1972

giovedì, ottobre 30, 2008
Le colpe di Tbilisi. La BBC fa giornalismo e va a ripercorrere le tappe della guerra russo-georgiana di quest'estate. Il problema non è chi ha cominciato, ma chi ha fatto cosa.
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Uccidere uno sbirro non è reato. Questo signore ne ha fatti fuori sei ma forse evita la condanna a morte in un paese (la Cina) dove fino a poco tempo fa potevi finire con una pallottola nella nuca se rubavi un pollo. Il motivo è che un esercito di internauti sta prendendo le sue parti. Forse non basta ma, fossi un poliziotto cinese, comincerei  a chiedermi se ho fatto la scelta giusta.
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Le ultime dall'ex stato terrorista. La serie di informazioni contraddittorie sulla salute di Kim Jong Il annulla qualsiasi credibilità delle fonti: alla fine qualcuno avrà certamente ragione, perché il Caro Leader o è vivo o è morto, o sta bene o sta male, o governa o non è in grado di farlo. La cremlinologia al confronto era una scienza esatta. Il figlio è stato avvistato a Parigi e il presunto chirurgo a Pechino. Capisco che la curiosità in casi come questi voglia la sua parte ma in Corea del Nord da decenni succede l'inimmaginabile e non mi sembra che i media abbiano mai profuso lo stesso impegno nel descrivere la sorte dei poveri nordcoreani. Ma soprattutto nessuno sta provando a rispondere alla domanda fondamentale: che piano abbiamo per il dopo?
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Ventisette minuti e dieci secondi. Certo che se poi Obama perde...
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Secondo me votano libertarian. Notare la sottigliezza della Reuters nel dare la notizia della "dichiarazione elettorale" di Al Qaeda:

An al Qaeda leader has called for President George W. Bush and the Republicans to be "humiliated," without endorsing any party in the upcoming U.S. presidential election, according to a video posted on the Internet.
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mercoledì, ottobre 29, 2008

E all'improvviso
il regalo di un sorriso.


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Gli ultimi caduti. I combattenti più sfortunati di tutte le guerre, i morti poche ore prima che il conflitto abbia termine. Adesso qualcuno prova a dare loro un nome.
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martedì, ottobre 28, 2008
E volò via.



Era troppo vicina quella linea per non essere mai attraversata:

A North Korean soldier has defected to South Korea through the heavily fortified border dividing the two countries, an official from the South's spy agency said Tuesday, in only the second such defection in a decade.

The soldier recently approached a South Korean guard post in a central part of the Demilitarized Zone asking for asylum in the South, the NIS official said.
The soldier told South Korean officials he was frustrated by life in North Korea and concerned about his future in the communist country, the NIS official said. The official asked not to be named, citing the agency policy.

Defections across the border — one of the world's most heavily armed — are rare. The vast majority of North Koreans fleeing their communist homeland travel by land through China and Southeast Asia before arriving in the South.
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Antipasto. Tra quelli che hanno già votato ha vinto Obama 60-39. O i repubblicani preferiscono fare con calma o per McCain il prossimo sarà un martedì difficile.
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lunedì, ottobre 27, 2008
Cina. I buchi neri. La mattina del 21 settembre scorso, Xu Zhiyong, professore di telecomunicazioni all'università di Pechino riceve un sms sul suo cellulare. E' di una donna che scrive di essere rinchiusa in una black jail, una prigione nera, in pieno centro della capitale. Le black jails ufficialmente non esistono. In realtà sono parte di un complicato sistema detentivo sotterraneo, al margine di ogni legalità, usato per imprigionare al di fuori di qualsiasi procedimento giudiziario i cosiddetti petitioners, ovvero quei cittadini cinesi che si rivolgono alle autorità per denunciare soprusi da parte dei funzionari pubblici locali. Il petitioning è una tradizione che risale all'epoca imperiale e che, in assenza di uno stato di diritto e di un sistema di regole che garantiscano i diritti individuali, dovrebbe permettere una riparazione dei torti subiti per mano delle supreme istanze politiche e istituzionali del paese. In concreto ben poche di queste rimostranze arrivano allealte sfere, soprattutto perché vengono intercettate e bloccate prima dalle stesse autorità locali, per nulla interessate a che le loro malefatte vengano rese pubbliche. Ma anche quando dalle campagne i petitioners riescono a raggiungere la capitale, il più delle volte sono oggetto di retate e di intimidazioni che aggiungono sopruso al sopruso. Molti di loro finiscono nelle black jails, galere provvisorie e improvvisate all'interno dei locali di ostelli della gioventù situati, nel caso di Pechino, nella zona degli hutong, i vicoli stretti che si diramano attorno alla città proibita. Per le Olimpiadi molti hutong sono stati letteralmente spazzati via ma quelli rimasti in piedi costituiscono un luogo privilegiato per mantenere in custodia segreta i petitioners, sequestrati e detenuti come elementi antisociali. Prima, fino al 2003, era in vigore un sistema di centri di custodia e rimpatrio in cui si imprigionavano coloro che erano arrivati in città senza permesso di lavoro o di residenza, in attesa di essere rispediti a casa. Dopo la morte violenta di un ragazzo, il clamore popolare portò alla chiusura di questi  centri, in uno dei primi segnali di risveglio di un'opinione pubblica generalmente intimorita dalle violenze delle autorità. Le black jails sono oggi nient'altro che una riedizione di quella rete di carceri nascoste fra gli edifici civili, mantenute però nel segreto assoluto e la cui esistenza è ufficialmente negata.
Xu Zhiyong, dopo aver ricevuto il messaggio, si dirige immediatamente al luogo in cui la donna dice di essere rinchiusa, all'ostello della gioventù di Taiping Street, vicino al parco Taoranting. Il resoconto di quello che succede in quella visita e nelle successive è affidato al suo blog e rappresenta la prima denuncia pubblica dell'esistenza di queste carceri segrete nei centri urbani cinesi. Quando arriva sul posto il professor Xu chiede a un vicino dov'e la prigione in cui si tengono i petitioners. Per sua sorpresa l'uomo gli indica esattamente il luogo, un'entrata posteriore nell'edificio dell'ostello della gioventù. In una stanza all'interno ci sono un uomo e una donna, probabilmente i tenutari della mansione. Xu chiede loro di Wang Jinlan ma si sente rispondere che da loro non c'è nessuno con quel nome. Lui allora la chiama al cellulare e dopo qualche secondo la vede avvicinarsi ad una finestra, subito chiusa da un terzo uomo. Sei o sette energumeni lo circondano inmediatamente armati di catene, uno di loro lo colpisce e lo minaccia. “Pagherai caro quello che hai fatto”. La prima missione finisce così.
Il giorno dopo Xu ritorna sul luogo del delitto, insieme ad un amico giornalista che gli fa da palo. Gli sbirri, pagati dal governo per garantire la segretezza delle installazioni, lo stanno aspettando. Arriva anche il direttore del centro, il capo dei secondini, tale Liu al quale il professore si rivolge così: “Voi state detenendo illegalmente persone innocenti". Liu risponde che tutti quelli che si trovano nel centro sono lì per volontà propria e, contraddicendosi, che in ogni caso questo è un affare di governo e non riguarda i cittadini come lui. Xu non demorde e grida a voce alta cosa sta succedendo nella black jail proprio mentre alcuni ragazzi stanno uscendo da una vicina scuola media. Viene nuovamente aggredito e colpito mentre da dentro Wnag Jinlan gli invia questo messaggio: "Non mi lasceranno uscire. Ci sono 21 persone qui dentro. Ad una donna hanno rotto una costola". Ma dopo dieci minuti, all'arrivo della polizia locale, la donna viene fatta uscire. Xu ritorna alla prigione il 5 ottobre dopo che una telefonata lo ha avvertito del sequestro di tre bambini, figli di una donna che aveva inoltrato una petizione per protestare contro le mancate indagini su un caso di assassinio. Sono un ragazzo e due ragazze di 13 e 14 anni. Anche loro avevano comunicato alla famiglia dove si trovavano grazie al cellulare nascosto da un altro detenuto. Questa volta Xu ci va insieme ad altri due giornalisti-blogger (Zola e Doubleaf) che a loro volta racconteranno sui loro siti l'intera vicenda. I guardiani del centro li stanno aspettando e questa volta evitano lo scontro: “I ragazzi sono stati trasferiti questa mattina”, dicono come se se lo aspettassero. E' interessante perché il professore aveva annunciato quella visita il giorno prima proprio sul blog. Qualcuno l'aveva letto. Il 14 ottobre l'ultima incursione, ancora una volta terminata con un pestaggio, documentato via audio e via Twitter da uno di loro. Il blogger Isaac Mao l'ha definito la prova di come i social media stiano trasformando la Cina. L'analisi pecca di ottimismo ma è certamente vero che la realtà delle black jails non sarebbe mai emersa senza l'azione coraggiosa di un professore-blogger e di due colleghi al seguito.
Dopo i loro resoconti il SCMP (Hong Kong) ha scritto che le black jails si stanno moltiplicando in tutto il territorio nazionale in una campagna delle autorità regionali per purgare la società da elementi indesiderati quali i petitioners. Il sistema è semplice. I governi locali affittano camere in ostelli o alberghi compiacenti e strategicamente collocati al riparo da sguardi indiscreti: 150 yuan a persona, più persone in una stanza. Poi si comprano i servizi di delinquenti e picchiatori professionali per tenere lontani i curiosi: 1000 yuan per un pestaggio leggero, 3000 per una dose più intensa.
Xu elenca 4 buchi neri a Pechino: oltre al Youth Hostel, il Fenglong Hostel, il Juyuan Hotel e il Jingyuan Hotel. Se dovete viaggiare in Cina tenete a mente questi nomi. L'industria del sequestro e delle sparizioni è molto fiorente nella Cina dell'efficienza autoritaria. Tutte le menzogne del soft power raccontate dalla vulgata benevolente vengono inghiottite dalle decine di storie dell'orrore che descrivono la realtà di questo paese, per molti versi ancora spaventosa.
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La vita del PD in otto minuti. Monologhetto spettacolare (trovato su Wittgenstein, che quando fa parlare gli altri dà il meglio si sé).
P.S. Polito ha risposto a Sofri come Sofri risponde a tutti gli altri. O almeno a me.
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domenica, ottobre 26, 2008
L'asse del malato. Non è un buon momento per i dittatori. Dopo Kim Jong Il, il compare Ahmadinejad.
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Cuba. Vie di scampo. L'impunità dei pazzi, o dei bambini.
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In cattività. Il documentario girato da Hu Jia, recente premio Sacharov, prima del suo arresto. Va visto per capire cos'è la vita in Cina per i dissidenti, ante e post-Olimpiadi. Qui l'ultima volta che la moglie lo ha visitato in galera.
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Giornalismi. Nuovi dettagli sulla morte di Haider. Ecco cosa Repubblica considera di pubblico interesse (grassetto mio):

Nell'urto - secondo le nuove foto - gli occhiali di Haider (firmati Donna Karan) sono volati fuori dall'abitacolo. La sua scarpa destra (firmata Marke Ludvig Reiter, circa 400 euro) è finita su un prato.
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Fine della "Via di Mezzo"? Il Dalai Lama getta la spugna. E forse non tutto il male vien per nuocere.
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sabato, ottobre 25, 2008
La Cina in Africa. I nuovi negrieri. Pochi giorni fa nove lavoratori cinesi dell'industria del petrolio di stanza in Sudan sono stati sequestrati da un gruppo armato che chiede l’uscita delle compagnie asiatiche dal paese. L'agguato è avvenuto vicino alla regione del Darfur e non è la prima volta che da quella zona di territorio partono attacchi contro interessi cinesi. Negli ultimi tempi i ribelli che combattono contro il governo di Bashir hanno più volte compiuto incursioni contro installazioni petrolifere. Pechino si è affrettata a chiarire che l'incidente non metterà a rischio i rapporti di collaborazione che la legano al regime sudanese perché, come noto, la Cina è probabilmente il più grande sponsor politico e finanziario del governo di Karthoum ed il suo ruolo nel genocidio in corso nel Darfur è un segreto di pulcinella che la comunità internazionale come al solito custodisce gelosamente. Il rapimento è certo un episodio che potrebbe non avere conseguenze maggiori ma allo stesso tempo un segnale delle profonde ferite provocate dall’innesto di uomini, tecnologie e capitali cinesi in territorio africano. Per la Cina l'Africa è un nuovo far west, terra di conquista e di sfruttamento, vero e proprio serbatoio di risorse e manodopera a basso costo. Ogni anno le percentuali che indicano il cojnvolgimento di Pechino negli affari del continente africano aumentano vertiginosamente. Le ragioni dell'invasione cinese - ché non di investimento ma di vera e propria colonizzazione si tratta - sono diverse: da una parte la fame di materie prime e risorse energetiche, una vera e propria costante nella contemporaneità del gigante asiatico; dall'altra la necessità di una manodopera a bassissimo costo, adesso che il mercato del lavoro cinese si sta gradualmente emancipando a livello salariale (almeno nelle grandi industrie dei principali centri urbani); poi la conquista di nuovi mercati, e in questo senso il potenziale dell'Africa è stato sempre colpevolmente sottovalutato dall’occidente. Ma alla base della neocolonizzazione cinese c'è soprattutto la volontà di espansione e di influenza a livello geostrategico attraverso un piano di creazione di stati vassalli legati da rapporti di dipendenza con Pechino. La Cina sta diventando non solo uno spregiudicato concorrente economico per un occidente ormai stranito ma anche un pericoloso esportatore di instabilità e di autocrazia. Quello dei cinesi infatti non è certo il ruolo del partner commerciale né quello del protettore benevolente: piuttosto quello del negriero.
Sul britannico Daily Mail, Peter Hitchens ha pubblicato uno straordinario reportage dall'inequivocabile titolo di "Come la Cina ha creato un nuovo impero schiavista in Africa". Il giornalista si sofferma in particolare su due realtà di questo imperialismo (questo sì che lo è) dai tratti schiavisti, la Zambia - formalmente una democrazia in transizione, sostanzialmente un protettorato cinese - e il Congo, sempre in bilico fra tregua e guerra civile, una delle nazioni più martoriate del pianeta. Hitchens visita le miniere di cobalto e di rame, le bidonville in cui vivono i disperati e le loro famiglie, i quartieri del degrado pre e post-moderno, i cantieri della morte dove le norme di sicurezza  non è che siano violate, semplicemente non esistono. "Vederli, mentre trascinano penosamente il passo", scrive, " ricorda le immagini dei minatori disoccupati nell'Inghilterra degli anni 30 (...) La differenza è che il calore implacabile rende il lavoro cinque volte più duro e le condizioni di vita e di lavoro sono di gran lunga peggiori di quelle dell'Inghilterra del XVIII secolo". Come una colonia penale in un antico impero di schiavi. "Per disperazione, continua, un intero continente si sta vendendo in una nuova era di corruzione e di schiavitù virtuale, mentre la Cina cerca di comprare tutti i metalli minerali e petrolio che può: rame per cavi elettrici e telefonici, cobalto per cellulari e motori di aerei, le materie prime essenziali per la vita moderna". La Cina promette prestiti ingenti ai governi, costruzione di infrastrutture, annullamento dei debiti e ottiene in cambio il via libera per installare uomini e mezzi in un'avventura predatoria potenzialmente illimitata. I cinesi si portano tutto da casa: macchinari, know-how, supervisori, tecnici, a volte persino manodopera non qualificata. Costruiscono le loro scuole, i loro ospedali, i loro centri commerciali, piantano le loro bandiere come se si trattasse di un terreno vergine. Nei cantieri gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: i controlli sulla sicurezza vengono evitati con una buona mancia e il giro di corruzione si sta moltiplicando. La vita dei lavoratori locali vale meno di niente. Nel 2005 a Chambishi, nello Zambia, più di cinquanta persone persero la vita in un'esplosione in miniera. I cinesi ci sono abituati: ogni anno sono centinaia gli incidenti di questo tipo, la maggior parte dei quali passati sotto silenzio. Ma agli africani la morte fa ancora qualche effetto. Chi chiede spiegazioni si sente rispondere così dai nuovi padroni: “In Cina muoiono 5000 persone e non succede niente. Nello Zambia ne muoiono 50 e tutto piangono”. Ma il silenzio del governo locale è garantito dalla cancellazione del debito dello Zambia e soprattutto dalla longa manus cinese a determinare il risultato elettorale delle ultime presidenziali a favore di quel Movement for Multiparty Democracy al potere da quasi vent’anni. Ironia della storia, in Cina nemmeno si vota. In Congo invece si sono comprati tutto con la corruzione, dice Sata, principale esponente dell’opposizione sconfitta del 2006. Tutti in Africa sono al corrente dei Congo deal: 5 miliardi di dollari in prestiti strade ospedali e scuole per le élites al potere. La gente non vede un quattrino ma a nessuno importa.
Tutto questo è successo sotto gli occhi dell’occidente: i cinesi si mangiano un continente mentre le democrazie inviano aiuti e stilano programmi anticorruzione. Una strategia perdente, se non supportata da una volontà politica di sviluppo. Perché lo sviluppo promesso dai cinesi è una menzogna, costruita ad uso e consumo dei colonizzatori e delle classi dirigenti locali. Qual è la nostra reazione di fronte a questo scempio in divenire? Sono due dollari al giorno di salario un'alternativa degna alla prospettiva di morire di fame? Degna certamente no, ma forse l’unica alternativa, in assenza di un risveglio civile dell’occidente che ha abbandonato l’Africa al suo destino, consegnandola al PCC. Se l’Europa dorme, l’America almeno prova ad organizzarsi. E’ questa una delle tante eredità che il perfido Bush lascerà al suo successore, una visione africana da concretizzare. Per ora questa visione si chiama AFRICOM ed è un comando integrato formato da personale civile e militare e composto da esperti del tesoro, del dipartimento di stato, del commercio estero e dell’esercito. La sua funzione dichiarata è coordinare le relazioni militari con 53 nazioni africane ma la sua missione è anche civile e diplomatica. Obiettivo: contenere l’espansione cinese in Africa, economicamente e militarmente. La proliferazione di armi leggere è uno dei principali grattacapi di Washington, impegnato anche in Africa nella lotta antiterrorista. Sudan, Zimbabwe e Nigeria hanno stretto alleanze militari con Pechino e se i despoti dei primi due paesi sono ancora in sella nonostante le condanne internazionali è solo perché Hu Jintao e compagni continuano a bloccare ogni iniziativa volta a neutralizzarli. Pechino consolida i regimi illiberali ed esporta instabilità attraverso la sua azione espansiva. Ciò di cui gli antiamericani accusano gli Stati Uniti lo sta attuando invece concretamente la Cina senza che nessuno si scandalizzi. Per alimentare la sua presunta stabilità interna il PCC ha bisogno di rendere conflittive altre aree del pianeta, prima di tutto per sottrarle alla potenziale influenza americana e poi per giocarsele sullo scacchiere internazionale. Il soft power cinese è una storia per fare addormentare i bambini. Conclude Peter Hitchens: “ Forse, dopo due secoli di ipocrisia, questi metodi funzioneranno dove altri interventi hanno fallito. Ma dopo aver visto la amara e violenta disperazione nelle miniere di Likasi, mi riesce difficile credere che da tutto questo possa nascere qualcosa di buono”.
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venerdì, ottobre 24, 2008

Di fronte
capelli color rame,
un velo nero
sulla pelle scura,
la presenza assente,
l'attesa vana,
come di qualcosa
che non si comprende.
Non saprò mai il tuo nome
ma vorrei
che continuassi a sorridere.


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Pensieri. I blog in Italia. Una generazione sprecata.
P.S. Non è un ragionamento, è una sensazione.
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mercoledì, ottobre 22, 2008
Birmania. La fine di un'illusione. Sotto lo pseudonimo di Norman Robespierre, l'autore di questo ampio e documentato articolo pubblicato da Asia Times, affronta un argomento tabù nel campo pro-democratico fuori e dentro la Birmania: a cosa sono serviti vent'anni di opposizione nonviolenta al regime militare? Se si guardano i fatti il quadro è desolante: al di là del Nobel per Aung San Suu Kyi, siamo di fronte ad una realtà in cui la giunta ha progressivamente rafforzato il suo potere mentre la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) e la sua leader sono stati ridotti ad un ruolo puramente testimoniale, direi ormai virtuale. Tempo fa scrivevo che Aung San Suu Kyi, pur avendo mantenuto inalterata la sua statura simbolica e morale, politicamente era un'anatra zoppa, che i generali utilizzavano nel loro gioco di intimidazione e logoramento degli avversari. Dovessi scrivere un libro sulla sua figura, partirei da qui. L'analisi di Asia Times si sofferma sia sulla praticabilità di una strategia di opposizione nonviolenta ad un regime fondato sulla violenza, sia sullo stato attuale della NLD e dei movimenti ad essa collegati. Il giudizio è impietoso ma purtroppo giustificato. Le basi dello State Peace and Development Council, invece di traballare, sono vent'anni dopo sempre più salde, anche grazie al miope disinteresse della comunità internazionale per la situazione birmana. Perfino fisicamente la battaglia nonviolenta dei seguaci di Aung San Suu Kyi sembra oggi definitivamente persa.
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martedì, ottobre 21, 2008
Bush ha aiutato l'Africa. Va be', l'ha detto l'uomo più inutile del mondo, ma non ho ancora letto la notizia sul Corriere.
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Balla coi lupi. McCain sul patto scellerato con i nordcoreani e su Madeleine Albright:

"It's a decision that I hope we don't regret over time because the North Koreans have a long pattern of breaking--a long history of breaking agreements that are not verifiable. I was very critical of the Clinton agreement--the Agreed Framework as I recall--because I didn't think that one was verifiable and I don't think this one is verifiable."

"She had a very nice experience with children dancing while the gulag--the largest gulag in the world continued to function."

Obama su questo punto deve ancora chiarirsi le idee.
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Endorsement (doppio). Sarò sincero. Politicamente spero che McCain prevalga. Ma personalmente sono curioso di vedere all'opera Obama, per una serie di ragioni che proverò forse a spiegare un giorno qualunque. Una di queste è vedere la faccia che faranno europei e sinistra regressista quando si accorgeranno che essere presidente degli Stati Uniti è affare alquanto diverso dal governare una qualsiasi democrazia europea. Quando si troveranno di fronte ad un signore giovane, elegante e nero che, invece di rivoltare l'America come un calzino, sceglierà tra pragmatismo e ideali la via da seguire. Molte volte ripercorrendo il cammino del suo predecessore. Quando assisteranno increduli al primo intervento armato dell'altra America, che sarà per fortuna la stessa di prima. Quando torneranno bruscamente alla realtà dopo aver creduto alle loro favole. Ecco, fosse anche solo per questo, Obama merita un'opportunità.
P.S. Camillo illustra il copione.
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Obama santo subito. Titoli agiografici.
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lunedì, ottobre 20, 2008
La pesantezza. Non so se credo a Kundera, ma certamente credo ad Havel:

"Milan, keep a detached view! Worse things may happen to man on his path in life, but defamation in the press," Havel writes.
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Più di questo. Ancora sugli Stati Uniti come right nation. Un concetto che, seppur in parte condivisibile, non definisce e certamente non esaurisce la natura politica dell'America. In due parole: se vince Obama il paese cambia pelle ma il corpo e lo spirito rimangono gli stessi. Non perché di destra ma perché americani.
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Cina. Terra concessa (quasi). Pare che a Pechino abbiano effettivamente deciso di prestare la terra ai contadini. Qui l'antecedente.
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Le conseguenze del timore. Ecco cosa gli Stati Uniti hanno perso credendo e cedendo di nuovo alla Corea del Nord. Ma c'è molto altro.
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L'essenza dell'America. Bisogna dire che, comunque vada, questa di Colin Powell finora è la frase della campagna elettorale:

He's a Christian. He's always been a Christian.
But the really right answer is: What if he is? Is there something wrong with being a Muslim in this country? The answer is: No, that's not America. Is there something wrong with some 7-year-old Muslim-American kid believing he or she can be President?
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domenica, ottobre 19, 2008
Non è tutto vantaggio quel che luccica? Qualcuno comincia a mettere le mani avanti. Strano segnale.
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Ritorni. Oggi è il giorno in cui a Colin Powell i media hanno perdonato la storia delle fialette.
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Complimenti e auguri. Andrew Sullivan è riuscito a scrivere quattro paginate spiegando perché ha un blog. Lo pagano anche, ma questo non l'ha detto.
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Dì una sola parola. Quel che succede quando ci si mette nelle mani dei tiranni:

North Korea could issue an important message on Monday, a Japanese newspaper reported on Sunday, although South Korea said no significant military moves have been detected in their communist neighbor.
On Saturday, Japan's Yomiuri Shimbun newspaper reported that multiple unidentified sources had said North Korean diplomats had been told to stay close to their embassies and await "an important message."


Tutti col naso al balcone.
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Di canzone in canzone
di casello in stazione
abbiam fatto giornata
che era tutta da fare
la luna ci ha presi
e ci ha messi a dormire
o a cerchiare la bocca
per stupirci o fumare
come se gli angeli fossero lì
a dire che si
è tutto possibile

Buonanotte all’Italia deve un po’ riposare
tanto a fare la guardia c’è un bel pezzo di mare
c’è il muschio ingiallito dentro questo presepio
che non viene cambiato, che non viene smontato
e zanzare vampiri che la succhiano lì
se lo pompano in pancia un bel sangue così
Buonanotte all’Italia che si fa o si muore
o si passa la notte a volerla comprare
come se gli angeli fossero lì
a dire che si
è tutto possibile
come se i diavoli stessero un po’
a dire di no, che son tutte favole

Buonanotte all’Italia che ci ha il suo bel da fare
tutti i libri di storia non la fanno dormire
sdraiata sul mondo con un cielo privato
fra San Pietri e Madonne
fra progresso e peccato
fra un domani che arriva ma che sembra in apnea
ed i segni di ieri che non vanno più via
di carezza in carezza
di certezza in stupore
tutta questa bellezza senza navigatore
come se gli angeli fossero lì
a dire che si
è tutto possibile
come se i diavoli stessero un po’
a dire di no, che son tutte favole

Buonanotte all’Italia con gli sfregi nel cuore
e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere
e la guarda distratto come fosse una moglie
come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie
e una stella fa luce senza troppi perché
ti costringe a vedere tutto quello che c’è
Buonanotte all’Italia che si fa o si muore
o si passa la notte a volersela fare...

(Ligabue - Buonanotte all'Italia)
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sabato, ottobre 18, 2008
Eccesso di maverick. Sarah Palin non è quello che di lei dice la sinistra. E' semplicemente un errore politico.
Update. Qui si tenta un'analisi un po' più approfondita del perché la Palin ha innervosito così tanto i conservatori che contano.
Update/2. Comunque anche oggi il vantaggio di Obama è un po' meno ampio di quello di ieri.
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venerdì, ottobre 17, 2008
Cina. Terra promessa.



C'era attesa in Cina per l'esito dell'ultima riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista, un fatto già di per sé singolare visto che normalmente questi meeting non sono certo forieri di novità eclatanti né tantomeno le deliberazioni adottate vengono date in pasto all'opinione pubblica. Ma stavolta l'ordine del giorno prevedeva una serie di misure riguardanti la riforma agraria che, se approvate, costituirebbero un primo importante passo verso quella privatizzazione della proprietà della terra che gli esperti considerano fondamentale nel processo di sviluppo, incalzante ma incompleto e contraddittorio, dell'Impero di Mezzo. In Cina le terre sono ancora proprietà collettiva, cioè dello stato, il quale concede solo un diritto di uso trentennale ai contadini. E' un residuo dell'epoca maoista, un bastione di quel comunismo ortodosso che, contariamente a quanto in genere si ritiene, non resta confinato alla sfera politica ma condiziona ancora parte di quella economica. La riforma dovrebbe garantire agli agricoltori la possibilità di noleggiare, trasferire, vendere i loro diritti di utilizzo delle terre o darli in garanzia per ottenere crediti dalle banche: un'apertura che tuttavia non si spingerebbe fino al riconoscimento della proprietà individuale, ancora tabù in ambito agricolo. Gli obiettivi dichiarati della riforma sono l'aumento dell'efficienza nella produzione agricola, il miglioramento progressivo delle entrate dei contadini (da raddoppiare entro il 2020), la riduzione del gap agroalimentare con l'occidente e gli Stati Uniti in particolare, lo stemperamento delle tensioni sociali che i costanti abusi dei funzionari pubblici nei villaggi cinesi stanno provocando, con gravi ricadute su quella armonia sociale così cara alla propaganda di Pechino. Il condizionale è d'obbligo, però. Infatti, nonostante i nuovi provvedimenti fossero annunciati da settimane dalle agenzie di stampa statali e nonostante la visita di Hu Jintao in persona ad un villaggio modello della campagna cinese, nel documento finale che ha chiuso la riunione dei 368 del Comitato Centrale non era presente nessun cenno a concrete misure di liberalizzazione in materia. Solo un vago e generico richiamo alla necessità di "portare avanti le riforme agrarie e di emancipare le menti".
Marcia indietro? E' presto per dirlo perché sarà solo nel prossimo mese di marzo che l'Assemblea Nazionale sarà chiamata a ratificare ufficialmente le decisioni prese la settimana scorsa dagli alti dignitari del partito. Ma c'è chi insinua che la linea dura abbia vinto ancora una volta all'interno del PCC. Sulla questione agraria si scaldano i cuori dei fedelissimi alla linea del comunismo duro e puro che avvertono che un rilassamento del controllo statale sull'economia agricola, seppur parziale, produrrebbe disordini sociali con conseguenze gravi per la tenuta del Partito al potere. Hu Jintao, da parte sua, si è dimostrato tutt'altro che un riformista in questi anni e, pur avendo esperienza diretta delle condizioni degli agricoltori, non ha né la volontà né la forza per imporre una riforma sostanziale: "nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che si continui la tendenza sperimentale invece di perseguire una trasformazione ideologica di fondo", osserva  in un'intervista a Time Russel Moses, analista di cose cinesi. In realtà qualunque sia la portata reale della riforma annunciata, la stessa è destinata a scontrarsi con il più grosso ostacolo sulla via della modernizzazione definitiva dell'ex grande proletaria: l'assenza di uno stato di diritto, di un insieme di regole condivise che garantiscano la correttezza delle transazioni e proteggano in questo caso i contadini dai soprusi del potere politico ed economico. "L'implementazione della legge è un fattore chiave", spiega Keliang Zhu, avvocato del Rural Development Institute, con base a Seattle. "Dobbiamo assicurare che le istituzioni supportino lo sviluppo delle leggi e delle politiche di riforma". Un obiettivo ancora lontano nella Cina del Partito Comunista che continua a non risolvere la contraddizione insita nella struttura stessa di un partito-stato: come conciliare potere e legalità, come istituire un sistema di regole cui anche la classe dirigente debba sottostare, senza cedere porzioni di autorità. Si tratta di una dicotomia irriducibile: dove c'è il potere assoluto del partito non ci sono vere riforme; dove ci sono vere riforme non c'è più il potere assoluto del partito. 
Uno degli effetti che il nuovo regime di trasferimento dei diritti potrebbe generare sarebbe la creazione di aziende agricole in grado di competere sul mercato globale, quando oggi l'agricoltura cinese resta confinata ad una dimensione prettamente familiare, rivolta al consumo interno; posto che la vera rivoluzione agraria si avrà solo nel momento in cui sarà riconosciuta la proprietà privata delle terre, certamente la possibilità di concentrare i diritti d'uso di molti contadini in un solo soggetto giuridico implicherebbe una trasformazione delle dinamiche attualmente esistenti nel campo. Inoltre consentirebbe un'emigrazione più responsabile e in un certo senso più sicura verso le città, dal momento che i contadini avrebbero le spalle coperte - almeno in parte - dai benefici derivati dalle transazioni compiute. Questo in teoria. In pratica la Cina di oggi è patria di uno sviluppo senza regole, se non quella dell'arbitrio dei potenti sugli umili, e nessuno è in grado di scommettere sulla corretta implementazione di un'eventuale serie di misure liberalizzatrici al riparo dai consueti abusi.
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Deliri da inizio millennio/2. Forse chi ha già resuscitato Manifesto, Capitale e Imperialismo, fase suprema del capitalismo farebbe meglio a leggere nel fine settimana tre pezzi dell'Economist sull'attuale crisi finanziaria (editoriale e doppia analisi). Il fatto è che le proprie conquiste bisogna saperle difendere nei momenti difficili, soprattutto quando hanno garantito felicità, benessere e sviluppo contro sofferenza, indigenza e arretratezza. Battere in ritirata di fronte ai problemi, intonare mea culpa innecessari, rifugiarsi nella consolante caverna degli sconfitti della storia, più che da liberali pentiti è da stupidi impenitenti.

Over the past century and a half capitalism has proved its worth for billions of people. The parts of the world where it has flourished have prospered; the parts where it has shrivelled have suffered. Capitalism has always engendered crises, and always will. The world should use the latest one, devastating though it is, to learn how to manage it better.

Capitalism is at bay, but those who believe in it must fight for it. For all its flaws, it is the best economic system man has invented yet.
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giovedì, ottobre 16, 2008
La terza che hai detto.

Nessuno sa chi è veramente Obama, soprattutto nessuno sa immaginare che tipo di presidente sarà, una volta vinte le elezioni. Le sue proposte, le sue dichiarazioni, i suoi programmi sono al tempo stesso condivisibili da chi non ha intenzione di votarlo, ma anche distanti anni luce. Non si capisce se Obama è il candidato che, all’inizio della sua avventura, si presentava come l’unico politico capace di chiudere una volta per tutte la guerra culturale nata negli anni Sessanta o se è l’esponente più radicale e di sinistra di una delle due fazioni. Oppure, terza ipotesi, se è uno dei politici più cinici della recente storia americana, non a caso cresciuto nell’ambientino di Chicago.
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Deliri da inizio millennio. Falliscono due banche e tutti a rispolverare Marx e Lenin. Ma siete impazziti?
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mercoledì, ottobre 15, 2008
"Struttura aperta". Veltroni che spiega YouDem è imperdibile. Il bello è che poi questi andranno tutti a festeggiare Obama. Ma Dem sta per democratico o per demente?
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L'accordo del secolo. Per Pyongyang:

North Korea on almost any score card was the victor, by a wide margin, in the latest round of the great bargaining game over its nuclear program. All that was needed to intimidate the United States into deciding the North is no longer spreading terror beyond its borders was some rhetoric - and moves that may have been play-acting to give an appearance of resuming production of nuclear warheads.

The gesture that got Bush to back down from his refusal to take the North off the terror list after the North had shut down the facility's five-megawatt reactor was to bar inspectors from the International Atomic Energy Agency (IAEA) from entering the complex. That decision kept them away from not only the reactor but also facilities for reprocessing spent fuel rods from plutonium and fabricating warheads.


Tristezza.
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Venti di guerra. Si spara al confine tra Thailandia e Cambogia. Il conflitto riguarda una striscia di terra contesa intorno al tempio khmer di Preah Vihear. Ne avevo parlato in una puntata di Nonsolocina circa due mesi fa.
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La spia che venne dal nord. Una di quelle storie che sembrano scritte apposta.
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La certezza della pena. Il processo contro i due giornalisti vietnamiti è già finito: condanna a due anni per uno di loro, perdono della corte per l'altro, dichiaratosi colpevole.
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martedì, ottobre 14, 2008
Il rituale dell'assurdo. Anne Applebaum sulla incredibile quanto prevedibile decisione dell'amministrazione USA di depennare la Corea del Nord dalla lista di stati terroristi:

Still, how this White House, which for so long opposed any negotiations with North Korea, rationalizes these talks to itself is anyone's guess. Perhaps this is some kind of holding pattern. Maybe they think the almost invisible dictator, Kim Jong Il, is really dead. Or maybe they fear that otherwise Pyongyang will explode another surprise nuclear device on -- say, the day of the U.S. elections.
What this cannot possibly be is a genuine negotiation, by which I mean one whose ultimate outcome will be the dismantling of North Korea's nuclear program or the warming of relations between North and South. Such a negotiation, based on genuine trust, real verification procedures and cooperation is possible only with a regime that understands the concept of trust, procedures and cooperation -- a regime, in other words, very different from the one currently in power in North Korea, in whatever terms it is officially defined.

Vedi anche qui.
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Il silenzio continua. Ne avevo scritto lo scorso giugno per Liberal. Oggi Nguyen Van Hai e Nguyen Viet Chien sono comparsi in tribunale per la prima volta dopo cinque mesi dall'arresto. Sono giornalisti che hanno osato troppo, ultime vittime della censura di stato in Vietnam.
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Le bluff. L'illusione Sarkozy è finita presto. Per chi si era illuso, ovviamente.
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Non c'è pace senza giustizia. In attesa di essere condannati per i crimini commessi al potere, i khmer rossi lo sono per quelli compiuti in clandestinità. Lentamente la Cambogia diventa grande.
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Lo so, l'ho già detto. Che a personaggi come Thabo Mbeki siano affidate le sorti dei colloqui tra governo e opposizione in situazioni critiche come quella dello Zimbabwe dà la misura esatta dello stato comatoso in cui versano le relazioni diplomatiche internazionali. E' che non mi capacito.
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lunedì, ottobre 13, 2008

Ojalá que las hojas no te toquen el cuerpo cuando caigan
para que no las puedas convertir en cristal.
Ojalá que la lluvia deje de ser milagro que baja por tu cuerpo.
Ojalá que la luna pueda salir sin ti.
Ojalá que la tierra no te bese los pasos.

Ojalá se te acabe la mirada constante,
la palabra precisa, la sonrisa perfecta.
Ojalá pase algo que te borre de pronto:
una luz cegadora, un disparo de nieve.
Ojalá por lo menos que me lleve la muerte,
para no verte tanto, para no verte siempre
en todos los segundos, en todas las visiones:
ojalá que no pueda tocarte ni en canciones

Ojalá que la aurora no dé gritos que caigan en mi espalda.
Ojalá que tu nombre se le olvide a esa voz.
Ojalá las paredes no retengan tu ruido de camino cansado.
Ojalá que el deseo se vaya tras de ti,
a tu viejo gobierno de difuntos y flores.

Ojalá se te acabé la mirada constante,
la palabra precisa, la sonrisa perfecta.
Ojalá pase algo que te borre de pronto:
una luz cegadora, un disparo de nieve.
Ojalá por lo menos que me lleve la muerte,
para no verte tanto, para no verte siempre
en todos los segundos, en todas las visiones:
ojalá que no pueda tocarte ni en canciones
Ojalá pase algo que te borre de pronto:
una luz cegadora, un disparo de nieve.
Ojalá por lo menos que me lleve la muerte,
para no verte tanto, para no verte siempre
en todos los segundos, en todas las visiones:
ojalá que no pueda tocarte ni en canciones........

(Silvio Rodríguez - Ojalá)
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Apparizioni. Quelli dell'ufficio stampa di Kim hanno pubblicato una immagine di Kim dicendo che era dell'altro ieri e che quindi il suddetto Kim sta benissimo. Solo che è la stessa foto di Kim scattata due mesi fa, pure con gli stessi soldati e un bel sole estivo dietro le spalle dell'immortale. Settimana scorsa Kim era stato visto allo stadio e poi in televisione mentre visitava una divisione femminile dell'esercito. Insomma Kim è un po' dappertutto anche se nessuno sa dov'è. Dietro al fantasma di Kim sta correndo tutto il Dipartimento di Stato americano in una delle più umilianti atmosfere da fine mandato che si ricordino. Fra cento giorni Bush va a casa ma Kim e il suo fantasma saranno ancora lì, a perpetuare l'ignominia. Kim è un genio. Noi no.
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Pop Krugman. Il Nobel più facile, adesso che Bush è alla fine, la crisi all'apice e Obama alle porte.
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domenica, ottobre 05, 2008
Corea del Nord. La sceneggiata nucleare.
Articolo lungo
.
Invece di dimettersi insieme alla sua squadra di collaboratori, Christopher Hill, rappresentante del Dipartimento di Stato americano per l'estremo oriente asiatico, è tornato in missione in Corea del Nord. Evidentemente fallimento chiama fallimento e la fine dell'illusione sull'accordo nucleare con Pyongyang, bruscamente interrotta dall'ennesima retromarcia di Kim Jong Il, o di chi per lui, ha generato una reazione disperata da parte di un'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli, formalmente e sostanzialmente. Il patto sulla denuclearizzazione della Corea del Nord è stato sbandierato per mesi come un obiettivo raggiungibile e infine raggiunto, nel corso dei negoziati a sei. Lo smantellamento del reattore di Yongbyon in diretta televisiva sembrava suggellare la nuova considerazione del regime affamatore di Pyongyang come partner, interlocutore riammesso nella comunità delle nazioni. Poi la doccia fredda ha riportato i "realisti" alla realtà: la Corea ha annunciato la ripresa dell'attività del reattore e ha imposto all'agenzia di controllo Onu la rimozione dei sigilli e delle telecamere di sorveglianza.
In questa circostanza, ancor più che nelle precedenti, gli Stati Uniti hanno commesso errori a ripetizione. Prima di tutto il peccato originale: nonostante le lezioni della storia recente, essersi nuovamente seduti al tavolo con lo stato-canaglia per eccellenza, non solo regalando a Kim Jong Il una parvenza di rispettabilità e una vetrina internazionale come se si strattasse di un interlocutore affidabile e di pari livello ma soprattutto esponendosi all'ennesima manipolazione da parte del dittatore. Il gioco di Kim è sempre lo stesso: fingere un accordo la sera prima e farne carta straccia la mattina dopo; usare il ricatto nucleare per alzare la posta delle concessioni o prendere tempo; illudere la diplomazia internazionale ben sapendo che le condizioni pattuite non lo vincoleranno. L'appeasement, ormai l'unica strategia delle diplomazie internazionali nel trattare con la Corea del Nord, ha insegnato al tiranno di Pyongyang che il mancato rispetto dei patti non comporta conseguenze. E' nella convinzione - a questo punto legittima - dell'impunità che il mondo paranoico di Kim Jong Il si muove costantemente. Il secondo errore è stato quello di aver permesso che il documento sottoscritto dalle parti nell’ottobre 2007, pur vincolando la Corea a presentare una dichiarazione dettagliata sulle sue attività in ambito nucleare, non contenesse nessun riferimento concreto ad una serie di questioni fondamentali: l’attuale esistenza di ordigni nucleari, il programma di arricchimento dell’uranio, la proliferazione nucleare con partners atomici come la Siria e l’Iran; ma soprattutto il documento lasciava totalmente aperte le interpretazioni sui meccanismi di verifica e monitoraggio degli impianti, volti a constatare l’adempimento del regime ai suoi impegni di smantellamento delle strutture nucleari. Questa omissione è alla base dell’attuale stallo e ha fornito a Pyongyang il pretesto per accusare Washington di non aver mantenuto la promessa di derubricare la Corea del Nord dalla lista degli stati terroristi; ma, quel che è peggio, ha esposto l’amministrazione Bush alle critiche feroci della stampa americana liberal che non ha perso occasione per prendere le parti del nemico pur di mettere in cattiva luce anche l’ultima delle iniziative del presidente uscente. Se è vero che al momento della dichiarazione nordcoreana gli Stati Uniti avevano chiaramento specificato in un documento del dipartimento di stato che la rimozione dalla lista terrorista era subordinata alla definizione dei criteri di verifica del disarmo, è altresì vero che nessun cenno a questa condizione era presente nell’accordo di ottobre. E se sembra del tutto ragionevole che la sostanziale riammissione nella comunità delle nazioni di uno stato pariah che ha più volte dimostrato la propria natura fraudolenta debba dipendere da riscontri effettivi, non sono evidentemente di questo avviso editorialisti e commentatori dei principali quotidiani della sinistra americana che hanno rispolverato le accuse ai “falchi” dell’amministrazione per ripetere sostanzialmente le tesi di Pyongyang: che le misure richieste da Washington sono inaccettabili e che di fatto hanno causato la rottura del negoziato. Il che è doppiamente paradossale se si pensa che i cosiddetti “falchi”, primo fra tutti John Bolton, sono stati chiaramente emarginati in questa fase dei negoziati per lasciare spazio al “realismo” dei moderati del dipartimento di stato; e che la Corea del Nord alla prima occasione ha minacciato di riprendere l’attività nucleare alla cui cessazione si era impegnata solo pochi mesi prima, dimostrando come nella psicologia di Pyongyang la trattativa sia solo un’arma di ricatto, una trappola nella quale immancabilmente cadono, per un ingenuo wishful thinking o per una di quelle profezie autorealizzanti che invece non si realizzano mai, le diplomazie delle nazioni coinvolte nei negoziati. L’attacco del NYT è frontale:

It has never been clear whether Pyongyang really meant to give up all of its weapons.
In this case, the Bush administration bears much of the blame.

Over the past two years, Secretary of State Condoleezza Rice and a competent team of diplomats have been running the show. But now it looks as if Mr. Cheney and Co. are back in charge. The administration is insisting that before it will remove North Korea from the terrorism list, Pyongyang must first accept a plan for verifying its nuclear programs that only a state vanquished in war might accept.

The North Koreans have cheated in the past and still are not answering key questions about their nuclear activities. We believe that a robust verification regime is absolutely essential. But the administration’s proposal has made any reasonable compromise impossible.


David Albright, esperto di proliferazione nucleare arriva a definire apertamente le richieste di verifica americani com "una licenzia di spionaggio". Ma cosa chiede Washington adesso (e si era dimenticata di specificare prima nell'ansia da prestazione che l'aveva portata alla conclusione di un accordo purché fosse)? Lo spiega bene il Washington Post:

Under the proposal, heavily influenced by the State Department’s arms control experts, the U.S. requested “full access to all materials” at sites that might have had a nuclear purpose in the past. It sought “full access to any site, facility or location” deemed relevant to the nuclear program, including military facilities, according to the four-page document, a copy of which was obtained by The Washington Post. Investigators would be able to take photographs and make videos, remain on site as long as necessary, make repeated visits and collect and remove samples.

Che Pyongyang abbia qualche freccia al proprio arco lo riconoscono anche alcuni funzionari del Dipartimento di Stato, secondo quanto riferisce Time:

The North is saying, in effect, what gives? And the fact is, they have a point, as even some U.S. State Department officials concede privately. U.S. President George W. Bush publicly held out the prospect of terror delisting as part of an "action for action" principle, the clear implication being that when Pyongyang turned over its declaration, delisting would follow.


Superficialità da parte statunitense, solita malafede da parte nordcoreana: una miscela esplosiva - è il caso di dirlo - che ha portato allo stallo attuale e ha aumentato in forma esponenziale quella tensione che i negoziati si proponevano di stemperare. La domanda che bisognerebbe porsi è: cosa ha spinto gli americani a consegnarsi nuovamente nelle mani di una controparte notoriamente inaffidabile e pericolosa? Cosa li spinga adesso a riprovarci è invece chiaro: la disperazione. In questo il NYT ha ragione e la scena non è confortante: Hill va rendere visita allo stato-gulag che graziosamente lo riceve dopo aver minacciato fuoco e fiamme.

The rapid decision to send Mr. Hill to the North Korean capital, days after North Korea broke the seals that United Nations inspectors placed on its equipment and said it was restarting a facility to manufacture bomb-grade plutonium, seemed to underscore the administration’s desperation to restore an accord that took most of President Bush’s second term to negotiate and implement. Mr. Hill, one administration official said, is “flying blind,” hoping to get a previous agreement back on track.

Gli Usa si ritrovano in una posizione di evidente debolezza, costretti in un certo senso a supplicare Pyongyang di ritornare al tavolo delle trattative, perché il fallimento sembri meno eclatante. In tutto questo suonano particolarmente fuori luogo le dichiarazioni di una Condoleeza Rice sempre più spaesata:

"We all are sending strong messages to the North Koreans that they should stop any reversals that they are carrying out," Rice told the Reuters news agency in an interview Friday.

Anche se i coreani hanno dichiarato ufficialmente per bocca dell'agenzia di stampa statale che non desiderano né si aspettano che l'America mantenga la sua promessa, l'eliminazione dalla lista di stati terroristi avrebbe per Pyongyang un doppio importante significato: primo un lavaggio di immagine almeno agli occhi della diplomazia internazionale. Il regime rimarrebbe terrorista (certamente lo è nei confronti dei propri citttadini) e minaccioso (nei confronti del resto del mondo) ma i documenti non lo attesterebbero più. Secondo, le istituzioni finanziarie potrebbero cominciare a pensare a promuovere qualche programma di sviluppo senza troppe preoccupazioni di carattere politico, visto che non è conveniente mettere i soldi in mano ad uno stato-canaglia, riconosciuto come tale. Insomma una grande immensa ipocrisia, una recita immorale sulle carne di ventitre milioni di disperati. E allo stesso tempo un inganno collettivo alimentato dall'illusione di poter mantenere separate la questione atomica, quella del natura del regime equella della violazione dei diritti umani. Quest'ultimo punto è stato completamente sacrificato sull'altare dell'appeasement. A ricordarsene somo ormai in pochi, tra loro i soliti Vaclav Havel e Elie Wiesel, principali firmatari di un appello in cui si denuncia che:

"The international community has far too long neglected the human rights situation in North Korea because of the nuclear threat".

Non ci vuole molto a capire, anche da segnali come questi, che la Corea del Nord non rinuncerà mai davvero alla tecnologia nucleare: la minaccia atomica è uno scudo contro gli attacchi esterni, non solo militari ma anche diplomatici; una leva, forse l'unica, per guadagnarsi un rispetto fondato sulla paura, che è quello che Kim esattamente cerca; per questo i nordcoreani non permetteranno mai un regime di ispezioni realmente effettivo; per questo hanno più volte ufficialmente fatto sapere che non rinunceranno mai al deterrente nucleare. Perché è questa la chiave della propria sopravvivenza e in un certo senso anche della propria legittimazione, all'interno come all'esterno. Qualcuno ha preso nota? Sembra di no.
Tenendo presente questo elemento - la priorità del regime comunista è garantire la propria sopravvivenza - diventa secondario anche chiedersi quale sia l'obiettivo a breve termine dell'ennesimo dietrofront di Kim Jong Il: se semplicemente prendere tempo in attesa che il Caro Leader si curi in salute, se ottenere realmente un regime di ispezioni meno stringente, se ottenere ulteriori concessioni in termini di aiuti alimentari ed economici. Tutto serve per cementare la roccaforte inespugnabile del regno eremita. La Corea del Nord semplicemente non vuole e non può disarmare.
Più che la riattivazione del reattore al plutonio di Yongbyon, la cui ripresa richiederà comunque tempo, sono altri elementi dell'arsenale nordcoreano che dovrebbero preoccupare analisti e politici. In fondo Yongbyon ha sempre rappresentato solo la punta dell'iceberg visibile di un complesso di armi e tecnologie per la maggior parte nascosto. Facilmente riconoscibile dai satelliti spia americani, è servito ad inscenare lo spettacolo della disattivazione in diretta televisiva e conseguentemente è stato merce di scambio al tavolo delle trattative. Ma c'è da scommettere che l'interesse nucleare di Kim Jong Il risieda altrove. Per esempio nel programma parallelo di arricchimento dell'uranio di cui nessuno sa praticamente nulla e sul quale i diplomatici si guardano bene dall'insistere (non fosse mai che Kim si arrabbiasse). O nel nuovo sito per il lancio di missili di Tongchang-ri, ancora in costruzione e il cui completamento si prevede per il prossimo anno, nel quale si stanno già testando i processi di combustioni per ordigni di lunga gittata, l'incubo per eccellenza di ogni amministrazione americana che si rispetti. Gli Stati Uniti considerano che attualmente il regime sia in possesso di 50 kg. di plutonio, potenziali per la fabbricazione di una decina di testate nucleari. Sul fronte internazionale si sta muovendo anche il Giappone che ha stretto il patto di reciproca assistenza con gli americani e ha aperto il porto di Yokosuka ad una portaerei equipaggiata per un eventuale conflitto nucleare, ottenendo in cambio l'ok per effettuare altri test il prossimo novembre nei pressi delle Hawaii. Dalla parte opposta la Siria, dopo mesi di sconcerto seguiti alla distruzione del reattore nucleare di El Kibar da parte di Israele, sta gradualmente ricostruendo il suo arsenale con l'aiuto di tecnici nordcoreani mandati appositamente sul posto.
Cosa ha detto Christopher Hill al ministro degli esteri di Pyongyang? Finora non è dato sapere, dal momento che l’inviato ha riferito l’esito dei colloqui solo ai cinesi e al corpo diplomatico. Ma per capirlo basta pensare che la situazione ad oggi è quella di una parte non disposta a concedere nulla - Pyongyang - e di una disposta a concedere tutto - Washington -, non solo per salvare un accordo che in realtà mai è stato effettivo, ma soprattutto per continuare a dare un senso ad una strategia di appeasement che fin dall'inizio è stata una forzatura destinata all'insuccesso. Hill è tornato a Pyongyang perché non poteva più fare altro. La vittoria di Kim Jong Il è assoluta, grazi ai saggi consigli dei "moderati" del Dipartimento di Stato. Un lavoretto coi fiocchi. Stephen Hayes sul Weekly Standard:

Do you ever get the sense that if North Korea actually used a nuclear weapon in an offensive attack that Chris Hill and the State Department would still be trying to make a deal?

So they detonate a crude nuclear device in the fall of 2006 and the Bush administration offers a bilateral meeting. They ship nuclear technology to Syria, a leading terrorist state, and the Bush administration (after first trying to keep that worrisome development a secret) offers to take North Korea off the state sponsor of terror list and to lift some key sanctions. Now, after the North Koreans fail to deliver a verifiable accounting of its nuclear programs, as they had promised, and after the North Koreans refuse to submit to serious inspections of their nuclear facilities, as they had promised, and after the North Koreans break the IAEA seals on its nuclear facilities, a clear provocation, the Bush administration proposes that the North Koreans submit a list of its nuclear facilities to China rather than the US.


Il grande accordo prevederebbe infatti un ruolo della Cina come intermediario: Pyongyang consegnerebbe ai suoi protettori cinesi i documenti, i campioni e un elenco di siti da visitare richiesti da Washington che in cambio provvederebbe ad escludere provvisoriamente la Corea dalla lista degli stati terroristi in attesa che le verifiche abbiano inizio. Così i comunisti otterrebbero l'agognato riconoscimento internazionale prima della loro formale accettazione di un piano di verifica. Un artificio diplomatico da far rizzare i capelli ma l'unica via d'uscita per l'amministrazione Bush ormai in un vicolo cieco, dentro il quale si è infilata da sola.
Le parole definitive su questa sceneggiata le scrive il blog Freekorea:

Con il senno di poi, la ragione del fallimento ha più a che vedere con il quadro generale che con i suoi dettagli. Noi non possiamo presumere di operare con le stesse strutture morali, legali e diplomatiche di coloro per i quali gravi crimini contro l'umanità rappresentano soltanto il normale corso degli eventi. Se hai già lasciato le tue impronte sul collo di bambini razzialmente impuri, gasato ragazzi con le loro famiglie, e affamato milioni di persone, cosa vuoi che sia la rottura di un trattato stipulato con gli imperialisti? Se la perdita di alcuni milioni di vite nordcoreane significa così poco per Kim Jong Il, perché dovrebbe significare qualcosa la perdita di alcuni milioni di vite americane, sudcoreane o giapponesi? Il solo inferno di cui Kim Jong Il ha paura è una terra di cui lui non sia più il dio.
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sabato, ottobre 04, 2008
Contrordine, compagni. Alla fine qualcuno si accorge che in Cina non c'è il capitalismo.
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La storia ci mette un po'. E' triste vedere come sostenitori di Bush della prima ora nel campo liberal-conservatore stiano adesso dando addosso all'operato dell'amministrazione uscente, proprio quando il suo mandato sta per concludersi. Invece di concentrarsi sul sostanziale abbandono della dottrina di diffusione della democrazia che ha così chiaramente caratterizzato i primi quattro anni (il caso Corea del Nord è emblematico), le critiche vertono proprio sugli inerventi in Afghanistan e in Iraq, come se le difficoltà del dopo-guerra inficiassero le ragioni e le cause alla base degli stessi. Ma il primo Bush - e il tempo gli renderà giusticia - è stato uno dei presidenti più illuminati della storia americana, almeno di quella contemporanea. Il secondo ha battuto in ritirata ed è stato questo il suo errore. I critici endogeni di Bush farebbero meglio ad evitare facili retromarce anche perché la realtà sta cominciando a dare ragione all'azione presidenziale (vedasi la progressiva stabilizzazione della situazione irachena) e, quel che più dovrebbe far riflettere, perfino alcuni media che non hanno mai fatto mistero della loro pregiudiziale avversione nei confronti delle politiche neoconservatrici (ormai abbandonate). Dall'Associated Press: Stable Iraq could influence Mideast.

As violence in Iraq recedes, neighboring states are pondering how to deal with an unwieldy country that could re-emerge as a key player along with Saudi Arabia and Iran in one of the world's most strategic regions.
The role of regional power broker may seem far-fetched for Iraq — a devastated land best known for car bombs, death squads and suicide attackers.
Still, countries of the Middle East cannot ignore the potential role of a resurgent Iraq, a nation of 28 million people, bordering Iran to the east, Syria and Jordan to the west and sitting on one of the world's major pools of oil.
For those reasons, the United States cannot afford to lose focus on Iraq, which will remain a strategic and important country even after the last of the 140,000 American soldiers have gone home.
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Poi dicono che i miracoli non esistono. E' resuscitato Kim Jong Il.
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venerdì, ottobre 03, 2008
Il povero Dimitri. Le ultime demenziali mosse russe lette in chiave politica interna.
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giovedì, ottobre 02, 2008
Fa già meno paura. Questa dell'AIDS del 1908 è fantastica.
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E non sanno nemmeno scrivere. Sono varie le forme in cui si manifesta lo snobismo intellettuale in Europa: una di queste è ovviamente l'antiamericanismo. Quando l'antiamericanismo è culturale, poi, il cerchio si chiude:

As the Swedish Academy enters final deliberations for this year's award, permanent secretary Horace Engdahl said it's no coincidence that most winners are European.
"Of course there is powerful literature in all big cultures, but you can't get away from the fact that Europe still is the center of the literary world . . . not the United States," he said yesterday. "The U.S. is too isolated, too insular. They don't translate enough and don't really participate in the big dialogue of literature. That ignorance is restraining."
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Speciale elezioni. USA 2008. Molto ben fatto.
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mercoledì, ottobre 01, 2008
Birmania. Un anno dopo/7. Primo ottobre, il villaggio Potemkin.
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Nonsolocina/9. La puntata di venerdì scorso, versione parlata dell'articolo qui sotto.
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Una Corea del Nord senza Kim? Articolo lungo.
Invece di preoccuparsi della salute di 23 milioni di nordcoreani, il mondo è in apprensione per quella del loro torturatore, Kim Jong Il, il Caro Leader, il capo supremo di tutto, il taglio di capelli più ardito dell’est, il tiranno affamatore. Kim non era alla parata militare per i 60 anni del regno comunista che fu di suo padre e poi suo per successione ereditaria. Ha avuto un infarto, no un ictus, no è malato di diabete ed è collassato per il caldo, è morto e un sosia lo sostituisce da anni: se ne sono dette di tutti i colori in queste ultime settimane, il che tra l'altro dà la cifra di come lavorino gli apparati di spionaggio sudcoreani o americani. Brancolando nel buio. Forse come sta Kim lo sanno solo i medici cinesi che, pare, sono stati chiamati al suo capezzale proprio mentre la folla festante si apprestava a celebrare il sol dell’avvenire. O forse quel gruppo di dottori tedeschi che, mesi fa, era stato invitato in fretta e furia per una consulenza sulla salute di un pezzo grosso del regime. Ma non si seppe mai se fosse il Caro Leader o la cara moglie o qualche altro funzionario di alto livello.
Mito e realtà si confondono quando si parla di Pyongyang, è vero. Ma le speculazioni sono un triste esercizio che serve a poco in assenza di una strategia chiara in caso di morte del dittatore, sul quale paradossalmente si sono invece concentrate le speranze della diplomazia mondiale per una stabilizzazione dell'area. Su Kim Jong Il hanno puntato un po’ tutti: dagli americani, ai cinesi, dai giapponesi ai sudcoreani. Comprensibile quindi lo sgomento che ha colto le cancellerie in seguito alle mezze notizie che giungevano dal Nord. Come gestire un eventuale collasso di un paese già allo stremo? Come controllare le armi nucleari in mano al regime? C’è già qualcuno che azzarda: peggio di una Corea del Nord con Kim c'è solo una Corea del Nord senza Kim. Ma è un ragionamento da salotti impauriti, da anime belle incapaci di imporre un principio di civiltà ad uno stato-gulag, da fine della storia al contrario, dove i democratici si ritirano chiudendo la porta piano, per non disturbare. E’ stato questo l’atteggiamento che ha portato all’ennesimo fallimento dei negoziati sul nucleare, caratterizzati da un ultimo inutile tentativo di appeasement. Come nel 1994, come nel 2002, anche nel 2008 il tonfo è stato fragoroso, umiliante. Kim Jong Il ha fatto saltare il tavolo, come era chiaro, prevedibile, scontato, anche se le nazioni coinvolte nella trattativa a sei giuravano e spergiuravano che era la volta buona. Al solito, troppa realpolitik acceca la vista e ti siedi a trattare con Kim Jong Il come se fosse Adenauer. Poi la natura dei regimi viene fuori e si mangia tutto, tavolo compreso.
La malattia presunta, ma a questo punto probabile, di Kim Jong Il lascia aperti due interrogativi. Il primo è chi sta reggendo le sorti del paese in questo momento, dando per scontato che il Generalissimo sia davvero inabilitato; il secondo è chi gli succederà in caso di morte. L'incognita della reggenza deve essere interpretata alla luce del sistema di potere caratteristico della Corea comunista, un paese in cui, a differenza delle dittature dell'est europeo, non esiste un ufficio politico onnipotente ma collegiale: al contrario la centralità del potere di Kim Jong Il è assoluta ed ogni deliberazione proviene direttamente da lui. E' lui che firma tutti i documenti, è a lui che vengono sottoposti tutti i problemi, è da lui che partono tutte le direttive. Se è vero, come riporta un quotidiano giapponese, che dall'aprile scorso il dittatore non è più in grado di svolgere le sue funzioni, chi sta in questo momento prendendo le decisioni a Pyongyang, comprese quelle sul nucleare? Un articolo pubblicato sul Daily NK, rivista online curata da esponenti dell'esilio nordcoreano, fornisce un quadro piuttosto completo del gruppo di "intimi" di Kim Jong Il. Il miglior piazzamento anche in prospettiva successione toccherebbe al cognato del Caro Leader - Jang Sung Taek -, attuale direttore dell'amministrazione centrale del Partito. Caduto in disgrazia per "scissionismo" e poi riabilitato, è oggi incaricato di controllare i principali organi di sicurezza dello stato, compresi alcuni uffici giudiziari. Alla sua figura sarebbe legata quella del primogenito di Kim Jong Il - Kim Jong Nam - che dopo aver tentato di entrare a Tokyo Disneyland con passaporto falso sembra oggi aver messo la testa a posto. Sarebbe lui, e non il giovane Kim Jong Chol, inesperto e troppo "occidentalizzante", a godere dell'appoggio cinese, un fattore che potrebbe rivelarsi determinante. Poi c'è Kim Ok, first lady in pectore dopo la morte della moglie ufficiale: su di lei puntano i servizi segreti sudcoreani che sono pronti a scommettere che sia sua attualmente la firma sui documenti di governo.
Nei ranghi dell'esercito spicca invece la figura del vice-presidente della Commissione Nazionale di Difesa (il presidente è ovviamente il Generalissimo) - Kim Young Choon - cui spetta tra l'altro la difesa personale del suo superiore, ma anche quella di Lee Myung Soo, oggi direttore del Comitato amministrativo di Difesa.
E' proprio l'ipotesi di un direttorio militare in stile birmano la più accreditata tra gli esperti,. Un regime assolutista senza il culto della personalità e senza un capo supremo, una soluzione che, c'è da giurarlo, farebbe gola ai vicini cinesi, gli attesi protagonisti del dopo-Kim. Sarà interessante seguire i movimenti di truppe al confine tra i due paesi nelle prossime settimane o mesi. E non perché questo significhi necessariamente che la Cina sia pronta ad invadere la Corea, un'eventualità comunque da non escludere in caso la situazione precipitasse, ma soprattutto perché Pechino ha necessità di dimostrare che nessun altro può farsi venire strane idee sulla sua area di influenza esclusiva.
Gli “altri” sono ovviamente gli americani, la cui alleanza con Seoul si farebbe estensiva al Nord in caso di una riunificazione del paese che i cinesi a questo punto devono evitare a tutti i costi. Ma oltre e forse più della carta della minaccia militare è il grimaldello della diplomazia quello che la Cina può usare a suo vantaggio in questa circostanza, considerata soprattutto l'attuale debolezza della posizione americana dopo il fallimento dei negoziati sul nucleare: l'appoggio ad una giunta militare che mantenga il controllo politico del paese potrebbe arrivare a cambio di una seria politica di denuclearizzazione che Hu Jintao tenterebbe di imporre ai nuovi inquilini dei palazzi del potere di Pyongyang. A quel punto gli Stati Uniti sarebbero tentati di fare un passo indietro, accontentandosi di una dignitosa via d'uscita, con buona pace dei diritti e del posizionamento strategico nella zona. Ma l'obiettivo degli americani al momento è la denuclearizzazione e non il cambio di regime: è questo il vizio di origine che di fatto emargina Washington, esalta il ruolo cinese ed apre le porte ad una cinesizzazione della Corea del Nord. Uno scenario che potrebbe andare bene anche a Seoul, che guarda con orrore all'arrivo di milioni di profughi disperati.
Nonostante Kim non abbia indicato un successore chiaro (forse non ha troppa fiducia nelle capacità dei suoi pargoli), ciò che tutti cercheranno di evitare è la possibilità di un collasso, di una implosione-esplosione dalle conseguenze imprevedibili dal punto di vista delle relazioni internazionali, anche se sul piano umanitario e morale sarebbe forse l'unica vera opzione di riscatto per un popolo umiliato e avvilito da decenni di terrore di stato. Quella del crollo è comunque un'ipotesi abbastanza improbabile se si considera che sia il Partito sia l'esercito sono organizzazioni estremamente disciplinate, in cui nessuno spazio è mai stato lasciato al dissenso o alle fazioni: date queste premesse, una lotta interna con ricadute da guerra civile sarebbe un'eventualità decisamente sorprendente. Poi c'è la questione dei privilegi acquisiti in una nazione che si trova di nuovo sull'orlo di una crisi alimentare, privilegi che la casta di potere che gira intorno al "sole" di Kim Jong Il potrebbe perdere nel caso l'apparato statale si dissolvesse. Un terzo punto: la Cina è pronta ad iniettare nel sistema economico nordcoreano ormai fallito ingenti quantità di denaro per evitare l'afflusso incontrollato di profughi. Questa prospettiva del tutto nuova per le classi dirigenti nordocoreane, ovvero la possibilità di gestire la ricostruzione del paese con tutte le conseguenze del caso, fa ovviamente gola a chi già adesso si trova al vertice dello stato senza però possibilità di assumere iniziative autonome. Ciò ovviamente non implicherebbe necessariamente l'adozione di un modello di sviluppo in stile cinese, ma piuttosto una lenta transizione verso un'altra forma di stato fortemente autoritario, in cui anche il controllo dell'economia resterebbe nelle mani dello stato, o meglio delle sue élites.
Rimane comunque l'incognita dell’impatto che la fine del culto della personalità produrrebbe sulla forzata coesione sociale che il regime ha costruito in questi decenni: se il sole scompare e il cielo si rabbuia, la notte nordcoreana può rivelarsi agitata e quelle tensioni sociali cui oggi è messa la sordina troverebbero forse una valvola di sfogo. Barbara Demick, sul Los Angeles Times, riferisce che la malattia di Kim Jong è tabù in Corea del Nord, dove l'informazione di stato continua a fornire alla popolazione regolari bollettini sulle attività quotidiane del Caro Leader. "Cospirazioni dell'occidente", recita la linea ufficiale del regime. "Il nostro leader sta benissimo". Ma la guida che l'accompagna, dopo aver recitato la formula di rito sull'imprescindibilità del "più grande di tutti, più di Washington, Lincoln e Jefferson messi insieme" non riesce a prevenire la domanda che una donna rivolge di nascosto alla giornalista: "Ha sentito dei nostri problemi?".
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A Fabio. A Luisa.

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