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domenica, novembre 30, 2008
Farsi sempre riconoscere. Il livello delle nostre missioni diplomatiche rasenta ormai il ridicolo. Dopo la evanescente prestazione dello spaesato Fassino, ecco cosa è andato a dire un funzionario del ministero degli esteri ai membri della National League for Democracy a proposito della farsa elettorale organizzata dai militari birmani per il 2010:
During the two-hour discussion, Iannucci urged the NLD to participate in 2010 election because there would be a chance to win again for them, Win Tin said. "He said at present the military occupied 100 per cent of the government and after 2010, there would be only 25 per cent. It is much better than current situation," Win Tin told Deutsche Presse-Agentur dpa. Sanno anche i muri che il regime formerà partiti-fantoccio che fingeranno di dar vita ad una competizione elettorale e che non ci sarà nessuna possibilità per l'opposizione (quella vera) di partecipare in condizioni di equità e giustizia. Ma evidentemente alla Farnesina la notizia non dev'essere arrivata, tanto è vero che U Win Tin, giornalista recentemente rilasciato dopo 19 anni di detenzione, ha dovuto spiegare al nostro come stanno le cose: "We told him that 25 percent would be just a word and in practice the military would be dominating. We said the constitution must be amended before the election," Win Tin said. State a casa che è meglio.
La guerra a Bombay/2. Pare che la prima parola di politica estera pronunciata da Obama sia stata Pakistan. Adesso vediamo se se lo ricorda. Daniele Raineri da Islamabad:
Secondo gli analisti, l’attacco a Mumbai ha tutte le caratteristiche in stile spetsnaz (le unità speciali sovietiche infiltrate in occidente durante la Guerra fredda) di un’operazione militare già pianificata in caso di guerra tra India e Pakistan per colpire le città dietro le linee nemiche. Mappe, rotte, obiettivi, sequenze d’attacco: tutto era già pronto da tempo, e poi è stato passato ai volontari islamisti. Rina Chandran da Bombay: Indian officials have said most, perhaps all, of the 10 attackers who held Mumbai hostage with frenzied attacks using assault rifles and grenades came from Pakistan, a Muslim nation carved out of Hindu-majority India in 1947. An official in Islamabad said the next one to two days would be crucial for relations between the nuclear-armed neighbors. Pakistan has condemned the assaults and denied any involvement by state agencies. A senior Pakistani security official said Islamabad would divert troops to its border with India and away from fighting militants on the Afghan frontier if the tension spilled over. "These are sensitive moments," Pakistan Foreign Minister Shah Mehmood Qureshi told a news conference. "The situation is serious, let us not fool ourselves ... when the people in India feel this is 9/11 for India." venerdì, novembre 28, 2008
Succede in Cina. La rivolta di Longnan per immagini e in cronaca.
La guerra a Bombay. Non sono sicuro di convidere ogni punto dell'articolo di Paolo della Sala (che secondo me sopravvaluta la visione geostrategica dei terroristi) ma è certamente vero che questo non è un attentato come gli altri, per la molteplicità degli obiettivi e le implicazioni sugli equilibri internazionali:
Mumbai non è una “semplice” azione terrorista, ma segna l’ingresso dello jihadismo anche nel quadro multipolare del dopo Bush. Fanno bene gli indiani a parlare di “Warzone Mumbai”, e fanno male i media italiani a non dare sufficiente copertura a un evento che tocca anche la nostra economia. Oltre al nuovo presidente degli Stati Uniti, il segnale è contro l’integralismo hindu, protagonista di massacri e attentati contro cristiani e musulmani. L’obiettivo terrorista infine mira a dare nuovo slancio ai talebani di Afganistan e Pakistan, dare respiro all’Iran, e affidare alla jihad il controllo dei traffici d’Orienta. La via della Setta al posto della via della Seta… Ma anche la Russia è sotto scacco da parte jihadista, dal Caucaso fin dentro il Tatarstan, nel cuore del fiume Volga. Sulla paternità delle stragi e dei sequestri si continua comunque a discutere. Oggi è partito alla volta di Bombay anche un gruppo di investigatori americani per aiutare a dipanare la matassa. Questo è quello che si sa al momento degli attacchi e dei loro autori: The Indian navy, stepping up patrols on the country's western coast after the attack, was questioning the crew of the MV Alpha, a ship detained with the help of the Indian coast guard, British authorities said. The authorities said they believe the attackers' boats came from this ship, and that they believe the ship is from Karachi, Pakistan. Su un piano decisamente più frivolo, questo è stato il primo attentato raccontato attaverso Twitter e Blackberry.
Il rebus thailandese/4. Quelli che sanno direbbero che oggi a Bangkok è stata una giornata di calma tesa, mentre il braccio di ferro (per ora solo a distanza) tra polizia e dimostranti del PAD continua nei due aeroporti occupati. Si mormora che la data limite, quella in cui la pazienza del governo finirà, sia martedì prossimo. Cosa succederà dopo, nessuno lo sa davvero. Intanto però il premier ha mandato un segnale all'opinione pubblica facendo fuori il capo della polizia, probabilmente perché troppo ben disposto verso i manifestanti. Somchai non si sta muovendo male ma ha un piccolo problema: non può tornare a Bangkok ed infatti ha stabilito il suo quartier generale a Chiang Mai, nel nord del paese. Una scelta che potrebbe fomentare la divisione fra un nord filogovernativo e una capitale e un sud schierati con l'opposizione, aggiungendo una componente etnica e territoriale ad uno scontro che presenta già alcuni elementi di lotta di classe. Interessante l'accenno del quotidiano indiano The Hindu che parla apertamente di guerra fredda tra primo ministro e capo dell'esercito:
(...) observers drew attention to Mr. Somchai’s silence, in his televised address, about tasking the Army. Intanto oggi ha parlato anche Thaksin e lo ha fatto in un'intervista rilasciata a un giornalista freelance. Un colpo da maestro (per entrambi). Ha detto tra l'altro che un colpo di stato provocherebbe stavolta un bagno di sangue. Difficile non leggere questa dichiarazione come un messaggio ai suoi. La Thailandia è un paese moderno rispetto agli standard della zona e ha tutti gli strumenti per uscire decentemente da questa crisi. Il problema sta nella volontà dei protagonisti di trovare una soluzione il più possibile pacifica alla contesa, ma la sensazione è che tutti cerchino piuttosto la resa dei conti. giovedì, novembre 27, 2008
Lasciate ogni speranza.
Quello che più mi colpisce delle cronache da Bombay sono le immagini, oscure, tetre, fumose, pesanti. L'inferno dev'essere così.
Il rebus thailandese/3. Il punto della situazione, prima della dichiarazione dello stato di emergenza negli aeroporti. Sarà una lunga notte a Bangkok.
Anche sul Foglio online (solo a pagamento). ![]() Un'opposizione di piazza che cerca l'anarchia, un governo che si arrocca sulle sue posizioni ma ha le mani legate, un re che non si pronuncia, un esercito che chiede elezioni: la Thailandia si risveglia immersa in una impasse socio-istituzionale da incubo mentre Bangkok è di fatto tagliata fuori da tutti i collegamenti internazionali. Con l'occupazione dei due aeroporti della capitale da parte di migliaia di manifestanti del PAD (People's Alliance for Democracy) si è probabilmente raggiunto il punto di non ritorno nella lunga contesa che oppone il movimento del magnate dei media Sondhi Limthongkul alla maggioranza del PPP (People Power Party) attualmente al potere, la formazione politica in cui sono confluiti i seguaci dell'ex premier Thaksin Shinawatra dopo il golpe militare che lo depose nel 2006. Ed è proprio dai carri armati nelle strade di Bangkok che conviene partire per provare a districare la complicata matassa della crisi thailandese: l'attuale instabilità infatti è soprattutto figlia di un anno e mezzo di amministrazione militare che, lungi dal restituire ai successori un paese rimesso a nuovo, ha invece contribuito ad incancrenire i problemi e a ritardare la resa dei conti. Tanto è vero che, quando i thailandesi sono tornati alle urne lo scorso dicembre sotto una nuova costituzione, hanno riconsegnato il paese agli uomini di Thaksin, nel frattempo convertitosi in presidente del Manchester City dal suo esilio londinese. L'opposizione non ha mai accettato il risultato di quel voto, accusando il nuovo premier Samak di essere solo un portavoce del suo influente predecessore. Da qui una serie di manifestazioni di piazza quasi quotidiane, in una continua escalation culminata nell'occupazione degli edifici governativi a fine agosto. A settembre scontri tra fazioni anti e filo-governative imponevano il massiccio intervento delle forze dell'ordine a Bangkok, ma la dichiarazione dello stato d'emergenza da parte di Samak non veniva portata alle estreme conseguenze per il rifiuto del capo dell'esercito, il generale Anupong, di usare la forza contro i manifestanti. Poi ad inizio ottobre un primo tentativo di blocco del parlamento, con l'intervento della polizia, il lancio di lacrimogeni e un morto tra le file dell'opposizione, il primo martire da annoverare e commemorare. Intanto Samak era stato costretto alle dimissioni da un giudiziario sempre più intraprendente che aveva dichiarato l'incompatibilità della sua carica di primo ministro con la presenza in un programma televisivo di cucina (sic!). Al suo posto Somchai, cognato dello stesso Thaksin, il quale aveva avuto il tempo di tornare trionfalmente in patria solo per essere processato e condannato per corruzione insieme alla moglie. Adesso è in cerca di un paese che gli dia asilo, come ricercato dalla giustizia del suo paese. In un comunicato diffuso ieri dalla torre di controllo dell'aeroporto internazionale di Bangkok il PAD ha annunciato che non si fermerà fino alle dimissioni di un esecutivo "corrotto", responsabile - a suo dire - di ogni infamia: dal tentativo di riscrivere la costituzione per favorire il ritorno al potere di Thaksin, alla manipolazione dei media, alla violazione dei diritti umani, all'insulto alle istituzioni monarchiche. Ma è un errore pensare a quello in atto come ad uno scontro tra un governo autoritario e un'opposizione democratica che rivendica diritti politici. Piuttosto la situazione va letta come una prova di forza tra un'élite populista che ha saputo canalizzare ed utilizzare il malcontento degli strati meno abbienti della popolazione per installarsi al potere ed una combinazione di gruppi di interesse che si considerano i depositari della tradizione politica thailandese e che vedono come un'usurpazione l'ascesa e i successi dei Thaksin-boys. Le parole d'ordine del PAD - la cui base sociale è formata dalle classi urbane, conservatrici, filo-monarchiche e vicine all'esercito - hanno ben poco a che vedere con la rappresentanza democratica: i suoi leaders sono anzi fautori della nomina corporativa di parte dei seggi parlamentari e denunciano apertamente che le classi popolari non sono preparate per decidere il corso politico della nazione. Dal canto suo Thaksin, elevatosi a difensore dei deboli, è un magnate delle comunicazioni con interessi trasversali all'interno dell'arco politico ed economico del paese. Difficilmente etichettabile ideologicamente, rappresenta bene l'essenza di un peronismo in salsa asiatica anch'esso a-liberale se non illiberale, in grado comunque di restituire una speranza alla Thailandia rurale e operaia che, durante il suo mandato quinquennale, ha beneficiato dei programmi sociali del governo. In questo scenario da lotta di classe, con un paese paralizzato economicamente e istituzionalmente e i primi scontri armati tra fazioni contrapposte nelle strade della capitale, si inserisce il pronunciamento politico del generale Anupong che ha chiesto all'esecutivo di sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni e al movimento di protesta di sgomberare gli aeroporti. Una soluzione di compromesso che respinge al mittente, almeno per ora, gli inviti più o meno esplitici ad un nuovo golpe (sarebbe il diciannovesimo) provenienti da importanti settori anti-governativi, ma che allo stesso tempo non risolve lo stallo. Il premier Somchai ha fatto sapere che non se parla nemmeno, che la maggioranza è legittimata dal voto popolare e che continuerà a lavorare fino all'ultimo: in sostanza, se l'esercito vuole dare ordini sa cosa deve fare. Il PAD è sulla stessa linea ma per motivi opposti: la fine della legislatura non cambierebbe le cose e l'obiettivo resta la caduta del governo senza compromessi. Il paradosso è che l'opposizione sa che un ritorno alle urne sancirebbe una probabile riconferma del partito di governo, che continua a godere di un consenso piuttosto ampio proprio mentre l'appeal della protesta va scemando a causa dei suoi eccessi. Il PAD è quindi costretto a sperare in un intervento di quelle forze armate che teoricamente dovrebbero rimanere fedeli all'esecutivo: la strategia del caos è funzionale a questo obiettivo. A togliere di mezzo il PPP e ad aprire la strada ad un cambio al vertice potrebbe pensarci però la Corte Suprema, che nei prossimi giorni è chiamata ad un verdetto sulle irregolarità di cui si sarebbero resi protagonisti alcuni parlamentari in campagna elettorale. Se convalidata, la pronuncia di colpevolezza porterebbe allo scioglimento di tutto il partito (e di conseguenza alla caduta del governo) e alla nomina da parte dei giudici di un Consiglio Supremo facente le funzioni dell'esecutivo. Ma sia un golpe sia una decisione sfavorevole delle massime istanze giudiziarie sarebbero interpretati dallo schieramento pro-Thaksin come un sopruso e scatenerebbero una contro-reazione di piazza dalle conseguenze imprevedibili. Il PAD può solo ottenere una vittoria di Pirro in un paese spaccato dalla sua stessa irresponsabile condotta. mercoledì, novembre 26, 2008
Il rebus thailandese/2.
![]() Oggi è successo di tutto, tanto che se n'è accorta perfino Repubblica. La giornata si è aperta con il blocco totale dell'aeroporto di Bangkok, uno dei più importanti snodi di tutta l'Asia, da parte dei manifestanti del PAD (Alleanza Popolare per la Democrazia). La Thailandia è simbolicamente tagliata fuori dai collegamenti con il resto del mondo al punto che anche il primo ministro di ritorno dal Perù ha dovuto atterrare a Chiang Mai. Il PAD, che ricordiamolo non è un partito politico ma un movimento di opposizione extra-parlamentare, ha diffuso un comunicato tanto solenne quanto velleitario in cui dichiara i motivi della protesta, rivendica la sua natura noviolenta (tutti hanno visto però un suo membro sparare ieri tra la folla) e accusa il governo di ogni misfatto. Chiede scusa per gli inconvenienti che le sue azioni potrebbero causare alla popolazione, un tentativo evidente di ingraziarsi un'opinione pubblica sempre più perplessa per la piega che stanno prendendo gli avvenimenti. Tra questi inconvenienti sono forse da annoverare anche le cinque bombe esplose in diversi punti della capitale nelle prime ore della mattinata: i capi ovviamente negano qualunque responsabilità. Poi nel pomeriggio è arrivato il pronunciamento dei militari, nella persona del capo delle forze armate Gen. Anupong il quale ha suggerito (o intimato) al governo di farsi da parte e di convocare nuove elezioni (che i seguaci di Thaksin comunque rivincerebbero). La replica dell'esecutivo è stata che non se parla nemmeno, che la maggioranza è legittimata dal voto popolare e che continuerà a lavorare fino all'ultimo. Questi i fatti, adesso qualche opinione in ordine sparso: - il governo non è senza peccato ma nella fattispecie ha ragione. Se si instaura il precedente per cui un esecutivo legittimato dalle urne può essere rovesciato da un golpe di popolo, per le già fragili democrazie del sud-est asiatico è finita; - il sospetto che le azioni sempre più eclatanti del PAD siano il risultato di una collaborazione piuttosto stretta con l'esercito si fa sempre più forte: l'aeroporto è una installazione cruciale per la sicurezza nazionale e l'esercito lo pattuglia regolarmente. Come è possibile che migliaia di militanti in giallo siano entrati così facilmente e si siano addirittura impossessati della torre di controllo? - il pericolo di guerra civile questa volta è alto per una serie di motivi: lo scontro sta chiaramente dividendo la società thailandese in classi contrapposte, da una parte (semplificando) i poveri con il PPP, dall'altra i ricchi con il PAD; entrambe la fazioni sono armate; un governo post-golpe appoggiato dai militari sarebbe visto, più che in passato, come la nemesi del precedente e la maggioranza della popolazione si considererebbe (a torto o a ragione) a rischio ritorsione; sia un golpe, sia una decisione delle massime istanze giudiziarie contro il partito attualmente al potere sarebbero interpretati dal PPP come un sopruso intollerabile e scatenerebbero una contro-reazione di piazza dalle conseguenze imprevedibili. Insomma, il rebus thailandese sta diventando un problema serio. martedì, novembre 25, 2008
Prospettive. Il Grande Tibet.
Il rebus thailandese.
![]() Negli ultimi due giorni l'opposizione del PAD (People Alliance for Democracy) ha nell'ordine: bloccato il parlamento, convocato uno sciopero generale, assediato l'aeroporto provocando la sospensione dei voli e cominciato una guerriglia urbana con tanto di armi da fuoco. Eppure la sua protesta va perdendo peso e stancando l'opinione pubblica. Non è una battaglia tra forze democratiche e una classe politica arroccata al potere: è lo scontro tra una élite provvisoriamente senza governo e un governo provvisoriamente senza élites. Da una parte professionisti, filo-monarchici, amici dei militari e fautori del corporativismo parlamentare (il PAD), dall'altra i prestanome di Thaksin (che cerca asilo all'estero) e la Thailanda rurale e proletaria che si riconosce nel peronismo in salsa asiatica di un magnate delle comunicazioni. Precedenti articoli: Thailandia, un copione gattopardesco; Thailandia, il ritorno dell'uomo della provvidenza; tutti i post. lunedì, novembre 24, 2008
Rinchiudeteli e buttate la chiave. Qui è quando ElBaradei dice che vuole aiutare la Siria a farsi un reattore nucleare. No, davvero:
The chief UN nuclear inspector said Monday that Syria had a right to his agency's help in planning a power-producing atomic reactor, in what diplomats described as a rejection of US-led efforts to block the aid.
Il Venezuela in un vicolo cieco. Vorrei chiedere a Paolo e al suo preparatissimo commentatore di non ingannarsi. Al Venezuela non sono applicabili i parametri delle normali competizioni elettorali democratiche. Dire che Chávez "vince ma non convince" non ha molto senso in un contesto nel quale la prevalenza e il perpetuarsi dell'allievo di Castro non sono in discussione. Chávez può permettersi di perdere un referendum o cedere qualche stato all'opposizione ogni tanto perché sa che questi sono eventi politici che non intaccano il suo potere e anzi gli servono per vantare una presunta democraticità del suo regime. E' certamente rilevante se milioni di elettori scelgono i partiti di opposizione ma lo è per ragioni accademiche e statistiche, non politiche. Nel momento in cui Chávez percepisse una reale minaccia alla sua riconferma non svolgerebbe elezioni o le truccherebbe o manderebbe i carri armati nelle strade, come ha minacciato anche pochi giorni prima del voto. Chávez non ha bisogno di convincere nessuno, se non se stesso. E certamente prepara la strada per un altro plebiscito sull'eternità della carica presidenziale.
Un'altra cospirazione neocon. Il Washington Post ricorda a Obama che la strada per una presidenza di successo passa per la promozione della democrazia dove non c'è. E cita il caso birmano come situazione paradigmatica da cui ripartire. Pare che Bush non fosse tutto da buttare, no?
Birmania. Il riposo dei generali. Oggi in quel lontano paese di cui nessuno vuole sentir parlare non si sono pronunciate sentenze contro dissidenti. Di questi tempi è una notizia. In cambio la giunta ha approfittato della pausa per compiere un po' di trasferimenti. Il New Yorker torna sulla questione della generazione perduta, che avevo trattato qui:
In a just world, the names Min Ko Naing and Ko Ko Gyi would be as well known as Steve Biko and Adam Michnik. But because of Burma’s obscurity, the rest of the world has never heard of them.
Cina e America unite dalla crisi? Era improbabile che la crisi economico-finanziaria risparmiasse la Cina. E infatti la Cina c'è dentro anche se a modo suo. Stiamo parlando pur sempre del miracolo economico più imponente della storia contemporanea, della nazione che ha compiuto con 40 anni di ritardo quel grande balzo in avanti promesso in tempi troppo sospetti per essere veri. Ma nessuno è immune dagli effetti delle politiche economiche proprie ed altrui, nemmeno il gigante asiatico dalla crescita apparentemente inarrestabile. Il tasso di disoccupazione cinese è del 4% nelle aree urbane, un dato che farebbe invidia a chiunque in Europa e a più di uno anche negli Stati Uniti. Ma è un dato che per essere compreso deve essere combinato almeno con altri due elementi: il livello salariale ancora estremamente basso per la stragrande maggioranza degli occupati e la improduttività di buona parte dei posti di lavoro, come nota nel suo blog il corrispondente della CNN John Vause. Evidentemente le abitudini sovietizzanti non sono state del tutto rimosse e quattro parcheggiatori per un posto auto o otto funzionari di hotel in reception sembrano ancora una pratica normale. Queste professioni sarebbero le prime a saltare nel caso di un protrarsi della crisi. Ciò preoccupa non poco le autorità dal momento che in Cina stabilità economica e politica si intrecciano in maniera quasi indissolubile non tanto per il peso delle circostanze quanto per espressa volontà del Partito comunista al potere. Il patto sul quale si fonda la sbandierata “armonia” cinese prevede infatti che le classi lavoratrici (per usare una terminologia cara alla propaganda di regime) di fatto si astengano da rivendicazioni politiche di sorta in cambio di benefici economici costanti prodotti da una crescita garantita e progressiva. Se viene meno uno di questi due presupposti il piatto salta, con conseguenze che i mandarini di Zhongnanhai conoscono bene. Tanto è vero che le situazioni di maggiore insoddisfazione e di conseguente insubordinazione che negli ultimi hanno hanno macchiato la corsa allo sviluppo cinese si sono verificate soprattutto, se non esclusivamente, in quelle zone rurali ai margini della trasformazione economica. Se anche le aree urbane cominciassero a sentire il peso della crisi, l'equilibrio forzoso imposto e comprato dal partito-stato comincerebbe a dare segni di cedimento. Un recente studio dell'Istituto per lo Sviluppo delle Nazioni Unite ha avvertito che il divario fra ricchi e poveri in Cina, lungi dal ridursi come promesso dalle autorità capital-comuniste, si è acuito negli ultimi anni. Se a Pechino e Shanghai il livello di vita è paragonabile al Portogallo, nelle province sudoccidentali del paese le condizioni sono più simili al Botswana. E non si tratta solo di indicatori economici in senso stretto ma anche di educazione, welfare e servizi in generale. Di fatto la crescita cinese presenta effetti tangibili solo per un terzo della popolazione, a voler essere ottimisti. L'aspettativa di vita nello Guizhou è di dieci anni inferiore a quella della capitale, riporta lo studio, la mortalità infantile nel Qinghai sette volte quella di Pechino e il grado di analfabetismo nella provincia del Gansu cinque volte superiore. Da qui il famoso pacchetto di incentivi economici promesso dalle autorità, una serie di misure dai contorni ancora indefiniti, ma che dovrebbe destinare l'astronomica cifra di 4 trilioni di yuan prelevati dalle casse dello stato a un enorme programma di infrastrutture e miglioramento dei servizi pubblici che, nelle intenzioni dei suoi promotori, servirebbe a ridare la carica ad un'economia che presenta segnali di rallentamento e contemporaneamente a sanare almeno alcune di quelle disparità sociali che rischiano - se non contenute - di mettere in discussione il monopolio politico del PCC. Uno stimolo pari al 15 % del prodotto interno lordo che The Economist saluta con favore, considerando l'insieme delle misure annunciate necessarie per alimentare il consumo domestico, vero punto debole del sistema economico cinese. In ogni caso la crescita a doppia cifra sembra ormai cosa del passato dalle parti di Pechino e attestarsi sull'8% annuo in tempi che promettono non più del 6% costituirebbe già un risultato più che accettabile per le autorità cinesi. Proprio questo aumento della spesa pubblica deciso da Pechino potrebbe rappresentare il punto di contatto fra difficoltà economiche cinesi e crisi finanziaria americana, con reciproci vantaggi sempreché alla fase dello scontro si sostituisca un'attitudine cooperativa. Questa almeno la tesi contenuta in un articolo firmato su Asia Times da Francesco Sisci e David Goldman. I due autori partono da una premessa che, banalizzando al massimo, potrebbe essere riassunta così: negli ultimi dieci anni l'America ha comprato troppo e la Cina ha venduto troppo. La semplificazione, evidentemente brutale, si rivela comunque utile per capire che le problematiche degli Stati Uniti e della Cina sono in questo momento opposte e complementari: da una parte gli americani hanno spinto la domanda interna attraverso prestiti agevolati e bassi tassi di interesse trascurando la vendita "ad altri" di beni e servizi; dall'altra i cinesi hanno privilegiato un modello di crescita basato quasi esclusivamente sulle esportazioni, dimenticandosi del consumo interno, un fatto reso ancora più evidente dal gap nella distribuzione della ricchezza prodotta cui si faceva cenno poco fa. Solo una grande partnership economica tra la superpotenza storica e quella emergente potrebbe portare ad una ricomposizione delle rispettive esigenze: l'America deve ricominciare ad esportare quella tecnologia di cui la Cina ha disperatamente bisogno nel suo tentativo ancora incompiuto di modernizzazione. Inoltre la Cina dovrebbe fare suoi certi modelli finanziari tipici del mercato americano per cominciare a creare un meccanismo di prestiti al consumo finora praticamente inesistente. Un capovolgimento della prospettiva che vedrebbe parte del potenziale economico cinese spostarsi dalla vendita al consumo di massa, dall'esportazione esclusiva alla generazione e all'alimentazione della domanda interna, con la collaborazione attiva degli Stati Uniti.
Non sono pochi gli ostacoli che si frappongono a questo programma di ampio respiro, ammettono gli stessi autori dello scritto: prima di tutto le restrizioni in materia di import di tecnologia americana per ragioni di sicurezza e i limiti all’acquisizione di compagnie statunitensi; la politica cinese di sostegno a quelli che Washington considera stati canaglia; le questioni monetarie legate alla fluttuazione dello yuan; le questioni geostrategiche connesse con la proliferazione degli armamenti nelle zone di influenza cinese e via discorrendo. Questioni che devono trovare prima di tutto una composizione politica non certo semplice visti i precedenti e le differenze sociali ed istituzionali che caratterizzano i due paesi. E' la stessa banca centrale cinese ad avvertire che la recessione e le conseguenti tendenze protezionistiche che l'occidente potrebbe mettere in atto sarebbero un duro colpo per la crescita cinese. Forse è per questo che accanto al pacchetto di misure per il mercato interno, il governo ha comunque previsto un'ulteriore serie di sussidi all'esportazione, in un chiaro riconoscimento della dipendenza della Cina dalla domanda estera. Nelle province dello Shandong e dell'Hubei è stato imposto alle aziende che decidano di licenziare più di 40 dipendenti l'obbligo di ottenere un permesso dalle autorità. Nel Guandong hanno già chiuso migliaia di imprese e chi è rimasto in piedi ha ridotto drasticamente i salari. Tutto si intreccia ed è difficile pensare che la richiesta interna possa esplodere con queste prospettive, anche se la banca centrale ha già promesso di supportare il piano di recupero con una politica creditizia imponente. sabato, novembre 22, 2008
Lascio alla vostra intepretazione.
![]() Vista su Facebook.
Notizie che non leggerete in italiano. L'Iraq non vuole che gli americani se ne vadano troppo presto:
Iraq's defense minister on Saturday warned of the dangers of withdrawing U.S. forces before the end of 2011, a date set with Washington in a security pact opposed by some lawmakers. Defense Minister General Abdel Qader Jassim said withdrawing before that date would threaten Iraq's oil exports, enable neighboring countries to encroach on Iraqi territory and give free reign to foreign spies.
Tibet. Se cinquant'anni vi sembran pochi. La diaspora preferisce non decidere e aspettare le mosse di Pechino:
Hundreds of Tibetan leaders agreed Saturday to continue to follow the Dalai Lama's ''middle path'' of compromise with China, capping a rare meeting to discuss how to advance their struggle for freedom. Mancano al movimento una classe dirigente e una linea politica. La Cina potrà continuare a fare e disfare a piacimento. Ma un precedente è stato comunque stabilito e la comunità tibetana ha almeno trovato la forza per mettere in discussione il dogma dell'infallibilità della sua guida spirituale: But the decision to support the Tibetan spiritual leader's approach to continue talks with Beijing was viewed as conditional on progress being made. (...) for the first time there are caveats, and alternative views have been endorsed. The meeting concluded that if China makes no effort to meet the Dalai Lama's demands then other options, including calls for independence and self determination, would be put forward. Delegates also suggested that the Dalai Lama's envoy should not return to China unless attitudes change in Beijing. venerdì, novembre 21, 2008
Birmania. L'annientamento di una generazione.
![]() Come detto era solo l'inizio. Zarganar, attore e attivista, aveva raccolto fondi per aiutare le vittime del Nargis. L'hanno prevelato da casa sua prima dell'estate, se già far ridere è pericoloso, aiutare la povera gente è imperdonabile. La sentenza è un macigno: 45 anni. Ashin Gambira (U Gambira), il monaco che guidò al protesta: condannato a 12 anni tre giorni fa, ha avuto il resto oggi, ne passerà 68 dietro le sbarre, la pena più lunga comminata fino ad ora. Altri trenta tra monaci, membri della Generazione dell'88 e attivisti a vario titolo hanno ricevuto verdetti tra tre e ventinove anni. One of Zarganar’s associates, Zaw Thet Htwe, who helped him deliver aid to cyclone survivors, received a sentence of 15 years imprisonment. Another associate, Tin Maung Aye, was sentenced to 29 years imprisonment and a third, Thant Zin Aung, received 15 years imprisonment. The trials of Zarganar, Zaw Thet Htwe and Thant Zin Aung are still proceeding, and the court is expected to pronounce further sentences on them next week. Thirteen members of the 88 Generation Students group received prison sentences ranging from three to five years on Friday and they are also expected to face further sentences next week, sources said. Five Buddhist monks were among a further eleven regime opponents who were also sentenced to prison terms on Friday, prison sources said. All took part in the September 2007 uprising. Dallo scorso 10 novembre la macchina delle sentenze è inarrestabile. L'opposizione, quel che ne restava, è annientata dai tribunali segreti allestiti nelle prigioni del paese. Sta succedendo in Birmania qualcosa di spaventoso, anche se il resto del mondo sembra non accorgersene. Un'intera generazione cancellata dalla scena politica e civile, famiglie smembrate: A court in military-ruled Myanmar sentenced a student activist to 6 1/2 years in jail on Wednesday, a week after his father received a 65-year prison term for his own political activities and a decade after his grandfather died in custody. Al di là delle solite patetiche dichiarazioni di circostanza delle cancellerie occidentali, questo massacro di diritto e di dignità non sembra davvero smuovere le coscienze di chi potrebbe agire. L'attuale presidente del Consiglio di Sicurezza ONU ha fatto sapere che ad oggi nessun membro ha sollecitato un dibattito sul problema: "I have not heard any delegation asking for a briefing on [the Burma] issue, but as you know, in the Council very often new initiatives come almost every day," Urbina said. An Asian diplomat told The Irrawaddy that none of the 15 members, including the US, Britain and France, had officially or unofficially tried to raise the issue inside the Security Council. Quanto agli altri, sono tutti così preoccupati di perdere anche quel minimo di collaborazione ottenuta dalla giunta sui soccorsi post-Nargis (dopo un mese di blocco criminale degli aiuti) da preferire il silenzio complice alla denuncia. Si è creata una situazione paradossale ma perfettamente in linea con le consuetudini della comunità onusiana e gruppi nongovernativi annessi: It may be one of the greatest ironies of the Nargis tragedy that it has bestowed upon the junta the very air of legitimacy that the generals have long sought. Simply by ceasing to be as obstructive as they were during the first month after the disaster, they have suddenly been elevated to the status of responsible players on the world stage. And now, as a further, and even more perverse, irony, it seems that the generals have been emboldened by this “partnership” to believe that it entitles them to treat their opponents any way they please. Ovviamente aiuta i codardi il fatto che il sangue stavolta non macchi le strade di Rangoon ma solo i muri delle prigioni in cui sono confinate migliaia di vittime innocenti: Min Zaya was transferred to Lashio Prison in Shan State, Zaw Zaw Min to Toungoo Prison in Pegu Division, Jimmy to Taunggyi Prison in Shan State, Arnt Bwe Kyaw to Katha Prison in Sagaing Division, Than Tin to Sittwe Prison in Arakan State, Panneik Tun to Bahmao Prison in Kachin State, Kyaw Kyaw Htwe to Mergui Prison in Tenasserim Division and That Zaw to Moulmein Prison in Mon State. Of the convicted women members of the 88 Generation Students group, Mar Mar Oo was transferred to Myingyan Prison in Mandalay Division, Thet Thet Aung to Thayawaddy Prison in Pegu Division, Mie Mie to Bassein Prison in Irrawaddy Division and Sandar Min to Myaung Mya Prison in Irrawaddy Division. Two members of the Bogalay Township NPD were also transferred to outlying prisons. Thiha Aung was transferred to Lowikaw Prison in Karenni State and Aung Myo Paing to Kawthaung Prison in Tenasserim Division respectively. One further activist, Min Han, was transferred to Lashio Prison in Shan State. Che palle questo con 'sta Birmania... no? mercoledì, novembre 19, 2008
Tibet. Una necessaria introspezione.
![]() A Dharamsala, la località indiana sede del governo tibetano in esilio, si sta svolgendo in questi giorni una riunione senza precedenti. Circa 500 attivisti, leaders politici e spirituali della diaspora si sono dati appuntamento per mandare in pensione il Dalai Lama. Detta così può sembrare una follia ma, anche a voler sfumare un poco, il fatto è che al centro del dibattito c'è l'opportunità o meno di proseguire su quella Via di Mezzo indicata da Tenzin Gyatzo che, per decenni, ha costituito l'unica direzione di marcia dei tibetani nelle relazioni con il governo cinese. Dal punto di vista strettamente politico la Via di Mezzo è la scelta dell'autonomia territoriale anziché dell'indipendenza; ma sotto un profilo più ampio è anche la ricerca costante del compromesso e del dialogo con l'occupante cinese. Una strategia che, dati alla mano, non ha prodotto nessun risultato concreto per la popolazione tibetana ed ha anzi portato ad un intensificarsi della repressione e ad una cinesizzazione sempre più marcata della regione. Lo stesso Dalai Lama, la settimana scorsa, ha espresso per la prima volta - e certamente in ritardo - una personale frustrazione per l'assenza di progressi nelle relazioni bilaterali e per la continua campagna di annichilimento culturale orchestrata da Pechino. Da qui la riunione dei cinquecento e la possibilità di confrontarsi per la prima volta sulle prospettive della lotta dei tibetani per i loro diritti. Il Dalai Lama non ci sarà e probabilmente è un bene. La sua figura e la sua predicazione non violenta, così apprezzate in occidente, sono diventate alla lunga un ostacolo per le rivendicazioni di un popolo oppresso. Tanto è vero che l'ala più “radicale” - come viene comunemente battezzata dai media - del Tibetan Youth Congress spinge già da tempo per una politica meno conciliante nei confronti delle autorità cinesi, che hanno dimostrato di saper sfruttare molto bene le debolezze della controparte, fingendo aperture di facciata e usando il bastone della repressione quando la situazione lo ha richiesto. E' successo l'ultima volta lo scorso marzo, quando l'insoddisfazione accumulata in questi decenni ha trovato sfogo in una rivolta urbana in cui sono stati proprio i più giovani a rompere le righe della disciplina imposta da Pechino. Proprio quell'esperienza, ancora un volta stroncata sul nascere, ha provocato una brusca accelerazione degli eventi. La linea del Dalai Lama è apparsa improvvisamente superata dalla storia e l'assemblea in corso costituisce già di per sé, a prescindere dalle deliberazioni finali, un primo passo verso la sua revisione. Il grande assente, osservano alcuni, è però il popolo tibetano. I partecipanti provengono tutti dall'esilio e non è detto che rappresentino fino in fondo le voci di chi sotto il giogo cinese continua a viverci. La Cina, noto campione di rappresentatività popolare, ha quindi buon gioco nello sminuire il significato dell'evento, dichiarando che i presenti a Dharamsala non parlano certo a nome della maggioranza dei tibetani. Il Partito Comunista Cinese dimostra però di non credere alle sue stesse parole quando minaccia l'assemblea, facendo sapere che qualsiasi svolta indipendentista sarebbe destinata al fallimento. E proprio sui tibetani ricadrebbero le conseguenze politiche e militari di un'eventuale radicalizzazione delle posizioni. Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo dell'esilio, ricorda che l'ultima decisione spetterà comunque al parlamento. Altri però spostano il focus del dibattito oltre la questione autonomia-indipendenza: il portavoce Thupten Samphel fa sapere che il meeting "non è stato convocato per decidere la separazione del Tibet dalla Cina ma per recuperare i diritti umani dei tibetani in Tibet". E' qui che si gioca il futuro della causa tibetana: spostare semplicemente la lotta verso l'obiettivo dell’indipendenza consentirebbe a Pechino di presentare la regione autonoma come un focolaio di separatismo e terrorismo, come sta avvenendo per lo Xinjiang; mettere invece il rispetto dei diritti umani al centro di ogni rivendicazione politica, oltre ad essere una posizione moralmente superiore, farebbe immediatamente pendere l'ago della bilancia dalla parte dei tibetani contribuendo ad evidenziare la vera natura della presenza cinese in Tibet anche agli occhi della pigra diplomazia internazionale. Difficile comunque che dalla settimana di dibattiti a Dharamsala emergano figure di spicco in grado di sostituire la storica guida spirituale, almeno a breve termine. Quel che è certo però è che l'epoca e l'epica del Dalai Lama come leader politico sembrano ormai al capolinea. Anche su Il Foglio online (solo a pagamento). P.S. Scrivevo qualche mese fa su Ideazione: Anche se forse non preludono ad una spaccatura netta, le posizioni dei cosiddetti “radicali”, quelli che puntano ad alzare il profilo della contestazione anti-coloniale, segnalano certamente un disagio all’interno del movimento. Non è solo la contrapposizione fra richieste di autonomia e aspirazioni all’indipendenza a dividere vecchie e nuove generazioni, ma soprattutto la necessità di una risposta seria alla domanda che pochissimi finora hanno osato formulare: quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo di “moderazione” e di “compromesso” nei confronti di un potere che non ha esitato a compiere – per usare le parole dello stesso Dalai Lama – un vero e proprio genocidio culturale? Se è vero che l’obiettivo di Tenzin Gyatso è “la ricerca della verità” a lungo termine e che l’insegnamento dei maestri buddhisti considera la lotta tra il bene e il male come una condizione permanente (cfr. intervista a Carlo Buldrini su Ideazione del 26 marzo scorso), sarebbe peraltro miope non riconoscere nella sofferenza di questo popolo una richiesta di aiuto non più rinviabile. A voler essere cinici, la storia dei due Tibet è purtroppo anche l'interminabile cronaca di un fallimento. Alla luce degli attuali avvenimenti sembra che non fossi così lontano dalla realtà. martedì, novembre 18, 2008
Birmania. Sangue su sangue.
![]() Oggi è stata la volta di Ashin Gambira (più noto come U Gambira), non ancora trentenne, uno degli esponenti principali della protesta dei monaci che in lui avevano trovato una guida politica. Nascostosi per settimane dopo la repressione, è stato scoperto ed arrestato insieme al padre lo scorso novembre. Gli hanno dato dodici anni ma è solo la prima di una lunga serie di sentenze che lo attendono. Con lui altri compagni di sventura. Ashin Gambira, one of the organizers of a monk-led uprising that captured international headlines last year, was sentenced to 12 years imprisonment on Tuesday by a special court convened behind closed doors at Rangoon’s Insein Prison. Intelligence agents arrested Ashin Gambira along with his father last November while he was hiding in Sintgaing Township, Mandalay Division. The authorities later forcibly disrobed him without consulting with the Buddhist monastic community, which alone has the authority to expel monks. Besides Ashin Gambira, at least four other people received lengthy sentences today for their involvement in the protests, including fellow monk U Kaylar Tha from Mandalay Township, who was sentenced to 35 years imprisonment by the Kyimyindaing Township special court in Insein prison. Three ethnic activists were also sentenced today in connection with the monk-led protests. Ethnic Arakanese protester Tin Htoo Aung and Chin activist Kam Lat Hkoat were sentenced to 33 years imprisonment each, while another Chin activist, Kat Hkant Kwal, was given an eight-year sentence. Chi è U Gambira e perché la sua figura è così importante. Pochi giorni fa la rivista dell'esilio Mizzima gli aveva dedicato questo commosso editoriale. La Birmania sta morendo dissanguata. Lo sapete, no?
Lavori in corso. Immagini da una presidenza che verrà.
![]() Foto bellissima e scelta pericolosissima (quella di Hillary agli esteri): l'Economist spiega perché.
Zapatero, ovvero la fortuna degli inetti. Sull'arresto di Txeroki, presunto capo militare di ETA, da parte della polizia francese solo alcune brevi osservazioni: 1) quando intervengono gli americani si comincia a fare sul serio: il tracciato delle e-mail che ha portato alla detenzione del terrorista è stato gentilmente offerto dai servizi statunitensi; 2) ci si chiede dove sia stata la Francia nei decenni scorsi: non si ricordano operazioni rilevanti all'interno del suo territorio fino all'ultimo Chirac o primo Sarkozy; 3) fosse per Zapatero, Txeroki oggi invece che in una cella sarebbe seduto al tavolo con gli inviati del ministero dell'interno: conviene non dimenticarlo mai; 4) ETA in un aspetto è come la mafia: morto un capo se ne fa un altro.
La nuova politica. Svolta alla Rai: Sergio Zavoli.
lunedì, novembre 17, 2008
Birmania. Il viaggio dei condannati.
![]() Quella che vedete è la mappa dei trasferimenti cui sono stati sottoposti i prigionieri politici condannati questa settimana dai tribunali militari del regime birmano. Gli attivisti sono stati trasportati in campi di prigionia situati in zone di territorio molto distanti fra loro, in modo che non vi sia nessuna possibilità di comunicare né per loro né per le loro famiglie. Una pena aggiuntiva, un nuovo capitolo della barbarie perpetrata in questi giorni nel silenzio del resto del mondo. At least 21 convicted political prisoners, including Buddhist monks, 88 Student Generation group leader Min Ko Naing and prominent human rights activist Su Su Nway, were transferred from Rangoon's Insein Prison to remote prisons around Burma on Saturday night and early Sunday morning—with more prisoners expected to follow in the coming days, according to family and friends. Min Ko Naing and Ko Ko Gyi were transferred to Kengtung Prison in Shan State, 735 miles (1,1750 km) northeast of Rangoon; Mya Aye was transferred to Loikaw Prison in Karenni State, eastern Burma; Pyone Cho (aka Htay Win Aung) was transferred to Kawthaung Prison in Tenasserim Division in southern Burma; Htay Kywe was transferred to Buthitaung Prison in Arakan State, western Burma; Hla Myo Naung was transferred to Myitkyina Prison in Kachin State, 900 miles (1,440 km) north of Rangoon; Aung Thu was transferred to Putao Prison in Kachin State; and Aung Naing (aka Myo Aung Naing) was transferred to Kalaymyo Prison in Sagaing Division, 680 miles (1,088 km) north of Rangoon. Labor activist Su Su Nway, who was sentenced to twelve and a half years in jail recently, poet Saw Wai, well-known musician Win Maw and two other former student leaders—Myat San and Tint San—were transferred to Mandalay Prison, according to sources in Rangoon. Queste invece le sentenze di oggi, ottavo giorno consecutivo di processi segreti: The harshest sentences were given to Htin Kyaw, one of the solo protesters in 2007demonstrations against deteriorating economic and social conditions, who received a 12 and one-half year sentence, and Sandar Wara, a monk from Thiri Zayyar Monastery in North Okklapa Township in Rangoon, who received an eight and one-half year sentence. The closed-door trials also handed down six and one-half year sentences each to Sithu Maung, Ye Min Oo, Ye Myat Hein and Zin Lin Aung, leading members of the All Burma Federation of Student Unions (ABFSU), and three activists, Myo Thant, Kyi Phyu and Thein Swe of the National League for Democracy youth division.
Mille volte migliore dei suoi critici. A me la gara a chi da destra scarica prima Bush mette una tristezza incredibile. Per la destra, non per Bush.
The record is unmistakable: If you seek economic growth, social justice and human dignity, the free-market system is the way to go. It would be a terrible mistake to allow a few months of crisis to undermine 60 years of success.
Buio sulla Corea del Nord. In senso figurato... e reale.
Sud Africa. Stato fallito. Tutti i peccati d'azione e di omissione dell'ex baluardo della lotta all'oppressione:
Indeed, among the international human-rights fraternity, post-apartheid South Africa—the democratic, multicultural “rainbow nation” forged by Nelson Mandela—is once again regarded as something of a pariah. Its gentle treatment of Mr Mugabe, once justified by fear of instability on South Africa’s borders, has become part of a wider pattern of alignment with some of the world’s least savoury regimes. In the UN Security Council, South Africa has voted against imposing sanctions not only on Zimbabwe but also on Myanmar’s military junta (after last year’s crackdown on peaceful protesters) and Iran (for violating nuclear safeguards). It is now leading efforts to suspend the International Criminal Court’s prosecution of Omar al-Bashir, Sudan’s president, for alleged genocide in Darfur. Its record in the UN Human Rights Council is no better. It has voted to stop monitoring human rights in Uzbekistan, despite widespread torture there, and in Iran, where executions, including those of juvenile offenders, have soared. “Never in my wildest dreams did I believe South Africa would play such a negative role,” says Steve Crawshaw of Human Rights Watch, an international monitoring group. Ma i problemi sono cominciati sotto Mandela: Why has democratic South Africa done so much to squander its once acclaimed moral leadership? In truth, the ruling African National Congress has always been cosy with some dictators, such as Libya’s Muammar Qaddafi and Cuba’s Fidel Castro, even under Mr Mandela—largely out of gratitude for past help during the struggle against white rule.
Almeno ci hanno provato. Del perché il G20 non è stata quella volta che alcuni volevano farci credere ma nemmeno quel disastro che altri pronosticavano. La miglior notizia è che il laissez-faire non si tocca. E ci mancherebbe altro.
sabato, novembre 15, 2008
Birmania. Gli straordinari dell'ingiustizia. Non c'è sabato che tenga per i tribunali speciali incaricati di far piazza pulita della dissidenza. Oggi, attesa, è arrivata anche la condanna per Min Ko Naing, una delle figure più prominenti della Generazione dell'88. Con lui altri otto attivisti:
Prominent student leader Min Ko Naing and eight of his '88 generation student' colleagues have been sentenced to 65 years of imprisonment by a special court in Maupin prison in Burma's Irrawaddy Division, friends and family members said. La catena di smontaggio non si ferma: Legal sources said courts had been ordered to work overtime and at weekends to clear the high number of outstanding cases. "Many more activists are expected to be sentenced to various prison terms in the next few days as the courts have been instructed to expedite all pending cases," the official added. Qui il riassunto delle giornate precedenti. venerdì, novembre 14, 2008
Birmania. Ogni giorno ha la sua pena. Oggi è toccato ad altri 17 membri della National League for Democracy
Insein Prison special courts sentenced at least 17 members of National League for Democracy (NLD) party to up to 16 years imprisonment on Friday on charges ranging from involvement in public demonstrations, illegal assembly, resisting arrests and disturbing the public order. e a due giornalisti A local woman journalist, attached to weekly 'Ecovision Journal' was sentenced to two years in jail by a court in Rangoon's Tamwe Township on Friday. The sentence handed out to reporter Ein Khaing Oo, barely 24-years-old, during a close-door trial without being allowed a defence lawyer, comes after several detained activists were sent to long terms in prison of up to 65 years earlier this week. She was accused by the police of taking photographs of Nargis victims so that she could sell it to the foreign media. Kyaw Kyaw Than, a friend who followed her was also arrested and sentenced to 7 years in prison. The regime accused him of instigating public riots and travelling abroad illegally. Più vergognosa dei processi di Rangoon è solo l'indifferenza che li accompagna. Comunque alla prossima strage possiamo sempre farci una bella maglietta.
Quei bravi ragazzi/2. Siccome la Corea del Nord è cambiata ed è diventata un membro di pieno diritto della comunità internazionale (non è forse questa la versione ufficiale che ci è stata venduta negli ultimi mesi?), l'agenzia di stampa ufficiale KCNA ha pubblicato un comunicato in inglese - perché tutti lo possano capire bene - annunciando la chiusura dei valichi di frontiera con la Corea del Sud a partire dal prossimo primo dicembre. Detto così, sembra che si stia parlando di un confine come gli altri e non della zona più militarizzata e impermeabile della terra. Ma è pur vero che lo scorso anno alcuni passaggi erano stati aperti per favorire un certo livello di scambi di personale e di merci tra i due paesi. La prima linea ferroviaria nord-sud era stata inaugurata a pochi mesi dall’insediamento del nuovo presidente conservatore Lee Myung Bak. Proprio a questo cambio di colore del governo del sud i media attribuiscono oggi parte della responsabilità dell'irrigidimento del Nord, di fatto appiattendosi sulle giustificazioni addotte dal regime di Pyongyang. Come al solito la colpa non ricade mai sulla natura criminale di una dittatura ma piuttosto sulla supposta provocazione dei suoi avversari ideologici. In realtà è vero il contrario: Kim Jong il, o chi ne fa le veci, sta usando qualsiasi pretesto per blindare un potere che si vede attaccato su più fronti. Nelle ultime settimane la Corea del Nord è stata oggetto di alcune attenzioni particolari provenienti dal Sud: prima il lancio di palloncini oltreconfine con volantini informativi sulle condizioni di salute del Caro Leader, un argomento di cui i nordcoreani non hanno mai sentito parlare per il silenzio della macchina propagandistica del regime. Questo tipo di infiltrazione ha mandato su tutte le furie Pyongyang, anche perché ai palloncini erano legati alcuni biglietti in valuta del sud, spendibili solo al di fuori del paese: un chiaro invito alla diserzione. Tanto è vero che la risposta nell'usuale tono conciliante non si è fatta attendere: "Possiamo radere al suolo Seoul in qualsiasi momento". Ma ad inasprire le relazioni la scorsa settimana è intervenuta anche un'esercitazione militare congiunta tra coreani e americani che le autorità comuniste hanno interpretato come una minaccia all'integrità territoriale. Da qui la dichiarazione di chiusura dei passaggi via terra che però, avverte il Daily Telegraph, potrebbe avere una portata ben maggiore, segnalando un piano di isolamento ancora più accentuato che coinvolgerebbe anche la frontiera con la Cina nei pressi di Dandong. Di ieri è la notizia dei limiti imposti all’accesso di visitatori cinesi. Inoltre, secondo alcune fonti, a partire dal prossimo 10 dicembre le autorità nordcoreane avrebbero intenzione di attuare un blocco di tutti i trasporti terrestri con il gigante vicino e protettore (che nel frattempo ammassa truppe).
Il blocco della frontiera con il sud rappresenterebbe l'atto di morte del complesso industriale di Kaesong, dieci km. a nord della zona smilitarizzata, alimentato dagli investimenti provenienti dalle aziende coreane, prima fra tutte la Hyundai. Si calcola che siano 72 attualmente le imprese coinvolte e che la manodopera sottopagata del nord ammonti a trentamila effettivi. 57 dollari al mese sono lo stipendio medio, molto più di quanto un nordcoreano possa normalmente pretendere, ma sempre molto meno dell'equivalente controparte cinese e infinitamente meno, una ventesima parte, del salario di un operaio sudcoreano non qualificato. Una sorta di massa docile e addomesticata gentilmente messa a disposizione da Pyongyang. North Korean military officials told South Korean business managers to move their factories out of the North, a report said Friday — a strong sign the regime is serious about shutting down the border in a further deterioration of inter-Korean ties. The high-level military delegation made the comments during a rare inspection of a joint industrial park in Kaesong last week, South Korea's Chosun Ilbo newspaper reported. The newspaper quoted a South Korean businessman with a factory in Kaesong who met with government officials Thursday, a day after the North said it would shut its side of the border on Dec. 1. E siccome la Corea del Nord è cambiata ed è diventata un membro di pieno diritto della comunità internazionale, l'ultima minaccia arriva proprio mentre si infittisce il mistero intorno alla sorte di Kim Jong Il, che alcune voci vorrebbero esser stato colpito da un secondo ictus (dando per buono il primo, ovviamente). Le foto falsificate diffuse dalle agenzie non hanno certo aiutato la credibilità della propaganda di regime, a dimostrazione del fatto che le dittature sono fondamentalmente stupide. A reggere le sorti del paese sarebbe oggi il cognato di Kim, Jang Song Taek, che chi legge questo blog già conoscerà, visto che ne abbiamo parlato qualche settimana fa accreditandolo come uno dei meglio posizionati nella successione al Caro Leader. Più che di una successione in pectore in realtà si tratterebbe di una reggenza: insomma Jang starebbe prendendo ordini da un Kim ancora in grado di intendere e di volere per trasferirli agli apparati statali, partito ed esercito. A mio modesto avviso si tratta di un'ipotesi abbastanza credibile visto che difficilmente la linea dinastica sarà spezzata, anche se il tiranno non ha ancora nominato un suo successore. Jang Song Taek starebbe tenendo in caldo la poltrona o in vista di un possibile ritorno del capo supremo o nella prospettiva dell'ascesa del figlio maggiore, Kim Jong Nam, le cui quotazioni sono in salita.
I limiti della nonviolenza come ideologia. Da Gandhi ad Aung San Suu Kyi, passando per il Dalai Lama.
But probably the most surprising obstacle to Indian independence was the man who was widely supposed to be leading the campaign for it: Mohandas Gandhi. Gandhi's need for spotless moral perfection hamstrung his party's progress. His principal object was to make the Indian people worthy of freedom in the eyes of God. The object of actually achieving freedom from the British was secondary. Gandhi's most influential work, Hind swaraj, published in 1908, set out very clearly his point of view: that European civilization was corrupt, atheist and destructive, but that merely driving the British out of India would not serve to make India free. To be free, Indians needed to relinquish violence, material possessions, machinery, railways, lawyers, doctors, formal education, the English language, discord between Hindu and Muslim, alcohol and sex. It is for this reason that his campaigns so often faltered. Gandhi stood for virtue in a form purer than politics usually allows. Whenever he had to make a choice between virtue and politics, he always chose virtue. He strove for universal piety, continence and humility, regardless of the consequences. Even if a person were faced with death, or a group with obliteration, he would sanction no compromise of moral integrity. It is impossible to assess how the Indian nationalist struggle might have proceeded without Gandhi, but there are ample grounds for thinking that a more earthly campaign led by a united Congress, perhaps under the joint leadership of Motilal Nehru and Mohammad Ali Jinnah, could have brought dominion status to India in the 1920s. Gandhi 's spiritual style of leadership was a source of inspiration to millions, but, politically speaking, it was erratic. Within Congress, too, it created divisions. Congress was not a church, and Gandhi's mystical judgments were often difficult even for his closest followers to accept. Tratto da Far Outliers. giovedì, novembre 13, 2008
Birmania. Il rantolo dei condannati. I processi di Rangoon continuano tra le mura della prigione di Insein. La comunità internazionale è inebetita. Nessuno si occupa dello scempio che si sta consumando nella terra dei generali.
Se questa è la risposta Trials continued on Thursday in a Rangoon prison courtroom, where at least 19 dissidents were sentenced to up to eleven years imprisonment on charges of disturbing public order, resisting officials on duty and illegal assembly, according to informed sources. qual era la domanda? UN Secretary-General Ban Ki-moon has asked Myanmar's military government to release all political prisoners issued lengthy jail terms for participating in last year's mass pro-democracy protests. Rendetevi conto.
Sempre più soli. Che qualcosa stia succedendo in Corea del Nord è chiaro, di cosa si tratti molto meno: ieri l'annuncio della chiusura dei già scarsi valichi di frontiera con il Sud, oggi quello di limitare l'accesso di visitatori cinesi. Senza la Cina Pyongyang non può sopravvivere.
Domani ne parliamo su Nonsolocina (diretta su Il Velino radio alle 16,30, replica il sabato). mercoledì, novembre 12, 2008
Quei bravi ragazzi. Oggi la Corea del Nord ha fatto una cosa mai vista: ha denunciato un patto, anzi l'ha ridicolizzato. E' la prima volta che succede, ad eccezione di tutte le altre. Il ministro degli esteri di Pyongyang ha dichiarato che il suo governo non ha nessuna intenzione di consegnare campioni delle attività nucleari agli ispettori che visiteranno i siti stabiliti "di comune accordo" tra le parti. E questo perché l'accordo siglato il mese scorso con l'inviato di Bush, Cristopher Hill, non lo prevedeva. Il problema è che il ministro nordcoreano potrebbe avere ragione visto che i dettagli di quel patto non sono mai stati resi noti e che la fretta con cui l'amministrazione Bush ha voluto chiudere la questione potrebbe aver partorito molti gattini ciechi. E' verosimile (eufemismo all'opera) che la questione dei campioni e più in generale delle modalità di verifica sia rimasta fuori dalle pattuizioni tra le parti, per non turbare la firma dei documenti diplomatici. La Corea del Nord ha inoltre fatto sapere che senza gli aiuti energetici promessi dall'allegro quintetto (USA, Russia, Cina, Corea del Sud e Giappone) non ci sarà nessun disarmo. Il solito rilancio, la solita manfrina di fronte alla consueta arrendevolezza di chi dovrebbe agire seriamente ma preferisce non farlo. Cosa sia andato a fare Hill a Pyongyang resta una domanda destinata a trovare risposta solo quando Obama aprirà il dossier Corea del Nord. Forse.
martedì, novembre 11, 2008
Birmania. Un massacro di diritto e di dignità. Vent'anni di galera a un blogger e sessantacinque ciascuno a quattordici attivisti dell'opposizione. Sono condanne terribili, assurde, grottesche, comminate in assenza di qualsiasi garanzia legale, in processi a porte chiuse, senza avvocati (anche loro incarcerati) né testimoni. Succede in Birmania, in due oscure giornate di ordinaria repressione, in cui le autorità hanno voluto mandare un segnale inequivocabile ad una dissidenza già ridotta ai minimi termini: nessuna deviazione sarà tollerata, nessuno può sentirsi al sicuro. Il blogger è Nay Phone Latt, ventottenne di Rangoon, proprietario di tre Internet-café nell'ex capitale fino alla data del suo arresto, lo scorso gennaio, ufficialmente per aver pubblicato una vignetta satirica su Than Shwe. Ma dai sui computer erano partite alcune delle immagini e delle informazioni che fecero il giro del mondo durante la rivolta dei monaci stroncata nel sangue. Nay Phone Latt è stato condannato per diversi reati commessi in violazione di leggi sul possesso e la diffusione di materiale informativo:
"He was sentenced to two years under section 505(b) of the Penal Code, three and half years under sections 32(b)/36 of the Video Act and 15 years under section 33(a)/38 of the Electronic Communication Act," said a close friend of Nay Myo Kyaw's who asked to remain anonymous. Con lui sono stati giudicati colpevoli Thin July Kyaw, due anni, e Saw Wai, poeta, altri due anni per un messaggio cifrato pubblicato in un settimanale in cui si leggeva "Than Shwe va pazzo per il potere". Ma oggi è stato soprattutto il giorno delle sentenze esemplari imposte ai principali esponenti della Generazione dell'88, quel gruppo di ex studenti che vent'anni fa diedero vita alle prime imponenti manifestazioni anti-regime, conclusesi anche allora con un bilancio di tremila morti. Quattordici di loro passeranno il resto della loro vita in carcere, se non succede qualcosa prima: sessantacinque anni a testa per la partecipazione alla protesta del settembre 2007, l'inizio della rivoluzione zafferano poi proseguita dai monaci. Ecco i loro nomi, uno per uno: The 14 activists— Min Zeya, Jimmy (aka Kyaw Min Yu), Arnt Bwe Kyaw, Kyaw Kyaw Htwe (aka Ma Kee), Panneik Tun, Zaw Zaw Min, Than Tin, Zeya, Thet Zaw, Mie Mie, Nilar Thein, Mar Mar Oo, Sandar Min and Thet Thet Aung—were sentenced at a court inside Insein Prison, said the sources. Spiccano le figure di Nilar Thein e del marito Kyaw Min Yu (alias Jimmy), la cui vita è trascorsa tra la cella e la fuga. Nilar Thein si è nascosta per un anno mentre gli sbirri della giunta le davano la caccia, lasciando dietro di sé una bambina che potrebbe non rivedere più i genitori. L'hanno catturata, come una preda, poche settimane fa, appena in tempo per la sentenza. Altri leaders storici della Generazione dell'88 stanno ancora aspettando di conoscere la loro pena: tra questi Min Ko Naing e Ko Ko Kyi, la cui sorte è già scritta. Alla lettura della decisione Min Zeya ha urlato alla corte: "Solo 65 anni?", e poi "Non ci spaventerete", mentre i suoi compagni scandivano "Birmania libera". A Su Sun Way, attivista per i diritti dei lavoratori, sono toccati dodici anni e mezzo per "attentato alla stabilità del governo". Pochi giorni fa i suoi due avvocati si erano ritirati dal giudizio per l'impossibilità di esercitare le loro funzioni. L'eliminazione degli avvocati difensori ha preceduto le pronunce di oggi: nei giorni scorsi diversi legali sono stati condannati a pene da quattro a sei mesi per "oltraggio alla corte" e ad altri è stato di fatto impedito di rappresentare i loro assistiti. Molti hanno rinunciato prima di cominciare. In totale sono una quarantina i dissidenti vittime di questa nuova ondata di repressione, tra cui monaci, attivisti sociali, poeti e musicisti. La durezza delle pene comminate è inusuale perfino per gli standard di un regime così brutale, segno evidente di una campagna volta ad annientare anche gli ultimi barlumi di opposizione. Un massacro di diritto e di dignità, di fronte al quale è inutile chiedersi quale sarà la risposta della comunità internazionale: costernazione, indignazione e inazione. lunedì, novembre 10, 2008
La vittoria inevitabile. Non è stata un'elezione come le altre: è stato un appuntamento con la storia che gli americani non hanno voluto mancare. Il trionfo di Obama si inserisce all'interno di quella ristretta lista di eventi che caratterizzano un'epoca, scrive in questo splendido articolo Anne Applebaum, non per il suo contenuto politico (che resta da verificare) ma per il suo significato simbolico rappresentato dall'ingresso di un presidente di colore alla Casa Bianca. E' certamente vero che il personaggio Obama porta con sé un importante messaggio di svolta generazionale, che incarna le attese di cambiamento di buona parte della società americana, che si propone come energia rinnovatrice in un momento particolarmente complesso e incerto per il suo paese. Ma l'elemento definitivo del passaggio storico che l'America sta vivendo e che il voto del quattro novembre ha consacrato è la vittoria di un candidato nero, un precedente la cui portata sarà pienamente compresa solo con il tempo. E' quello che avevo provato a spiegare nell'ultimo post prima delle elezioni. Per una volta non c'è posto per pruderies moralisteggianti, che pretenderebbero di vedere nel solo accenno al colore della pelle di Obama un segnale inequivocabile di un razzismo o di un paternalismo latente, a meno di non considerare razzisti anche i quotidiani statunitensi, le cui prime pagine mercoledì scorso evidenziavano senza falsi scrupoli l'aggettivo "black" come tratto distintivo di un neo-presidente che "fa la storia" per il solo fatto di essere eletto. Così come sarebbe stato meglio evitare di analizzare la vittoria di Obama esclusivamente sotto il profilo dell'appartenenza politica, come è capitato ad alcuni bloggers e giornalisti conservatori del nostro paese, intrappolati in logiche di schieramento che, stavolta più che mai, lasciano il tempo che trovano. Di nuovo, ben diverso è stato l'approccio della destra americana, pienamente consapevole (con poche eccezioni) del significato profondo di questa svolta. L'ho scritto altre volte: la storia non basta conoscerla, bisogna anche sentirla.
But when the first black president-elect took the podium, with the new black First Lady beside him, it was impossible not to feel that something profound really had just changed, and that all kinds of other things really are now possible. If nothing else, the worst chapter of the American story--a chapter which began more than three centuries ago, when the first slave ships docked in Britain's North American colonies--had just come to an end. Early yesterday morning, black Americans were sending a short text message to one another: "Rosa sat so Martin could walk. Martin walked so Barack could run. Barack is running so our children can fly." Rosa was Rosa Parks, who refused to take a back seat on an Alabama bus. Martin was Martin Luther King, who marched on Washington and quoted the Declaration of Independence back at Americans: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal." Obama is their inheritor--and Obama knew it: "If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible," he told a cheering, weeping crowd in Chicago; and if anyone "still wonders if the dream of our founders is alive in our time... tonight is your answer." Here is something that may be hard for foreigners to understand: Americans desperately want to believe that their country stands for fairness, for equality, for democracy. It's not just about being liked abroad, though being liked is nice: it's about being certain that we still are, as we have often told ourselves, an example to other nations, a "city on a hill." In the end, it comes down to this: all Americans are told, as children, that "anyone can grow up to be president of the United States." And now, once again, we know that it's true. P.S. Consiglio la lettura del commento di Federico Punzi sullo stesso argomento. venerdì, novembre 07, 2008
Un quattro novembre americano.
![]() Obama, dopo la vittoria. McCain, dopo la sconfitta. L'America, davanti a tutti. Irraggiungibile. Tutte le altre prime pagine. domenica, novembre 02, 2008
Un'altra notte di sogni, di coppe e di campioni. Quattro anni fa la seguii in diretta con un commento fiume risultato per risultato. Questa volta, nella settimana più importante, sarò lontano dalla tastiera per ragioni di lavoro. Chi mi conosce un po' sa cosa questo significhi per me, ma finché non mi pagano per scrivere non ho alternative. Vorrei solo ribadire quanto dissi già allora: oggi vale più che mai, con l'unica differenza dei nomi dei contendenti. Aggiungo solo che, dovesse vincere Obama, non lui ma il fatto stesso della sua elezione renderebbe la città sulla collina ancora più splendente. So che i McCain boys mi capiranno.
sabato, novembre 01, 2008
Pensieri di un soldato nordcoreano. Pochi istanti prima di varcare la linea che separa le due Coree, lungo la zona demilitarizzata. Il fatto è realmente accaduto la settimana scorsa. Le parole che seguono sono una mia libera interpretazione.
E' stata la più bella notte della mia vita. Prima di addormentarmi ho guardato l'uniforme, non me la sarei più messa addosso, pesante, grigiastra, puzzolente. Nemmeno uniformi nuove ci danno quelli, eppure noi siamo qui in prima linea, a mostrare a tutti quanto radioso sia l'avvenire della nostra patria. Stanotte ho sognato che la guardavo da lontano questa patria assassina. Non l'ho mai detto a voce alta, il solo pensiero di unire queste due parole "patria assassina" mi produce un brivido freddo lungo la schiena. E non c'è un abbraccio caldo a confortarmi. Mamma è lontana e dei miei fratelli non so nulla. Le lettere non arrivano qui, ai confini del mio mondo conosciuto. Restiamo soli, io e il mio brivido. Ma non è paura, è attesa. Io so che fra poco volerò via. Dall'altra parte sono d'accordo, è tutto fatto, ne abbiamo già parlato. Poche frasi, abbiamo accento diverso ma ci siamo capiti lo stesso. Ho detto al mio nemico che volevo scappare e lui mi ha fatto un cenno con la testa. Ha risposto che sì, che mi avrebbe aiutato. Poi non l'ho più visto ma domani sarà lì, ne sono sicuro, dietro quegli occhiali scuri in cui tante volte ho visto riflesso il mio volto. E' un soldato anche lui, non mi tradirà. Io lo odiavo, ma non volevo. Mi hanno spiegato che ci avrebbero attaccato e che dovevamo stare all'erta. Che quei cani puzzolenti e i loro amici non aspettavano altro che spararci, invaderci e fare del male alle nostre famiglie. Non mi sono mai chiesto se fosse vero. Era così e mi bastava. Poi un giorno non mi è bastato più e mi ha sfiorato un pensiero ribelle. Io l'ho ucciso col mio fucile tante di quelle volte che la notte ero esausto e crollavo sulla brandina. Quando ero senza difese, quando dormivo, quel pensiero tornava a torturarmi. Non ci capivo niente. Dovevo amare il mio leader e lo detestavo. Dovevo disprezzare chi mi stava di fronte e lo cercavo. Devo essere impazzito, mi dicevo. Se i pensieri facessero rumore non arriverei mai a quella linea. Ma non fanno rumore, io lo so. Mi rimbombano dentro come cannoni ma sono miei, solo miei, l'unica cosa che mi resta. Nessuno sa che volerò via. Non me lo perdoneranno, come potrebbero? Vedo mamma piangere di nascosto, come faceva quando papà non tornava, la sera, dopo aver cercato da mangiare. Devono essere dieci anni ormai, o giù di lì, perché io ero un ragazzino e in quel periodo non andavo a scuola perché la scuola era vuota e l'avevano chiusa. Rubavo ai contadini con i miei amici di sempre, eravamo veloci come fulmini, nessuno ci prendeva. Loro non so ma io anche adesso sono veloce, a sparare. Mangio di più, forse è quello. Allora erano settimane intere di erbacce schifose che la mamma bolliva e sembravano dolci. Lei non ci diceva nulla, nemmeno quando i vicini morivano dopo averci chiesto qualcosa di quello che non bastava nemmeno per noi. Ne ho visti crollare più in quel campo davanti a casa che qui in questa strana battaglia senza colpi. Per me la guerra c'è sempre stata, la guerra è quando avevo fame e non ce la facevo più. Io non sono un traditore, non lo sono. Me ne andrò piangendo di felicità e rabbia. Me ne andrò perché oggi come allora, più di allora, non ce la faccio più. E' il segreto più grande della mia vita, sono giorni che non parlo con nessuno per non tradirmi. Siamo cavalli con i paraocchi, guardiamo solo davanti, fissiamo quel muro invisibile e restiamo in silenzio. I miei compagni non mi fermeranno, non potranno, sarò più veloce di loro, come sempre. Non mi volterò, non tornerò indietro. Ci hanno detto che di là c'è solo miseria, che le strade sono pericolose, che la polizia picchia senza pietà. Non mi sono mai chiesto se fosse vero. Era così e mi bastava. Ma poi ci ho pensato, sempre lo stesso pensiero che torna per infilzarmi come una baionetta: non ho mai visto nessuno correre da questa parte, nessuno avvicinarsi di nascosto per chiedermi di salvargli la vita. Come ho fatto io, fidandomi di quello sconosciuto, il mio nemico. E' stata la più bella notte della mia vita. Però adesso ho le gambe d'acciaio e le ali, le ho sognate stanotte ali bianche e grandi e leggere, di legno massiccio. Ma è solo un passo e di là mi aspettano. Fra poco mi manderanno un segnale, lo imploro ma ho tanta paura. Vorrei che mi prendessero per mano, come quando ero un bambino a un attimo dal pianto. Sta per finire, sta per finire, sta per finire. Ecco, mi chiamano. Non mi volto, non torno indietro. Apro le ali. E volo via. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() Asia e dintorni Normblog |