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mercoledì, dicembre 24, 2008
Cina. C'è chi dice no.
![]() ![]() La Cina celebra se stessa a trent'anni dall'inizio delle riforme economiche lanciate dal piccolo timoniere alla fine del 1978. Ne ha ben donde. Anche i più critici devono riconoscere che l'impresa di sollevare dalla povertà un terzo abbondante della popolazione è opera colossale. Ma la Cina non è ancora un paese moderno e non solo perché centinaia di milioni di persone non si sono accorte di quanto avvenuto. E' sul piano politico e ideologico che il ritardo accumulato appare al momento incolmabile a causa di una classe politica arroccata al potere e ossessionata dal controllo. E' stata la settimana degli arresti dei promotori della Carta 08, il manifesto della dissidenza che ha riunito più di tremila adesioni tra i diversi gruppi sociali del paese. Non solo intellettuali e attivisti politici ma anche classi medie e persino funzionari del partito, ciò che preoccupa non poco i dignitari di Zhongnanhai alle prese con un ingombrante ventennale, quello del massacro di Tiananmen, il 4 giugno prossimo. Ma altri episodi, apparentemente marginali e tuttavia significativi per capire il contesto socio-politico in cui si muove l'ex grande proletaria, si sono verificati di recente. Sono storie di ribellione civile ai tentativi di imporre il silenzio ai mezzi di comunicazione, una battaglia finora vinta con ampio margine dal regime ma sempre più difficile da condurre. Il primo caso è quello di una rivista economica della Mongolia interiore, la terza provincia cinese per estensione. L'ufficio regionale per le pubblicazioni e la stampa, organo del partito comunista, ha sospeso per tre mesi dalle pubblicazioni il China Business Post per un articolo in cui si denunciavano presunte malversazioni ad opera di una banca appartenente all'Agricultural Bank of China, uno dei colossi della finanza del paese. Fin qui tutto normale o quasi, vista la facilità sanzionatoria degli organismi ufficiali quando si tratta di questioni sensibili. La novità è rappresentata in questo caso dalla denuncia presentata davanti ad una corte locale dalla giornalista autrice dell'articolo, Cui Fan, contro l'organismo di vigilanza del partito. Un caso senza precedenti che, anche se ha ben poche possibilità di arrivare all'esame del tribunale, rappresenta una rottura con la sudditanza psicologica o la rinuncia a far valere le proprie prerogative che hanno sempre caratterizzato l'atteggiamento della stampa di fronte alle intimidazioni e alle censure del potere. Cui Fan allega che le ragioni addotte per la sospensione e il provvedimento adottato non rispondono ad alcuna disposizione legale e che sono pertanto in contrasto con l'ordinamento giuridico cinese. E' una costante degli ultimi tempi questo richiamo alle leggi e alla costituzione da parte degli attivisti per la democrazia o in genere di coloro che non accettano supinamente i diktat del partito. Agire in base alla legalità vigente ha lo scopo di dimostrare che è il partito a non rispettare le sue stesse norme, che è il potere costituito a muoversi nell'illegalità. Si tratta di smascherare l'arbitrio e l'impunità che contraddistinguono gli atti delle autorità politiche ed amministrative in pregiudizio dei singoli cittadini. L'articolo, la sospensione e la conseguente denuncia arrivano in un momento particolarmente delicato per l'ABC, impegnata in un ampio processo di ristrutturazione interna a livello umano e finanziario. Ma invece di interpellare direttamente i tribunali, chiamandoli in causa per giudicare un presunto caso di diffamazione a mezzo stampa, la banca ha preferito rivolgersi direttamente all'autorità politica per chiedere protezione. Un comportamento che non sorprende in assenza di uno stato di diritto: dove la mafia governa a chi ti rivolgi se pensi di aver subito un torto? Al boss locale, mica a un giudice. Anche se la vicenda verrà progressivamente annegata nel silenzio, il coraggio di Cui Fan e della rivista per cui scrive aprono spiragli interessanti per l'esercizio della professione giornalistica in Cina: "Altri giornalisti porteranno in futuro davanti alle corti situazioni simili. Le autorità di propaganda del partito dovranno essere più caute ed attente ad emettere sanzioni amministrative nei confronti dei media", afferma un professore di scienze politiche alla stessa università del PCC. La seconda storia vede come protagonisti il direttore di una influente pubblicazione vicina ad alcuni settori della nomenclatura (quelli che sanno direbbero i più progressisti) e un ufficiale del ministero della cultura, che gli ha fatto visita per invitarlo alle dimissioni a causa di una serie di articoli in cui la figura di Zhao Ziyang, ex segretario del partito caduto in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen e da allora cancellato dall'iconografia ufficiale, era dipinta sotto una luce positiva. La coincidenza non è casuale, visto che come detto fra pochi mesi ricorre il ventesimo della protesta e della repressione, un argomento tabù per la storiografia ufficiale in Cina e un mal di testa costante per i padroni del pensiero, ancora alle prese con la necessità di prevenire quasiasi riferimento a quei fatidici giorni. Ma Du Dhaozen, il direttore ottantacinquenne, sapeva di poter contare su appoggi importanti. E' forse per questo che ha rifiutato ogni invito ad un pensionamento anticipato e ha rilanciato con un articolo di 10000 battute interamente incentrato su Zhao, da pubblicare nel prossimo numero dello Ynahuang Chunquiu (questo il nome del magazine). C'è chi dice no, insomma, anche se si tratta di casi isolati. Più generalizzata e comune è la repressione quotidiana della libera circolazione delle idee. E' di pochi giorni fa la notizia dell'oscuramento di diversi siti web tra cui BBC, VOA e RSF, provvisoriamente sbloccati durante le Olimpiadi su richiesta dei giornalisti stranieri. Da martedì sono di nuovo out e la tendenza alla censura massiva è destinata a continuare nel 2009, annus horribilis almeno potenzialmente per i mandarini di Pechino, visto che, Tiananmen, crisi economica e rischi connessi a parte, farà anche mezzo secolo dall'occupazione cinese del Tibet, quella che la propaganda chiama "liberazione dei tibetani dal giogo feudale". Troppi scheletri nell'armadio, rischia di saltare la chiave. martedì, dicembre 23, 2008
E come potevamo noi saltare. In Birmania anche i gatti sono agli arresti.
That is the story of Burma: A tragicomic place where icons are invisible, comics go to jail, and jumping cats can be placed under house arrest in their monastery. Io l'ho visto, era uno spettacolo insolito. E certamente innocente.
Autocritica? Condi, non buttarti giù così...
Non poteva essere altrimenti. Anche nell'impeccabile Singapore a volte qualcosa va storto. Ma si rimedia subito, senza panico.
A cadavere ancora caldo. I militari hanno preso il potere in Guinea. Hanno atteso che il presidente morisse, quello sì. Conte, un ex generale anche lui, lascia dietro di sé un paese istituzionalmente inconsistente ed economicamente a pezzi. La Guinea si trova in una delle zone più povere dell'Africa.
Update. Il governo smentisce il golpe.
Vecchio scarpone. Oggi Mugabe ha detto una cosa nuova.
Meno male che c'è la NASA. Se pensavate che la Terra avesse esaurito le sorprese.
Guerre tra poveri/2. C'è sempre una storia nella storia nelle vite dei dimenticati.
lunedì, dicembre 22, 2008
Thailandia. Foto di gruppo.
![]() Oggi Abhisit ha presentato il suo nuovo governo. Tutti vestiti a festa, con la benedizione del re (che nel frattempo ha ritrovato la voce). Il ministro degli esteri, solo per darvi una idea, è un tizio che aveva definito "un divertimento" l'occupazione degli aeroporti da parte dei manifestanti del PAD. Per il resto nomine da manuale Cencelli al curry, con ricchi premi ai transfughi dell'ex maggioranza. La Thailandia brucia presto le sue promesse, come si è visto a più riprese negli ultimi mesi. Oltretutto in casa democratica non tutti vedono di buon occhio la nuova alleanza con ex uomini del PPP, in particolare con la fazione di Newin, considerato opportunista ed inaffidabile, passato con disinvoltura dall'appoggio a Thaksin allo schieramento avversario in cambio delle prebende di cui sopra. Poi c'è un altro fattore. La maggioranza del ribaltone è di 235 a 198 e a gennaio ci saranno elezioni parziali per i seggi lasciati liberi dagli ex parlamentari del PPP inabilitati dalla pronuncia della Corte Suprema. Il margine potrebbe allora ulteriormente asssottigliarsi visto che i Democratici saranno pur bravi nelle manovre politiche e nello sfruttare i disordini di piazza ma lo sono certamente meno nelle campagne elettorali, soprattutto dove devono conquistare voti tradizionalmente appannaggio dello schieramento pro-Thaksin, ovvero il nord geografico e il sud sociale, le classi meno abbienti e i contadini. Potrebbe essere proprio questo il maggior problema di Abhisit, come collegare la sua azione politica alle esigenze di quella vasta fascia di popolazione che prima Thaksin e poi i suoi successori hanno trattato così bene, con programmi di assistenza e aiuti economici. I Democratici sono, semplificando molto, la destra, i loro programmi tradizionalmente improntati al libero mercato, il loro interventismo limitato. La situazione potrebbe cambiare però per tre ragioni principali: i compromessi cui saranno costretti con i partiti che li appoggiano e che, vista la loro dose di affidabilità, potrebbero in qualsiasi momento ripensarci; la necessità di conquistare i settori proletari e rurali della società e di strapparli al controllo del Puea Thai (ex PPP); la crisi economica che sta piombando anche sulla Thailandia, aggravata ulteriormente dai mesi di caos sociale provocati dalle proteste e dalle occupazioni del PAD. Infine, come concilierà Abhisit le sue promesse di dare più potere ai parlamentari eletti con il programma di nomine corporative portato avanti dall'organizzazione che di fatto gli ha consegnato il governo del paese?
Nero Natale. Nel giorno in cui Medici senza Frontiere rende note le dieci più gravi emergenze umanitarie dell'anno (tra cui Birmania e Sudan) la piaga dello Zimbabwe rischia di estendersi al Sudafrica. Non basta, perché la Somalia si sta disintegrando sotto la pressione dei gruppi islamisti mentre l'ONU come sempre si chiama fuori. Finché non li vediamo arrivare su qualche zattera possiamo far finta di niente, no?
Da Terri a Eluana. Premetto che non ho approfondito il caso di Eluana Englaro, quindi non so fino a che punto si possano accostare le due storie. Ma, letto il post di Paolo della Sala, mi piacerebbe riproporre l'articolo che scrissi per Ideazione più di tre anni fa sulla vicenda umana di Terri Schiavo. Credo che, in ogni caso, possa essere un contributo alla discussione.
Proviamo con questa. Adesso per sensibilizzare sul cambio climatico dicono che sparirà il bianco Natale. Per il 2100 è più facile che si sia estinto il cristianesimo.
Guerre tra poveri. C'era una volta un gruppo di disperati che volevano scappare dal paradiso dei lavoratori. Avevano già fatto tanta strada ma un soffio di vento li portò in Birmania. La fine della storia la trovate qui. Poi dicono che la vita è bella.
domenica, dicembre 21, 2008
Il mondo capovolto. Ovvero, quando le notizie sembrano provenire da un altro pianeta. Qui si spiega come la Corea del Nord (dico la Corea del Nord) accusi il Giappone di persecuzione politica.
Conseguenze dell'infame presidenza di Thabo Mbeki.
A new study by Harvard researchers estimates that the South African government would have prevented the premature deaths of 365,000 people earlier this decade if it had provided antiretroviral drugs to AIDS patients and widely administered drugs to help prevent pregnant women from infecting their babies. The Harvard study concluded that the policies grew out of President Thabo Mbeki’s denial of the well-established scientific consensus about the viral cause of AIDS and the essential role of antiretroviral drugs in treating it.
Intanto in Nepal. I maoisti non mangiano i bambini. Li torturano soltanto.
Zimbabwe. Il collasso di una nazione.
![]() La foto è vecchia e ingenerosa. Ma chi può ancora credere nella lungimiranza delle cancellerie occidentali e nell'utilità della comunità internazionale dopo questo scempio?
Russia unita? L'economia stenta e la protesta monta. Basteranno gli appelli nazionalisti?
VLADIVOSTOK, Russia (Reuters) - Russian riot police detained at least 100 people on Sunday protesting against government measures linked to the economic crisis, a crackdown that highlighted official sensitivity to growing hardship. Riot police broke up an unsanctioned rally organized against new car import duties, kicked a protester as he was being held and hurled a cameraman's gear to the ground.
Non lo tiene più nessuno.
Reclusive North Korean leader Kim Jong-Il has been out in public for six consecutive days, state media reported Sunday, in an apparent attempt to silence speculation about his health. Kim's visit to the pottery-making plant was the latest in a series of official reports of public appearances over the past six days. His visits were to an e-business institute, a local library, a medicine factory, a machine plant, an army unit and a musical - all in Jagang. sabato, dicembre 20, 2008
Nonsolocina (tutti i podcast). Per chi non se ne fosse accorto, qui di fianco potete trovare le diciannove puntate andate in onda finora su Il Velino radio. So che l'assemblea diessina è più trendy ma che ci volete fare. Qui si scrive per venticinque lettori.
Silenzio, parla Hu.
![]() O era la direzione nazionale del PD? giovedì, dicembre 18, 2008
Quando una vita non basta.
The International Criminal Tribunal for Rwanda on Thursday convicted the "mastermind" of the Rwandan genocide and sentenced him to life in prison for genocide, crimes against humanity, and war crimes. It is the first time the tribunal has convicted high-level officials for the 100-day genocide in 1994 which left an estimated 800,000 people dead. Theoneste Bagosora, 67, a colonel in the Rwandan army, was found guilty along with two other men -- Major Aloys Ntabakuze and Lieutenant Colonel Anatole Nsengiyumva. All were sentenced to life in prison.
Rivoluzione Culturale reloaded. Anche sul Foglio online.
![]() Il 21 novembre scorso Yang Shiqun, professore di cinese antico alla East China University of Political Science and Law di Shanghai, scrive quasi incredulo sul suo blog: "Oggi sono stato convocato dal mio superiore. Alcuni studenti del mio corso mi hanno denunciato all'Ufficio di Pubblica Sicurezza e al Comitato Educativo Cittadino per aver criticato il governo. E' in corso un'investigazione”. Il professor Yang fa riferimento a un interrogatorio cui i dirigenti dell’istituto lo avevano sottoposto per verificare se durante le lezioni avesse fatto cenno ad organizzazioni illegali o a siti web stranieri. L’umiliazione si sarebbe ripetuta il giorno dopo, questa volta alla presenza di ufficiali di polizia. Le minute delle venti lezioni del corso smascherano gli orrendi crimini del docente: l’aver messo l’accento sull’importanza della conoscenza storica, della libertà di insegnamento, del pensiero critico. "Ricordo che due studentesse si sono avvicinate a me attaccandomi con rabbia per aver osato contestare la cultura e il governo cinese: avevano persino le lacrime agli occhi", aggiunge Yang prima di cancellare il post per le minacce ricevute. A inchiesta ancora in corso, il suo caso presenta diversi elementi di interesse. A sorprendere non è tanto la mentalità poliziesca dimostrata da una parte del corpo studentesco quanto la predisposizione, propria di un dogmatismo ideologico d’altri tempi, a rendersi complici del regime fino a diventarne gli occhi e le orecchie; si aggiunga il peso della pressione sociale esercitata sul professore per eliminare dal suo blog il racconto di quanto avvenuto: se da altri internauti sono giunti messaggi di solidarietà, sul forum online dell'università studenti e colleghi hanno in maggioranza espresso supporto per l'azione dei delatori; infine va sottolineato come la vicenda sia riuscita a penetrare le maglie della censura fino ad arrivare sulle pagine della stampa nazionale, dall’impertinente Southern Metropolis Weekly all'ufficiale China Daily, testata che normalmente pubblica solo le veline del regime in inglese. Se è vero che episodi simili si erano verificati altre volte negli ultimi anni, avevano però coinvolto istituzioni didattiche di località periferiche, lontane dalla centralità propagandistica dell’Università di Scienze Politiche di Shanghai. “Quando penso alle cose che stanno succedendo ultimamente nelle scuole di questo paese non posso fare altro che pregare in silenzio per la società cinese e la sua gente”, conclude Yang in attesa di conoscere il suo destino di controrivoluzionario. mercoledì, dicembre 17, 2008
Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso/2. Federico Punzi nota l'intensificarsi della repressione nei confronti dei firmatari della Charta 08, di cui avevo già scritto qualche giorno fa. Un altro importante elemento è il crescente numero di adesioni che il documento sta ricevendo. Sottoscrivere un manifesto del genere in Cina non è esattamente come raccogliere firme per la protezione del gabbiano maremmano in piazza del Popolo.
More than 3600 people from all walks of Chinese society have now signed "Charter 08", an internet manifesto calling for the Communist Party to relinquish its absolute political control. Questa la mappa degli arresti, almeno quelli di cui si ha notizia (se non vedete bene andate qui):
lunedì, dicembre 15, 2008
Il rebus thailandese/7. La Thailandia ha un nuovo primo ministro. Si chiama Abhisit, è un anti-Thaksin ma finge di non saperlo e si trova già coi manifestanti sotto casa. La conclusione di mesi di proteste è che l'opposizione extra-parlamentare ha consegnato il potere a quella parlamentare, sconfitta alle elezioni, con il beneplacito dell'esercito e il decisivo contributo della Corte Suprema. Un ribaltone in piena regola, realizzato grazie all'appoggio dei partiti minori, passati con una disinvoltura degna di miglior causa dall'alleanza con il PPP al sostegno ai Democratici. La democrazia parlamentare reinterpretata in base ai canoni thailandesi. Una soluzione provvisoria che non risolve il conflitto politico e sociale alla base della spaccatura del paese. Se non ci credete, aspettate qualche settimana.
La Birmania è così. Straordinario reportage sulla terra dei generali, firmato da Peter Hitchens. Chi l'ha visitata ci si ritroverà completamente, chi non la conosce se ne farà un'idea precisa. Comincia con questa descrizione:
In Burma the people are afraid of their rulers - and the rulers are so afraid of the people that they hide from them in a crazy capital city hundreds of miles from anywhere. The only open opposition comes from a lonely woman in a besieged villa and a troupe of comedians in a tiny back-street theatre, who are forbidden to tell jokes in their native language. In the strange league of pariah states, where Cuba jostles with North Korea and Belarus for the title of most fear-ridden nation on Earth, Burma is certainly the oddest of all. You step off the edge of the known world when you go there. The last part of the journey, from Bangkok to Rangoon, takes less than two hours. But it hauls you roughly out of the smooth, the globalised and the familiar into a dark, disturbing place. Bangkok's gargantuan airport is a bloated celebration of everything we have come to accept as normal. It is a colossal shopping mall with some serviceable runways attached, so immense that the traveller can easily get lost in its hallways, throbbing with the urgent pulse of consumer culture, adorned with every brand name, sparkling and garish at every hour of day or night. Rangoon, by contrast, is dingy at all hours. It is decrepit and secretive, and perhaps the last city on Earth where the ghost of the British Empire still walks.The great globalist tidal wave of concrete, money and credit, advertising and electronics, which has made the whole world bland, faltered and flopped before it got to Burma. In Rangoon your mobile phone sits dead in your pocket and your credit card is useless. The internet is busily censored. There are a dozen monasteries and not a single Starbucks or McDonald's. The traffic is reasonable rather than frantic, and often actually sparse. The billboards mostly advertise local products you have never heard of. It is profoundly poor. Child labour is common and blatant, with small boys toiling on road gangs. There are dreadful, fetid slums within a mile of the heart of Rangoon. Io un anno e mezzo fa avevo scritto questo.
Non è un paese per poveri. Meriterebbe una riflessione approfondita l'isola più ricca e pulita del pianeta. Singapore è New York trasportata in Svizzera. Un esperimento sociale francamente sbalorditivo anche se a tratti disumanizzante. La città-stato è poi (anzi soprattutto) un'immenso hub economico e finanziario, un forziere dove sono conservati tanti quattrini come in tutta la vecchia Europa. Che infatti guarda a questo giardino collocato in mezzo al caos asiatico con crescente interesse.
domenica, dicembre 14, 2008
Mosca, un giorno imprecisato nel tempo.
Kruschev era un dilettante. In Iraq un giornalista probabilmente della terza rete irachena tira una scarpa a Bush. Ma lui la schiva.
giovedì, dicembre 11, 2008 Tra terra e cielo, tra sangue e polvere, tra strazio e amore, tra mille ninna nanne dell'orrore. Cambogia, madre distratta, tutti quei figli persi.
Cambogia. La giustizia può attendere.
![]() A gennaio saranno passati 30 anni da quando l'esercito vietnamita entrò in territorio cambogiano liberando i sopravvissuti dal regime sanguinario dei khmer rossi. Pol Pot e i suoi si sarebbero rifugiati da quel momento sulle montagne nel nord e nell'est del paese, continuando la loro triste vicenda umana con una guerra di guerriglia che si sarebbe conclusa solo molti anni dopo. Se dal punto di vista politico e morale la Cambogia ha già fatto i conti con il suo recente passato, non così da quello giudiziario. I cambogiani parlano apertamente della loro storia, del genocidio che costò la vita a quasi due milioni di persone su sette, in una follia ideologica insuperata per intensità e metodologia di sterminio. Se visitate la Cambogia troverete innumerevoli testimonianze del periodo 1975-1979, musei del genocidio, campi di sterminio, librerie dove predominano i testi sull'era di Pol Pot. Ma soprattutto potrete fare domande sulle vicende personali di ciascuno e riceverete quasi sempre risposta: non c'è nessuna famiglia che sia stata risparmiata, nessuno che non abbia perso madri, padri, fratelli maggiori, in un delirio collettivo in cui i bambini potevano decidere della vita e della morte dei loro genitori dentro un immenso campo di concentramento piagato di scheletri. Difficile trovare un cinquantenne nella Cambogia del XXI secolo tra milioni di giovani che conoscono quell'epoca più per i racconti dei superstiti che per esperienza diretta. Ma stupisce la maturità di un popolo che comprende l'enormità di quanto accaduto e che dimostra almeno la volontà di cercare risposte. Sembra che queste risposte non arriveranno dal tribunale misto ONU/cambogiano istituito due anni fa al termine di un lungo e faticoso peregrinare ma ancora al palo. Sono sei gli illustri imputati, ex leader di primo piano del movimento comunista, che a partire da gennaio dovrebbero essere giudicati dalla corte speciale insediatasi in un quartiere periferico della capitale Phnom Penh: tra di loro Khieu Samphan, ex presidente della Kampuchea Democratica (questo il nome ufficiale che si era dato il regime totalitario), e Kaing Guek Eav (meglio conosciuto come Duch), direttore della famigerata prigione di Tuol Sleng, la S-21, un ex liceo adibito a centro di detenzione e tortura: da qui passarono, per uscirne solo da morte, circa 17000 persone, bambini, giovani, anziani, tutti nemici della rivoluzione. Ma una serie di problemi procedurali sta condizionando l'avvio di un processo che la comunità internazionale e le istituzioni nazionali devono da troppo tempo ai cambogiani. L'ultima diatriba sembra anche la più grave perché nasconde dietro ad un cavillo legale una questione di sostanza assolutamente fondamentale: ovvero se oltre alle accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità ed omicidio premeditato, Duch debba rispondere anche di cospirazione, di impresa criminale congiunta in concorso con altri esponenti del gruppo dirigente. L'eventuale aggiunta di questo capo d'imputazione implicherebbe verosimilmente il coinvolgimento di personaggi finora rimasti fuori dall'inchiesta, alcuni dei quali riciclatisi all'interno degli apparati dello stato. Non si dimentichi che l'attuale primo ministro Hun Sen aveva combattuto con i khmer rossi, pur senza assumere un ruolo di primo piano: l'occhio di vetro che orgogliosamente ostenta è il risultato degli scontri che precedettero l'entrata a Phnom Pehn da parte dei miliziani di Pol Pot. Hun Sen si era allontanato dal regime prima della sua caduta ed era stato poi scelto dai vietnamiti come il loro uomo di fiducia durante l'occupazione, prima di diventare il leader di quel Cambodian People's Party al governo del paese da quindici anni. I giudici cambogiani (il tribunale è formalmente misto ma di fatto la giurisdizione è nazionale) si sono già opposti all'estensione dell'incriminazione al reato di cospirazione e lo stesso ha fatto uno dei due procuratori che sostengono l'accusa, quello di casa appunto. Il che ha creato un conflitto con il collega internazionale Robert Petit, il quale ritienendo che altri esponenti dell'antico regime debbano rispondere davanti alla giustizia ha ufficializzato l'impasse attraverso un documento di disaccordo formale consegnato alla corte. L'ennesimo incidente procedurale rischia di far saltare le prime udienze previste per gennaio, rinviando ancora una volta un dibattimento che potrebbe contribuire a dare risposta ad alcuni degli interrogativi più inquietanti della storia del XX secolo: non solo il classico come è potuto succedere, ma i più interessanti come un nutrito ma ristretto gruppo di cambogiani ha potuto umiliare, torturare e annichilire milioni di connazionali e come venivano prese le decisioni all'interno del regime, come funzionava la catena di comando, chi decideva che cosa: per oliare una macchina di morte come quella dei khmer rossi non bastava la volontà del capo supremo, il fratello numero uno, il diavolo in persona. Era necessaria una struttura organizzata di volenterosi carnefici pronti a firmare ed eseguire le sentenze di morte e le deportazioni. Se andate a Tuol Sleng lo capirete meglio. Lo scheletro è ancora quello della scuola, ma al posto della classi vedrete le camere di tortura e le celle delle prigioni, recintate dal filo spinato per evitare che i detenuti si buttassero di sotto, per morire da soli, senza aiuto. La S-21 è l'essenza del centro di sterminio, un luogo lugubre come pochi altri, l'emblema della banalità del male. All'entrata ti accolgono le foto dei condannati, bambini anche piccolissimi, giovani, anziani. I carnefici le scattavano dopo l'arresto e sono le ultime immagini di migliaia di uomini e donne che avrebbero di lì a poco sofferto l'indicibile: alcuni di loro sorridono, forse per sfida, forse per incoscienza. Nelle stanze della morte il letto metallico e gli attrezzi dei torturatori, poi le macchie di sangue sul muro, sul tetto, dove uno non pensa mai che gli schizzi possano arrivare. Le scale da cui salivano e scendevano i prigionieri, prima e dopo i pestaggi, trascinati dalla bestia umana. Il cigolio degli stipiti delle celle di isolamento, colpite dal lamento del vento che sembra non poter dimenticare. Sui registri i nomi di ciascuno, scrupolosamente appuntati, l'amministrazione dello sterminio in una capitale deserta. Dicono che lì vicino fosse rimasta solo l'ambasciata cinese, a Pechino c'erano i grandi protettori di Pol Pot. Più di un funzionario finì in manicomio per ciò che aveva visto e sentito. I muri di Tuol Sleng non hanno mai smesso di urlare.
Tarallucci e quadernino. Come finiscono le battaglie del centrodestra.
mercoledì, dicembre 10, 2008
Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso.
![]() Nel sessantesimo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani segnalo la surreale intervista rilasciata dal direttore del Dipartimento Informazione del Consiglio di Stato, Wang Chen, sulla situazione cinese. Tutto questo mentre fuori continuano gli arresti e noti dissidenti vengono preventivamente tolti di mezzo: A leading dissident who organised a charter signed by hundreds of Chinese thinkers, academics and writers calling for dramatic political and legal reforms was under arrest yesterday. Liu Xiaobo, a literary critic first jailed for his role in the 1989 Tiananmen Square demonstrations, was taken from his home in Beijing late on Monday by a dozen police officers and was asked to sign a document acknowledging his detention. His arrest came hours before the release on the internet of the “08 Charter”, a rare, outspoken document challenging the ruling Communist Party to grant greater freedom of expression and to hold free elections. Its publication was timed to coincide with the 60th anniversary of the Universal Declaration of Human Rights today. Sulla Charta 08 (una riedizione della Charta 77) anche Time: A group of prominent Chinese scholars, lawyers and former officials issued a manifesto this week calling on the Communist Party to back wide-ranging political reforms including direct elections, a separation of powers and the rehabilitation of people persecuted under authoritarian rule. "So we ask: Where is China headed in the twenty-first century? Will it continue with 'modernization' under authoritarian rule, or will it embrace universal human values, join the mainstream of civilized nations, and build a democratic system? There can be no avoiding these questions." Several prominent lawyers and writers who are actively working and publishing also signed, giving "Charter 08" more clout than it would carry if it was only the work of politically isolated dissidents. "It seems like a varied bunch and I think the Internet helped bring these people together," says Joshua Rosenzweig, a Hong Kong-based official with the Dui Hua Foundation, a human rights group. "It's not simply what many people call 'dissidents.' There are a number of well-known liberal intellectuals and lawyers."
Oltre la proprietà transitiva. Dove cominciano e soprattutto dove finiscono i legami di Obama con Blagojevich.
martedì, dicembre 09, 2008
I travaglini. Arrestano Blagojevich, governatore, democratico, amico di Obama. Che forti 'sti yankees, pensa uno che vuol bene all'America. Manca un mese al trionfo pubblico del primo presidente nero della storia e il giudiziario è così indipendente che non si fa problemi ad andargli a fare le pulci in casa. E per di più niente fughe di notizie, ma una conferenza stampa del procuratore a bocce ferme, nel rispetto dei diritti di tutti. Un'altra lezione di civiltà giuridica, ripete fra sé e sé quello che vuol bene all'America, mentre qui siamo fermi al lodo Alfano e al dipietrismo. Poi mi sveglio, mi guardo attorno e mi accorgo che molti di quelli che vogliono bene all'America sono sintonizzati su un'altra frequenza: Blagojevich, Illinois, Obama. Un uso della proprietà transitiva che nemmeno Travaglio da giovane. Io credevo che l'altra America fosse un'invenzione degli antiamericani e invece scopro che basta perdere un'elezione per farla nostra. Ma non si era detto che il giustizialismo facile era una canagliata? Ma non si era detto che la battaglia politica noi la si intendeva diversamente? Anche se non sembra io continuo a voler bene ai miei amici di TocqueVille, quasi come all'America. Ma proprio non riesco a capire come si faccia a voler bene all'America e a trattarla da travaglini qualunque, pieni di rancore perché un quarantaseienne di belle speranze ha scritto una pagina di storia che da queste parti nemmeno ci sogniamo. Ma forse io non voglio abbastanza bene all'America.
lunedì, dicembre 08, 2008
Appunto. Dal Giornale, Vittorio Macioce:
Tutti quanti sanno che la cultura liberale di massa è una favola a cui credono solo i piccoli imprenditori. Loro, almeno, sono rimasti sul fronte a combattere. Non c’è un giornale, una televisione, una rivista, un partito che sventoli la bandiera dell’orgoglio liberale. È questa la realtà, a destra come a sinistra. C’è qualche fondazione, come l’istituto Bruno Leoni e un paio di case editrici. Ma è una minoranza di simpatici incoscienti. La rivoluzione liberale è finita. Anzi, non è mai davvero iniziata. Presa da Andrea che non lo dice ma TocqueVille non è nemmeno citata.
L'eterno ritorno. Il tempo è circolare, lo spazio anche. Immagine scattata in Afghanistan, quest'anno.
![]() Le dieci foto dell'anno secondo Time e tutte le altre classifiche.
L'oasi nel deserto. Io quando leggo una cosa così a sinistra, dopo tanti anni di blog, sono felice.
Come non detto, andiamo avanti.
venerdì, dicembre 05, 2008
Di schizofrenia, ipocrisia, TocqueVille e giornali.
Update. Segnalo Federico Punzi che riprende la mia riflessione sul suo blog (lo ringrazio) e Paolo della Sala che elabora e propone (ringrazio anche lui). Per altre opinioni potete continuare a leggere la sezione commenti del post di Andrea Mancia (dove però la discussione sembra già in via di esaurimento). Se vi imbattete in altri contributi vi pregherei di indicarmeli perché mi piacerebbe tener vivo l'argomento almeno qualche ora... Post originale. Andrea Mancia scrive sul suo blog un post sulla distanza tra politici di centrodestra e rete. E ha la sua buona dose di ragioni. Dimentica però che tra giornalismo e blog esiste in Italia una separazione - voluta, difesa e accentuata dalla casta - ancora più grande. Riporto il mio commento sperando che produca almeno qualche spunto di riflessione. Parlo di bloggers di centrodestra per comodità e perché così ci capiamo tutti. Ma basterebbe scrivere gente che ha qualcosa da dire e lo dice abbastanza bene. Ciao Andrea. Questo post calza a pennello per una discussione che non si vuole aprire, per mancanza di tempo, di voglia, perché va bene così. Giano ha perfettamente descritto qual è la situazione attuale della blogosfera non di sinistra e più in generale del giornalismo italiano non di sinistra. Quando i pionieri aprirono i loro blog negli anni 2002-2003 (immodestamente mi includo), la blogosfera liberale era ridotta numericamente ma influente (o più influente) concettualmente. Oggi, con tanto di aggregatore ufficiale, la blogosfera liberale ha perso importanza, consistenza e sicuramente non è riuscita a diventare un punto di riferimento. Nel frattempo l'altra metà del cielo, quasi irrilevante fino a qualche anno fa nel nostro paese (parlo sempre di blog), ha acquisito consistenza e ha finito per creare e trainare opinione, per accaparrare la maggior parte del seguito mediatico, in una frase per fare tendenza. Perché? Per sinergie, evidenti a sinistra, inesistenti nel centrodestra. Mi spiace dirlo Andrea ma la colpa è anche del giornalismo ufficiale. Quanti bloggers sono stati arruolati a tempo pieno dalle testate di riferimento? Quanti ne ha presi Liberal? Il Foglio? Il Giornale? Che attenzione si dà alla loro attività, alle loro analisi, alla novità del mezzo e dei contenuti? Chi, oltre ad accorgersi di noi, ha davvero il coraggio di usarci a dovere? Nessuno, Andrea. Da TocqueVille non è nato nulla alla fine, i discorsi di Sestri si sono persi nella confusione, il "più grande aggregatore d'Italia" è diventato un calderone senza né capo né coda dove un'analisi originale da prima pagina viene trattata alla stregua di un articolo copiato chissà dove o di un'invettiva razzista qualunque e potrei continuare. Come facciamo a lamentarci se Berlusconi non si accorge di noi se nemmeno voi professionisti dell'informazione lo fate? Andrea, abbi pazienza, ma stavolta l'ipocrisia non è dei politici. Sarebbe bello poterne parlare davvero, sui rispettivi blog, se almeno noi ci leggessimo, chiaro. Saluti.
Il rebus thailandese/6. Siccome in settimana i colpi di scena erano stati pochini, ieri il tanto atteso discorso del re Bhumibol, quello che avrebbe dovuto fornire le linee guida ad una nazione disorientata, non c'è stato. Al suo posto si sono presentati prima il principe e poi la principessa, che hanno fatto sapere via radio che il sovrano non si incontrava troppo bene e che quest'anno per la prima volta non si sarebbe rivolto ai thailandesi in occasione del suo compleanno. Che la malattia sia vera o diplomatica (ma ricordiamo che il re ha 81 anni ed è cagionevole di salute) la sostanza non cambia: la Corona ha evitato di sporcarsi le mani con la contesa istituzionale in atto. Ma l'assenza del re getta ulteriori incognite sul futuro politico della Thailandia, che ha messo a rischio credibilità e stabilità con il caos organizzato degli ultimi mesi. Dovesse mancare Bhumibol, non sembra proprio che il principe Vajiralongkorn possieda la statura istituzionale del padre, considerato alla stregua di un semidio e assolutamente non criticabile. Anche perché negli ambienti politici l'erede al trono è visto come eccessivamente prossimo all'entourage di Thaksin, una posizione piuttosto sconveniente nel momento in cui la regina e madre Sirikit ha chiaramente manifestato le proprie simpatie per il fronte anti-governativo del PAD, partecipando al funerale di un manifestante ucciso negli scontri con la polizia.
Come già spiegato, le classi medie, filo-monarchiche e filo-militari rappresentate dal PAD non sono disposte ad accettare nulla che non sia un governo amico, e pretendono di escludere una parte significativa del paese da qualsiasi ruolo di rappresentanza istituzionale. "Se si installerà un altro governo fantoccio del regime di Thaksin o se ci sarà un tentativo di emendare la costituzione o la legge per lavare i misfatti del regime di Thaksin, a beneficio dei politici, o a detrimento della Corona, il PAD ritornerà". Insomma, ditelo che non ve ne siete mai andati. Nella giornata di ieri le elezioni sembravano una prospettiva abbastanza lontana anche perché molti parlamentari avrebbero difficioltà ad affrontarne i costi solo un anno dopo le ultime consultazioni. Al contrario, sono in pieno svolgimento le manovre per la formazione di un nuovo esecutivo dominato - vedremo in che misura - dal Puea Thai, il partito in cui stanno confluendo quasi tutti i parlamentari dell'illegalizzato PPP. Dico quasi perché il dibattito post-dissoluzione ha evidenziato la presenza di alcune fazioni interne che, per farla breve, si stanno facendo pregare prima di ricostituire l'unità di una coalizione che, dal punto di vista tecnico, non dovrebbe avere particolari problemi ad esprimere il primo ministro, nella sostanziale impraticabilità di alternative nell'attuale parlamento. In lizza, ai primi posti, due nomi: Chalerm, grande amico dell'ex premier Samak, e Mingkwan, più indipendente, meno compromesso con la cerchia di Thaksin, attuale ministro dell'industria. Sulla formula del nuovo esecutivo continuano al momento le speculazioni: c'è chi parla di un governo a guida Puea Thai con molti dicasteri in mano a esponenti di partiti diversi; altri considerano che una soluzione fattibile potrebbe essere affidarsi ad una personalità esterna ai partiti, appoggiata da una maggioranza politica, magari un generale fuori dal giro militare. Ma è difficile trovare una via d'uscita che spunti le ali della protesta, viste le condizioni poste dal PAD. Un PAD che, come già detto più volte, teme l'eventuale ritorno alle urne come il diavolo l'acqua santa. Il sostegno massivo all'opposizione da parte delle classi medie e dei finanziatori, nonostante l'apparente successo della protesta culminato con la sentenza della Corte, non sembra più così scontato dopo i disordini e i disagi degli ultimi giorni. L'immagine della Thailandia è stata fortemente compromessa dalla chiusura degli aeroporti e soprattutto non esiste una proposta politica alternativa all'attuale maggioranza parlamentare. L'ex PPP ha dimostrato al contrario una certa dose di responsabilità istituzionale, evitando lo scontro aperto con i dimostranti e con i giudici e concentrandosi su una soluzione politica che potrebbe pagare in termini di consensi. Se si votasse domani, è probabile che gli uomini di Thaksin vincerebbero con uno scarto ancora più ampio. Da un editoriale del WSJ prendo a prestito una domanda che mi sembra la questione decisiva attorno a cui ruota l'intera crisi: come può una minoranza potente, che include esercito, uomini d'affari e membri della classe media urbana, convivere con un movimento politico che ha una forte maggioranza elettorale? La risposta che mi viene in mente non è delle più confortanti e richiama quanto già accaduto nel 2006 con l'esercito nelle strade della capitale. Il paradosso thailandese si può riassumere così: non c'è un governo autoritario che possa risolvere a suo favore i conflitti sociali e politici attraverso la repressione; di conseguenza non c'è un'opposizione che possa pretendere un cambio di regime senza che questo appaia una palese violazione delle regole democratiche. Lo stallo che si è prodotto è figlio di una democrazia funzionante che si è improvvisamente incagliata. Non è una buona pubblicità in un continente sempre pronto a rivendicare forme di governo alternative al parlamentarismo occidentale come scusa per non cambiare. giovedì, dicembre 04, 2008
Birmania. Premio di consolazione (RSF). Immagino sia tutto ciò di cui siamo capaci:
Finally, Zarganar and Nay Phone Latt, two Burmese bloggers, were chosen as joint winners in the "Cyber-dissident" category. Dubbed the “Burmese Charlie Chaplin,” comedian Zarganar defended human rights and denounced the military government’s abuses in sketches and entries in the blog he had been keeping since August 2007. Until his arrest in June of this year, he had become a reliable source of information in a country strangled by censorship and repression. A special court in Insein prison sentenced 28-year-old blogger Nay Phone Latt on 10 November 2008 to 20 years and six months in prison on a charge of violating the Electronic Act, which provides for severe penalties for those who use the Internet to criticise the government. Ovviamente né Zarganar né Nay Phone Latt potranno andare a ritirare il premio, visto che sono rinchiusi in una cella e ci rimarranno a lungo (59 e 20 anni rispettivamente). L'attore è stato appena trasferito alla prigione di Myitkyina, mentre il blogger si trova in quella di Paan.
Lo Zimbabwe ai tempi del colera.
The latest catastrophe to hit Zimbabwe is an epidemic of cholera. It has spread across nine of the country’s ten provinces, hitting at least 12,000 people and perhaps many more. The UN says that at least 565 people have already died, but a local organisation says the death toll is already much higher. On Wednesday December 3rd Zimbabwe's rulers asked for urgent international help—medicine, equipment and funds—to tackle the outbreak. The health-care system has collapsed. Harare’s two biggest hospitals have almost ceased to function. The water and sewerage system has broken down in many places, including Harare, where the authorities turned off the taps completely for a few days in a cack-handed attempt to stem the spread of the disease. Sick Zimbabweans are streaming into neighbouring South Africa. L'ineffabile Thabo Mbeki: Thabo Mbeki, a former South African president mandated as mediator by SADC, reacted with a scathing letter, browbeating Mr Tsvangirai’s lot for rejecting the ministry-sharing idea and accusing it of being a Western stooge. mercoledì, dicembre 03, 2008
Thailandia. Un altro punto di vista. Oggi non ho molto tempo, quindi consiglio la lettura di Paolo della Sala su l'Opinione che analizza il retroterra mediatico di Thaksin e della sua nemesi Sondhi.
martedì, dicembre 02, 2008
Birmania. Cosa resta dell'opposizione al regime. Angelo D'Addesio de Il Paroliere mi ha gentilmente intervistato sulla situazione birmana. Di seguito domande e risposte:
D. Ashin Gambira, ideatore della rivolta dei bonzi è stato condannato a 68 anni e con lui altri nove religiosi sono stati condannati a pene fra 6 ed 8 anni ed altri arresti sono annunciati. Continua la repressione, ma soprattutto è finita la rivolta…? E.R. La rivolta era già finita con la repressione del settembre 2007, dopo gli spari sulla gente, gli arresti, i monaci in fuga, i monasteri razziati. Da allora la Birmania non ha più rialzato la testa e i generali hanno potuto proseguire indisturbati la loro opera di normalizzazione. Al di là del rancore, il movimento non ha più trovato la forza di riorganizzarsi, anche perché i suoi leaders sono stati imprigionati o costretti all'esilio. La popolazione ha ancora più paura di prima e, anche se i monaci rifugiatisi oltreconfine parlano di continuare la lotta, non si vede come questo possa concretamente avvenire in un futuro prossimo. D. C’è poi la vicenda di Nay Phone Latt, un blogger che ha pubblicato diverse vignette, alcune fortemente offensive verso il generale Than Shwe…Anche sul web quindi scorre un controllo ferreo, nonostante la Birmania non sia poi così “modernizzata”? E.R. Va premesso che stiamo parlando di una delle nazioni tecnologicamente più arretrate del continente asiatico e probabilmente del mondo. Lo stato della telefonia e della rete rimane ad un livello arcaico e la diffusione degli strumenti di comunicazione è limitata ad una esigua minoranza della popolazione. Basti pensare che, è solo un esempio tra i tanti, è stata accolta come una grande innovazione l'introduzione delle tessere prepagate per i cellulari a partire dal prossimo anno. Ciononostante Internet ha dimostrato tutto il suo potenziale "sovversivo" durante la cosiddetta rivoluzione zafferano, quando pochi utenti sono stati in grado di superare barriere e censure e trasmettere le immagini della repressione (soprattutto grazie a proxy servers che permettevano di aggirare le limitazioni imposte dai censori). A quel punto il regime si è reso conto che i controlli già ferrei sull'uso del web dovevano essere ulteriormente intensificati. L'arresto e la condanna di Nay Phone Latt, avvenuti in base ad una legge del 1996 (Computer Science Development Law) che impone tra l'altro un'autorizzazione ufficiale per l'accesso a Internet, rappresentano un salto di qualità nella repressione delle attività online. Nay Phone Latt non è un dissidente ma un semplice blogger che non ha rispettato le regole e in quanto tale è stato condannato. E' un avviso agli altri utenti della rete: attenzione perché sappiamo chi siete e cosa fate. D. Rimaniamo ai dissidenti. Come si spiega in questo balletto di arresti e condanne secolari, la liberazione del giornalista Win Tin e di altri 9000 criminali comuni lo scorso settembre…Sforzi di immagine o solo forse perché una volta liberati i dissidenti fanno meno notizia, anche se messi in carcere di nuovo? E.R. L'amnistia per i criminali comuni è una pratica che si è ripetuta altre volte nella storia del regime militare e non ha nessun significato politico, se non quello di rimettere in circolazione persone che in vista delle elezioni-farsa del 2010 potrebbero tornare più utili nelle strade che in galera. In quanto a U Win Tin, si tratta di una persona anziana, fiaccata a livello fisico e psicologico da quasi vent'anni di carcere, ormai fuori dal gioco politico. La sua scarcerazione è stato il classico gesto di benevolenza a costo zero da offrire all'opinione pubblica internazionale (che peraltro dubito fosse al corrente della sua vicenda personale). Le condanne di questi giorni indicano chiaramente qual è il vero obiettivo dei militari: una generazione di dissidenti più giovane e combattiva, annientata dai tribunali speciali della prigione di Insein. D. In questo scenario, la grande dissidente Aung San Suu Kyi è rimasta agli arresti, lo scorso agosto ha rifiutato l’incontro con Gambari per dare un segnale al popolo birmano ed ora che cosa simbolicamente dobbiamo attenderci? E.R. Il rifiuto di vedere Gambari è stato uno degli atti più significativi di ASSK negli ultimi anni. Credo che il messaggio fosse diretto alla comunità internazionale più che al popolo birmano: è inutile che mandiate inviati a stringere le mani ai dittatori, non è di questo che abbiamo bisogno. Sul peso reale della sua figura rispetto al movimento di opposizione e più in generale alla popolazione dopo anni di isolamento il dibattito è aperto. Sicuramente resta un simbolo ma la mia opinione è che la sua rilevanza politica si sia decisamente attenuata. Sempre considerando la condizione di prigionia in cui è costretta a vivere e l'impossibilità di mantenere contatti con il mondo esterno, il suo messaggio nonviolento rischia di diventare pura testimonianza nel regno della violenza di stato. E' un po' quel che sta succedendo con il Dalai Lama. E' difficile conoscere quale sia il sentimento prevalente all'interno di quel che resta della sua National League for Democracy, ma l'esigenza di una svolta comincia farsi largo soprattutto tra i più giovani. Comunque l'opposizione è ridotta ai minimi termini e dubito che possa risollevarsi in assenza di un cambiamento radicale della situazione politica interna. D. Niente Onu, Niente Ue (da Fassino che pure era il mediatore per la Birmania non si sente più nulla), niente Usa. L’Occidente ha definitivamente abbandonato ogni velleità democratica sulla Birmania o la nuova elezione di Obama potrà dare qualche segnale? E.R. Su Fassino meglio stendere un velo pietoso. Credo che abbia dato prova della sua insipienza e mi domando a chi sia venuto in mente di assegnargli quell'incarico. Quanto alle velleità democratiche dell'occidente, sinceramente non le ho mai percepite. La Birmania è sempre stata la classica nazione dimenticata e solo la rivolta dei monaci ed il ciclone l'hanno riproposta all'attenzione generale. Ma poi la commozione svanisce ed i problemi rimangono. Obama? Vedremo. L'altro giorno un editoriale del Washington Post gli ricordava che la strada della promozione della democrazia va ripresa a cominciare da Rangoon. Ma temo che al momento le sue priorità siano altre. D. Può sembrare stupido parlare di crisi economica in un paese in crisi da sempre, fra malattie epidemiche e carestia, ma ora che anche il Grande Fratello Cina rischia di risentire della crisi globale, la Birmania rischia di restare con ancora minori coperture…Che cosa si profila sulla protezione cinese? E.R. Direi che la parola "protezione" è un bell'eufemismo. Parlerei di colonizzazione e sfruttamento delle risorse. E' un gioco a somma zero per la popolazione, solo i generali ci guadagnano. In questo senso, crisi o non crisi, alla gente non è mai arrivato nulla, quindi nulla cambierà. I cinesi hanno appena confermato la costruzione di due enormi oleodotti che attraverseranno il territorio birmano fino alla provincia dello Yunnan, evitando a Pechino il passaggio delle risorse energetiche attraverso lo stretto di Malacca. E la Birmania di notte resta un buco nero nella mappa del mondo. Dove non arriva la Cina, interviene l'India. Tutti interessati a che nulla cambi per poter continuare lo spoglio.
Il rebus thailandese/5.
![]() La decisione della Corte Suprema di sciogliere il partito di maggioranza (PPP) e di interdire dai pubblici uffici per i prossimi cinque anni il primo ministro Somchai e una sessantina di dirigenti risolve l’impasse ma non la crisi istituzionale in cui è sprofondata la Thailandia. La stampa – specialmente quella italiana – si sofferma soprattutto sulla fine delle proteste annunciata per domani dalla leadership del PAD e sulla riapertura degli aeroporti. Se questa è certamente una notizia, rappresenta però solo in maniera parziale la complessa situazione che il paese sta vivendo. I manifestanti, che per quasi duecento giorni hanno dato vita a continue proteste contro il governo legittimo della nazione, interpretano ovviamente l’attesa pronuncia come una vittoria, dato che il loro principale obiettivo era la caduta dell’esecutivo pro-Thaksin. Ma il vuoto istituzionale che si apre a questo punto lascia presagire un ulteriore periodo di instabilità politica difficilmente sanabile a breve termine. Il precedente è di quelli che lasceranno il segno in ogni caso, perché la forma, i contenuti e i tempi dell’azione giudiziaria sono quelli di un golpe mascherato. E’ la seconda volta in poche settimane che i tribunali si incaricano di togliere di mezzo un primo ministro in carica: era successo con Samak, grazie ad un cavillo costituzionale da operetta (il programma di cucina), è capitato di nuovo con Somchai, per una storia di brogli elettorali per nulla chiara. Alla luce della sentenza assumono una connotazione più definita sia l’incredibile escalation dell’opposizione culminata con l’occupazione degli aeroporti, sia la strategia attendista dell’esercito che si sarebbe probabilmente sporcato le mani se non fosse stato sicuro che la Corte avebbe svolto il lavoro al suo posto. La compagine governativa (formata, oltre che dal PPP, da altre due formazioni minori anch’esse colpite dalla pronuncia) ha reagito oggi con una flemma perfino sospetta, evitando di mettere in discussione la legittimità del giudizio e limitandosi a rilanciare politicamente sulla nomina di un nuovo primo ministro affine, in una prossima sessione parlamentare convocata ad hoc. I membri della Camera dei Rappresentanti che non sono stati toccati dal provvedimento di interdizione hanno, secondo la costituzione, sessanta giorni per confluire in un altro partito: pare che la nuova casa sia già pronta e si chiamerà Puea Thai Party. Toccherà a loro, almeno nelle intenzioni, eleggere il successore di Somchai e ci sarebbero già una ventina di nomi a disposizione. Ma proprio su questa designazione si annuncia il prossimo scontro: se c’è stata frode non dovrebbe essere invalidato tutto il processo? E’ sull'interpretazione della legge elettorale che si giocheranno le prossime mosse dei diversi schieramenti in campo. Certo che se alla maggioranza dei senza partito fosse impedito di eleggere un premier, la violazione delle regole costituzionali sarebbe flagrante, avallata per di più da un giudiziario che potrebbe prendere in mano la situazione nominando un Consiglio Supremo con funzioni di garanzia istituzionale sotto l’egida delle forze armate. La volontà popolare verrebbe a quel punto completamente esautorata e il pericolo di una reazione di quella parte di paese che ha dato la sua fiducia al PPP (le classi meno abbienti) si materializzerebbe. Se invece si convocassero nuove elezioni (ma chi potrebbe farlo senza violare le regole?) la probabile vittoria del fronte governativo riproporrebbe la stessa situazione che ha condotto alla presente crisi. E’ vero infatti che il PAD si è per il momento dichiarato soddisfatto del risultato raggiunto ma i suoi leaders si sono detti pronti a riprendere la battaglia non appena le condizioni si dovessero ripresentare. In parole povere, l’opposizione non si ritira dopo aver raggiunto un accordo soddisfacente, ma lo fa solo a patto che gli organi costituzionali si incarichino di tenere lontani dal potere i fedelissimi di Thaksin (o presunti tali). Si tratta di un’ipoteca constante sul destino politico della Thailandia. Le classi medie, filo-monarchiche e filo-militari rappresentate dal PAD non sono disposte ad accettare nulla che non sia un governo amico, che escluda una parte significativa del paese da qualsiasi ruolo di rappresentanza istituzionale. Se questa è una soluzione io sono il re Bhumibol che domani, se ce la fa, parlerà alla nazione in occasione del suo ottantunesimo compleanno. Tutti lo attendono come una rivelazione. lunedì, dicembre 01, 2008
Solo i ricchi piangono. Troppe infiltrazioni stanno contaminando la purezza ideologica del Nord. Così Pyongyang adatta la propria retorica propagandistica alla nuova situazione. Prima di richiudere ermeticamente l'igloo totalitario.
The new South Korea which emerged in these writings wasn't so poor. Actually, it was not poor at all. The characters in recent North Korean novels, which deal with the imaginary life of the South, enjoy a lifestyle far superior to that of the average North Korean. They drive cars, dine out easily and live in expensive houses. However, the propaganda insists, the South Koreans themselves are not happy about this situation. They dream about liberation and purification, and their hopes are pinned on Pyongyang and, above all, the Dear Leader himself. In recent years, North Korean propaganda has insisted that Kim Jong -il is worshipped in the South. Similar statements were made earlier as well.
GWO?
![]() 10:42 a.m. Mr. Obama’s new national security team is now on stage: Mrs. Clinton; Robert M. Gates, the current defense secretary, who will remain in that job; Gen. James L. Jones, the former NATO commander, will be national security adviser; Gov. Janet Napolitano of Arizona will be homeland security chief; Eric Holder will be attorney general; and Susan Rice, ambassador to the United Nations. La nomina di Susan Rice all'ONU è interessante ma tutto dipende da come interpreterà il suo ruolo. Un mastino anti-genocidio dovrebbe servire a smascherare ambiguità e complicità delle Nazioni Unite, evitando di mettersi al servizio della burocrazia onusiana per finirne inghiottita: The choice of Ms. Rice to represent the United States before the United Nations will make her one of the most visible faces of the Obama administration to the outside world aside from Mrs. Clinton. It will also send to the world organization a prominent and forceful advocate of stronger action, including military force if necessary, to stop mass killings like those in the Darfur region of Sudan in recent years. John R. Bolton, who was one of Mr. Bush’s ambassadors at the United Nations, would not discuss Ms. Rice’s selection, but said it was unwise to elevate the position to the cabinet again. “One, it overstates the role and importance the U.N. should have in U.S. foreign policy,” Mr. Bolton said. “Second, you shouldn’t have two secretaries in the same department. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() Asia e dintorni Normblog |