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giovedì, febbraio 26, 2009
L'anno del bue/2. Nel frattempo ieri tre uomini si sono dati fuoco in pieno centro a Pechino:

A preliminary investigation of the high-profile protest showed the men had come to the capital to file grievances with the central government, police said, in a common tactic that local governments often try to squash. Unnamed sources told the Reuters news agency that at least one of the men might have come from the restive Uighur minority in China’s northwestern Xinjiang province. Xinjiang public security officials would not confirm the report, which comes as authorities step up security ahead of several sensitive political anniversaries this year.

E' confermato che siano uiguri, anche se le fonti cinesi hanno pensato bene di non rivelarlo. James Reynolds spiega cosa ci sia dietro questa notizia e soprattutto che mestiere complicato sia fare informazione in Cina.
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Chiamala gaffe. Sophie Richardson, sempre sul preoccupante inizio dell'era Obama in politica internazionale:

We don't know whether Clinton privately emphasized the importance of human rights to her hosts. But what was said publicly, perhaps to quell the apprehension of the Politburo, came across as callous to the victims of human rights abuses. This is a shame and a change of tack for Clinton, who has previously lauded China's human rights defenders. It's a change for U.S. policy too; one of the long-standing themes across party lines has been U.S. support for the brave individuals who are working within China to try to improve their country's rights environment.

One can only imagine how Liu and China's other courageous human rights defenders felt when hearing that the United States now considers them an impediment to progress on other issues.
Even more dangerous, Clinton's statements undermine the Obama administration's credibility on human rights the world over.
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Ancora su Clinton in Asia. Bush ha lasciato uno stato dell’arte piuttosto confuso prima di ritirarsi a vita privata. Il suo fallimento più grande è stato credere nel successo dei negoziati a sei sul nucleare e di venderne un esito positivo proprio mentre tutto attorno il castello di carta crollava sotto le folate di vento radioattivo che provenivano da Pyongyang. Hillary è da lì che ha ricominciato. E lo ha fatto in un modo a dire il vero non troppo elegante, imputando alla precedente amministrazione una colpa d'origine, quella di avere abbandonato il Framework Agreement che nel 1994 era stato firmato da suo marito con la Corea del Nord, e che prevedeva la disattivazione degli impianti al plutonio in cambio di energia e cibo. Commettendo il solito errore della sinistra, la Clinton ha fatto responsabile l’America degli inadempimenti della controparte: secondo lei la denuncia di quel trattato avrebbe fornito a Kim Jong Il la scusa per riprendere la corsa al nucleare. A parte il fatto che Kim non ha mai nella sua vita rispettato un solo patto, non c’è motivo per credere che la nuclearizzazione del paese fosse mai stata interrotta. Se è vero che il famoso reattore di Yongbyon era stato disattivato, è altresì vero che si tratta del teatro di tutte le messinscene di regime, come dimostra la sua seconda disattivazione davanti alle telecamere l’anno scorso, nel pieno dei negoziati a sei, quando sembrava che un altro accordo fosse stato raggiunto. Yongbyon è il classico specchietto per le allodole che il regime genocida di Pyongyang offre periodicamente alla comunità internazionale per dimostrare la sua volontà di disarmo. Ma la produzione di plutonio continua, ed è continuata sotto Clinton, in altri siti strategici che non vengono esposti allegramente all’occhio delle telecamere e che infatti rimangono off-limits per verifiche di una certa consistenza. Di questi l'ex first-lady non parla, o almeno non l’ha fatto finora, impegnata com’è stata a screditare – per i motivi sbagliati – l’operato dei suoi predecessori. E Hillary preferisce tacere anche sull’uranio arricchito, la cui produzione è stata al centro di dibattito proprio mentre i negoziati si avviavano all’ennesimo fallimento. Anzi dice che non ci sono elementi per affermare l’esistenza di un programma sull’uranio e che è meglio concentrarsi su quello che si sa, cioè che Pyongyang ha il plutonio e qualche bomba già assemblata. Saggia decisione, se non fosse che il problema nel trattare con i comunisti del nord è proprio quel che resta nascosto, che non si svela, che nessuno va a vedere. Cioè quasi tutto. E allora un buon modo per cominciare a invertire la tendenza di un un quindicennio perso a credere alle menzogne di Kim, sarebbe pretendere ed ottenere un serio programma di verifica da condurre non alle condizioni del regime ma a quelle della comunità internazionale, ammesso che esista. Se la Clinton vuole cancellare l’eredità di Bush potrebbe prendere le mosse proprio dagli errori della precedente amministrazione, tanto determinata nel primo mandato quanto arrendevole alla fine del secondo. E invece di aprire le porte ad altri impegni che impegnano una parte sola, rischiare lo scontro aperto e mettere il tiranno alle corde, o almeno impedirgli di tenere sotto scacco l’intero pianeta. L’esordio non è dei più promettenti, visto che prima di partire per la missione orientale ha avuto parole al miele per lo stato-gulag, promettendo significative aperture in caso di corsa al disarmo. Come se ad aprirsi dovessero essere gli Stati Uniti e non la Corea del Nord. Siamo di nuovo sulla difensiva, di nuovo fermi al punto in cui si crede che i regimi criminali si possano comprare in cambio di un piatto di cereali o una tanica di carburante. Lo spettro di Christopher Hill si staglia anche sull’amministrazione Obama. E se è vero che il prossimo inviato speciale a Pyongyang sarà Stephen Bosworth, uno che ha scritto che la Corea del Nord vuole “più di qualsiasi altra cosa” una relazione amichevole con gli Stati Uniti, allora non c’è da stare allegri. Spero di sbagliarmi. In Giappone comunque, prima tappa del suo tour, Hillary si è sbilanciata sulla necessità di risolvere il problema dei sequestri compiuti negli anni '70 e '80 da spie nordcoreane ai danni di cittadini giapponesi, una ferita aperta nelle relazioni tra Tokyo e Pyongyang. Non è poco che vi abbia fatto riferimento, dal momento che Bush aveva evitato di portare la questione sul tavolo del negoziato a sei per non rischiare compromettere il famoso patto poi ovviamente naufragato per volontà e decisione di quelli che non si volevano offendere. Nell’imminenza dell’arrivo del segretario di stato in Asia, la Corea ha lasciato intendere ch potrebbe anche lanciare qualche missile, così per provare. L'agenzia di stampa di Pyongyang ha reso noto a visita conclusa che Kim Jong Il ha passato in rassegna le installazioni militari di Musudan-ri, da dove i lanci dovrebbero effettuarsi. La Clinton ha reagito definendolo un passo indietro nelle relazioni, che evidentemente devono aver registrato qualche passo avanti di cui personalmente non mi ero accorto.
Buona invece, anche se quasi obbligata, la scelta di passare dal Giappone in prima battuta per riconfermare la sua qualità di alleato numero uno nel continente e per dare una mano ad un primo ministro, Taro Aso, sempre più in difficoltà tra crisi economica epocale e ministro delle finanze ubriaco e costretto alle dimissioni. E' stato lui il primo capo di stato e di governo invitato alla Casa Bianca da Obama, un gesto se non altro simbolicamente significativo. Conferma dell’alleanza quindi e richiesta ai giapponesi di assumere un ruolo più attivo sulla scena internazionale in appoggio alle iniziative americane, anche se sarà risparmiata a Taro Aso la patata bollente dell’invio di truppe sugli scenari di conflitto, almeno per il momento.
Poi Clinton è partita per l'Indonesia. E' tradizione che il primo viaggio di un segretario di stato approdi a Tokyo, Seul e adesso anche Pechino, ma andare a Jakarta è cosa distinta sotto diversi punti di vista. Prima di tutto si tratta di un paese a maggioranza musulmana, anzi il paese musulmano per eccellenza, se è vero che nessun altra nazione può contare su un numero di persone di fede islamica così alto. Come già spiegato altre volte si tratta in prevalenza di un islam moderato, non fondamentalista, anche se sacche di integralismo sono sempre più consistenti e soprattutto si fanno sentire in maniera piuttosto fragorosa (non dimenticare Bali). E' il secondo ponte di Obama al mondo musulmano, dopo l'intervista ad Al-Arabyia pochi giorni dopo il suo insediamento. Ma l'Indonesia è soprattutto una democrazia consolidata, almeno rispetto agli standard dell'area e un esempio di transizione dall'autoritarismo allo stato di diritto, da Suharto al sistema parlamentare. "Questo paese dimostra che democrazia e religione islamica possono crescere insieme", ha detto Hillary al suo arrivo con tutte le ragioni del mondo. Peraltro è quello che Bush ha sempre sostenuto sei suoi otto anni di presidenza, ci ha fatto anche due guerre e non è mai stato accolto da applausi, salvo rare eccezioni. Infine ma non meno importante, l'Indonesia è anche una grande nazione del sudestasiatico. E' la prima volta che l'esordio internazionale porta un segretario di stato in quest'area del pianeta, una delle più interessanti politicamente e allo stesso tempo più instabili. Si misurerà proprio dalla capacità di influenzarne gli equilibri, a vantaggio proprio e soprattutto delle popolazioni in sofferenza, gran parte del successo della politica estera asiatica della nuova amministrazione. Finora sono stati solo ostacoli, bastoni fra le ruote e chiusure a riccio, o dei singoli paesi o dell'Asean, il grande carrozzone dell'inefficienza e dell'inefficacia, così variopinto da comprendere al suo interno realtà tanto eterogenee come la Thailandia e la Cambogia, Brunei e la Birmania.
Già la Birmania, lo stato pariah, la grande ferita nel ventre del sudestasiatico. Continuità o rottura con l'approccio intransigente e moralmente ineccepibile dell'amministrazione bush verso la giunta militare? Interpellata da una studentessa all'università di Tokyo, Hillary ha spiegato che gli Stati Uniti stanno rivedendo il loro approccio alla situazione, lasciando intendere che potrebbero esserci cambiamenti in vista, anche se non si sa di che portata. Il che ha fatto subito rizzare le antenne ai siti dell'opposizione in esilio. La rivista Irrawaddy si è chiesta se la frase della Clinton dimostri l'intenzione di rivedere la politica di sanzioni in atto e la scelta di un approccio più dialogante, un engagement prudente nei confronti del regime. Troppo presto per dirlo, anche se questo rischio c'è ed è frutto di una errata analisi del perché le sanzioni economiche non hanno funzionato come si sperava. Due settimane fa Nick Krystof sul NYT concludeva superficialmente un suo articolo sposando la solita tesi secondo cui l'embargo sarebbe controproducente e danneggerebbe solo la popolazione. Nel caso birmano questo ragionamento fa più di una grinza. Se le sanzioni occidentali in piedi da più di un decennio non sono state efficaci nel determinare un cambio di regime non è perché manchino l'obiettivo (in Birmania tutta l'economia è in mano alla casta politico-militare) ma perché sono sistematicamente vanificate dalla strategia contraria adottata dagli infuenti vicini (Cina, India e Thailandia) che non si fanno scrupoli nel riempire le casseforti dei generali in cambio della libertà di razziare le risorse naturali del paese. Avverte Irrawaddy che un eventuale engagement da parte dell'occidente e in primis dell'America in assenza di una strategia complessiva per una soluzione della crisi rischierebbe di ripetere gli stessi schemi, e finirebbe solo per prolungare la vita del regime e l'agonia del popolo birmano. Io credo che Bush non possa vantare molti crediti nel suo approccio al continente asiatico, ma che la Birmania sia uno di questi, anche se maturati solo nell'ultima parte del suo mandato. Sarebbe un peccato se Obama partisse proprio da qui per dimostrare un distanziamento dal suo predecessore.
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mercoledì, febbraio 25, 2009
Rapporto canaglia. Questo dev'essere sfuggito a Hillary.
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martedì, febbraio 24, 2009
Amici in cinque minuti/3. Dal punto di vista realista il viaggio di Hillary è stato un successo. Di democrazie  e diritti umani non si è parlato e, quando il tema è stato affrontato incidentalmente, si è risolto in qualche formula diplomatica piuttosto astrusa. La visita cinese è stata un caso paradigmatico: non solo la nuova segretario di stato non ha fatto cenno alle tematiche spinose per il governo cinese, non solo ha mantenuto il silenzio sul Tibet e sulla Charta '08, ma ha addirittura esplicitamente dichiarato che le questioni inerenti ai diritti umani non devono interferire con le relazioni bilaterali. E' un passo in più, che solo i fanatici di una malintesa realpolitik o l'attuale (confusa) sinistra liberal possono applaudire. E pensare che fu proprio lei a galvanizzare la platea negli anni '90, quando suo marito era presidente, parlando dei diritti delle donne conculcati dalla dittatura e per estensione delle libertà da difendere dalla violenza di stato dei poteri autoritari. E pensare che fu proprio lei a criticare aspramente Bush per la sua presenza all'inaugurazione dei giochi olimpici, in nome di quegli stessi principi di cui si è volentieri dimenticata nella sua nuova veste. Certo, si dirà, una cosa è fare politica militante, l'altra governare un paese. Vero, ma proprio qui sta il punto. Ci sono molti modi di difendere i principi di civiltà che stanno al centro della nostra visione del mondo. Non si trattava di dichiarare guerra alla Cina, si trattava solo di far presente che oltre ai buoni del tesoro americani forse Pechino poteva cominciare a comprare anche qualche altro valore. Così non è stato, anzi Hillary ci ha tenuto a far sapere che il passato è passato e comincia una nuova era di collaborazione in un momento critico come quello che stiamo vivendo. Se questa è la carta di presentazione di Obama nelle relazioni internazionali e in particolare nei confronti delle dittature, meglio non farsi troppe illusioni.
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L'anno del bue. Comincia in Tibet con una bella chiusura delle frontiere. Ma non ditelo a Hillary.
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lunedì, febbraio 23, 2009
Amici in cinque minuti/2. Sulla triste performance della Clinton a Pechino tornerò a parlare con più calma nei prossimi giorni. In un breve commento Mauro Gilli fa presente che la retorica fine a se stessa genera mostri. Pienamente d'accordo. Solo che invece di sospendere l'enfasi democratica - come ha fatto Hillary - basterebbe accompagnarla con azioni coerenti. L'Asia sarà un banco di prova notevole per le ambizioni e le intenzioni della nuova amministrazione americana: il dossier Corea del Nord scotta e quello birmano attende risposte (che difficilmente verranno, nonostante la retorica). L'inizio è stato a dir poco deludente.
P.S. Federico Punzi è più comprensivo.
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sabato, febbraio 21, 2009
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Amnistie alla birmana. La giunta ha rilasciato 6301 criminali comuni dalle prigioni del paese "per favorirne la partecipazione al voto del 2010". Come già spiegato, servono più fuori che dentro. Nel mucchio anche 12 prigionieri politici. Adesso ne restano solo 2140 dietro le sbarre.
Update. Sono 23 i dissidenti liberati. Ne mancano 2129.
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Obama watch/8. Intanto lui continua a bombardare in Pakistan.
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Quest'anno ci siamo giocati l'Africa. In realtà è da decenni che l'abbiamo persa. Solo che fino a qualche tempo fa nessuno ne approfittava. Adesso sì. E non è che gli africani siano così contenti.
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Amici in cinque minuti. Parleremo più approfonditamente della prima uscita di Hillary Clinton in Asia. Per adesso basti questa stretta di mano:



Si è chiaccherato di economia e di cambio climatico. Fa fine e non impegna:

The United States and China glossed over differences on human rights as they pledged here on Saturday to work more closely in tackling the global economic crisis and climate change.

Un piccolo problema di ordine pubblico non ha turbato la cordialità della visita:

More than a dozen Chinese dissidents have been questioned, followed or detained during U.S. Secretary of State Hillary Clinton's weekend visit to Beijing, fellow activists said Saturday.
The stepped-up controls come as international human rights groups expressed outrage over a statement by Clinton ahead of her Friday arrival that issues such as climate change, the world financial crisis and North Korea would likely take precedence over traditional U.S. concerns about human rights in her discussions.
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Obama watch/7. Non c'è solo la ginevrina Guantanamo, oggi arriva anche la posizione ufficiale della nuova amministrazioni sui detenuti afghani. Una volta uno che sa mi disse: Obama riabiliterà Bush.

The Obama administration told a federal court late Friday it will maintain the Bush administration's position that battlefield detainees held without charges by the United States in Afghanistan are not entitled to constitutional rights to challenge their detention.
"Having considered the matter, the government adheres to its previously articulated position," said a Justice Department document filed in federal court in Washington.
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venerdì, febbraio 20, 2009
Dissacrazione.



(Presa da qui).
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Largo ai giovani. C'è movimento nelle forze armate nordcoreane:

General O Kuk-ryol, 78, will serve as a vice chairman of the powerful National Defence Commission, the Korean Central News Agency (KCNA) reported.

Correspondents say Gen O is a hardliner and his appointment seems intended to send a defiant message to South Korea.
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giovedì, febbraio 19, 2009
Corea del Nord. Una tragedia evitata?



Lo scorso giugno la Corea del Nord si trovava, secondo alcuni riconosciuti esperti, sull'orlo di una nuova carestia. I prezzi degli alimenti erano esplosi e la scarsità di cibo stava provocando le prime morti nelle campagne, soprattutto nel nord-est del paese. Si descrivevano scene già viste dieci anni prima durante la grande fame che uccise da uno a due milioni di persone. Famiglie costrette a mangiare erbe, rinascita del mercato nero e perfino rivolte più o meno estese nei centri urbani ed in alcune fabbriche. Ma soprattutto i granai dell'esercito erano vuoti e i militari, la prima linea del potere di Kim Jong Il, mostravano segnali di insofferenza che in alcuni casi sfioravano l'insubordinazione. Anche nella capitale Pyongyang, dove le classi dirigenti vivono al riparo dalle avversità che quotidianamente colpiscono il resto della popolazione, le razioni alimentari avevano subito una brusca riduzione. Oggi, otto mesi dopo, gli stessi esperti constatano che la temuta carestia non si è prodotta e che addirittura i prezzi del riso, alimento essenziale nella scarna dieta dei nordcoreani, stanno sensibilmente diminuendo: in media, rispetto a due mesi fa, un chilogrammo di riso costa 300-400 won in meno, un quinto del totale. Cosa è accaduto? Erano sbagliate le previsioni catastrofiste o il regime è corso ai ripari? In effetti gli elementi per una ripetizione della crisi alimentare c'erano tutti, non ultima una serie di inondazioni che avevano devastato parte dei raccolti nel 2007 lasciando allo scoperto milioni di persone. Ma probabilmente - e quando si parla di Corea del Nord il condizionale diventa imperativo - il rischio di una rivolta dell'esercito ha fatto scattare l'allarme nei palazzi del potere, in cui in questi mesi peraltro ha comandato non si sa bene chi, causa malattia del Caro Leader. E' successo allora che il governo ha deciso di comprare cibo, convertendo i proventi dell'export in alimenti e sopperendo in questo modo alla carenza interna. Informa la stazione Open Radio, che trasmette illegalmente in alcune zone di territorio nordcoreano, che a gennaio è arrivato il primo carico di 500 tonnellate di riso dalla Cina, acquistato con una sorta di baratto sulle materie prime esportate. "Il carbone - si legge sul sito web della stazione - è normalmente venduto per l'equivalente di 65 $ per tonnellata ma l'importo guadagnato con queste transazioni è in questo momento convertito in cibo e trasportato in Corea. Per 7,5 tonnellate di carbone si ottiene una tonnellata di riso". Questo riso non è destinato a nutrire direttamente la popolazione ma piuttosto a soddisfare le necessità dell'esercito. Il risultato finale è lo stesso, considerato che la paura di confische per mantenere fedeli i militari era stata una delle cause principali dell'impazzimento dei prezzi nei mesi scorsi: "Il riso - leggiamo ancora - è immagazzinato per l'emergenza e non viene venduto nei mercati ai cittadini. Sembra che queste attività siano finalizzate a creare scorte per i soldati in preparazione di un inasprimento delle ostilità fra nord e sud". E' quindi probabile che la Corea del nord, nel ripristinare una situazione alimentare accettabile, abbia comunque come primo obiettivo la compattezza delle truppe in vista di uno scontro con il sud. Potrebbe sembrare fantascienza ma vista la retorica e soprattutto la natura del regime di Pyongyang non lo è affatto. Proprio in occasione del viaggio di Hillary Clinton, i comunisti hanno alzato il livello dello scontro, minacciando il lancio di nuovi missili e sfidando apertamente Seoul. Che Kim Jong Il si stia davvero preparando per la guerra o meno, è certo che l'importazione di cibo ha determinato una drastica riduzione dei prezzi e scongiurato per il momento la carestia. A questo elemento si devono aggiungere un raccolto 2008 certamente superiore al previsto e un verosimile aumento di aiuti provenienti dagli Stati Uniti (nonostante lo stallo sul nucleare) e dalla Cina. Il quadro ad oggi, se non stabile, è almeno quello di una tragedia evitata. Interessante comunque notare alcune dinamiche interne all'economia nordcoreana che dimostrano tutta la nocività di una politica di controllo assoluto dello stato sull'economia. Quando parliamo di mercati nel caso nordcoreano non dobbiamo pensare ad un giro di compravendite o di transazioni nemmeno lontanamente paragonabile a quello cui siamo abituati. Stiamo invece ragionando su attività economiche il più delle volte improvvisate, createsi in maniera spontanea, per necessità o disperazione, al di fuori dei vincoli della pianificazione statale, quasi sempre represse e a volte tollerate in situazioni di particolare emergenza. Una valvola di sfogo naturale, l'unica possibile, per una popolazione costantemente alle prese con problemi di sussistenza. Queste attività, quando raggiungono livelli di diffusione che il regime considera suscettibili di sfuggire al suo controllo, vengono schiacciate senza troppi patemi. E'successo più volte negli ultimi anni e, nota ancora Open Radio, è stato proprio in occasione di queste ondate repressive che i prezzi alimentari sono schizzati verso l'alto: "L'aumento del prezzo del riso nell'ottobre 2005 fu influenzato dall'annuncio del governo di ritornare al vecchio sistema di razionamento del cibo. Nel maggio 2006 il governo riprese il controllo dei mercati con il pretesto di piantare più riso e provocarne un innalzamento del prezzo. Nell'agosto 2007, quando vennero lanciate diverse campagne di controllo dei mercati sotto lo slogan "Sconfiggiamo gli elementi antisocialisti", il prezzo del riso crebbe di nuovo drasticamente. Infine, nell'aprile scorso anno, ha toccato il tetto dei 4000 won al chilogrammo, una quota senza precedenti. Durante questo periodo sono state adottate misure che limitavano l'età delle donne nei mercati". Insomma, solo nei rari e brevi momenti in cui una società totalmente oppressa ha trovato la forza di sfidare le regole, l'economia ha respirato. Per il resto sono stati sessant'anni di catastrofi e arretratezza, in uno dei più folli esperimenti sociali mai concepiti.
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Birmania. Un altro inviato in pasto ai generali. Ogni volta che un grigio funzionario ONU mette piede in Birmania contribuisce a rendere più urgente la chiusura del Palazzo di Vetro.
Tutto, dall'attitudine remissiva agli eufemismi pelosi, trasuda inutilità. Ma non è nemmeno colpa di questi burocrati che il più delle volte non sanno nemmeno cosa vanno a fare in posti così. E' chi ce li manda che dovrebbe essere rimosso quanto prima per fermare questo interminabile suicidio di credibilità e omicidio di decenza.
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Obama watch/6. Ovviamente nel post di ieri avrei dovuto specificare che Il Foglio non contava.
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Siccità. Sfogliando, ho trovato questo su Walter, appena dopo la (prima) sconfitta.
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mercoledì, febbraio 18, 2009
Obama watch/5. Vediamo quanto ci vuole prima che in Europa si accorgano di questo articolo.
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Visto che ci siamo. Io per la segreteria candido Punzi o Costa. Ma mi sa che non se li filano.
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PD. Lo sconosciuto che avanza. Chiedo scusa. Confesso il mio irrimediabile e definitivo scollamento dalla realtà del paese. Ma... chi cacchio è Civati?
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martedì, febbraio 17, 2009
Venezuela. Cambia qualcosa? E' scontato, persino banale, ma dai giornali in genere non emerge. Il fatto che Chávez sia rieleggibile indefinitamente non è certo il trionfo dell'alternanza, ma di per sé non significa che il Venezuela abbia "scelto la dittatura". Teoricamente il caudillo le elezioni potrebbe anche perderle, è già successo una volta di recente. La dittatura in cui il Venezuela si sta cacciando non dipende da una modifica costituzionale ma da una pratica istituzionale e sociale. E' la cultura del ricatto, del sospetto, della minaccia di cui il líder máximo e il suo movimiento si nutrono quotidianamente a spalancare le porte all'autoritarismo benedetto dalle urne. E' l'impossibilità di credere che Chávez possa davvero perdere un voto che conta ad alimentare la paura dell'ennesimo socialismo dal volto inumano. Ma è sbagliato far credere che oggi il Venezuela sia meno democratico di ieri solo perché lui, il re, si è fatto un vestito su misura. Sono dieci anni che l'esperimento Chávez sta ammorbando l'aria di Caracas. Non credo che stamattina abbiano indossato le mascherine per la prima volta.
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Sarà stato il maestrale. Il ministro delle finanze giapponese era raffreddato lo scorso fine settimana a Roma. Un po' troppo raffreddato. E così si è dovuto dimettere. La cosa meravigliosa è che nessuno dei giornalisti presenti (giapponesi anche loro) si è scomposto. L'han lasciato finire, poi l'hanno portato a letto.
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La Gaza che t'aspetti. Insomma, non quella raccontata da Repubblica (che non ci è manco stata). Imperdibile reportage di Fausto Biloslavo.
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Di niente. Oggi è cominciato il processo a Duch, ex direttore della S-21, la prigione per eccellenza dei khmer rossi. Non ha detto una parola (il copione non lo prevedeva), ha solo chiesto scusa.
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lunedì, febbraio 16, 2009
Obama watch/4. Con i soldi dello stimulus si potrebbe liberare il pianeta da altri sei dittatori (almeno).
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Non partire è un po' morire. Il video spiega tutto.
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Birmania. Manuale della razza.



"The complexion of Myanmar people is fair and soft, good looking as well. (My complexion is a typical genuine one of a Myanmar gentleman and you will accept that how handsome your colleague Mr. Ye is). It is quite different from what you have seen and read in the papers. (They are as ugly as ogres)."

Consul General Ye Mint Aung on Rohingya issue

(Via Mizzima).
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martedì, febbraio 10, 2009
Missioni impossibili. Dove non c'è bailout che tenga.
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Non fermate quei palloni. Il racconto di un'ufficiale dell'esercito nordcoreano, scappata due volte, rimandata indietro dai cinesi, finita in un campo. Poi la salvezza, grazie ai palloni gonfiabili degli attivisti del sud. Una tra le tante storie ai confini della realtà che arrivano da quella porzione di mondo.
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Brava gente. Il primo turista occidentale a Falluja (Iraq) è... un italiano.
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Quer pasticciaccio brutto. Stavolta la tv cinese l'ha combinata grossa:

China state TV has apologised for a fire that swept through a building on its premises on Monday night.
Illegal fireworks are believed to have started the blaze that broke out in a hotel complex in the compound of China Central Television's (CCTV) new headquarters in Beijing. It took 600 firemen seven hours to put out the fire. It left one fireman dead and several others injured. The southern facade of the building was destroyed, and the outer walls were damaged and burnt out of shape.
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lunedì, febbraio 09, 2009
Cina. Nozioni di controllo della rete. Essenziali per evitare il diffondersi dei principi contenuti nella Charta 08 sono la manipolazione e la censura di Internet (ricordiamo che il testo è stato pubblicato proprio sul web). Il 2008 è stato un anno a dir poco difficile per la libertà di espressione online: chiusure di siti, forum, caccia ai contenuti volgari - ma in Cina è volgare anche la critica non allineata -, restrizioni post-olimpiadi ai soliti media occidentali "sovversivi". Un interessante saggio breve apparso su un blog di area cinese (Chinayouren) spiega per l'ennesima volta (ma vale la pena tornarci su) i meccanismi della censura. L'autore, un occidentale che vive in Cina, distingue tre tipi di intervento: il Net Nanny, ovvero un sistema di eliminazione dei contenuti; il Great Firewall, che non elimina ma blocca l'accesso a determinati contenuti in territorio cinese e la Search Engines Manipulation che nasconde i contenuti e rende invisibili i siti. Vediamo nel dettaglio le differenze.
- Il Net Nanny si applica ai siti cinesi, che hanno relazioni di affari con la Cina o il cui host si trova in Cina. Si manifesta con la minaccia della chiusura della pagina o direttamente con l'applicazione della sanzione, cioè la cancellazione di un sito o di un semplice post. Utilizza una forza lavoro consistente, incaricata di individuare e di eliminare i contenuti scorretti, scovati attraverso sofisticati congegni elettronici. Il contenuto cancellato non è più accessibile in quanto diventa inesistente. Il Net Nanny è un potente meccanismo di incentivo all'autocensura. L'owner del sito preferisce prima cancellare o non pubblicare articoli scomodi che incorrere nella chiusura definitiva.
- Il Great Firewall è usato per intercettare i contenuti che entrano nella rete cinese e bloccarli, indipendentemente dall’origine interna od esterna del sito. Si annuncia agli occhi dell’utente normalmente come un problema tecnico che impedisce il caricamento della pagina, senza previo avviso. Inoltre il blocco ha durata indefinita, può riguardare un post, un sito o un host e, anche se è bypassabile con proxy servers, si rivela estremamente efficace proprio perché subdolo nella sua manifestazione. Inoltre l’intenzione di bloccare alcune pagine può coinvolgere l’intero dominio, in una sorta di castigo collettivo.
- La Search Engines Manipulation (SEM) riguarda specificamente i motori di ricerca che vengono manipolati in modo che siano riprodotti solo i risultati permessi. I siti che non vengono citati semplicemente non esistono agli occhi dell’utente che il più delle volte non ne ha percezione. Questa operazione di pulizia della rete si svolge attraverso una combinazione dei due metodi precedenti. E’ il sistema per il quale il regime richiede e spesso ottiene la collaborazione dei giganti dell’informatica, quali Google o Yahoo.
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sabato, febbraio 07, 2009
Par condicio. Questo comunicato non è uno scherzo. Giuro.

Pyongyang, February 4 (KCNA) -- Upon hearing the news that General Secretary Kim Jong Il was nominated as a candidate for deputy to the 12th Supreme People's Assembly at Constituency No. 333, the entire army and people are full of great happiness and pride of having the peerlessly great man as the leader of the nation.

Anti-Japanese revolutionary fighter Hwang Sun Hui said that the anti-Japanese revolutionary fighters were very happy to hear the news. She went on:

A few days ago the officers and men of the People's Army nominated Kim Jong Il as a candidate for deputy to the SPA with boundless reverence. This is the unanimous will and ardent desire of the entire people.

On receiving this happy news with the February 16, the greatest holiday of the nation, ahead, I can hardly repress the swelling emotion.

We anti-Japanese revolutionary fighters will uphold the leader's plan of building a great, prosperous and powerful nation in the van of the people.

Vice-premier of the DPRK Cabinet Thae Jong Su, noting that having nominated Kim Jong Il as a candidate for deputy to the SPA this time again is the unanimous will of the entire army and people and a great auspicious event of the nation, said:

Kim Jong Il has been leading the Party and the revolution along one road of victory for scores of years, thus performing great feats which will remain immortal in the history of the country.

He is the peerlessly great man who has defended firmly and developed in depth President
Kim Il Sung's Juche-oriented idea and line on state building and demonstrated the dignity and might of the DPRK all over the world with his original Songun politics.

All the officers and men of the People's Army and the people came to have as a firm faith through life that he is the destiny and future of our country and nation and the symbol of all the victories.

Minister of Public Health Choe Chang Sik expressed his great excitement as follows:

Today the DPRK is ushering in a turning-point unprecedented in its development.

Kim Jong Il has brought about the heyday of the socialist public health in this land where the bright dawn is breaking under the Songun politics. This undying exploit is brilliantly shining along with his idea and theory which have developed in depth the Juche-based public health idea and with his wise leadership and warm love for the development of public health.

We entire officials of public health fully hail his nomination as a candidate for deputy to the SPA.
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Salvate questi bambini. Da Hamas. Uno dei filmati più aberranti che abbia mai visto.
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venerdì, febbraio 06, 2009
Meritarsi gli aiuti. La decenza uno non se la può dare.
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Frost-Nixon. L'intervista vera. La storia in breve. L'articolo di Time dopo la prima trasmissione.
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Faccia da cubo. No, stavolta Obama non c'entra.
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Obama watch/3. Sta facendo nei primi cento giorni quello che non hanno mai perdonato a Bush in otto anni. Non so se sarà un grande presidente, ma scaltro lo è di sicuro.
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L'angelo (e il diavolo nei dettagli).



Angelina Jolie visita un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.



Angelina Jolie si fa fotografare in un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.
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Il Vajont cinese. Possibili cause umane di un disastro.
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Thailandia. Nonsolorossi. Secondo Asia Sentinel il pericolo per Abhisit viene anche dall'interno:

"The only real problem facing Abhisit is the potential that the yellow shirts turn against him. That's much more serious than threat of the red shirts," says political observer and academic Chris Baker. "As long as he keeps his major patrons happy I don't think that will happen. But you can't underestimate how powerful this force has become."

Ma è certamente la prospettiva di un'opposizione civica trasversale (che superi la contrapposizione rossi vs. gialli, campagna vs. città) ciò che dovrebbe preoccupare di più l'esecutivo e dare speranza a chi auspica un rinascimento democratico per la Thailandia:

Political analysts concur that the formally rural alliance is becoming a freer, more autonomous pro-democracy movement, and is drawing in support from people opposed to Thaksin.
"The group that started gathering in 2006 after the coup d'etat was very closely associated with Thai Rak Thai politicians," says Giles Ji Ungpakorn, a political activist and contributor to Asia Sentinel who was charged with lèse majesté for allegedly insulting Thailand's monarchy in his book A Coup for the Rich.

Many have joined the UDD over the last couple of months “who are not supporters of Thaksin, but who have been quite saddened by the way the Democrats came to power and therefore see the UDD as a legitimate vehicle of protest," Baker says. "Most of the support is from upcountry, but there is now more of a Bangkok base for it."


I danni prodotti da quel golpe che nel 2006 doveva mettere le cose a posto sono incalcolabili.
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La Thailandia due mesi dopo il ribaltone.
Anche su Sudestasiatico.com.
Considerata fino a pochi anni fa una democrazia di successo in un'area - il Sud-Est asiatico - piagata da repressione e ingiustizia, da qualche tempo a questa parte la Thailandia non trova pace, turbata da agitazioni sociali e incertezze politiche che qualcuno comincia a interpretare come un chiaro segnale di involuzione. Quel che è più grave è che praticamente tutte le ferite che stanno lacerando il corpo di questa nazione sono auto-inflitte. Le prolungate proteste della coalizione di destra del PAD contro il governo pro-Thaksin legittimamente eletto si erano concluse lo scorso dicembre con un golpe mascherato, appoggiato dietro le quinte dai militari, un ribaltone politico nella forma e un vero e proprio tradimento della volontà popolare nella sostanza. La faccia pulita di Abhisit, un giovane di belle speranze educato ad Oxford ed il terzo premier ad assumere il potere dopo la restaurazione della democrazia post-militare, aveva illuso qualcuno che l'epoca delle turbolenze potesse essere ormai alle spalle e che le divisioni della società thailandese avrebbero potuto essere ricomposte nonostante l'eterogeneità della coalizione di maggioranza. Altri, più scettici, avvertivano che la quiete sarebbe stata solo passeggera e che presto sarebbero ricominciate manifestazioni di segno uguale e contrario da parte di coloro che si consideravano ingiustamente spodestati. E infatti sabato scorso ventimila camicie rosse (la divisa dei supporters di Thaksin) si sono fatte sentire sotto i palazzi governativi, chiedendo la convocazione di elezioni e le dimissioni del ministro degli esteri, schieratosi apertamente a favore delle occupazioni degli aeroporti che bloccarono il paese. “E' stato un avvertimento - hanno fatto sapere i leaders della protesta -, se non saranno accolte le nostre richieste, torneremo”.
A poche settimane dal suo insediamento Abhisit è già sulla graticola. Il suo principale punto debole è proprio l'appoggio dell'esercito, decisivo per il ribaltone ma oggi ipoteca troppo onerosa sul futuro dell'esecutivo. Il premier ha scarsi margini di movimento quando si tratta di assumere decisioni che potrebbero dispiacere alle alte sfere militari. Ultimo clamoroso esempio, il caso dei profughi Rohingya ributtati a mare per ordine di ufficiali appartenenti all'ISOC, un corpo speciale dell'esercito formato per opporsi alla guerriglia comunista durante la guerra fredda e ritornato in auge dopo che nel 2006 i carri armati sfilarono nuovamente nelle strade di Bangkok. La reazione del governo è stata a dir poco timida, quando non ostruzionistica: “si aprirà un'indagine”, ha dichiarato Abhisit, ma in pochi credono davvero che porterà all'accertamenteo delle responsabilità. Anche se l'immagine internazionale della Thailandia rischia di essere fortemente compromessa da questo scandalo umanitario, sul piatto della bilancia gli equilibri di potere interni continuano a contare di più, se è vero che un’investigazione troppo spinta potrebbe privare il governo del fondamentale sostegno delle forze armate. Ma con un'economia in piena crisi, un flusso di turisti che cala pesantemente, un livello di esportazioni duramente ridimensionato, Abhisit ha bisogno di più di un santo in paradiso per affrontare il difficile compito di ricomporre le tensioni politico-sociali che dividono il paese. I suoi proclami sul rafforzamento dello stato di diritto e sulla preminenza delle questioni etiche nelle relazioni internazionali appaiono oggi nient'altro che una petizione di principio lontanissima dalla realtà.
C’è poi un altro grottesco risvolto delle contraddizioni dell'attuale Thailandia. Che la figura del re e il ruolo dell'intera famiglia reale siano tenuti in alta considerazione nel paese asiatico è noto. Ma che il reato di lesa maestà venga estensivamente utilizzato per chiudere la bocca a giornalisti, editori e semplici cittadini, è storia del tutto diversa. Da due settimane la vendita del settimanale The Economist è bandita all’interno del paese. Il motivo è la pubblicazione di alcuni articoli che avevano osato troppo, considerati cioè dalla censura nazionale sconvenientemente critici verso Bhumibol. In particolare la rivista si era occupata del caso di uno scrittore australiano, Harry Nicolaides, condannato a tre anni di galera per un romanzo in cui faceva cenno alla monarchia in un tono ritenuto insultante. A dicembre The Economist era già stato ritirato per aver messo in discussione il ruolo del sovrano nella gestione della crisi degli aeroporti. Ma la censura si è spinta più in là. L'ultimo divieto di pubblicazione nasce da un articolo critico verso il primo ministro Abhisit per la gestione della vicenda dei Rohingya. Una tendenza sempre più restrittiva che rischia di riportare la Thailandia indietro nel tempo, in una corsa alla limitazione della libertà di espressione che si sa dove comincia ma non dove finisce. Come se non bastasse, ad agitare ulteriormente le acque è arrivata l’immancabile telefonata di Thaksin ai suoi fedelissimi per annunciare l’intenzione di ritornare sulla scena politica nazionale appena possibile. Il problema è che l'ex premier è oggi un fuggitivo, ricercato dalla giustizia del suo paese e ansioso soprattutto di recuperare gli assets finanziari che i tribunali gli hanno congelato. La sua, ormai, non sembra tanto l'immagine dell'uomo della provvidenza quanto quella dell'ex padre-padrone caduto in disgrazia, alla ricerca di attenzione e d'amore. Ma Thaksin non va comunque sottovalutato, anche perché le sue camicie rosse hanno già promesso battaglia.
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giovedì, febbraio 05, 2009
Il mondo di Nick. Nicholas Kristof è fatto così. Gli danno uno spazio settimanale sul più importante quotidiano del mondo e lui lo usa come se scrivesse per la Gazzetta di Nashville (ammesso che esista). Il metodo Kristof è semplice e noto ai suoi affezionati detrattori: mettere un piede (normalmente uno solo) in qualche luogo sperduto della terra, tornare velocemente a New York e trarne fondamentali conclusioni etiche da elargire generosamente ai lettori. Gli appassionati della materia hanno ancora negli occhi i suoi indimenticabili editoriali sulla Corea del Nord e il piatto di noodles che le spie del regime gli offrivano mentre lo scortavano a vedere il paradiso. Stavolta Kristof è stato due ore a Myawaddy, località birmana al confine con la Thailandia, ed in questo breve lasso di tempo è riuscito a convincersi che le sanzioni economiche occidentali contro la giunta militare sono inutili e fanno del male solo alla povera gente. Teoria originale, mai formulata prima. Peccato però che la Birmania sia probabilmente il caso paradigmatico di corretta applicazione delle sanzioni, per una ragione che chiunque abbia passato più di un pomeriggio all'interno del paese e si sia preso il disturbo di parlare con qualcuno può facilmente comprendere: l'intera economia, fatte salve le attività di mera sussistenza, è in mano ai membri del governo, alle loro famiglie e ai loro sodali. Da una parte c'è un manipolo di onnipotenti, dall'altra una massa di nullatenenti. Per i nullatenenti fa poca differenza che vi siano o no sanzioni, non avendo niente da perdere. Gli onnipotenti invece ne sono certamente colpiti. Il problema nel caso birmano è che mentre l'occidente sanziona, l'oriente fa affari con i generali. Se le sanzioni non risultano efficaci è perché non sono applicate in maniera generalizzata, non perché colpiscano i destinatari sbagliati. Quanto al suggerimento di Kristof di considerare provvedimenti di carattere finanziario diretti contro gli uomini d'affari vicini al regime, occorre ricordare che queste misure punitive sono già in vigore da tempo e che quel mostro di Bush, nel corso del suo secondo mandato, le ha rafforzate più e più volte. Ma non ditelo a Kristof. Potrebbe svegliarsi.
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mercoledì, febbraio 04, 2009
La tregua di cartone. Ho la netta sensazione che ultimamente Israele non riesca più a vincere una guerra. A vincerla davvero, intendo. Time pubblica un bel reportage (postumo) sulla battaglia di Gaza, con alcune considerazioni piuttosto inquietanti sull'efficacia dell'operazione rispetto alla capacità di fuoco di Hamas:

Several senior Israeli officers provided TIME with a detailed account of the military campaign. "There was never a single incident in which a unit of Hamas confronted our soldiers," one Israel Defense Forces (IDF) official says. "We kept waiting for them to use sophisticated antitank and antiaircraft missiles against us, but they never did." The Israeli military reported only four attempts by suicide bombers instead of the dozens they had anticipated from Hamas' special kamikaze unit.

Conclusione. O il potenziale di Hamas è stato sottovalutato (improbabile), o le sue milizie la guerra non l'hanno proprio fatta. Tradotto, si stanno preparando per la prossima.
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Un bella tavolata a sei sul medioriente. Unendo le due notizie precedenti, ecco una decisione per cui Obama dovrebbe davvero chiedere perdono. Inviare in Iraq il peggiore dei funzionari possibili, l'uomo che Kim Jong Il ha preso in giro (e con lui l'intera amministrazione Bush) dal primo all'ultimo giorno, il protagonista della peggior pagina di politica estera degli ultimi quattro anni a Washington. Christopher Hill va a far danni a Baghdad:

The man tipped as the next U.S. ambassador to Iraq said on Tuesday he believed it was vital in diplomacy to talk to enemies as well as friends.
Chris Hill has spent the last four years under former President George W. Bush as assistant secretary of state for East Asian and Pacific affairs and as the senior U.S. official in multilateral talks on ending North Korea's nuclear programs.
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Obama watch/2. Non è un po' presto per chiedere scusa? Qualche dubbio sull'efficacia di questi mea culpa:

The question is whether this approach will come across to the public as refreshing candor and accountability, or create an impression that the new administration is fumbling—whether the public will be more disappointed with the mistake or impressed with its aftermath.
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Comeback Kid. Chi si ricorda di Ayad Allawi?
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Meno male che son connazionali. Ma quante ne hanno dette i tedeschi a Ratzinger? E pare che sia servito.
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martedì, febbraio 03, 2009
Good morning Afghanistan. C'è inquietudine nelle redazioni.
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La più grande truffa della storia? Sul global warming si è detto e scritto troppo. Ma questo vale la pena leggerlo:

How did we ever get to this point where bad science is driving big government to punish the citizens for living the good life that fossil fuels provide for us?

Fabrizio mi spiega (via Facebook) che secondo lui la truffa è questo articolo.
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Sol calante. Titolo iperbolico (se non ce la fa il Giappone non ce la fa nessuno) ma realtà amara anche per la seconda economia del mondo.
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Le ultime pallottole. Come anticipato sul Foglio una settimana fa (e ripreso sul Corriere oggi) le Tigri Tamil sono agli sgoccioli. Il resto del mondo, improvvisamente destatosi dal torpore, invita i ribelli a deporre le armi. Dietro la guerra il solito scenario di devastazione civile: ci sono duecentosettantamila persone intrappolate tra le due fazioni a cui qualcuno prima o poi dovrà pensare. Il che di per sé non cambia il giudizio politico sulla lotta al terrorismo da parte di un governo legittimo né sull'attribuzione delle responsabilità, ma apre comunque un'altra voragine umanitaria. L'India, sempre ondivaga, avrà qualcosa da dire sul futuro delle aree teatro del conflitto.
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L'incredibile e triste storia. Se solo esistesse una comunità internazionale, le cose si metterebbero malissimo per la Thailandia:

Indonesian authorities found 198 refugees from Myanmar early Tuesday off the country's west coast who claimed they had been drifting in a wooden boat for three weeks after being set adrift by Thai military forces.
A survivor told Indonesian immigration officials that his boat was part of a group of boats carrying about 1,200 people who were cast out to sea by Thai military forces who had found them.
"They were part of the nine boats containing Rohingya refugees from Myanmar and Bangladesh that were set adrift by the Thai security forces," said Iwan Riyanto, an Indonesian immigration official.


Qui c'è la foto (il reportage è di Dan Rivers della CNN) di quando i militari thailandesi tagliano la corda dell'imbarcazione piena di Rohingya.

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Buon ritorno, Gambari. Adesso basta però.
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lunedì, febbraio 02, 2009
Obama watch. Sono passate quasi due settimane e la posizione ufficiale della nuova amministrazione sul conflitto tra Israele e Hamas non è stata ancora resa nota.
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Charta 08. Gutta cavat lapidem.



Che il fruscio sottile dei fogli su cui è stata scritta (fogli virtuali in questo caso) avrebbe propagato l'effetto della Charta 08 oltre la cortina di ferro che avvolge la società cinese non era così difficile prevederlo, a meno di non essere scettici inguaribili sulle possibilità dello spirito umano. Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente. La dichiarazione dei trecento ufficialmente non esiste ma di fatto comincia  far parlare di sé, anche se in negativo, anche se per contrapposizione. Il potere sente la pressione ed affida alle sue istituzioni culturali (che sono prima di tutto politiche) il compito di disinnescare le micce, prima che il fuoco si alimenti della sua stessa forza. Curioso e significativo il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino, prima che iniziassero le vacanze per l'anno nuovo cinese. Un documento in quattro punti, distribuito agli studenti, che informa di una "riunione di emergenza" del comitato universitario del Partito e della Lega della Gioventù per discutere della Charta 08 (nominata testualmente). Seguono le raccomandazioni del caso:
1) Gli studenti devono avere ben chiaro di che cosa si tratta: attività anti-partitica e anti-socialista;
2) Come membri del Partito gli studenti devono riaffermare la leadership dello stesso, mantenere un'attitudine mentale cristallina e boicottare tentativi di destabilizzazione. Echi di Tiananmen, quando i comunicati invitavano gli studenti a lasciar perdere, a tornare nelle loro aule, a non occuparsi di materie estranee alla loro competenza. "Non dovrebbero seguire - continua il comunicato - ciecamente le azioni della massa (allora esiste una massa?) , né distribuire informazioni dannose attraverso i media e altri canali di comunicazione";
3) Gli studenti devono mantenere una vigilanza attiva (significa fare le spie nel linguaggio decrittato) sui loro colleghi e compagni di lezione al fine di preservare "l'armonia e la stabilità del paese". Qui si passa ad un esplicito invito alla delazione, comune nell'ambiente accademico cinese. Si ricordi il caso del professor Yang Shiqun, denunciato da alcuni suoi studenti per i contenuti delle sue lezioni, considerati contrari al governo e alla tradizione cinese. Qui emergono le radici di quel comportamento ma anche il livello di controllo che le autorità pretendono di esercitare sulle istituzioni scolastiche e il grado di fedeltà richiesto al corpo studentesco. Un organismo solo, una società compatta nella denuncia di influenze che ne possano compromettere la sbandierata "armonia": dal Partito, all'Università, alla Gioventù. La Cina del 2009 usa metodi più sofisticati ma la sostanza del messaggio è la stessa di 40 anni fa;
4) Se gli studenti vengono a conoscenza di situazioni dubbie, devono inmediatamente riferirlo all'organizzazione del Partito. Cellule di trasmissione delle informazioni, burattini in mano ai grandi burattinai chiusi a Zhongnanhai. Poi il comunicato orwelliano termina con un incredibile augurio di splendide vacanze, come se avesse appena annunciato le date degli esami. 
Dall'università alla casa di Bao Tong, 76 anni, ex collaboratore di Zhao Zyiang, prima che questi cadesse in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen. Con lui era caduto anche Bao, sette anni di carcere, per diffusione di segreti di stato e propaganda controrivoluzionaria, l'accusa che è piombata su tutti i martiri della protesta repressa dai carri armati del regime. Da allora ha vissuto come un dissidente, "la prigione mi ha aperto gli occhi e la mente" dice a chi gli chiede un giudizio su quegli anni. Al punto che Bao è stato uno dei firmatari più autorevoli della Charta 08 e per questo la polizia l'ha interrogato come centinaia di altri valorosi ma non ha infierito su di lui, in considerazione del suo passato organico. Chi di voi ha un po' di dimestichezza con le voci del dissenso cinese lo conoscerà: spesso su Asia News compaiono suoi scritti e con frequenza rilascia interviste e commenti a Radio Free Asia. L'inviato di Time è andato a trovarlo a Pechino, dove vive praticamente agli arresti, costantemente sorvegliato e registrato. "Ho firmato la Charta percorreggere il mio errore di 60 anni fa", fa sapere riferendosi a quando aveva deciso di aderire al Partito Comunista Cinese per imporre "il leninismo con la violenza". La dichiarazione è un atto di patriottismo - sostiene -, rovesciando così l'accusa di comportamento antipatriottico che le autorità hanno riversato sugli autori del testo. A chi gli fa notare che forse non era il momento, viste le difficoltà economiche che stanno oscurando il cielo cinese, Bao risponde che proprio questo è il contesto favorevole ai cambiamenti, e che solo la riforma politica può far uscire davvero la Cina dalla crisi. D'altra parte, aggiungo io, per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare.
Ad aver perso ogni speranza nell'autoriforma del sistema (e forse basta conoscere gli elementi essenziali della storia del comunismo per sapere che partito e riforme sono concetti incompatibili) è il professor Xu Youyu, dell'Universita di Scienze Politiche, centro della strategia di indottrinamento cultural-politico del regime. Nonostante le intimidazioni seguite alla firma del documento, lui continua diritto per la sua strada. Non crede alla democrazia alla cinese, scudo dietro al quale i mandarini si riparano dal vento del cambiamento. L'ha sentito Richard Spencer del Daily Telegraph, una delle poche testate occidentali che si sono prese il disturbo di seguire quel che sta avvenendo all'interno della dissidenza cinese dopo la pubblicazione della Charta. "Non si può essere ottimisti per il futuro - confessa il professore - non resta che chiamarsi fuori e mantenere una posizione di rigore intellettuale in difesa di certi principi". Sulla falsa contrapposizione tra universalità dei diritti umani e occidentalità degli stessi, Xu è categorico : "A chi mi nega il valore universale dei diritti chiedo se sta parlando seriamente".
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Ad ognuno la sua scarpa.

A human rights protester was in police custody Monday after allegedly throwing a shoe at Chinese Premier Wen Jiabao during a speech at Cambridge University.
The shoe landed several meters from the premier and the man was quickly apprehended by security and handed over to police for questioning on suspicion of committing a public order offence, according to the UK's Press Association.
A student who witnessed the incident told CNN that the man had stood up and shouted, "Why are you prostituting yourself? How can you listen to the lies he is telling?"


L'usanza prende... piede.
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A Fabio. A Luisa.

Scarica i podcast di Nonsolocina - L'Impero di mezzo e i suoi dintorni. Viaggio non convenzionale all'interno di un continente affascinante e drammatico - trasmissione a cura di Enzo Reale - 1972.splinder.com

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