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lunedì, marzo 31, 2008
E se la Via del Dalai Lama fosse sbagliata? Questa è la storia di due Tibet. Il primo è quello dei libri proibiti, delle entrate segrete, dei monasteri distrutti, delle preghiere spezzate. Più di mezzo secolo di terrore di Stato imposto da Pechino ha ridotto la regione ad una tragica caricatura di se stessa, umiliato i suoi abitanti, profanato le sue tradizioni. E’ questo il Tibet che due settimane fa ha provato a rialzare la testa e a gridare di rabbia come gli uomini disperati a volte sono costretti a fare: prendendo a calci i simboli dell'oppressione. Poi c'è l'altro Tibet, raccontato dai circoli radical-chic di Hollywood e nutrito dalla cattiva coscienza dell'Occidente democratico: qui l'uomo in carne ed ossa si spegne per fare spazio al puro spirito, alimentato dalle leggende del Buddha e dai miti della nonviolenza. (...)
Continua su Ideazione online. domenica, marzo 30, 2008
La battaglia per il Tibet (realtà e propaganda). La resistenza dei tibetani non accenna ad affievolirsi nonostante il coprifuoco ed i carri armati nelle strade di Lhasa e dintorni. Ieri altre manifestazioni:
A protest began Saturday afternoon at Lhasa's Ramoche monastery and grew to involve "many people," said Kate Saunders of the Washington-based International Campaign for Tibet. Also, nearby, in front of Tsuglag-khang (Jokhang) temple and Beijing East road, protests were started, and thousands joined into the protests within no time. Intanto sul web si sta combattendo una battaglia diversa anche se strettamente collegata: quella della propaganda. Tutto è cominciato con questa foto pubblicata sul sito della CNN, in cui molti navigatori cinesi hanno visto un chiaro esempio di manipolazione dei media occidentali. Da qui è partita la solita campagna promossa o almeno approvata dai mandarini di Pechino contro quello che definiscono "pregiudizio anti-cinese". Tralasciando per un momento l'aspetto paradossale di tutta questa vicenda - un governo che censura tutto il censurabile e sigilla il Tibet per prevenire la diffusione delle informazioni accusa il resto del mondo di disonestà - metto a disposizione di chi fosse interessato alcuni link che aiutano a capire cosa sta succedendo. Sempre tenendo ben presente che la tragedia vera continua fuori dalla rete e questo altro non è che un esercizio un po' stucchevole in cui a quanto pare indulgono volentieri anche alcuni giornalisti occidentali. Gli articoli: la dichiarazione di guerra; Roland Soong (pro-Pechino anche se lui nega) raccoglie alcuni esempi di presunta mistificazione; le identità controverse; piccola antologia della propaganda; il punto di vista occidentale (benevolente); una campagna ben orchestrata. sabato, marzo 29, 2008
Monsieur Bruni. Il problema è che non c'è lui.
Birmania. La morte lenta. Myint Thein era uno stretto collaboratore di Aung San Suu Kyi, portavoce della NLD, da oggi uno dei tanti martiri di questa pazzesca battaglia per la democrazia condotta contro ogni ragionevolezza, in un paese senza speranza. E' morto ieri per un cancro allo stomaco, pochi mesi dopo il suo ultimo arresto. La sua scomparsa è anche il simbolo del progressivo dissanguamento dell'opposizione al regime militare:
One of the first members of NLD, Myint Thein won a seat in elections held in 1990. The ruling junta never recognised the outcome of the polls, and Myint Thein devoted himself to the party, becoming an aide to Aung San Suu Kyi. He was detained several times without trial, and in 1998 was held for three years at a military detention centre. His most recent arrest was on September 27, as the military staged a deadly crackdown on pro-democracy protests led by Buddhist monks in Yangon. Myint Thein was freed on October 30 and taken to hospital, where doctors diagnosed his cancer. They recommended he travel to Singapore for treatment. The military allowed him to go there, but then seized his family's apartment in Yangon, according to the US Campaign for Burma. Il sangue dei vinti: The authorities in Burma are risking lives and increasing the dangers of the HIV epidemic in the country by preventing foreign aid organisations from giving crucial help to patients suffering from Aids, The Times has learnt. An HIV/Aids project run by the opposition National League for Democracy (NLD) on behalf of its detained leader, Aung San Suu Kyi, has been devastated by the arrest of its leaders and organisers. Last October, police arrested the monks of the Maggin monastery in the former capital, Rangoon, which acted as an hospice for Aids patients. The patients were transferred under guard to a government hospital where they were treated with suspicion, according to Aids activists. Foreign NGOs in Mandalay have been banned from taking part in work that takes them outside their local offices, a ruling that hinders “outreach” programmes such as those that promote safe sex and the use of clean needles among drug users. Worse, they are also unable to deliver much-needed food to thousands of Aids patients. Local authorities have offered to allow the deliveries to resume if the NGOs provide the names and addresses of patients, but aid workers refuse to comply. Lui non muore mai.
Effetti post-traumatici. Sembra che la Thailandia sia destinata a convivere con il fantasma del golpe.
venerdì, marzo 28, 2008
Il tostapane è reazionario.
Secondo i programmi di liberalizzazione previsti, il prossimo anno i cubani, visto l'aumento delle disponibilità di energia elettrica, potranno acquistare anche i condizionatori d'aria. Per i tostapane dovranno però aspettare il 2010. Lo so, la notizia è un'altra. Ma come si fa a non sorridere? martedì, marzo 18, 2008
La periferia dell'impero. Affascinante lettura della vicenda tibetana in una prospettiva storica più ampia. Comunque vada, non finirà qui. Di Anne Applebaum:
And if they aren't worried, they should be. After all, the past two centuries were filled with tales of strong, stable empires brought down by their subjects, undermined by their client states, overwhelmed by the national aspirations of small, subordinate countries. Why should the 21st century be any different? Watching a blurry cellphone video of tear gas rolling over the streets of Lhasa yesterday, I couldn't help but wonder when -- maybe not in this decade, this generation or even this century -- Tibet and its monks will have their revenge. Immagini dei giorni scorsi da Lhasa e dal Sichuan. Un altro esempio dell'ambiguità del Dalai Lama. In generale nessuno critica la posizione della guida spirituale del popolo tibetano ed ogni sua parola è giudicata benevolmente, come segno di moderazione e saggezza. Occorrerebbe chiedersi però che benefici concreti sono derivati dalla sua ricerca di un compromesso con Pechino. La domanda fa paura perché la risposta potrebbe non essere in linea con l'immagine che l'opinione pubblica ha di lui. Il Time dettaglia: The Dalai Lama's comments came as a dampener for organizers of the Tibetan People's Uprising Movement, who had been hoping that if the Dalai Lama could not lend his support to the march, he would at least refrain from opposing it. Four of the five organizations involved in the movement oppose the Dalai Lama's "middle path" approach of seeking dialogue with the Chinese leadership in search of a "genuine" autonomy for Tibet. They want direct action to seek independence from China, and they want to it now, while the world is watching China as it prepares to host the Olympic Games this summer. Asked if they'd stop the march if asked to do so by the Dalai Lama, Tsewang Rigzin, president of the Tibetan Youth Congress, answered with an emphatic: "No." The schism within Tibetan ranks is set to widen. Non a caso i cinesi hanno tutto l'interesse ad identificare nel Dalai Lama l'istigatore della rivolta. E' un nemico più malleabile ed un potenziale interlocutore più manipolabile. Questi i risultati di sessant'anni di propaganda. L'unico giornalista occidentale in Tibet. L'invidia (a denti stretti) di un collega: King of the journalists at the moment is James Miles of The Economist - right reporter, right place, wrong news organisation, given that its weekly magazine's first report of what has been happening since Friday won't be out till next Friday, and their journalist is the only western journalist in Lhasa itself. But even he is limited in what he can see. La copertina dell'Economist questa settimana (prima della rivolta). Storie di ordinaria repressione. Cina e India, approcci differenti: The official response to the protests in Lhasa and elsewhere, the most serious in two decades, do not indicate the discovery by Beijing of "Olympic-new" savvy ways of crisis control. Instead, the Chinese people and the world have only been subjected to the same old tired responses officialdom resorts to given any sign of discontentment among the Tibetan population. This is a response that essentially amounts to a denial of any fundamental problem. The elements are familiar: a scapegoating and vilification of the Dalai Lama, a refusal to grant any legitimacy to Tibetan disaffection and an insistence on the myth of elemental "harmony" among all "Chinese" people, including Tibetans. This denial of legitimate differences is ultimately the greatest difference between China and Asia's other major rising power, India. lunedì, marzo 17, 2008
I disarmati e i carri armati. Qual è il ruolo del Dalai Lama nella rivolta dei tibetani? Secondo i cinesi ne è l'ispiratore: la sua "cricca" sarebbe responsabile dei disordini. La ovvia accusa dei gerarchi di Pechino è però smentita da una realtà decisamente più complessa. Voci discordanti all'interno dell'esilio tibetano mettono in discussione la figura di Tenzin Gyatso:
Tsewang Rigzin said an explosion of protests and rioting in the vast Himalayan region signalled the 72-year-old Dalai Lama, who has lived in northern Indian since fleeing Tibet after a failed uprising in 1959, was out of step with his people. Rigzin said there was now mounting frustration among Tibetans over the Dalai Lama's so-called "Middle Way" policy - a non-violent campaign for autonomy rather than independence for his homeland, a region that China considers to be an undisputed part of its territory. (...) Lhagyal Tsering, a teacher in Dharamshala, signalled many of the over 100,000 refugees living in India may start looking elsewhere for leadership. "We're demanding a peace dialogue between His Holiness and the Chinese. But at the moment, Dalai Lama is out of the picture. It's a Tibetan people's movement," he said. Perché i cinesi hanno scelto la linea dura in Tibet? Perché è nella natura del regime: Therefore, as far as Beijing is concerned, when the regime's moral and political legitimacy is threatened, the leadership almost always chooses to take a hard, uncompromising line. It is one thing to negotiate with protesters when the issue is about lost jobs in Chongqing. It is another thing completely when the protest is a direct challenge to the party's right to rule. Tra le tante inopportune aperture di credito che in questi anni hanno accompagnato la crescita economica cinese, una recitava che una strage come quella di Piazza Tiananmen non si sarebbe potuta ripetere, che i tempi erano cambiati, che la dirigenza comunista aveva imparato a contenere la protesta con metodi differenti. Oggi l'urlo di dolore del Tibet svela l'inconsistenza di questa interpretazione.
Uccideteli piano. Partiamo da qui, da Tibetan Uprising che prova a seguire in diretta l'evoluzione degli eventi proprio mentre si avvicina l'ora della resa senza condizioni imposta dal governo cinese, in realtà solo un modo per continuare la repressione dopo aver avvisato. Su Ideazione la miglior cronaca-commento della giornata. Solo un appunto sulla questione del blocco informativo. Scrive Federico:
Un primo elemento di differenza di questa rivolta da altre recenti represse da regimi autoritari, come quella dei monaci buddisti birmani, è che la guerra delle immagini pare la stia vincendo Pechino, che sembra conservare agevolmente il controllo mediatico della situazione e trarne vantaggio. Un caso raro nel mondo di oggi, ma per questo inquietante, perché la fiducia nei potenti mezzi tecnologici alla portata di tutti – internet e telefonini – si scontra con apparati repressivi statali ancora sorprendentemente efficienti. In realtà il blocco informativo non differenzia ma accomuna il caso birmano e quello cinese. E' vero che nella ribellione di ottobre le immagini all'inizio passarono, ma quando il regime di Naypyidaw rispose lo fece con la più drastica delle misure, il blocco di una nazione intera dietro una cortina di cemento, il black-out totale di Internet e delle telecomunicazioni. Un caso di scuola che Pechino ha certamente studiato: quella sul Tibet è una censura meno radicale nelle forme ma estremamente efficace anche perché applicata fin da subito, scongiurando l'effetto sorpresa. Comunque, anche se col contagocce, di immagini ne arrivano e sono terribili. Oggi una calma tesa a Lhasa mentre le retate continuano: Questa mattina le scuole e gli uffici della capitale sono stati aperti con gli orari normali, ma continuano i controlli capillari di abitazioni e monasteri. A mezzanotte (le 17 italiane) scade l'ultimatum di Pechino per la resa dei ribelli: l’esercito di liberazione popolare ha fatto sfilare per le strade della capitale alcuni camion pieni di detenuti ammanettati. Dietro ognuno c'era un militare cinese, per obbligarli a tenere la testa bassa. Non c'è nessun dubbio che anche questa volta i carnefici avranno la meglio, non importa a quale prezzo. In Cina la vita umana non vale nulla, contano solo gli interessi dello stato, cioè del partito, cioè della politica autoritaria e del capitalismo di stato, cioè di Hu Jintao che del Tibet ha fatto il suo trampolino di lancio poco meno di vent'anni fa e che sul Tibet consoliderà il proprio pugno d'acciaio anche sul fronte interno, dove i segnali di insubordinazione sono sparsi, poco coordinati ed estemporanei ma da prendere sul serio. Brutta storia per la società armoniosa propagandata dalla macchina delle bugie di Zhongnanhai, incappata in un macigno sulla strada del trionfo olimpico che ha fatto saltare la struttura ortopedica con cui i padroni del pensiero pretendevano di tenere insieme i pezzi di un mosaico troppo complicato anche per loro, che tutto sanno, tutto governano e tutto decidono. Ma avranno la meglio anche perché la prova di codardia della comunità internazionale è di quelle da primato. Finite solo in fretta e senza fare troppo rumore se potete, sembrano supplicare da Washington al Vaticano, ché lo spettacolo deve proseguire e il dialogo tra esecutivi, prelati e comunisti in doppiopetto non può fermarsi per il sangue versato di qualche buddista. Forse non lo sapevano che li avrebbero ammazzati come cani? domenica, marzo 16, 2008
Effetto domino. Questo i cinesi non possono proprio permetterselo:
Tibetan protests against Chinese rule have spread to another part of China, after days of demonstrations and violence in Tibet's main city, Lhasa. Clashes between Tibetan protesters and police in Aba, Sichuan province, saw a police station and cars attacked. Lhasa, oggi. Qui video e immagini dal campo di battaglia. sabato, marzo 15, 2008
Il lezzo dell'ipocrisia. I Giochi a Pechino non avrebbero mai dovuto essere assegnati. Non c'era bisogno di una nuova repressione per sapere come i cinesi trattavano le minoranze etniche e i loro stessi cittadini. Solo chiudendo occhi, orecchie e bocca si poteva condurre il business as usual senza rimorsi di coscienza. Una volta piegatisi alla logica della superpotenza autoritaria gli inviti al boicottaggio sono subito apparsi fuori tempo massimo: bisognava mobilitarsi prima e in massa se si voleva impedire un altro scempio di diritto e di democrazia. Stupido poi appellarsi al ruolo della Cina all'estero senza premere per un cambiamento al'interno: gli Spielberg e le Farrow sono opportunisti della politica che agiscono in base a riflessi condizionati e a calcoli di visibilità, mai secondo un ragionamento coerente. Ditemi che senso ha guardare al Darfur e a Yangon quando a Pechino continuano gli arresti dei dissidenti e a Lhasa le pulizie etniche. Adesso il Tibet riporta tutti alla realtà. Le Olimpiadi si faranno, chi si sveglia adesso è un ipocrita. E puzza.
La fragilità (blindata) dei tiranni. Rampini scrive da Pechino sui fatti di Lhasa:
Eppure dietro la sicumera di Hu Jintao traspare il germe di un dubbio. L'incapacità di aprire un dialogo col Dalai Lama rivela un'insicurezza. Il partito comunista cinese non accetta che dentro la società civile vi siano movimenti organizzati, autorità alternative. I culti religiosi sono stati autorizzati dopo la fine del maoismo ma sono sottoposti a controlli stringenti, indottrinamenti politici, obblighi di fedeltà assoluta al governo. La figura del Dalai Lama è inaccettabile perché è un'autorità spirituale indipendente. Al di fuori del Tibet la Cina ha altri 150 milioni di buddisti praticanti: guai se dovesse insinuarsi nel resto del paese l'idea che la religione può diventare il tessuto connettivo di una società civile autonoma. Tra gli incubi della nomenklatura c'è lo scenario Solidarnosc, proiettato in versione buddista. Sarebbe il momento di far sentire il fiato sul collo invece di aspettare che tutto passi per poter ricominciare la festa. Ma forse i carri armati comunisti del 2008 fanno meno rumore di quelli del 1956 o del 1968 o del 1989, almeno nei salotti occidentali: Secondo alcuni testimoni, le strade di Lhasa sono oggi presidiate da carri armati e blindati. Alcuni battaglioni dell’esercito cinese di liberazione popolare, in tenuta anti-sommossa, hanno circondato le mura dei maggiori monasteri della capitale. Secondo Radio Free Asia, diversi monaci sarebbero stati arrestati. venerdì, marzo 14, 2008
La primavera di Lhasa. Fa bene Federico Punzi a sottolineare l'esempio dei monaci birmani nel commentare i fatti di Lhasa, dove la rivolta non accenna a rientrare. Ma indubbiamente gioca un ruolo essenziale anche la teoria delle mille punture di spillo citata ieri: la pressione internazionale delle ultime settimane intorno alle politiche di Pechino (dal Darfur, alla Birmania, al Tibet) è stata abilmente raccolta dai monaci di Drepung e Sera per rilanciare una protesta che stava languendo, per stanchezza o rassegnazione. La Cina accusa il Dalai Lama ma è improbabile che sia lui l'ispiratore delle manifestazioni. Sembra piuttosto l'inizio di una vera e propria ribellione anticoloniale condotta dalle giovani generazioni di tibetani. Resta da vedere fino a che punto i cinesi permetteranno che la situazione degeneri ma in ogni caso hanno scarse possibilità di uscirne bene a pochi mesi dalle Olimpiadi:
Per il governo cinese si prefigura una situazione assai delicata. A pochi mesi dalle Olimpiadi ha gli occhi del mondo puntati addosso. Non può permettersi repressioni troppo sanguinarie, ma neanche di lasciar gonfiare le file della lotta nonviolenta tibetana. Gli scontri nel centro della capitale: Rallies have continued all week in what are said to be the largest protests against Beijing's rule in 20 years. British journalist James Miles, in Lhasa, told the BBC that rioters had taken control of the city centre. "Some of them are still attacking Chinese properties - shops, restaurants, owned by ethnic Chinese," he said. Qui l'Economist su come è cominciato tutto: It seems to have begun on the anniversary itself, when police stopped an attempt by monks in Lhasa to demonstrate. This much has been confirmed by a Foreign Ministry spokesman in Beijing, who said monks from “some temples” had carried out an illegal activity on March 10th “under the instigation and encouragement of a small group of people.” He said they were “dealt with” according to the law. Residents say that more uniformed and plainclothes police have been deployed around sensitive parts of the city. Policemen patrol the city centre close to the Jokhang Temple, one of the holiest sites of Tibetan Buddhism where several protests, often involving just a handful of people, have occurred over the years. One resident said some plainclothes police appeared to be disguising themselves as monks. La polizia controlla le strade ed allontana i turisti mentre le leggende alimentate dal PCC sull'integrazione tra tibetani e han grazie alla linea ferroviaria più alta del mondo si sciolgono come neve al sole: The protests on Monday and Tuesday surprised many China-watchers, who assumed that the Qinghai-Tibetan railway – which connects Beijing to Lhasa in 48 hours over a 4,500-meter-high plateau – was helping to integrate Tibet with China. In the summer, thousands of Chinese flock into Lhasa, staying in dozens of new hotels and paying extra on the black market for scarce tickets into Potala Palace, perhaps the most beautiful structure in Asia and the former residence of the Dalai Lama, now exiled in India. In Barkhor Square, police officers shooed the group of foreign tourists out of the square and back to their hotels. The officers were smiling, as if this was for the foreigners' safety. Clearly, something was going on in the latest hot spot of Asian tourism. Altri monasteri coinvolti: Large-scale demonstrations that began Monday have spread to a third monastery, Ganden, in the Lhasa area, as well as the Reting monastery north of the city, according to RFA and the London-based International Campaign for Tibet. Elogio della disarmonia: Five months before the Olympics this really is a "perfect storm" for Beijing as it appears to be in a no-win situation: if the authorities don't react, the protest will grow larger (remember Tiananmen?); if they do, and there are deaths, as would seem inevitable, they face the possibility of much more serious anti-Olympics/boycott campaigning that will far exceed the limited traction gained by the Darfur activists. E noi? Speriamo che stavolta ci risparmino le magliette zafferano.
Spagna, Rajoy non è l'uomo per questa stagione. Erano due le possibili conclusioni che dirigenti e militanti del Partito popolare potevano trarre dalla sconfitta elettorale di domenica scorsa: avviare una seria riflessione sull'oggettiva incapacità della destra spagnola di conquistare consensi al di là della propria base tradizionale o cullarsi nell'illusione di aver “perso bene”, afferrandosi all'aumento della rappresentanza parlamentare e delle percentuali di voto. La prima strada avrebbe supposto un esercizio di coraggio e di realismo evidentemente estraneo agli attuali vertici popolari che, infatti, hanno preferito imboccare la scorciatoia: passare pagina come se nulla o quasi fosse successo, confidando in tempi migliori. E’ difficile non leggere in questa chiave l'annuncio di Mariano Rajoy di ricandidarsi alla presidenza del partito in occasione del congresso convocato per il prossimo giugno: la più che probabile riconferma gli consentirà di presentarsi nel 2012 per la terza volta consecutiva come aspirante alla Moncloa. (...)
Continua su Ideazione online. giovedì, marzo 13, 2008
Basteranno a sgonfiare il pallone? Ha ragione Funzione d'onda (sic!) quando descrive con un'efficace metafora i rischi connessi alla visibilità che la Cina è destinata ad assumere da qui ai Giochi Olimpici. Mille punture di spillo:
Il Governo cinese sarà messo duramente alla prova dalle “Mille punture di spillo” che sembrano arrivare dall’occidente sotto forma di critiche, neanche troppo velate. Il governo sembra mancare della elasticità e dell’intelligenza di gestire rapporti di comunicazione con i mass media, ciò che nelle democrazie già affermate rappresenta un esercizio quotidiano. Il Darfur, il Tibet, la Birmania, Taiwan, i Falung Gong, la pena di morte, sono tutti argomenti che potrebbero far esplodere delle proteste e innestare un effetto-valanga che potrebbe mettere in crisi la più grande dittatura della terra. La Cina “apre” per la prima volta le porte alla più grande manifestazione planetaria, i giochi Olimpici, ma la sua scarsa attitudine alla trasparenza e i farraginosi rapporti di comunicazione all’interno della sua amministrazione la esporranno ad attacchi da parte della stampa mondiale, e sarà molto difficile mantenere la calma sotto i riflettori delle opinioni pubbliche di tutto il mondo. Un buon motivo, a questo punto, per recedere dagli appelli al boicottaggio. mercoledì, marzo 12, 2008
Senza rete. Lo stato comatoso dell'Internet birmano riassunto da RSF.
P.S. Io ne avevo scritto qui.
Birmania. Una sconfitta per la resistenza. Quando prima del suo assassinio Mahn Sha, segretario generale della Karen national union, aveva previsto che l’annuncio del referendum costituzionale da parte della giunta militare birmana avrebbe provocato un aumento della violenza nel Paese, non immaginava di essere il primo della lista. Il sessantaquattrenne leader di uno dei tre gruppi etnici che ancora combattono con le armi il regime era considerato una figura di spicco per l’intero movimento democratico, da sempre diviso e incapace di darsi una strategia unitaria. Anche se l’identità dei sicari non è stata accertata, i sospetti sono caduti sulle fazioni dissidenti della Karen national union, fiancheggiatrici dei generali dopo la diserzione dall’organizzazione. (...)
Continua su Liberal. martedì, marzo 11, 2008
Quello di cui l'Asia ha veramente bisogno.
Fidel Castro may have retired after 49 years as Cuba's leader, but he is still busy preparing editions of his memoirs, now aimed at Asian readers. The Communist Party newspaper Granma said on Tuesday that editions in Hindi, Farsi and Sinhalese are underway, following publication of his memoirs in China last week.
Due mondi. La stessa notizia letta sulla CNN e sul corrierino:
CNN: U.S. report: China abusing human rights. Corriere: Washington depenna la Cina dalla lista dei Paesi che violano i diritti umani. L'importanza di conoscere la fonte.
Spagna il giorno dopo. Ringrazio Il Paroliere per questa intervista.
lunedì, marzo 10, 2008
No a tutto. Scommetto che Gambari non torna più.
La Spagna è ancora di Zapatero. José Luís Rodriguez Zapatero succede a se stesso e governerà la Spagna per altri quattro anni. Le urne hanno confermato quanto anticipato dai sondaggi degli ultimi mesi: il Partido Socialista Obrero Español (Psoe) vince le elezioni generali con quasi 4 punti percentuali di vantaggio sul Partido Popular (Pp) – 43,7 per cento a 40,1 - e si aggiudica 169 seggi al Congresso dei Deputati contro i 153 della principale forza di opposizione, una differenza di 16 parlamentari identica a quella registrata nel 2004. Entrambi i grandi partiti hanno guadagnato posizioni rispetto alle formazioni minori, con gli indipendentisti di Esquerra Republicana (Erc) e i comunisti di Izquierda Unida ridotti ai minimi storici. Buon risultato invece dei nazionalisti catalani di Convergència i Unió (Ciu) il cui appoggio al governo potrebbe teoricamente rivelarsi determinante dal momento che i socialisti non hanno raggiunto la maggioranza assoluta di 176 seggi. (...)
Continua su Ideazione online. venerdì, marzo 07, 2008
Birmania, un giorno qualunque. Morire di tubercolosi nelle carceri birmane mentre Gambari affonda nel ridicolo:
- A political prisoner, Win Tin, also known as Annul, a youth member of the main opposition National League for Democracy, died on Thursday in Tharrawaddy Prison in Burma, while serving a 24-year sentence of hard labor, according to a human rights group. (...) - Any hopes for progress in his talks appeared dashed by the information minister, who gave no indication that the regime would waver from its own plan to build what it calls a "discipline-flourishing democracy." "It is impossible to draft the constitution again," Kyaw Hsan flatly told Gambari, according to state television. The minister also made a scathing criticism of Gambari's performance as a mediator, accusing him of "bias" in favour of Aung San Suu Kyi for releasing a letter from her after his last visit here. "Most people have criticised you for showing a bias. Some also believe that you wrote this letter in advance and released it after negotiations with Ms Aung San Suu Kyi," the minister said. "The statement you released was a danger that could have harmed the recent peace and stability of the country," he said. Vai a casa, che è meglio.
Ore 13,20. Morire nei Paesi Baschi. Sembra che in Spagna non si possa più celebrare un'elezione generale senza un attentato previo. Oggi ETA ha votato a modo suo, assassinando a sangue freddo un ex assessore comunale socialista davanti a sua moglie e a sua figlia. Un crimine tanto vigliacco quanto inutile, Isaías Carrasco non ricopriva incarichi pubblici, lavorava ad un casello autostradale e aveva rinunciato alla scorta qualche mese fa. Il municipio di Mondragón, dove è avvenuto l'omicidio, è amministrato da ANV, uno dei partiti della sinistra ultranazionalista recentemente illegalizzati su richiesta del governo di Madrid dopo l'interruzione del negoziato con ETA. Anche se oggi la parola d'ordine delle forze politiche è unità, è difficile non pensare a quanto accaduto in questi anni, a tutto il tempo perso ad inseguire una chimera come quella della pace dialogata con una banda di assassini. E se non è giorno per recriminazioni e accuse, il volto di Zapatero nel ricevere la notizia è una testimonianza devastante dei fantasmi che ancora attanagliano questo paese.
giovedì, marzo 06, 2008
Quel naso allegro da nigeriano in gita. La fiducia che gli oppositori in esilio ripongono nell'ennesima missione birmana di Gambari è presto spiegata da questa vignetta apparsa ieri sull'Irrawaddy:
![]() Un affannato inviato dell'ONU bussa con le sue valigie alla porta dei dittatori e due topolini di passaggio commentano più o meno: "Guarda! Il nostro turista preferito è tornato per altre avventure". C'è da scommettere che, dopo aver prolungato fino all'ultimo l'attesa del rappresentante del Palazzo di Vetro per il visto d'ingresso, anche questa volta la giunta saprà utilizzare a proprio esclusivo beneficio la sua presenza per legittimare la farsa costituzional-elettorale imposta al paese. Gambari è uno che arriva preceduto sempre da proclami di fermezza per andarsene sistematicamente con la coda tra le gambe dopo qualche incontro di circostanza con esponenti minori del regime e rappresentanti di un'opposizione ridotta ai minimi termini. Come unici risultati dei suoi viaggi si ricordano qualche foto, molte strette di mano e soprattutto la capacità di far apparire i macellai di Naypyidaw interlocutori rispettabili in un dialogo inesistente. A proposito di inesistenti, Fassino è semplicemente scomparso, inghiottito dal vortice della pre-campagna elettorale italiana. E certamente è meglio così. La sua nomina alle cose birmane resterà negli annali come una delle decisioni più peculiari (eufemismo) nella storia dell'UE. Tornando alle cose serie, questa analisi spiega con chiarezza la non-scelta di fronte a cui si trovano i birmani il prossimo maggio (sempre che il referendum si faccia davvero): By announcing plans to hold a referendum on a draft constitution in May, the regime has given Burma and the world a classic non-choice. On the face of it, the choice is simple and clear: Do you support the constitution, yes or no? But the real choice is not so straightforward. Basically, the generals are asking a weary Burmese populace (and an increasingly jaded community of concerned world citizens, who don’t know whether to root for the monks or Rambo) which of the following two scenarios they find easier to live with: A situation whereby military rule is permanently enshrined, with a shaky guarantee of some civic involvement from pliable non-military organizations (in the event of a “yes” vote); or, An indefinite period of military rule with only a remote hope that the opposition will someday emerge strong enough to challenge the army’s stranglehold on Burmese public life (in the event of a “no” vote). Lettura consigliata a chi si sia perso le puntate precedenti (su questo blog e altrove). Secondo le disposizioni emanate di recente dai militari, chi si esprime pubblicamente contro il referendum rischia fino a tre anni di carcere. Inoltre è tuttora in vigore la norma che prevede vent'anni per coloro che si oppongono in qualsiasi modo al processo costituente e alla carta costituzionale. Tutta una garanzia di trasparenza ed imparzialità per l'esito del voto di maggio. Quelli che nel piccolo villaggio di Amarapura hanno avuto il coraggio di affiggere manifesti come questo sanno perfettamente cosa li aspetta. A Yangon le retate preventive sono già cominciate: Three Rangoon men were arrested on Friday for casual comments they made about the Burmese referendum and general election, according to sources. Vietato parlare, ammesso solo il voto positivo, i cittadini saranno accompagnati al seggio dai guardiani dell'USDA. Sugli arresti che continuano mentre noi mandiamo Gambari in gita segnalo l'intervista a Thet Wai, esponente della NLD, che racconta come le celle birmane siano di fatto il luogo di incontro involontario di una intera generazione di attivisti per la democrazia, accomunati dallo stesso destino di repressione: I stayed in Insein prison for about six days starting the 26th of February in Hall No. 3 with 88 generation student leaders Ko Ko Gyi, Ko Mya Aye, Ko Win Maw, two abbots from Maggin monastery, Myanmar Nation Chief Editor Ko Thet Zin, U Sein Win Maung, poet Ko Saw Wai, Ko Pye Phyo Hlaing from Bogale and Ko Aung Kyaw Kyaw, brother of U Gambira. There are two or three prisoners in each cell. We are not allowed to walk outside the cell for security reasons. So our health deteriorates while in there. Ko Win Maung is suffering from emphysema and bronchitis and was recently discharged from the hospital. Ko Kyaw Soe injured his head and is suffering from frequent severe headaches because of this injury. Da Pakokku, uno dei centri nevralgici della rivolta pacifica di settembre, ha scritto per Repubblica Daniele Mastrogiacomo. Anche se non esiste una "chiesa buddista", il reportage vale la pena.
Thailandia, il ritorno dell'uomo della provvidenza. Al suo arrivo giovedì scorso all’aeroporto di Bangkok erano in tremila a scandirne il nome chiedendogli di non mollare. L’ex primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra ha scelto un ritorno trionfale dopo un anno e mezzo di volontario e dorato esilio seguito al colpo di Stato militare che nel 2006 lo aveva deposto. Come un re fattosi da parte per il bene dei suoi sudditi ma pronto a riprendere in mano le sorti del Paese al momento opportuno, appena sceso dall’aereo Thaksin ha baciato il suolo thailandese, in un gesto plateale che nulla aveva di improvvisato. Ufficialmente in patria per difendersi dagli addebiti di corruzione e conflitto di interessi diretti contro di lui dopo il golpe, l’attuale presidente del Manchester City ha recitato davanti ai giornalisti la parte della vittima di una persecuzione giudiziaria, precisando di non avere nessuna intenzione di rientrare nell’agone politico: “Sono qui per vivere e morire come un normale cittadino”, sono state le sue prime parole. Pochi però sono disposti a credere a questa dichiarazione d’intenti e quasi tutti vedono già nel rimpatrio il materializzarsi di una nuova tappa della sua controversa carriera istituzionale. (...)
Continua su Ideazione online. mercoledì, marzo 05, 2008
E' che non la sanno.
¿Es concebible un país sin política exterior? Sí, España. Cuatro horas de debate entre los dos únicos candidatos que pueden llegar al Gobierno arrojaron una conclusión que yo no creo, francamente, que tenga precedente alguno: ni una sola palabra sobre política exterior. Amen.
Core de 'sta città. Stasera qui a Barcellona Venditti va fortissimo.
Parabole nordcoreane. La via della Cina è lastricata di morti ammazzati:
North Korea has executed 15 people in public for trying to flee or help others to escape across the border into China, according to an aid group.
Obama davanti e dietro tutti quanti. Ma come si faceva a pensare sul serio che Hillary fosse fuori gioco?
Anche i radicali nel loro piccolo... L'articolo che ha fatto arrabbiare Rita Bernardini e compagni (appunto). Qui il punto di vista di Jimmomo sulla prima fregatura di Veltroni. Ma l'esperienza non insegna nulla?
Zapatero verso la conferma. A quattro giorni dal voto il premier in carica, José Luís Rodriguez Zapatero, viaggia senza troppi problemi verso una riconferma annunciata. I due dibattiti televisivi che lo hanno visto opposto al candidato dei popolari, Mariano Rajoy, si sono rivelati assai poco determinanti nell'ottica del risultato elettorale di domenica: regole ferree, tempi contingentati, argomenti preparati a tavolino, qualche scaramuccia ma nessun affondo degno di questo nome, hanno lasciato sostanzialmente le cose come stavano, limitandosi ad evidenziare - questo sì - il basso livello di confronto della politica spagnola. (...)
Continua su Decidere.net. lunedì, marzo 03, 2008
Russia. Un destino manifesto? A spiegarvi che in fondo è tutto normale e va bene così ci pensa come al solito Poganka al cui articolo consolatorio vi rimandiamo, non foss'altro perché ospitato da Ideazione. Se invece proviamo a guardare oltre l'ineluttabile, troviamo un paese immenso governato da un esperimento politico unico nel suo genere: la Russia non è esattamente una dittatura - basta pensare per un momento alla Cina per capire le differenze -, non è certamente una democrazia, è un sistema in perenne transizione verso un obiettivo non ben determinato, la cui identità si delinea solo in negativo - rispetto al passato sovietico - ed è invece difficilmente declinabile in positivo. Il più grande problema dei russologi o cremlinologi, sia di quelli bravi che di quelli un po' sdraiati sulle posizioni del capo, è di non saper spiegare fino in fondo questo ibrido strano forgiato dalla coerenza (questa gli va riconosciuta) di Vladimir Putin. Non che ci sia bisogno di un gran talento per organizzare un'elezione in cui l'unico candidato credibile, nonostante tutto, appaia quello ufficialista. Quando la scelta è tra Medvedev da una parte e Zyuganov e Zirinovski dall'altra, non è che ci si debba pensare molto. Ma la teoria del male minore crolla di fronte all'evidenza di un teatrino dell'assurdo costruito metodicamente dal Cremlino eliminando poco a poco ogni parvenza di opposizione credibile all'interno del paese. Quando in occidente parlano di brogli elettorali sbagliano il bersaglio: non è in discussione il consenso intorno alla figura del padre-padrone e del figliol prodigo, quel che si dovrebbe mettere in dubbio invece è l'inevitabilità di questo consenso, assiomaticamente venduto come l'unico dei mondi possibili dai simpatizzanti della cosa putiniana.
Anne Applebaum, oggi: Only one question remains unanswered: Why did anyone bother holding an election at all? Given that the inner circle of ex-KGB officers that controls the Kremlin also controls the country's media, its legal system, its parliament, and its major companies, why do they need elections? Why didn't Vladimir Putin just appoint Medvedev, or keep the presidency himself? The answer, I think, can lie only in the ruling clique's fundamental insecurity, odd as that sounds. Though the denizens of the Kremlin do not, cannot, seriously fear Western military attack, they do still seem to fear Western-inspired popular discontent: public questioning of their personal wealth, public opposition to their power, political demonstrations of the sort that created the Orange Revolution in Ukraine. To stave off these things, they maintain the democratic rituals that give them a semblance of legitimacy. According to the Putinist explanation of history, the fall of the Soviet Union was not a moment of liberation but the beginning of collapse. The hardships and deprivations of the 1990s were not the result of decades of Communist neglect and widespread thievery but of capitalism and democracy. In other words, communism was stable and safe, post-communism has been a disaster, and Putin's regime has set the country on the right track again. The more Russians believe this, the less likely they are to want a truly open, genuinely entrepreneurial, authentically democratic society—at least until the oil runs out. domenica, marzo 02, 2008
Erevan e dintorni. Le notizie dall'Armenia su Blogrel.
Elezioni russe. Le cose ben fatte. Sembra che l'unico problema di Medvedev possa essere l'astensione. Per questo il Cremlino sta lavorando alacremente per assicurare che la scontata vittoria del candidato di Putin non sia inficiata da una bassa affluenza. Il Guardian si lancia in una predizione tanto coraggiosa quanto verosimile e consiglia di puntare tutto sul 72:
The Kremlin is planning to falsify the results of this Sunday's presidential election in Russia by compelling millions of public sector workers to vote and by fraudulently boosting the official turnout after polls close, the Guardian has learned. Officials have been told they need to secure a 68% to 70% turnout in this weekend's poll - with around 72% casting votes for Medvedev. However, independent analysts believe the real turnout will be much lower - with between 25% and 50% of the electorate taking part.
Un problema di Hamas (e di Israele). Perché il mondo arabo tace sugli attacchi israeliani a Gaza (almeno per adesso):
Moreover, the very mild Egyptian reaction and the conspicuous absence of a convicting Arab voice also indicate that the IDF raid is perceived by the Arab world to be first and foremost a war against Hamas, not the "real Holocaust" of the Palestinian people - as Khaled Meshal claimed on Saturday. The fact that Al Jazeera devoted a whole episode of a popular debate show to the question "Why are the Palestinians keeping silent about the situation in Gaza?" also serves to prove this point. Hamas will therefore have to concentrate its efforts not only on the Israeli offensive or on getting the support of the Arab countries, but mainly on shattering the Israeli definition of this war - from one directed against a terrorist organization to a full-fledged war on the entire Palestinian people. This time, however, a different effort is required: In order to portray the Palestinian people as a victim of Israeli aggression, exiled Hamas leader Khaled Meshal and his representatives both in Gaza and in the West Bank will have to muster the support of the public in the West Bank and in East Jerusalem, as well as bring about a resolute commitment from the Palestinian Authority that it would join the active struggle against Israel. The problem facing Israel at the moment is how to confine the incursion within the limits of Israel's struggle against Hamas and the rocket barrage, and not turn it into a war that seems to be directed against all Palestinians.
Elezioni russe. Un dibattito. Uno dei più grandi successi di Putin è aver ridotto l'opposizione ad una caricatura di se stessa. Quelli che avrebbero potuto essere avversari validi sono stati in un modo o nell'altro tagliati fuori dal gioco politico. Rimangono solo i pagliacci, al cui confronto lo zar ed i suoi delfini fanno la figura degli statisti di razza.
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A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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