1972

venerdì, gennaio 30, 2009
Quella prigione non è poi così male. Per Guantanamo qui non si sono mai fatti i salti di gioia. Ma le menzogne (il circolo vizioso è propaganda-disinformazione-menzogna) su Guantanamo hanno superato in molte occasioni il limite di guardia. E attorno a Guantanamo si è costruita una vera e propria letteratura del grottesco, volta a farne il paradigma dell'America sotto Bush. Chistian Rocca scrive forse il suo pezzo più dettagliato e completo sull'ex gulag americano (perché adesso c'è Obama e il giudizio si comincia a rivedere). Federico Punzi invece riassume su Think Global gli aspetti legali inerenti alla sua annunciata chiusura. Io spero che si faccia luce su Guantanamo. Bush ha solo da guadagnarci.
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La logica di Naypyidaw. I Rohingya approdati sulle coste thailandesi non possono essere partiti dalla Birmania semplicemente perché in Birmania i Rohingya... non esistono:

Although they apparently came from Burma, the military government there denies all knowledge of them - in a statement on Friday it even denied the existence of a Rohingya minority, as they are not officially recognised as one of Burma's 100 or so ethnic groups.
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giovedì, gennaio 29, 2009
Birmania. L'ultima spiaggia della diplomazia. Pare che le teste d'uovo dell'ONU abbiano partorito un'iniziativa rivoluzionaria per mettere le cose a posto in Birmania: comprare i dittatori. E' questo il nucleo della proposta che, secondo alcune fonti, Gambari (giunto ormai alla sua settima gita) presenterebbe alla giunta al potere questo fine settimana: un programma di aiuti per lo sviluppo in cambio di riforme politiche. Un'idea davvero straordinaria, tenuto conto della più volte dimostrata sensibilità del regime per le condizioni di vita della popolazione. Peccato che l'interesse principale della giunta sia invece esattamente l'opposto: mantenere i birmani nell'indigenza e nella sudditanza. E ovviamente intascare i soldi dell'assistenza. Peccato perché diversamente Gambari avrebbe dato un senso alla sua missione e forse alla sua stessa esistenza. Si annunciano robuste strette di mano e radiosi sorrisi, domani a Naypyidaw. E un'altra vittoria diplomatica dei generali, che ormai ci stanno prendendo gusto.
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mercoledì, gennaio 28, 2009
Birmania. Gli ultimi tra gli ultimi. Si moltiplicano le emergenze umanitarie in Birmania in un anno terribile. Oggi il World Food Programme ha lanciato l'allarme per sei milioni di persone a rischio carestia. Queste cifre vanno sempre prese con un po' di prudenza ma non c'è dubbio che la situazione nel delta dell'Irrawaddy e soprattutto nelle zone occidentali del paese, dove vivono le etnie Rohingya e Chin, sia a dir poco precaria. Sui Chin si abbatte anche la scure di un regime nemico del suo popolo, in un contesto di guerra aperta alle religioni non ortodosse che in questo momento vede i cristiani al centro del mirino. Ma anche i gruppi combattenti locali sono chiamati in causa come autori delle vessazioni:

In the 93-page report, HRW said that ethnic Chin experience a wide range of human rights abuses, including forced labor, arbitrary arrests and detention, torture and religious repression at the hands of the Burmese army and government officials.
The report also accused the ethnic Chin insurgent group, the Chin National Army (CNA), of committing abuses against Chin villagers, such as harassment, beatings and extortion.


Qui una mappa della Birmania con le divisioni statali.
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martedì, gennaio 27, 2009
Così lo Sri Lanka ha sconfitto i terroristi guerriglieri. Anche sul Foglio online.
Venticinque anni di guerra civile e di massacro della libera informazione. Si potrebbe riassumere così l'ultimo quarto di secolo nella storia dello Sri Lanka, isola dilaniata dallo scontro fra governo ed esercito regolare da una parte e guerriglieri social-nazionalisti delle Tigri Tamil dall'altra. Una battaglia senza esclusione di colpi nella quale hanno trovato la morte più di settantamila civili e che sembra oggi avviata alla conclusione con la vittoria delle forze fedeli all’esecutivo centrale. Domenica scorsa i militari hanno conquistato anche l'ultima roccaforte in mano alla guerriglia, il porto nordorientale di Mullaittivu, costringendo ciò che rimane dei separatisti Tamil a darsi alla macchia nella giungla, dove erano nati nel 1976 per mano del loro leader, oggi ricercato, Velupillai Prabakharan.
"Abbiamo svolto il 95 per cento del lavoro", ha dichiarato trionfante il Generale Fonseka, "la fine del terrorismo è vicina e vinceremo in maniera definitiva nei prossimi mesi". In effetti le prossime settimane potrebbero essere le ultime per uno dei gruppi più sanguinari nel panorama delle guerriglie internazionali, protagonista di numerose ed eclatanti azioni terroriste nel corso degli anni, di eccellenti assassini politici e di purghe interne in perfetto stile rivoluzionario. Quei 300 kmq. di selva che rappresentano oggi il rifugio e la trappola dei combattenti Tamil sono un pallido ricordo del territorio cinquanta volte più grande che controllavano nel nord-est del paese nel 2006, quando la guerra riprese dopo l'ennesimo cessate-il fuoco- fallito. Un anno prima era stato eletto alla presidenza Mahinda Rajapaksa, un falco. Appena entrato in carica lasciò da parte ogni pruderie dialogante e cominciò una vera e propria caccia al terrorista che rischia di passare alla storia per la sua efficacia, anche se ad un prezzo altissimo.
La morte di Lasantha Wicrematunga, ex direttore del quotidiano indipendente Sunday Leader, ucciso da due sicari all'inizio di gennaio proprio per le sue critiche alla “guerra sporca”, dimostra la implacabile logica di un conflitto senza confini in cui chiunque osi mettere in discussione la politica antiterrorista ufficiale è destinato a pagare come traditore. Ma se l'azione del governo deve essere giudicata dai risultati, allora è onesto riconoscere che l'arrivo al potere di Mahinda ha rappresentato una svolta decisiva. L'offensiva governativa ha infatti permesso all'inizio del 2007 la conquista della località di Vakarai, vera e propria fortezza dei ribelli, e nel luglio dello stesso anno lo smantellamento di tutte le basi orientali del movimento. Nel 2008 un’avanzata su quattro distinti fronti ha accerchiato le postazioni residue da cui partivano gli attacchi, fino alla caduta di Kilinochchi il 2 gennaio scorso, considerata la capitale politica da cui le Tigri Tamil riscuotevano le tasse ed amministravano il loro territorio.
Dopo aver ripreso il controllo della A-9, arteria fondamentale di collegamento nord-sud, domenica è arrivata infine la conquista di Mullaittivu con la conseguente fuga nella giungla degli ultimi effettivi dell'esercito terrorista. Con loro 230.000 civili costretti ad abbandonare le loro case, secondo i calcoli delle organizzazioni umanitarie, vittime indirette di una sorta di punizione collettiva che è la principale accusa lanciata dai critici al governo: un'offensiva concepita – denunciano - non solo in chiave anti-guerriglia ma anche per “ripulire” una porzione di territorio dall'etnia Tamil. C'è comunque chi sostiene che, nonostante i proclami vittoriosi dell'esercito, la battaglia sia tutt'altro che conclusa.
La schiacciante superiorità militare può aver liberato le città ma più complicato sarebbe avere la meglio su un gruppo di combattenti rifugiatisi nel loro ambiente naturale. Poi c'è la grande incognita di dove si sia nascosto il fondatore e leader storico Prabakharan. Alcuni dicono che abbia attraversato lo stretto alla volta dell’India, accolto dalla comunità Tamil presente nel sud: una protezione necessaria per sfuggire alla cattura da parte delle autorità che lo ritengono responsabile dell'assassinio di Rajiv Gandhi nel maggio del 1991. Secondo altri si troverebbe in Thailandia o in Malesia, da dove il suo movimento ha ricevuto negli ultimi anni ingenti finanziamenti. Più probabile è che il lider máximo resti intrappolato nella giungla insieme ad un manipolo di fedelissimi e ad una inseparabile pallottola che gli consentirebbe di morire da eroe anziché da prigioniero.
Speculazioni, spesso alimentate da una propaganda governativa sempre più difficile da contrastare, visto l'intensificarsi della guerra parallela che l'esecutivo sta conducendo nei confronti dei media non allineati. Negli ultimi anni decine di giornalisti sono scappati all'estero dopo essere stati oggetto di intimidazioni di vario genere, mentre quelli rimasti hanno pagato un alto tributo di sangue: tredici omicidi e innumerevoli attacchi alle redazioni. Dall'inizio della guerra civile non è stato celebrato un solo processo nei confronti degli autori materiali di questi delitti mentre i mandanti siedono probabilmente nelle stanze del potere. In cambio in carcere ci vanno i cronisti, con l'accusa di terrorismo.
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lunedì, gennaio 26, 2009
Inauguration D-etail. Per i feticisti delle cerimonie. Qui trovate tutto, perfino i peli nel naso dei presenti.

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venerdì, gennaio 23, 2009
Il caro vecchio collettivismo. La stupidaggine del giorno, subito ripresa con grande pompa dal corrierino, è la teoria secondo cui le privatizzazioni seguite alla caduta del comunismo avrebbero provocato nell'ex URSS e in altri paesi dell'est un aumento della mortalità del 13% fra la popolazione. Insomma l'assassino è il mercato, non la dittatura. Per fortuna ci sono anche riviste serie che aiutano a capire le cose inserendole nel contesto adeguato. Al corrierino invece preferiscono il gossip.

Correlation is not causation. Mass privatisation was not the most important or effective part of “shock therapy” and the rise in death rates is out of synch with efforts at economic reform. Furthermore, countries that successfully applied shock therapy, such as Poland, saw improved life expectancy. So did the then Czechoslovakia, which plumped for mass privatisation, albeit not very successfully. Mistakes were made, but Russia’s tragedy was that reform came too slowly, not too fast.
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Rohingya: prime ammissioni di Bangkok. Evidentemente la Thailandia pensa di aver fatto la cosa giusta nel ributtare a mare i profughi Rohingya, visto che oggi ha candidamente riconosciuto (senza pentirsene) il fatto:

Thailand says 126 asylum-seekers from the Burmese Rohingya minority who were detained by the military a week ago have been sent back out to sea.


Fra pochi giorni nessuno se ne ricorderà più ma intanto oggi ne scrive anche l'Economist:

For Thailand, the survivors’ accounts, provided to far-flung authorities in India and Indonesia, as well as to human-rights groups and reporters, are damning, to say the least. Sending refugees back to danger is bad enough. Casting them adrift to die is much worse. In the past, Rohingya refugees caught in Thailand were handed over to the immigration authorities, says Chris Lewa, a longtime advocate for Rohingya rights. Many were later quietly sold to traffickers, either to work as slave labour in Thailand or, preferably, to continue their journey to Malaysia.

Aggiornamenti anche su Bangkok Pundit. Il neo-premier Abhisit è anche lui in balia delle onde.
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Un uomo complicato. Io sono uno sobrio ma in politica preferisco i toni alti, i proclami ideali, insomma l'ispirazione. Tuttavia, a differenza di altri, a me il discorso contenuto di Obama nel giorno della sua investitura è piaciuto, anche se non saprei spiegare bene il perché. Questo commento di Charles Krauthammer sulla sostanza della retorica obamiana è a mio avviso tra i più interessanti, oltre che utile alla comprensione di quel che presumibilmente sarà la sua presidenza. Segnalo anche la spettacolare galleria fotografica del Boston Globe, davvero da incorniciare (grazie a Francesco Costa).
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E lo dite adesso? In notevole e sospetto ritardo, Il NYT si accorge che la chiusura di Guantanamo potrebbe creare qualche problema nella lotta contro il terrorismo:

The emergence of a former Guantánamo Bay detainee as the deputy leader of Al Qaeda’s Yemeni branch has underscored the potential complications in carrying out the executive order President Obama signed Thursday that the detention center be shut down within a year.
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Come prima, più di prima. Hamas dà il benvenuto a Obama.
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L'altra Gaza. Trovo che non sia tanto importante (se non ovviamente per le famiglie direttamente coinvolte) se le vittime dei bombardamenti israeliani siano state 1300 (fonti palestinesi) o 600. La rilevanza del reportage di Lorenzo Cremonesi, ampiamente e meritatamente citato in rete, sta nella dimostrazione di quanto possa essere truffaldina l'informazione mainstream, soprattutto quando si appiattisce sulla presunta difesa del più debole. Qui in Spagna la copertura dell'operazione israeliana nella striscia di Gaza è stata a senso unico. Sia la stampa scritta che quella in video hanno accettato passivamente la versione di Hamas, riproponendola tutti i giorni, incessantemente. Peraltro questo è anche il paese il cui presidente del governo si fa fotografare tranquillamente indossando una kefiah o i cui rappresentanti regionali partecipano a manifestazioni di piazza inneggianti al boicottaggio contro i prodotti israeliani. Ecco, questa lunga premessa solo per dire che, nonostante l'Italia abbia ben poche lezioni da dare al mondo in fatto di stampa indipendente, in Spagna un articolo come quello di Lorenzo Cremonesi non avrebbe mai potuto essere pubblicato. Quindi, se ancora non l'avete fatto, leggetelo.
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giovedì, gennaio 22, 2009
Le persecuzioni religiose in Birmania.
Due recenti episodi hanno portato alla luce il tema della persecuzione delle minoranze religiose in Birmania. Nascosta dietro la più generale azione repressiva della giunta al potere, questa ulteriore forma di discriminazione si rivela invece specialmente odiosa in una nazione buddista in cui gli stessi militari non perdono occasione per proclamare ufficialmente la loro devozione. Ciò che peraltro non ha impedito loro di sparare sui monaci meno inclini all'obbedienza durante la rivoluzione zafferano del 2007.
I Rohingya sono una minoranza musulmana che vive (o almeno ci prova) nell'Arakan State, parte occidentale del paese. Se per l'intera popolazione birmana le violazioni dei diritti umani sono all'ordine del giorno, i Rohingya sono semplicemente non-persone. Privi di documenti, non possono spostarsi senza autorizzazione, ma nemmeno sposarsi e aprire attività commerciali. Educazione e sanità, già precarie nel resto del territorio, sono di fatto negate ai membri di questa etnia. Il confinante Bangladesh ospita al momento duecentomila rifugiati, sfuggiti alle violenze dei militari e alla fame. Si tratta di campi profughi improvvisati in cui si vive in condizioni, a detta dei testimoni, squallide. Non è difficile immaginarlo visto che dei Rohingya non si è occupato mai nessuno, non fanno notizia, non danno visibilità, sono musulmani la cui difesa non interessa le grandi masse del sabato pomeriggio. Tanto è vero che la brutta storia che li riguarda, l'ultima, è emersa ed ha incredibilmente ottenuto l'attenzione dei media internazionali solo perché è avvenuta almeno in parte sotto gli occhi di qualche turista occidentale che stava prendendo il sole nelle Similan Islands thailandesi proprio mentre un gruppo di rifugiati approdava sulla costa dopo giorni di navigazione su una chiatta. Le foto scattate da un australiano e diffuse da un sito web hanno spalancato la porta di una forma di punizione collettiva fino a quel momento ignorata da tutti, a parte la guardia costiera della Thailandia che evidentemente la praticava da tempo. I Rohingya sono stati ritratti con le mani legate dietro la schiena e stesi al suolo mentre i soldati della marina di Bangkok li controllavano armi in pugno. Una testimonianza telefonica raccolta dall'organizzazione umanitaria Arakan Project e dalla BBC (si tratta di un rifugiato attualmente ospitato in un campo profughi in India) descrive il contesto in cui questa immagine deve essere inserita. Pare che le autorità militari, dopo aver ammanettato i profughi al loro arrivo, li trasferiscano provvisoriamente sull'isola di Koh Sai Daeng e li trattengano a pane e acqua per diversi giorni prima di ributtarli a mare. Nello specifico, dopo l'arresto, i Rohingya verrebbero accompagnati in mare aperto in un viaggio della durata di 36-48 ore per poi essere lasciati in balia delle onde e degli squali dentro una imbarcazione senza motore e con razioni di cibo e acqua insufficienti al fabbisogno alimentare minimo. L'odissea si concluderebbe in tragedia per la maggior parte di loro se è vero che, dei quattrocento disperati di cui faceva parte anche chi ha reso la testimonianza, solo 98 sono stati recuperati vivi nei pressi della Andaman Islands, già in territorio indiano, ed altri 190 vicino alle coste dell'Indonesia da imbarcazioni di pescatori. Questi numeri presumibilmente sono solo la punta dell'iceberg visto che gli arrivi sulle coste thailandesi sono continui. Il che porta a chiedersi da quanto tempo vada avanti questa condotta omicida da parte della Thailandia, perpetrata certamente con il consenso delle autorità birmane. Ufficialmente la marina thailandese nega tutto ma alcuni suoi funzionari avrebbero invece confermato al reporter della BBC che si tratta di una pratica consolidata. Il nuovo primo ministro Abhisit ha detto che si riunirà con i rappresentanti di alcune associazioni per i diritti umani ma è una risposta piuttosto debole visto che la sua carica lo rende direttamente responsabile di quanto accade sulle coste del paese che governa. Ovviamente queste accuse dovranno essere confermate ma tutto fa pensare che il racconto non sia molto distante dalla realtà se la stessa India ha riconosciuto di aver assistito a più riprese diversi profughi che giungevano in prossimità delle sue coste quasi in fin di vita, dopo molti giorni di navigazione. La Thailandia finisce per riconoscere implicitamente il trattamento vessatorio quando adduce ragioni di sicurezza legate alla prevenzione del terrorismo: secondo Bangkok i Rohingya sarebbero legati alle frange dell'estremismo islamico presenti nel sud del paese e molti di loro sarebbero destinati ad arruolarsi nelle file dei gruppi combattenti. Un'affermazione come minimo difficile da verificare e che sa di lasciapassare valido per tutte le stagioni.
Il secondo episodio ha avuto luogo di recente in territorio birmano e riguarda la comunità cristiana ivi presente. Secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa dell'esilio Mizzima e riprende l'organizzazione Christian Solidarity Worldwide, la giunta avrebbe ordinato la chiusura di cento chiese cristiane a Rangoon con la conseguente minaccia ai sacerdoti di cessare ogni attività religiosa, pena il carcere. Nel provvidimento sono inclusi gli appartamenti privati nei quali si tengono le messe, che possono arrivare a riunire numerosi fedeli. La recrudescenza della repressione religiosa in questa fase può essere dovuta alla volontà dei militari di sgombrare il campo da qualsiasi gruppo organizzato alternativo a quelli esplicitamente allineati con il regime in vista delle elezioni-farsa previste per il 2010. E' la stessa logica che ha portato alle condanne decennali inflitte ai dissidenti a partire dallo scorso ottobre. Ma esiste anche un'altra versione: che si tratti del castigo delle autorità  per l'assistenza prestata dalle comunità cristiane in occasione della devastazione del ciclone Nargis, una carità costata cara anche ad altri volontari, il più famoso dei quali è il comico Zarganar cui sono stati inflitti 45 anni di galera. Christian Solidarity Worldwide denuncia però l'esistenza di un disegno più ampio che prende le mosse da un documento proveniente dal ministero degli affari religiosi, un programma in 17 punti volto a sradicare il cristianesimo dal territorio birmano (il titolo recita precisamente così). Il punto uno stabilisce che "non esisterà più nessuna casa in cui si pratichi la religione cristiana". Il tempo confermerà intensità e caratteristiche dell'offensiva. Quel che sembra indiscutibile è che l'ostilità nei confronti delle minoranze religiose da parte del regime aggiunge dolore e ingiustizia alla già devastata terra delle mille pagode.
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mercoledì, gennaio 21, 2009
La Cina ha paura della propria ombra. Il momento in cui la televisione di stato cinese interrompe la traduzione simultanea del discorso di Obama e passa ad altro. Il presidente stava parlando di fascismo e comunismo. Le dittature sono ridicole.
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martedì, gennaio 20, 2009
Un paese meraviglioso.



The time has come to reaffirm our enduring spirit; to choose our better history; to carry forward that precious gift, that noble idea, passed on from generation to generation: the God-given promise that all are equal, all are free, and all deserve a chance to pursue their full measure of happiness.
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lunedì, gennaio 19, 2009
Un abbraccio. Gli hanno schiantato addosso quattro aerei e lui ha risposto piantando la democrazia liberale in mezzo al deserto. Lo hanno insultato come mai nessuno prima e lui ha riscattato sessanta milioni di persone da due tirannie intollerabili. Errori ne ha commessi, grandi come i suoi propositi. In un mondo normale sarebbe un eroe, in quest'altro mondo lo hanno trattato da villano. Io gli ho voluto bene e ci tengo che resti scritto.



Five days from now, the world will witness the vitality of American democracy. In a tradition dating back to our founding, the presidency will pass to a successor chosen by you, the American people. Standing on the steps of the Capitol will be a man whose history reflects the enduring promise of our land. This is a moment of hope and pride for our whole nation. And I join all Americans in offering best wishes to President-Elect Obama, his wife Michelle, and their two beautiful girls.

In the 21st century, security and prosperity at home depend on the expansion of liberty abroad. If America does not lead the cause of freedom, that cause will not be led.
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domenica, gennaio 18, 2009
Charta 08. Un'analisi. Articolo molto lungo.
Vorrei provare ad analizzare il contenuto e le implicazioni politiche della Charta 08, il documento firmato da almeno duemila (ma c’è chi dice settemila) cittadini cinesi in favore dell'instaurazione di un regime democratico e rispettoso dei diritti umani in Cina. Tra di loro attivisti, intellettuali, leaders rurali, avvocati, professori e perfino funzionari del partito di livello intermedio. La carta è stata resa nota il 10 dicembre, in occasione dell'anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, e si basa sull'analoga esperienza della Charta 77, il manifesto della dissidenza cecoslovacca, attorno a cui si costituì quel nucleo di resistenza che avrebbe portato dodici anni dopo alla fine del regime a partito unico. Proprio il superamento del monopolio politico del PCC e la costituzione di un gruppo informale di cittadini che si richiamano ai principi della carta sono i due campanelli d'allarme più preoccupanti per la dirigenza cinese. Esaminiamo nel dettaglio prima il testo del documento, poi la reazione del governo e infine le conseguenze che la Charta 08 potrebbe avere sul futuro della Cina.
In rete, dove il documento è stato diffuso, circolano due traduzioni del testo, la prima del giornalista Perry Link pubblicata sulla New York Review of Books, la seconda sul sito dell’organizzazione Human Rights in China. Pare che Link abbia fatto riferimento ad una prima bozza del documento, mentre quella di HRC sarebbe la versione definitiva, leggermente riveduta prima della pubblicazione. A livello di contenuti non vi sono differenze sostanziali tra i due scritti, fatta eccezione per un riferimento esplicito al massacro di piazza Tiananmen contenuto nel preambolo, che scompare nel testo finale, forse in seguito all’arresto preventivo di Liu Xiaobo (noto dissidente attivo fin dall’89 e primo firmatario della dichiarazione) avvenuto due giorni prima della sua diffusione. Farò riferimento alla versione di HRC, se non altro perché più sobria e per enfatizzare c’è sempre tempo. La Charta 08 si divide in tre sezioni: un lungo preambolo (forse la parte nel complesso più significativa), una dichiarazione di principi fondamentali e infine una serie di proposte. Dico subito che a mio avviso si tratta del documento più significativo mai prodotto dagli oppositori al regime comunista cinese, innanzitutto per il richiamo esplicito alla tradizione liberale e illuminista del costituzionalismo occidentale che pervade tutta la stesura e poi per il salto di qualità che suppone il non limitarsi ad esigere un processo riformatore interno al regime ma il proclamare la necessità di un suo superamento. I coraggiosi sottoscrittori certamente non incitano alla rivolta ma dichiarano esplicitamente di lavorare per una rivoluzione politica finalizzata all’instaurazione di una democrazia liberale al posto del partito-stato. Al di là delle conseguenza che a breve termine la Charta potrebbe avere (e a mio avviso non c’è dubbio che a lungo termine ne avrà di decisive), questo è già di per sé un fatto storico, una pietra miliare nella lotta per il riscatto civile del popolo cinese.

Il testo
- Il preambolo comincia con un riferimento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, alla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici firmata anche dalla Cina e alla breve ma intensa esperienza del muro della democrazia, che per quasi un anno animò le spente strade di una Pechino che stava faticosamente provando a recuperarsi dall’incubo maoista. Segue immediatamente il riconoscimento della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti umani come “principi comuni e universali condivisi dall’intera umanità” e della democrazia e del governo costituzionale come strutture politiche essenziali alla protezione di questi valori fondamentali. Tradizione liberale allo stato puro ed anche il rifiuto netto di quella strana teoria, tanto cara agli autocrati e purtroppo accettata perfino da buona parte dell’opinione pubblica occidentale, secondo la quale esisterebbe una via cinese alla democrazia, un sistema alternativo di valori adattato alla realtà asiatica. La Charta fa piazza pulita di questa forma di paternalismo peloso e trasversale: solo la democrazia liberale è in grado di garantire i diritti e le libertà fondamentali dell’individuo; ogni versione riveduta e corretta altro non è che una scusa per non cambiare.
Quale direzione prenderà la Cina del XXI secolo, si chiedono gli autori? Continuerà la sua “modernizzazione” all’interno di un sistema autoritario o riconoscerà i valori universali (di nuovo torna l’insistenza sul concetto di universalità dei diritti) aggiungendosi al novero delle nazioni civilizzate e costruendo un sistema politico democratico? Mi fermo ancora perché è importante estrapolare i concetti. Qui ce ne sono due: il primo è che quella cinese è una crescita economica senza una reale modernizzazione, perché solo una società aperta, in cui i cittadini possano liberamente esercitare le loro prerogative può consentire ad una nazione in via di sviluppo di diventare definitivamente un paese moderno; il secondo è che l’idea di civiltà deve essere intimamente legata al rispetto dei principi di libertà ed uguaglianza e dei diritti umani, e che in assenza di queste condizioni essenziali non si può parlare di contesto civile. Alla faccia di tutti i relativismi. Il preambolo prosegue con un rapido excursus dei regimi che dal XIX secolo ad oggi hanno governato la Cina. Quando arrivano alla vittoria dei comunisti del ’49 i firmatari denunciano “l’abisso totalitario” che da quegli eventi è derivato, responsabile di una “serie di catastrofi umanitarie” come la Campagna contro gli elementi di destra, il Grande balzo in avanti, la Rivoluzione culturale e, sacrilegio, il 4 giugno, ovvero la data del massacro di piazza Tiananmen che compare qui nel testo per la prima e unica volta.
Pur riconoscendo che le riforme economiche del post-maoismo hanno portato ad un miglioramento delle condizioni sociali per una parte significativa della popolazione, i redattori constatano che il potere è rimasto arroccato alle sue posizioni di privilegio e di monopolio, rifiutando qualsiasi cambiamento significativo dal punto di vista politico: “in Cina ci sono molte leggi ma non esiste uno stato di diritto, c’è una costituzione ma non un governo costituzionale”, e soprattutto c’è un blocco di potere che “insiste nel perpetuare il regime autoritario”. Da qui la corruzione diffusa, il declino dell’etica, la polarizzazione sociale e lo sviluppo economico diseguale, l’impunità delle classi dirigenti. E ancora la mancata protezione della proprietà e gli ostacoli che il potere oppone alla "ricerca della felicità" (avete letto bene, la Charta prende a prestito l’esatta espressione della Dichiarazione di Indipendenza del 1776), con il progressivo aumento dei conflitti sociali per l’intensificarsi dell’ostilità tra ufficiali del governo e popolazione. Il cambiamento – conclude il preambolo – non è più rinviabile.
- La seconda parte del documento è dedicata all'enunciazione dei principi ispiratori della Charta. Al primo posto la libertà, declinata secondo il paradigma delle libertà negative, le libertà dallo stato: espressione, stampa, religione, riunione, movimento, protesta. Senza libertà non c'è civiltà possibile. La difesa dei diritti umani si richiama espressamente alla tradizione giusnaturalistica: i diritti non sono concessi dallo stato ma inerenti alla persona umana fin dalla nascita. Lo stato esiste solo per garantire la protezione di questi diritti ed il loro libero esercizio. Basterebbe questo enunciato da solo ad aprire e chiudere l'intera dichiarazione. Si tratta della più netta difesa dell'universalità dei diritti umani mai pronunciata in territorio cinese. Un concetto di per sé così evidente che risulta incomprensibile come possa essere messo continuamente in discussione non solo (ovviamente) dal potere costituito, ma anche da ampi settori all'interno della stessa popolazione cinese (e qui i motivi possono essere molteplici) e da buona parte dell'opinione pubblica occidentale (in questo caso si tratta invece solo di cattiva coscienza o ignoranza). Poi l'uguaglianza, degli individui tra di loro e di fronte alla legge. Si parla sempre di singoli, mai di comunità, il messaggio è rivoluzionario per la Cina. L'uguaglianza è nei diritti, non necessariamente nelle condizioni, nelle situazioni di partenza, non in quelle finali. Il repubblicanesimo, inteso come bilanciamento dei poteri tra i diversi organi dello stato e degli interessi dei diversi gruppi sociali, che devono poter esprimersi in un clima di giustizia e correttezza istituzionale. La democrazia, il governo "dal popolo, attraverso il popolo, per il popolo". La sovranità popolare è l'unica fonte di legittimazione delle classi dirigenti. Le mura di Zhongnanhai registrano a questo punto una scossa. Solo i cittadini e non il partito che ne ha sequestrato le prerogative politiche possono decidere chi li governerà. Diritto di voto, elezioni regolari e rispetto delle minoranze. Infine il costituzionalismo, il riconoscimento delle libertà e dei diritti e la loro protezione all'interno della costituzione, ma soprattutto una chiara definizione dei limiti dell'azione governativa, sottoposta anch'essa alle regole dello stato di diritto. Il contrario di quanto sta avvenendo nella Cina attuale. Occore passare - chiosano gli autori - da un sistema in cui il cittadino si affida totalmente alla benevolenza dei suoi governanti, ad un contesto in cui egli diventi protagonista in prima persona dello sviluppo della nazione in cui vive, sviluppando una coscienza civile in un contesto in cui i diritti corrispondano alle responsabilità. L'autoritarismo è in declino ovunque - si nota - e anche per la Cina deve finire l'era dei poteri imperiali, dell'assolutismo di qualsiasi colore.
- Da qui una serie di proposte che costituiscono la terza ed ultima parte del documento. Sono 17 punti, alcuni dei quali forse entrano troppo nel dettaglio rischiando di attenuarne la solennità, più proposte elettorali che dichiarazioni di principio: parlo ad esempio della riforma fiscale (che però contiene il fondamentale principio della no taxation without representation), della protezione dell'ambiente o della creazione di una repubblica federale (una prospettiva al momento difficilmente concretizzabile). Ma questa sezione contiene altri elementi di portata dirompente. L'abolizione di tutte quelle disposizioni costituzionali non in linea con il principio della sovranità popolare: in pratica la cesura drastica con i pilastri che reggono attualmente l'edificio del regime. Il principio della separazione dei poteri e la chiara definizione dell'autorità del potere centrale, sia in chiave politico-amministrativa che territoriale. L'elezione diretta di tutti i corpi legislativi. Altro che voto a livello di villaggi, pratica truffaldina su cui si sta costruendo una letteratura scandalosamente apologetica volta ad accreditare una presunta volontà riformatrice dei gerarchi del PCC. L'indipendenza del potere giudiziario dai diktat del partito e la conseguente abolizione di quei Comitati Politici e Legislativi attraverso cui la struttura di potere controlla e condiziona l'amministrazione della giustizia. Primo avviso ai naviganti. Sottrazione delle forze armate al controllo del partito. L'esercito deve rispondere solo alla costituzione e mantenere la neutralità, così come gli altri corpi di pubblica sicurezza a cominciare dalla polizia. Divieto di discriminazioni tra i pubblici ufficiali a seconda dell'appartenenza politica. Secondo avviso ai naviganti. Creazione di una commissione per i diritti umani contro gli abusi del potere (in uno stato di diritto però dovrebbero bastare i tribunali ordinari, almeno in teoria); abolizione del sistema carcerario chiamato rieducazione attraverso il lavoro, uno dei cardini dell'arcipelago-gulag cinese. Elezione dei pubblici ufficiali secondo il principio una persona un voto. Abolizione dell'attuale sistema di registrazione per i lavoratori che dalle campagne si trasferiscono nelle città, fonte di palesi disuguagliaze tra cittadini. Garanzia della libertà di associazione, articolo fondamentale della dichiarazione: abolizione del divieto di formazione di partiti politici (terzo avviso ai naviganti) e fine del monopolio politico del partito unico (quarto e definitivo avviso, nave affondata). Nessun infingimento, nessuna blandizie. La dittatura di una élite deve lasciare il posto alla libera concorrenza fra idee e schieramenti. Non esistono alternative credibili per il futuro democratico della Cina. Libertà di assemblea, di religione e di espressione: "la pratica di considerare le parole come crimini non è più accettabile". Le ultime osservazioni riguardano altri due fattori assai controversi nell'attuale situazione politico-sociale del paese: il primo è l'educazione, attualmente al servizio dell'ideologia del partito-stato, da riformare in senso liberale; il secondo è la protezione della proprietà, formalmente riconosciuta nella costituzione ma di fatto continuamente oggetto di provvedimenti abusivi da parte delle autorità: è necessario che si costruisca un'economia di mercato realmente libera e aperta alla partecipazione di tutti i soggetti (un'implicita denuncia del capitalismo di stato e dei monopoli economici ed amministrativi che determinano e condizionano la crescita dell'economia cinese) e che si avvii una riforma agraria finalizzata alla privatizzazione delle terre. Rilevante anche il richiamo conclusivo all'esigenza di ristabilire la verità storica, compensare moralmente ed economicamente le vittime delle persecuzioni politiche e liberare tutti i prigionieri di coscienza. Non c'è libertà senza giustizia, non c'è riconciliazione senza verità, questo il messaggio dei trecento (e più) coraggiosi. "Oggi la Cina resta l'unica tra le grandi nazioni a rimanere infangata in politiche autoritarie, ciò che non solo condiziona lo sviluppo cinese ma limita anche il progresso dell'intera civiltà umana". Per cui, prosegue il testo, " ci auguriamo che tutti i cittadini che provino un senso di crisi, di responsabilità e di missione simile al nostro mettano da parte le differenze ed abbraccino gli ampi obiettivi di questo movimento di cittadini".

La reazione del governo
L'accenno finale al movimento non è causale, come già spiegato all'inizio. Era un movimento civico aperto quello nato intorno alla Charta 77 della dissidenza cecoslovacca: almeno nelle intenzioni dei suoi promotori è questo il cammino da seguire in Cina. Non un partito, non un gruppo ristretto di intellettuali, ma una piattaforma attorno a cui si possano riunire sensibilità molteplici, accomunate dal fine ultimo della democratizzazione del paese. Proprio attorno a questa temuta prospettiva si stanno concentrando gli sforzi delle autorità cinesi per disinnescare la miccia della potenziale ribellione. Sono stati più di cento i firmatari della Charta ad essere fermati e interrogati dal 6 dicembre ad oggi. Le modalità d’azione del regime sono significative. Le persone implicate vengono avvicinate per strada, prelevate dalla propria abitazione, avvisate per telefono e successivamente sottoposte ad una serie di domande sull’identità dei promotori, sui motivi della sottoscrizione, sulle tattiche di coinvolgimento della popolazione: segue poi la minaccia di ritorsione in caso di mancato ritiro della firma. E’ successo, spiega lo stesso Perry Link, allo scrittore Wen Kejian, cui gli agenti del regime hanno fatto sapere che la Charta costituiva “un fatto di estrema gravità”; è successo a Zhao Dagong, anche lui scrittore, considerato responsabile della diffusione del documento nell’area di Shenzhen; ma è successo anche a Zhang Zuhua, a Pechino, cui hanno perquisito la casa, confiscando libri, passaporti e computers e svuotato il conto in banca. E poi a Pu Zhiqiang, avvocato, e a Jiang Qisheng, filosofo, e a Gao Yu, giornalista, e a Teng Biao, anche lui avvocato. Poi c’è la storia di Xu Youyu, professore di filosofia all’Accademia Cinese di Scienze Sociali, vero e proprio laboratorio di idee del partito. Xu ha scritto una lettera aperta, anch’essa diffusa su Internet, in cui denunciava le pressioni dei superiori affinché ritirasse il suo appoggio alla Charta, in quanto "contro la legge e la costituzione". Ex guardia rossa, convertitosi all’anticomunismo (uno che lo conosce bene insomma), il professore ha gentilmente declinato l’invito qualificando apertamente come insensate le minacce dei suoi superiori. “A tutti i firmatari – ha spiegato – sarà vietata la pubblicazione dei loro lavori in patria. E certamente, quando sono seduto a casa mia, aspetto sempre da un momento all’altro l’arrivo della polizia”. Sembra che le autorità cerchino principalmente informazioni per rompere quella rete di contatti che unisce i promotori della dichiarazione e che potrebbe costituire l’embrione di un gruppo di dissidenza attiva. Stanare i responsabili e intimidire il resto della popolazione per stroncare sul nascere qualunque movimento organizzato. E’ la soglia intollerabile del dissenso organizzato quella che la Charta 08 ha superato: finché l’opposizione rimane una manifestazione personale ed isolata, si può chiudere un occhio. Quando però comincia ad essere condivisa, a diventare piattaforma politica, a riunire istanze diverse in una causa comune, allora scatta la repressione. E’ chiaro che in questa fase il regime predilige la sorveglianza e l’intimidazione perché la sua intenzione è risalire ai mandanti. Uno di questi è Liu Xiaobo, critico letterario ed attivista dai tempi di piazza Tiananmen, l’unico dei firmatari che sia stato finora arrestato: di lui non si sa nulla dall’8 dicembre, due giorni prima della pubblicazione. Le autorità non hanno informato delle ragioni e delle modalità della sua detenzione, né si conosce il suo luogo di detenzione attuale. Liu Xiaobo è una spina nel fianco del regime proprio perché il suo nome è intimamente legato ai fatti del 4 giugno di vent’anni fa, l’anniversario terribile per il partito-stato che mobiliterà la sua macchina da guerra per evitare qualsiasi commemorazione.

Le conseguenze della Charta
La generazione di democratici che si affaccia prepotentemente sulla scena con la Charta 08 nasce a Tiananmen, da quel movimento prende ispirazione, la dichiarazione di principi liberali di oggi è l’equivalente della statua della libertà che per settimane campeggiava sulla piazza prima della repressione. Ma anche la generazione che governa il paese deve, seppur per motivi opposti, a quegli eventi la sua attuale presenza sulla scena. Tiananmen, voluta e ordinata dall’intoccabile Deng Xiaoping, ha consegnato ai suoi successori (tra cui gli attuali dirigenti) una Cina normalizzata, ammutolita, impaurita. Quello che è successo dopo è storia e cronaca insieme, il patto col diavolo delle classi medie cinesi, la ricchezza per alcuni in cambio del silenzio di quasi tutti. Questo patto osceno oggi viene messo in discussione per la prima volta dalla Charta 08, elaborata e diffusa nel momento più difficile per un regime alle prese con una crisi economica difficilmente gestibile e con i conseguenti rischi di accentuazione dell’instabilità sociale. La dichiarazione rompe volutamente l’armonia imposta dall’alto e manda in scena una storia diversa: la sfida frontale di un gruppo di persone di diversa estrazione sociale e culturale ad una casta onnipotente. Che ne ha paura e reagisce dimostrandolo, dando la caccia a chi ha osato semplicemente esprimere pubblicamente un punto di vista diverso da quello ufficiale. E’ per questo che quello della diffusione reale del documento tra la popolazione cinese è un falso problema. Gli scettici e i critici fanno notare che si tratta pur sempre di un progetto élitario, incapace di far breccia nel cittadino comune, sia egli un esponente di quella classe media accomodata sia un lavoratore del proletariato urbano e rurale: quanti conoscono l’esistenza della Charta 08 in Cina? Probabilmente più di quanti si possa pensare visto che, anche se i censori hanno fatto di tutto per bandirlo, il testo è rintracciabile su Internet e la Cina è ormai il primo paese al mondo per numero di utenti della rete. Ma in ogni caso importa poco a questo punto della storia. La carta non ha come obiettivo il provocare una rivolta popolare a breve termine, ma quello di gettare nell’uniformato panorama della società civile cinese e in quello strettamente controllato della politica una pietra dello scandalo, un testo che parla di libertà dove c’è dittatura, di diritti umani dove ci sono carceri segrete, di libertà di espressione dove si va in galera per aver firmato un foglio, di pluralismo politico nel regno del partito unico. Vi sembra poco? L’impatto della coraggiosa iniziativa dei trecento si vedrà solo con il tempo: la goccia scava la pietra, la Charta 77 ebbe bisogno di più di un decennio per avere ragione della dittatura. Non si può sottovalutare il fatto che riunire migliaia di firme attorno ad un testo che parla apertamente di diritti e di cambio di regime nella Cina di oggi rappresenta già di per sé un atto eroico per le implicazioni personali che ne possono derivare. La Charta 08 non si limita a reagire ma propone, diventa documento programmatico, e gradualmente ma inevitabilmente si trasformerà in oggetto di dibattito, fuori ma anche – nonostante gli enormi ostacoli – all’interno del paese. E’ un peccato che la stampa occidentale non si sia ancora accorta della più importante azione in favore dei diritti umani mai realizzatasi in Cina. L’attenzione che i giornali dell’occidente democratico hanno dedicato al documento è stata quasi nulla, fatte salve pochissime eccezioni. Forse lo considerano la solita iniziativa velleitaria di un gruppo di intellettuali fuori dalla realtà, forse pensano che in poche settimane il regime sarà riuscito a cancellare ogni traccia e che non valga nemmeno la pensa di parlarne. Forse hanno solo timore di offendere i boss della superpotenza emergente. Forse tutto quel liberalismo, quei richiami espliciti alle storiche dichiarazioni del XVIII secolo non vanno attualmente molto di moda nelle redazioni. Però in Cina c’è chi sta rischiando grosso per rompere il silenzio e per far nascere un’alternativa alla stagnazione politica. C’e chi ha deciso di parlare per tutti quelli che non possono farlo. In Cina c’è chi dice no e spiega chiaramente perché. Forse varrebbe la pena dare un’occhiata.
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Birmania. Il sistema carcerario. Sono così rare le storie sul pianto birmano nei grandi quotidiani che è obbligatorio segnalarle quando si trovano. Questo di Thomas Fuller sul NYT è un ottimo pezzo: l'Assistance Association for Political Prisoners, che ha sede in Thailandia a Mae Sot, è un'organizzazione che cerca di alleviare le sofferenze dei prigionieri politici nelle carceri birmane e delle loro famiglie. Formato in parte da ex detenuti per ragioni di coscienza poi fuggiti, il lavoro di questo gruppo contribuisce a rompere il silenzio silenzio che avvolge l'arcipelago gulag dei generali:

By the time he contracted tuberculosis, U Htay Aung, a dissident jailed for seven years in Myanmar, was incapable of telling prison guards about his condition. He had already lost his voice from years of exposure to the cold concrete floor that prisoners slept on.
So Mr. Htay Aung decided to announce his illness in a more graphic form. He coughed up enough blood to fill a small cup. “When the guard came around, I showed him,” said Mr. Htay Aung, who has now recuperated but whose voice remains raspy. “They transferred me to the leprosy ward.”

To be a political prisoner in Myanmar, Mr. Bo Kyi said, is to truly experience darkness. Prisoners are often let out of their cells only 20 minutes a day, he said. They are lorded over by the criminal prisoners, who are encouraged by the guards to discipline and intimidate them. And they are routinely transferred hundreds of miles from their families to remote prisons that have no clinics or medical staff.
As punishment, guards sometimes make prisoners crawl through an interrogation room where the floor is made of bricks with sharp edges. During interrogation they require male inmates to answer them using words in the Burmese language that are usually reserved for women.


Intanto la vicenda dei Rohingya ributtati a mare dalle autorità thailandesi sta lentamente ottenendo l'attenzione dei media.
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A good guy. Obama si spende in elogi a Bush. Difficile che lo troviate sul corrierino.

After two years of traveling around the country criticizing President Bush, President-elect Barack Obama said Friday that he “always thought [Bush] was a good guy.”

Obama also said he thought Bush made “the best decisions that he could at times under some very difficult circumstances.”


Obama è una persona intelligente. Niente a che vedere con molti suoi sostenitori e detrattori.
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Cuba, il bordello dei progre. La sinistra spagnola (e quella catalana in particolare) si è distinta in questi giorni per l'appoggio di piazza ai terroristi di Hamas. Non c'è in Europa paese più anti-israeliano della Spagna, non c'è in Europa governo più anti-israeliano di quello di Zapatero. Ah i progre, che sputavano sull'America ai tempi della liberazione dell'Iraq e continuano a produrre saliva, che ogni giorno danno lezioni di democrazia col ditino alzato a questa confusa nazione di nazioni che un tempo dominava il mondo e adesso ha Carme Chacón come ministra della difesa, che hanno confuso il matrimonio omosessuale con l'abolizione della schiavitù, che distribuiscono le ammonizioni e separano i buoni dai cattivi ogni volta che aprono bocca. Ah i progre e i loro amori che il tempo non scalfisce, che la realtà non intacca:

Cuba es un cementerio industrial, comercial y moral. Donde mucha gente común de ambos sexos se prostituye entregándose a heterosexuales y a homosexuales indistintamente.
Pocos fidelistas españoles admiran realmente a Cuba. Aman, eso sí, su dictadura, ese fracaso histórico en el que ellos se sienten virreyezuelos porque allí, con algunos euros o dólares, eyaculan todas sus miserias y fracasos de aquí.
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sabato, gennaio 17, 2009
Tanti auguri. Dopo aver richiesto (e non ottenuto) un invito per l'Inauguration Day di martedì, la Corea del Nord dà il benvenuto ad Obama:

BEIJING (Reuters) - North Korea says it has "weaponized" enough plutonium for four to five nuclear weapons, a U.S. expert said on Saturday after talks in Pyongyang.

Harrison said senior North Korean officials had told him this week that 30.8 kg (68 pounds) of plutonium their government had listed as part of a preliminary disarmament agreement had been "weaponized" -- incorporated into warheards or other arms.


Si vede che è l'ultimo giorno di scuola, perché il Dipartimento di Stato americano a bocca stretta riconosce adesso il fallimento dei negoziati con Pyongyang:

U.S. Secretary of State Condoleezza Rice said U.S. intelligence authorities believe North Korea possesses weapons-grade highly enriched uranium.
According to a press release distributed by the U.S. State Department on Wednesday, Rice had an interview with Washington Post editorial writers on Monday. She reportedly said, "I think the intelligence community now believes that there is an undisclosed either imported or manufactured weapons-grade HEU in North Korea."


Sul vicolo cieco in cui si era messa l'amministrazione Bush ho scritto in diverse occasioni di recente.
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La prima nonna. La signora Sara ce l'ha fatta. Ha ottenuto il visto dagli uffici consolari di Nairobi per volare a Washington in tempo. Vedrà Obama giurare ma non potrà dargli il regalo che aveva pensato per lui:

Selon des sources proches de la presse kenyane, Mama Sara aurait obtenue son visa d’entrée aux Etats-Unis sans trop de complications. Mais son intention d’inclure une lance dans ses cadeaux lui a été refusée pour des raisons de sécurité.
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venerdì, gennaio 16, 2009
Basta non guardarlo. Dell'Italia capisco sempre meno ma che ad ogni trasmissione di Santoro monti l'indignazione come se andasse in onda per la prima volta fa un po' ridere. Io ho smesso tanto tempo fa, quando ancora vedevo la RAI, stufo che la cena mi risalisse regolarmente in gola. A Santoro piaceva Milosevic e si faceva santo scudiero nella Belgrado bombardata, Santoro difendeva Saddam e spediva gli inviati a raccontare la felicità di Baghdad sotto il tiranno, Santoro adora la carità ad orologeria di Hamas e non ci pensa nemmeno ad inceppare il meccanismo mandando in onda le ragioni di Israele. Ma non lo sapevate? Ma perché lo guardate? Ma cosa ci andate a fare alle sue trasmissioni? Lo so, la RAI, il canone, tutti paghiamo 'sta roba. Appunto, già che pagate, perché continuare a farvi del male? Che poi l'Italia non riesca a liberarsi di Santoro in prima serata dice molto più del paese che dell'agit-prop in questione.
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Musulmani per cui nessuno scende in piazza il sabato pomeriggio. Pare che in Thailandia sia costume diffuso ributtare a mare i rifugiati Rohingya, provenienti dalla Birmania, con le mani legate dietro la schiena, senza cibo e senza motore, mandandoli incontro a morte quasi certa. La notizia è emersa solo perché la marina thailandese ha pensato bene di usare le maniere forti davanti ai turisti che facevano il bagno sull'isola in cui erano approdati i disperati. Per la cronaca molti stranieri hanno continuato tranquillamente a nuotare. Che non sia un caso isolato lo hanno confermato alla BBC perfino alcuni ufficiali direttamente coinvolti. I Rohingya, minoranza musulmana della Birmania occidentale, sono gli ultimi tra gli ultimi nel paese violentato dai generali. Le storie di persecuzione e discriminazione che li riguardano sono moltissime. Solo che nessuno le conosce. Forse dovrebbero cominciare a minacciare Israele.
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Morire per delle idee. Sono le vite stroncate dei giornalisti a tingere di spavento la realtà di due nazioni per troppi anni sconvolte da guerre civili ad intensità variabile e sorti alterne. Adesso il Nepal deve fare i conti con gli ex guerriglieri insediatisi al governo, mentre lo Sri Lanka sembra sul punto di vincere la resistenza delle Tigri Tamil, ma ad un prezzo altissimo. La prima storia è quella di Uma Singh, vittima di quella mafia collusa con le istituzioni le cui pratiche ricattatorie aveva provato a denunciare. Il racconto lo affido a Enrico Crespi da Kathmandu, che quel cielo lontano lo conosce piuttosto bene. La seconda è quella di Lasantha Wicrematunga che, prima di essere ucciso, ha lasciato una lettera-testamento in cui indicava i nomi dei mandanti del suo assassinio. Sul sito Sudestasiatico.com la trovate nella versione integrale:

It is well known that I was on two occasions brutally assaulted, while on another my house was sprayed with machine-gun fire. Despite the government’s sanctimonious assurances, there was never a serious police inquiry into the perpetrators of these attacks, and the attackers were never apprehended. In all these cases, I have reason to believe the attacks were inspired by the government. When finally I am killed, it will be the government that kills me.
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mercoledì, gennaio 14, 2009
Metropolis.



Tokyo, gennaio 2009.
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venerdì, gennaio 09, 2009
Antologia/6. Come sempre la raccolta dei post più argomentati e degli articoli pubblicati negli ultimi dodici mesi. A immodesto avviso del suo autore questa è stata una delle migliori annate per 1972, anche se l'udienza sembra non essersene accorta visto che i lettori sono andati progressivamente diminuendo. A questo punto sono indeciso se spogliarmi, buttarmi a sinistra, farmi amico di Luca Sofri, mettermi ad insultare il Vaticano o aprire una sezione iPod. Vediamo, ché fra poco sono sei anni e quasi cinquemila post. Per gli irriducibili (grazie) segue lungo elenco.

L'indipendenza negata
Thailandia. Sul filo del rasoio/2
Birmania. Telefono nemico
Birmania. La guerra silenziosa
La fortezza scheggiata/2
Birmania. Le porte chiuse
Cose dell'altro mondo
Birmania. I padroni del paese
Ho una domanda per lei
Chi vive e chi muore in Birmania
Un socialista piccolo piccolo
Birmania. Tutti gli uomini del generale
Russia. Un destino manifesto?
Quel naso allegro da nigeriano in gita
Il lezzo dell'ipocrisia
Uccideteli piano
La battaglia per il Tibet (realtà e propaganda)
Tra Buddha e nazione
Le complicità terribili
Birmania. La vita nonostante tutto
Birmania. Storie di fantasmi
Non si muore per Rangoon
Birmania. I sommersi e i braccati
Ma per l'ONU la colpa è delle vittime/2
Siamo più cattivi noi
Birmania. Il buco nero della diplomazia
Birmania. Fate con calma
Aung San Suu Kyi. Il sussurro proibito
Birmania. La musica è finita
Tiranni perdonati e presidenti pentiti
Malesia. Sembra l'Italia
Sulla Corea no pasarán
La festa dello sport
Il ridicolo dell'ASEAN non finisce mai
La cattura/2
La lunga strada
Vicepresidente Obama
Le radici dell'odio
Post interlocutorio (potete anche saltarlo)
La Cina imperdonabile
Una Corea del Nord senza Kim?
La storia ci mette un po'
Corea del Nord. La sceneggiata nucleare
Cina. Terra promessa
Endorsement (doppio)
Birmania. La fine di un'illusione
La Cina in Africa. I nuovi negrieri
Cina. I buchi neri
Pensieri di un soldato nordcoreano
La vittoria inevitabile
Birmania. Un massacro di diritto e di dignità
Quei bravi ragazzi
Quei bravi ragazzi/2
Tibet. Una necessaria introspezione
Birmania. L'annientamento di una generazione
Cina e America unite dalla crisi?
Il Venezuela in un vicolo cieco
Il rebus thailandese
Il rebus thailandese/2
Il rebus thailandese/3
Il rebus thailandese/4
Il rebus thailandese/5
Birmania. Cosa resta dell'opposizione al regime
Il rebus thailandese/6
Di schizofrenia, ipocrisia, Tocqueville e giornali
I travaglini
Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso
Cambogia. La giustizia può attendere
Il rebus thailandese/7
Thailandia. Foto di gruppo
Cina. C'è chi dice no



Ideazione

La Spagna al voto sotto l'anestesia di Zapatero
Birmania, la resistenza di Taunggok
Thailandia, il ritorno dell'uomo della provvidenza
La Spagna è ancora di Zapatero
Spagna, Rajoy non è l'uomo per questa stagione
E se la via del Dalai Lama fosse sbagliata?
Birmania, la giunta prepara il referendum-truffa
Birmania, non si muore mai abbastanza per il regime
Corea del Nord, torna l'incubo della carestia



LibMagazine

Unlucky Giuliani
Birmania. La danza dei generali
Kosovo, lasciamoci così
Elezioni. Reazioni dal mondo
Cina. Tra facili entusiasmi e colpevoli dimenticanze



Il Foglio

La Birmania dimenticata
Diecimila morti e tremila dispersi in Birmania per il ciclone Nargis
Così in Cina il regime controlla l'informazione. D'accordo con l'occidente
Non si muore per Rangoon
Paul Strachan, lo scozzese che racconta quello che i giornali non dicono sulla Birmania
Bibi Aido e le "membre" del governo Zapatero
Così 500 tibetani provano a mandare in pensione il Dalai Lama
Così i militari approfittano dell'anarchia thailandese
Professore cinese denunciato dai suoi studenti: "Ha criticato il governo"



Liberal

Eta: il pugno duro di Zapatero è solo elettorale
Una sconfitta per la resistenza
Lo spettro della carestia aleggia sulla Corea del Nord
Sotto il segno del silenzio



Decidere.net

Thailandia, un copione gattopardesco
Matrimonio gay, Rajoy tra Chiesa e Zapatero
Zapatero verso la conferma



Il Velino radio

Senza legge e fuorilegge
Pax cinese e Stati falliti
Abuso di potere
Un'epoca nervosa
Armi e preghiere
Terzani e i khmer rossi
Tra farsa e tragedia
Malesia. Convivenza civile e caos politico
Una Corea del Nord senza Kim?
La sceneggiata nucleare
Terre promesse
Buchi neri
Anche i soldati hanno fame
La certezza della pena
I nomi sono importanti
Il caso Thailandia
Thailandia. Parla la corte, non il re
Cambogia. La giustizia può attendere
C'è chi dice no
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A Fabio. A Luisa.

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