends. Direi che possiamo cominciare a chiamarlo appeasement senza troppi patemi. Dopo solo un mese e mezzo di aria nuova la politica estera americana sta prendendo una piega ben poco rassicurante:

The new US envoy on North Korea said Saturday Washington wants dialogue with Pyongyang, amid concerns about the communist state's possible plans to test-fire a missile and a lack of progress on denuclearisation.

"We're reaching out now. We want dialogue," he said on arrival at Seoul's Incheon airport, when asked when Washington planned to reach out to the North.

Per Christian Rocca è solo tattica. Il tempo dirà.
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venerdì, marzo 06, 2009
"Vai, Ermete".



Dategli il TG3, per favore.
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Bangladesh. Dopo la rivolta. Se neanche l'Economist riesce a districarla, significa che la matassa dell'ammutinamento in Bangladesh è davvero intricata. L'unica cosa certa, per il settimanale, è che il primo ministro Sheikh Hasina ne è uscita rinforzata. Almeno per ora:

She has emerged from this crisis with her reputation enhanced. Having recently ended two years of rule by army-backed technocrats, during which she was jailed on corruption charges, Sheikh Hasina has reason to fear the generals. Yet she co-operated with them during the mutiny. When army officers began to rage at the killing of their comrades, especially as the bodies were disinterred amid excited casualty reports, she announced that there would be no amnesty for the killers, including five alleged ringleaders arrested this week.


Qui il punto del sottoscritto.
Un breve aggiornamento. L'India non ha esitato a qualificare gli autori del massacro nel quartier generale dei Bangladesh Rifles come "elementi sotto l'influenza ideologica della Jamaat-e Islami e della Jamaat-ul Mujahideen Bangladesh", memore forse dello scontro al confine che nel 2001 costò la vita a sedici soldati del suo esercito. Lunedì è scattato l'arresto per il presunto responsabile - almeno quello uscito allo scoperto - e altri quattro complici. Li hanno prelevati in un quartiere periferico della capitale e adesso devono rispondere del pluriomicidio degli ufficiali. Lui si chiama Syed Tahuidul Alam e lo attende la corte marziale. Sono altri 1000 i protagonisti della rivolta e del massacro in questo momento ricercati. Bisogna prenderli però. E qui cominciano i dubbi sulla gestione della crisi da parte del governo. Chi ha lasciato scappare gli ammutinati? E' stato dato loro del tempo per fuggire? Perché la cifra di morti è stata dapprima elevata a 140 e poi dimezzata precipitosamente? Altri interrogativi. Un video diffuso solo ieri, girato dalle telecamere a circuito chiuso del quartier generale dei BDR, mostra la presenza di estranei in divisa ufficiale, intenti a partecipare alla mattanza. Bisognerà verificare questo tipo di informazione che non è stata ancora confermata dalle autorità, ma se così fosse prenderebbe corpo la tesi di un tentato golpe eterodiretto, con tanto di coordinamento sul campo. Non basta. Subito dopo gli assassini due uomini di nazionalità cinese, di cui si conoscono anche i nomi, sono stati visti uscire dagli edifici teatro della strage. Chi sono e cosa ci facevano lì? Influenti figure del governo, riporta l'American Chronicle, hanno avuto ripetuti contatti con i ribelli durante le ore del sequestro, recandosi addirittura a più riprese nel quartier generale. Emissari del primo ministro o collaborazionisti? Poi c'è la polizia, intervenuta nelle ultime e decisive ore ma il cui ruolo concreto non è stato finora adeguatamente spiegato dalle autorità. E quelle telefonate tra i killer ed esponenti di diversi partiti politici, intercorse durante le concitate ore in cui nessuno in teoria sapeva cosa stava succedendo dentro l'edificio della capitale. Tutti aspetti che l'inchiesta ufficiale dovrebbe contribuire a chiarire, se non fosse che il governo ha deciso di affidarla ad un tale Abdul Kahhar Akhan, già pesantemente discusso in passato per aver commesso errori decisivi in un'altra indagine riguardante un delicato caso di criminalità politico-militare. Insomma sembrerebbe il personaggio giusto per un insabbiamento almeno parziale degli eventuali indizi scomodi che potrebbero scaturire dall'investigazione. Ma cos'ha da nascondere Sheikh Hasina? Non è lei in fondo la principale vittima - morti a parte - di questa azione orchestrata per rompere l'attuale assetto politico scaturito dalle elezioni? Difficile rispondere da questa distanza. Intanto l'operazione caccia ai ribelli continua e lascia il paese col fiato sospeso. Il primo ministro ha promesso che non ci saranno regolamenti di conti. E' per questo che il mandato delle autorità è di non toccare nessuno che non appartenga ai Bangladesh Rifles. Ma il clima di consenso e le speranze del dopo-voto sono già rotti ed è arduo credere che sia stata una semplice questione salariale a creare questo caos. Strana storia, si diceva. Dove alla fine rischiano di pagare solo le marionette, mentre i burattinai rimangono al largo.
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Gli atleti sono come i bambini. Perché l'attacco contro la nazionale di cricket dello Sri Lanka è una ferita profonda al cuore di una nazione.
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Obama watch/11. Qui Victor Davis Hanson gli affibia il soprannome di Great Divider, fino ad oggi riservato solo a GWB (leggete l'articolo, merita). Qui invece Paul Waldman lo paragona a Ronald Reagan. Altro che that's right...
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Birmania. Evitare inutili retromarce. Una risposta ben argomentata alla balzana idea di alleggerire le sanzioni in vigore contro il regime birmano (per la verità ad oggi la Clinton non ha ancora reso noto quale sia la strategia della nuova amministrazione su questo punto ma, visto l'esordio, tutto fa pensare che si vada in quella direzione):

In the midst of her recent Asia trip, Secretary of State Hillary Clinton indicated that the United States is reviewing its policy toward Burma. As the Obama administration assesses its options, it would be wise to remember it is dealing with one of the world’s most brutal tyrannies, which has held power for decades through terror and totalitarian control. Fear and force are the two things that the ruling junta most understands—and are the only two factors that have ever succeeded in altering its behavior over the years. Any policy review must be mindful of that history.

The current sanctions have not yet brought freedom, but that is no reason to abandon them. They must be intensified and coordinated multilaterally. The people of this fertile, resource rich, and once well-educated country are suffering under the economic malevolence and ignorance of their oppressors, not the effects of economic sanctions. A policy review of sanctions would be helpful only if it leads to better targeting and expanded coordination with allies in the region and beyond. But any backtracking or easing of pressure would be a huge mistake and would play right into the hands of the generals.
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Obama watch/10. Questa è meravigliosa, non posso aspettare:

Abuse of prisoners at Guantanamo Bay has worsened sharply since President Barack Obama took office as prison guards "get their kicks in" before the camp is closed, according to a lawyer who represents detainees.

"If one was to use one's imagination, (one) could say that these traumatized, and for lack of a better word barbaric, guards were just basically trying to get their kicks in right now for fear that they won't be able to later," he said.


Ovviamente qui si era scettici prima e lo si continua ad essere adesso. Altrove, però, qualcuno ha un problema.

(Via Camillo).
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giovedì, marzo 05, 2009
La vendetta delle forze speciali del Bangladesh.
Anche su Il Foglio online.
Strana storia quella dell'ammutinamento dei Bangladesh Rifles (BDR), che la scorsa settimana ha immerso per tre giorni il piovoso paese asiatico in uno scenario da guerra civile, lasciando sul terreno 70 morti ammazzati, tra i quali diversi ufficiali dell'esercito regolare. I Bangladesh Rifles sono la guardie di confine, uno storico corpo paramilitare le cui origini risalgono all'epoca della colonizzazione britannica dell'India. Le motivazioni ufficiali della ribellione che, oltre alla capitale Dhaka, ha coinvolto una decina di altre località, sono legate a rivendicazioni salariali e a una riforma della struttura di comando che non discrimini i membri delle forze speciali. Ma la tempistica dell'ammutinamento e la violenza del sequestro e dell'esecuzione degli ostaggi gettano più di un dubbio sulle reali intenzioni dei rivoltosi e di chi ne ha ispirato l'azione. Per inquadrare i fatti nel contesto socio-politico del Bangladesh si tenga  presente che le elezioni parlamentari del dicembre scorso hanno decretato l'affermazione della coalizione laica guidata da Sheikh Hasina, quella Awami League che da quindici anni si sta alternando al potere con il Bangladesh Nationalist Party (BNP) di Khaleda Zia, più vicino ai gruppi politico-religiosi di matrice islamica. Entrambe donne, entrambe abituate a passare dagli altari alla polvere, le due contendenti sono legate anche dall'appartenenza a famiglie politiche che hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia recente del Bangladesh, cominciata con l'indipendenza dal Pakistan nel 1971. Se è vero che il primo ministro in carica, fresca di insediamento, ha disinnescato la crisi in meno di 72 ore promettendo l'amnistia in cambio della resa, non è riuscita tuttavia ad evitare una carneficina che strazia nel profondo la credibilità delle forze armate e fa calare ancora una volta sul paese l'ombra lunga dell'instabilità politica. Strana storia, si diceva, perché sa troppo di tentato golpe. Se i membri del BDR avessero voluto solo rivendicare un trattamento più equo, perché lanciarsi in un'operazione sanguinaria e con poche possibilità di riuscita, invece di ricorrere a formule già sperimentate di disobbedienza, come il rifiuto di obbedire agli ordini?
E' Sreeram Chaulia su Asia Times ad indicare come probabile retroterra della ribellione una lotta di potere interna all'apparato militare, con ripercussioni sulla società civile. Capo dell'esercito è Moeed Ahmed, generale laico nemico giurato dei fondamentalisti islamici la cui influenza è cresciuta sensibilmente sotto l'anteriore governo del BNP: "Durante il secondo mandato di Khaleda Zia (2001-2006) - segnala Asia Times - un importante settore dell'esercito del Bangladesh fu infiltrato da elementi della Jamaat-e-Islami e della Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh per rinforzare la presenza dell'islamismo nella più potente istituzione del paese. Molti ufficiali oggi vantano un background islamista perché i laureati delle madrasse si sono arruolati in gran numero portando con sé un fervore fondamentalista che coesiste con difficoltà con il vertice laico dell'esercito capitanato da Ahmed". Potrebbe essere stata proprio la campagna di Ahmed contro gli elementi più ideologizzati ad aver scatenato la reazione delle forze fondamentaliste: una vendetta in piena regola che spiegherebbe il sequestro degli ufficiali e la loro esecuzione in stile terrorista, ma allo stesso tempo un tentativo fallito di cambiare con la violenza gli equilibri di potere.
Le divisioni interne si stagliano sullo sfondo della più complessa relazione tra i due grandi vicini, il Pakistan e l'India. Da una parte gli islamisti vicini a Islamabad e da sempre contrari all'indipendenza del Bangladesh. Dall'altra le alte sfere dell'esercito e la Awami League, considerati come alleati di Delhi. Non è un caso che il primo atto politico significativo della neo-eletta premier sia stato la riapertura del processo per crimini di guerra contro esponenti di spicco della Jamaat-e-Islami, accusati di atrocità al servizio del Pakistan durante la guerra di indipendenza. L'ammutinamento dei BDR è cominciato pochi giorni dopo l'inizio del giudizio contro il leader del movimento.
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Fa vento. Io ho paura del vento.
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La storia non si fa in tribunale. Passato il contenuto entusiasmo iniziale, meglio tornare al sano scetticismo di sempre. La giurisdizione internazionale come facile (e inefficace) surrogato della politica:

Bisogna ammettere che nel mondo i diritti umani e la democrazia non si difendono a colpi di sentenze, ma con la politica, di cui l'uso della forza fa parte. Certo, poi c'è la cattiva politica, che chiude gli occhi di fronte ai massacri in Darfur e che pensa che i diritti umani e la democrazia non abbiano nulla a che fare con lo sviluppo pacifico o aggressivo della Cina; e c'è la buona politica, che li ritiene condizioni di stabilità e sicurezza da promuovere con i mezzi più adeguati a ciascun contesto particolare. Sta a noi scegliere, ma senza l'alibi di una corte senza poteri reali. Tra una settimana il clamore sarà scemato e in Darfur sarà di nuovo "massacre as usual".
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mercoledì, marzo 04, 2009
Piccola recensione. Ho letto La notte che Pinelli di Adriano Sofri: involuto, ripetitivo, difficile da seguire se non conosci già tutti i fatti. Dubito che sia utile alle ragioni di chi l'ha scritto, di certo non soddisfa le curiosità di chi lo compra. Un abuso di pazienza, povera ragazza ventenne.
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Authoritarian deliberation. Non lo traduco perché è un concetto nato nella anglosfera cinese, elaborato da Rebecca McKinnon per spiegare come il Partito Comunista Cinese potrebbe alla fine vincere la battaglia di Internet, utilizzando le potenzialità della rete per cementare il suo potere. Non solo censura, il controllo del web è questione molto più sottile, subdola e complicata dalle parti di Pechino.
(Piccolo inciso: se l'inflazione di blog sta uccidendo questa forma di comunicazione - mi pare innegabile - non riesco tuttavia ad immaginare questo genere di riflessioni sui media tradizionali).

On this blog I've written before about the idea of "authoritarian deliberation:" The Internet has enabled vastly more social discourse and deliberation on public affairs in China than anybody could have imagined ten years ago; but at the same time China's political institutions are no more democratic than they were ten years ago. Nor has the legal system grown more independent. I've argued in the past that one can imagine a scenario in which, if the Chinese Communist Party is clever and flexible enough to evolve, they may be able to use the Internet to stay in power longer than would have been possible if the Internet did not exist. They would do this by convincing a critical mass of ordinary Chinese people through publicity stunts like the "eluding the cat" investigation that the people's voices can be heard and that "public supervision" of government is possible without needing democratic multi-party elections. I'm not arguing that this would necessarily be a successful long-term strategy, but in the medium term it could generate enough evidence for nationalists to argue in the government's favor, things for the chattering classes to do, combined with sufficient public argument about who is a government patsy, and who is in cahoots with whom, who is telling the truth etc etc., that criticism becomes too diffuse to mount a meaningful challenge - especially when you combine that tactic with sufficient censorship and astro-turfing to skew the conversation in the CCP's favor, plus the arrest of people like Liu Xiaobo and Hu Jia who might otherwise be capable of bringing together the disparate issues surrounding all these local incidents and becoming leaders of national opposition movements. Whether this scenario actually does prevail, or whether another less cynical scenario prevails, ultimately depends on the Chinese people themselves, as Ai Weiwei put it to me in January:

We will never have a real civil society, a democratic society, unless people take responsibility. ...I believe the desire for justice and equality is something that people must have in their own hearts. This isn't something that one person can give to another. This is a right that must be exercised. If you don't exercise your right society will be in a difficult state.

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Obama watch/9. C'è questa storia della lettera scovata/filtrata dal NYT che Obama avrebbe inviato a Medvedev per cercare una seconda Yalta (paroloni, lo so). C'è chi parla di ritorno alla modestia in politica internazionale. Sarà. Io ho piuttosto la sensazione che il neo-presidente sia ancora in una fase embrionale, stia sondando il terreno, insomma ci stia provando un po' con tutti per vedere che succede. Non è necessariamente una bella sensazione.
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Almeno un po' di giustizia. Comunque la pensiate sui tribunali internazionali, questo potrebbe essere un passo avanti. Adesso vediamo chi lo va a prendere.

Speaking on Tuesday ahead of the announcement, Mr Bashir said the Hague tribunal could "eat" the arrest warrant.

Sudan expert Alex de Waal told the BBC the indictment is "pretty toothless" as the ICC does not have a police force.

Russia called the warrant a "dangerous precedent".
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Cina. Una storia di coraggio e di lacrime.
Anche su Laogai.
E’ una storia di coraggio e lacrime quella dei cittadini cinesi usciti allo scoperto - molti di loro per la prima volta - con la firma della Charta 08, il documento politico pubblicato online lo scorso dicembre per rivendicare la fine del regime a partito unico e la trasformazione della Cina in una democrazia liberale. Il coraggio risiede nella consapevolezza delle conseguenze che un simile gesto necessariamente comporta nel contesto sociale in cui si produce. Le lacrime derivano dalla sensazione di aver perduto la propria innocenza di fronte ad un potere pubblico ossessionato dal controllo e dalla censura. “Ho firmato quel testo dopo aver pianto tanto”, confessava Xiao Tang, trentenne blogger di Shanghai, dalle pagine del suo diario digitale prima che il Grande Fratello telematico ne decidesse la chiusura. La sua storia è emblematica del clima politico della Cina attuale e della novità che la Charta 08 rappresenta nella lotta per i diritti civili all’interno del paese. Come molti altri firmatari anche Xiao Tang è stata chiamata a “prendere un tè” con i servizi di sicurezza dello stato. Questa espressione è destinata ad entrare nella storia insieme alla Charta 08. Il tè gentilmente offerto dalle autorità altro non è che un interrogatorio in piena regola cui vengono sottoposti i cittadini sospettati di azioni “sovversive” contrarie alla “legalità socialista”. E’ un appuntamento cui non si sfugge, un invito che non si può rifiutare. Ne era ben consapevole Xiao Tang quando sul suo blog scriveva: “Siamo cresciuti tutti nutrendoci di melamina politica. La paura si è fatta pietra nei nostri corpi”. Diversi verbali non ufficiali di questi incontri sono circolati in rete nelle ultime settimane, in genere riprodotti a memoria dagli stessi protagonisti. Le modalità degli interrogatori non sono particolarmente violente ma rimangono tuttavia umilianti. Si va dalle domande sulle scuole frequentate, sul proprio lavoro e su quello di parenti e conoscenti, sull’agenda personale e sui viaggi previsti nei mesi successivi, fino a toccare questioni più propriamente inerenti all’ideologia politica degli investigati e ai motivi che li hanno portati a sottoscrivere il documento. Un esame delle azioni e delle intenzioni, pieno di avvertimenti e di minacce più o meno esplitite, a fare attenzione, a pensarci bene prima di compiere gesti avventati, ché gli apparati dello stato possono arrivare ovunque. Quando le hanno chiesto dei suoi genitori Xiao Tang è di nuovo scoppiata a piangere: “Loro non sanno nulla di tutto questo,  non c’entrano con le mie convinzioni politiche”.
Dopo la sospensione dell’account da parte della polizia, il diario della ragazza è ripreso su un altro indirizzo, attirando l’attenzione della stampa internazionale. E’ forse è stato proprio il servizio che le ha dedicato il Washington Post a convincere i servizi di sicurezza che la sua poteva essere un’adesione potenzialmente eversiva: “Il Washington Post ha scritto che hai ricevuto la Charta nella tua casella di posta, chi te l’ha inviata?”, si è sentita chiedere dagli agenti in borghese evidentemente alla ricerca dei mandanti. Un compito particolarmente arduo questa volta per le spie del regime. Controllare i dissidenti è in fondo abbastanza semplice: molti di loro sono già fuori gioco, in esilio o agli arresti, e in occasione di una data sensibile è ormai tradizione piazzare un cordone sanitario intorno alla loro abitazione in modo da isolarli dal resto della comunità. Liu Xiaobo, reduce di Tiananmen, uno degli ispiratori della Charta è stato prelevato ancor prima che questa fosse resa pubblica e ad oggi non se ne conosce né il luogo di detenzione né lo stato di salute. Ma decisamente più complicato è imbrigliare un nascente movimento civico formato per lo più da semplici cittadini che hanno trovato nella Charta 08 un documento attraverso cui esprimere per la prima volta la loro visione della politica e della società. Sono in questo momento più di 8000 le firme depositate online e, nonostante la censura, il testo continua ad essere diffuso e riprodotto in rete. Prima dell’intervento della polizia informatica, sul blog di Xiao Tang si potevano leggere i commenti di alcuni lettori che dimostravano il loro appoggio all’iniziativa e al coraggio della ragazza: “Ho firmato anch’io”, scriveva uno di questi, “ho pianto insieme a Xiao per la frustrazione”. E ancora: “Se le autorità non avessero paura non cancellerebbero i post in questo modo”.
Forse non è facile per il lettore occidentale rendersi conto della portata rivoluzionaria di questi comportamenti. In fondo per noi è un gesto piuttosto semplice quello di sottoscrivere un documento online o di siglare un commento in calce ad un articolo. Non così alle latitudini cinesi, dove esporsi significa spesso pagare con la propria libertà: “So esattamente cosa mi può succedere per aver aggiunto il mio nome alla lista”, dichiara Xiao Tang al Washington Post, “ma non ho più paura. E’ mio diritto sostenere un’idea con la mia firma e non rinuncerò ai miei diritti”. A dispetto delle cautele degli scettici che minimizzano sistematicamente la portata del testo e spesso lo liquidano come l’ennesimo tentativo velleitario di un gruppo di intellettuali isolati dalla realtà, non passa giorno senza che la Charta 08 dia prova della sua consistenza politica. Il miglior esempio della sua lenta ma costante penetrazione all’interno della società cinese è dato proprio dalle reazioni delle autorità: non solo gli inviti per il tè, la censura online e le scomuniche ufficiali nelle università, ma anche un serrato dibattito dentro il Partito Comunista su come affrontare quella che il ministro degli interni ha definito poche settimane fa come “una seria minaccia alla stabilità sociale”. Riferisce il South China Morning Post che si stanno confrontando ai vertici due scuole di pensiero: quella che vorrebbe l’arresto di tutti i firmatari e quella che invece si accontenterebbe di colpire il nucleo originario dei trecento ispiratori della dichiarazione. Come si vede in discussione non è la repressione ma solo la sua intensità. Pare che Hu Jintao appartenga a questo secondo gruppo, mentre i membri del Politburo più vicini agli apparati di pubblica sicurezza spingerebbero per un giro di vite indiscriminato. Ma ci sarebbe anche una terza via, rappresentata da alcuni degli anziani del Partito che - prendendo spunto dai principi della Charta – starebbero insistendo per un rilancio di quella breve stagione di riforme politiche promosse da Zhao Ziyang e violentemente interrotte dai carri armati in piazza Tiananmen. Vent’anni dopo,  mentre le madri dei caduti  non si stancano di chiedere giustizia, una nuova generazione di cittadini si affaccia sulla scena politica con un documento di rottura rispetto all’attuale stagnazione. Per adesso la protesta rimane virtuale ed è altamente improbabile che nei prossimi mesi possano ripetersi le manifestazioni di allora: il regime ha imparato la lezione e ha stretto le maglie della prevenzione. Ma l’inquietudine all’interno delle segrete stanze del potere è palpabile, anche perché è la prima volta dopo il massacro dell’89 che la statua della libertà e la fine del monopolio del partito unico tornano a turbare i sogni di onnipotenza dei gerarchi di Zhongnanhai.
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martedì, marzo 03, 2009
Un pueblo de hombres enteros. Ovvero del machismo militarista a Cuba:

Después de varias décadas de escuchar lo mismo, estoy cansada del macho enfundado en su uniforme verde olivo; del adjetivo “viril” asociado al valor; de los pelos en el pecho determinando más que las manos en la espumadera. Todas mis progesteronas aguardan porque esa parafernalia tan robusta, se cambie a frases como “prosperidad”, “reconciliación”, “armonía” y “convivencia”.
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Le mani sul Nepal. Indovinate chi le sta mettendo.
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Con quella faccia un po' così. Purtroppo il nuovo inviato USA per la Corea del Nord è proprio Stephen Bosworth.

(...) che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c'inghiotte e non torniamo più.
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A Fabio. A Luisa.

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