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lunedì, dicembre 31, 2007
Antologia/5. I post più argomentati dell'anno e gli articoli pubblicati.
Dov'è Zapatero? Almeno dite che non è vero Le crepe La Spagna dissociata Risé raddoppia Il blog e l'arte dell'asserire Discutere dopo Falklands. La seconda vittoria britannica Prima di Van Gogh, prima di Ayaan Ancora sull'inutilità dei giornali... Un colpo al cerchio e uno alla botte Ancora di compagni, ipocrisie e liberazioni Tre anni di cura intensiva Il destino inevitabile Ninna nanna Gli occhi di sua madre, prima di essere impiccata Dalla certezza della pena a quella del diritto L'insostenibile leggerezza di Tenzin Gyatso Il piccolo principe L'equazione realista è sempre verificata Una domanda su Hugo Russia. Un gioco a perdere E venne il giorno Da Lubiana a Pristina L'ossessione della stabilità (e il cinismo) Birmania. Pensieri sparsi/1 Birmania. Pensieri sparsi/2 Birmania. Pensieri sparsi/3 Birmania. Pensieri sparsi/4 Birmania. Pensieri sparsi/5 Birmania. Pensieri sparsi/6 Birmania. Pensieri sparsi/7 Birmania. Pensieri sparsi/8 Birmania. Pensieri sparsi/9 Birmania. La sfida dei religiosi Birmania. La corda si tende Birmania. Le lacrime di Aung San Suu Kyi Pregate per la Birmania Pregare non basta Grida la Birmania La Birmania sigillata Tace la Birmania Le due Birmanie Desaparecidos La Birmania capovolta Il buco nero e le anime candide La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza In ordine sparso verso il consolidamento del regime Fumo dalla cenere L'anatra zoppa e il raccapriccio Il dittatore e l'artista Birmania. Pensieri sparsi/10 Il patteggiamento Una commedia che non fa ridere Una commedia che non fa ridere/2 Dove sono i monaci? Birmania. La caccia continua Birmania. Invocazioni di aiuto, inascoltate Un grissino contro il muro di Berlino LibMagazine Birmania, "si prega di avere pazienza" Birmania. Dalla speranza al silenzio L'illusione tecnologica Iran meno atomico, forse Ideazione online Il ritorno dell'ETA e le responsabilità di Zapatero Pajamas Media The Italian comedian who is being taken very seriously giovedì, dicembre 20, 2007
Seriamente.
![]() Io credo che Hillary qui sia bellissima. E che attaccare una candidata per le rughe dell'età sia come minimo una sciocchezza colossale.
Ritorno alla normalità? Pare che in Corea del Sud sia stato eletto presidente uno che pensa che al Nord ci sia un regime liberticida. Il che, di questi tempi, è una notizia.
P.S. Approfondimenti qui e qui.
L'ossessione della stabilità (e il cinismo). Ci si ritorna spesso da queste parti perché i realisti-conservatori di destra e di sinistra te la sbattono in faccia senza ritegno ogni volta che provi a invocare un cambiamento. Adesso va di moda Putin, l'uomo forte, il perno attorno a cui si fa la Russia. C'è cascato anche Time che lo designa personaggio dell'anno con una motivazione, come nota anche Jimmomo citando Glucksmann, assai significativa dell'equivoco che circonda il dogma della stabilità. Una frase su tutte:
(...) occorre ignorare di proposito i regolamenti di conti, gli omicidi su commissione, le detenzioni, le cure speciali negli ospedali psichiatrici e le deportazioni arbitrarie (Khodorkovsky) per chiamare «stabilità» il clima di intimidazione permanente che organizza la spartizione delle ricchezze tra oligarchi e gallonati dell'Fsb. Ovviamente per i putiniani Glucksmann è solo un vecchio rimbambito (lo sono tutti quelli che si oppongono al capo) ma non è questo il punto. Il punto è che ci vuole una notevole dose di cinismo per confondere deliberatamente e continuamente la rassegnazione al ricatto con la fiducia nella stabilità. Il totem appare sempre quando si manifesta un minimo di vitalità democratica nelle zone di influenza (vera, presunta o sperata) di Mosca. Ecco il commento di Poganka sulla sofferta elezione della Timoshenko a primo ministro ucraino: Certo é che con questo governo l'Ucraina é ben lontana da quella stabilità che le serve per rimettersi in piedi. Diciamo che più che per rimettersi in piedi la stabilità - quella vera, non quella della minaccia - serve per rimanerci una volta conquistati l'autonomia decisionale, la libertà d'espressione, la certezza del diritto, il processo democratico (e pur con i suoi tentennamenti l'Ucraina può dare lezioni alla Russia al proposito). La stabilità consolida il risveglio di una società civile, non lo sostituisce. Il cinismo invece fa solo i gattini ciechi, come la fretta.
Un grissino contro il muro di Berlino. Dopo aver garantito l'impunità per i generali birmani, Fassino è andato in Cina a ringraziare sentitamente i colleghi del Partito Comunista per la fondamentale opera prestata nel corso della crisi, in pratica per aver permesso al regime di Naypyidaw di reprimere, silenziare e rimanere saldamente in sella. Fin dall'inizio la nomina di Fassino come rappresentante UE è sembrata solo l'ennesimo tassello di quella commedia grottesca che sta andando in scena sulla carne ormai senza pelle del popolo birmano. Cosa c'entri con Than Shwe e la sua banda di macellai un funzionario di partito che si è fatto le ossa sulla Roma-Torino, tra la sede del PCI/PDS/DS/La Cosa rossa e Montecitorio, non si capisce. Ma a pensarci bene la scelta è del tutto coerente con la strategia di posizionamento nei confronti delle dittature di quello strano mostro senza spina dorsale che risponde al nome di Unione Europea: prima di tutto inginocchiarsi, poi ringraziare per l'onore concesso, infine cominciare il servizio con la solita fermezza, contundenza e integrità morale.
P.S. Intanto all'ONU si danno ai pic-nic. martedì, dicembre 18, 2007
Saddam pride. Di come vivevano bene gli omosessuali sotto baffone. Parola di NYT.
Birmania. Invocazioni di aiuto, inascoltate. Ogni regime paranoico coltiva sogni malati di autosufficienza e quello di Than Shwe non fa eccezione. Nella realtà quotidiana invece la povertà attanaglia una popolazione allo stremo, al punto che il lavoro minorile non si limita ad essere scenario abituale nel panorama sociale birmano ma diventa bene da esportazione. Come si conduce al disastro una nazione ricca di risorse: la Birmania è un caso di scuola.
Sul fronte della repressione politica emergono altre testimonianze sull'uso di forni crematori a Yangon per cancellare le tracce delle vittime: A delegation of Buddhist witnesses who entered Myanmar posing as tourists to document the aftermath of September's monk-led uprising said secret talks with activists pointed to a death toll of at least 70, far above United Nations estimates of 31. "We were told by a reliable source that there were 70 people who were killed after the demonstrations, while they were being detained," she said. "We were told crematoriums were operating in the early hours of the morning between 1am and 4am." The stories, she said, tallied with Pinheiro's description of corpses, some seemingly the bodies of monks, being burned in suspicious circumstances at a Yangon crematorium, in an apparent attempt to hide the number of those killed. Before the crackdown, there were an estimated 500,000 monks and novices in Myanmar. Many are now missing, rights groups say. A Mae Sot gli oppositori in esilio progettano il futuro prossimo nella speranza che il sipario non cali definitivamente sul caso birmano. Si parla di obiettivi finali e di mezzi per raggiungerli, senza escludere nulla: Desperate to maintain the momentum of their challenge to military rule in Burma, opposition leaders in this border town are working with networks of supporters to get monks to return to the streets in protest, to push foreign governments to impose tougher sanctions and to persuade ethnic militias to resume guerrilla attacks. C'è bisogno di aiuto dall'esterno per continuare a lottare: For years, the U.S. government has taken the lead among foreign governments in providing funding for this kind of training and equipment. Those funds are likely to increase substantially in the coming year, if pending legislation moves through Congress. We are not talking about guns," said Maung Maung. "We want money for sat phones, for digital cameras, for typewriters for the monks, for bicycles. We need it now." But there is plenty of talk here about guns. It is focused on 17 ethnic groups that since the 1990s have suspended armed conflict with the military. Now, leaders of several of the ethnic groups are talking with the leaders of Suu Kyi's exiled political party and other opposition leaders about resuming their conflicts -- as a way of pressuring the military to negotiate seriously with Suu Kyi. "Without this kind of pressure, the military regime does not move, and that is for sure," said Mahn Sha, secretary general of the Karen National Union. The Karen have refused to sign a cease-fire with the military. Le onorificenze vanno bene ma per porre fine all'avvilimento di un popolo serve altro. C'è un paese intero che grida in silenzio, perché non può alzare la voce.
Iran meno atomico, forse. Salutato dai critici dell’amministrazione Bush come l’ennesima conferma della predisposizione all’inganno del presidente americano, il National Intelligence Estimate reso pubblico recentemente dallo stesso governo di Washington sembra a prima vista smentire anni di allarmi internazionali sulla corsa all’atomica da parte del regime di Teheran. Il rapporto dei servizi segreti ridimensiona infatti la portata della minaccia degli ayatollah decretando che il programma nucleare militare iraniano fu interrotto nel 2003 e da allora mai più ripreso. Tanto rumore per nulla quindi? Non esattamente. (...)
Continua su LibMagazine con una breve incursione nei rapporti fra politica e servizi segreti. giovedì, dicembre 13, 2007
Primarie nello Zimbabwe. Mugabe vs. Mugabe. Scelto Mugabe. Presidente uscente: Mugabe. Presidente entrante: Mugabe.
There was no vote.
Quest'uomo poteva essere presidente degli Stati Uniti.
"I am going to speak an inconvenient truth," Gore told an audience of several hundred, playing on the name of his Oscar-winning documentary. And in low tones he added: "My own country the United States is principally responsible for obstructing progress in Bali," spurring rapturous applause and cheers. Quando ci decideremo a riconoscere a Katherine Harris il posto che merita nella storia del suo paese?
Punti di vista. Secondo me la cosa più triste non è che Luttazzi abbia copiato la battuta da un comico americano; è che in America ci siano comici che fanno battute come quelle di Luttazzi.
martedì, dicembre 11, 2007
Da Lubiana a Pristina. Magistrale panoramica di Enzo Bettiza sul Kosovo prossimo venturo. Forse perché albanese, forse perché musulmano, forse perché tutti e due, si finisce sempre per guardare a quell'area dei Balcani soltanto come a una fonte potenziale di problemi. Più che comprensione emerge il fastidio dell'Europa politica e degli osservatori (blogger compresi) per una pentola a pressione perennemente sul punto di esplodere. Perfino su Milosevic affiora la tentazione del revisionismo al ribasso quando si parla di Kosovo. E invece è proprio dal tentato genocidio del regime di Belgrado che è obbligatorio passare per giudicare con un minimo di prospettiva la vicenda kosovara. Il Kosovo non è, come qualcuno vorrebbe far credere, un altro "piccolo paese di merda". E' una tragedia viva, una ferita nella carne della storia europea.
Rebus malese. Paese difficile da capire per un occidentale, la Malaysia combina modernità e tradizione islamica, sviluppo economico, un tentativo di melting pot e donne velate da capo a piedi. Adesso c'è maretta all'interno della società e le ragioni sono diverse: discriminazioni etniche, squilibri economici, forse semplicemente un'identità troppo complessa per poter essere gestita senza grattacapi. Asia Times prova un'analisi mentre il primo ministro deve decidere se farsi dictator. Il suo predecessore era quello che diceva che gli ebrei governano il mondo per procura. Insomma, un intellettuale.
Il valzer di Vladimir e Dimitry. Se la cantano e se la suonano. Stefano Grazioli dice che così la Russia si fa più liberaldemocratica. Speriamo bene.
Sta all’Occidente capire i segnali che vengono da est. E ti pareva.
Fa caldissimo ad Algeri. Dedicato a chi crede che il cambio climatico sia il grande problema del nostro tempo.
lunedì, dicembre 10, 2007
Su Luttazzi solo due cose (anzi tre). Una: ha di nuovo ragione Jimmomo, la libertà d'espressione qui c'entra nulla. Due: quello che è piovuto su Daw dimostra da che parte stia il fascismo, nel nostro devastato paese. Poi c'è la lettera di Ferrara, da applausi e basta, nel caso specifico rovinata da un titolo inutile di Repubblica, come al solito.
E venne il giorno. Ci sono voluti due anni e mezzo prima che la carta stampata sdoganasse TocqueVille. Per la verità c'erano stati gli intermezzi di Libero, al seguito delle uniche due riunioni dei bloggers finora celebrate, ma quella di oggi è un'entrata dalla porta grande grazie alle ottime pagine (un, due e tre) a cura di Vittorio Macioce sul Giornale. Al di là delle schematizzazioni necessarie per spiegare il fenomeno TocqueVille ai non addetti ai lavori, la parte più importante dell'articolo è probabilmente quella in cui l'autore cerca di definire le linee ideali della città dei liberi. Conviene riprenderla per intero, perché a mio parere è il tentativo più riuscito che si sia potuto leggere finora:
TocqueVille nasce da quella tradizione che per decenni ha combattuto a gruppi sparsi e minoritari, che non aveva utopie, e si trovava fuori sincrono con i demoni del Novecento. È una tradizione che pesca nei crocicchi, sulle linee di confine, nei buchi lasciati tra le reti dei regimi, allargati di notte come facevano i fuggiaschi dell'ex Ddr, quando cercavano un varco di libertà oltre il Muro. È la tradizione che ha gettato i suoi semi nell'America di Thomas Jefferson, nell'ansia libertaria di Tocqueville, nella rivolta individualista e anarchica di Stirner contro l'idealismo romantico. È il mercato etico di Adam Smith, quel signore scozzese che prima di gettare le basi della scienza economica era, non dimenticatelo mai, un professore di filosofia morale. È il fascino con cui Werner Sombart raccontava la forza creatrice del capitalismo, l'ansia di libertà del mercante, che cerca nel profitto, più che l'egoismo personale, l'affrancamento delle servitù feudali. È la tradizione di chi non crede che la storia abbia una trama e un finale già scritto, quindi non insegue il sole dell'avvenire e soprattutto non ha la verità in tasca, perché solo i cattivi profeti spacciano per scienza l'oroscopo delle stelle. Non sono così sicuro che TocqueVille nel suo insieme sia stata sempre fedele a questi principi e l'ho scritto più volte. Ma è certo che quello descritto da Macioce è esattamente lo spirito che fece nascere l'esperienza tocquevilliana e che stimolò fondatori e aderenti originari ad impegnarsi per la sua riuscita. Fa piacere che un osservatore esterno sia stato in grado di coglierlo così bene, meglio di molti di noi. Cerchiamo di esserne all'altezza, ché non è facile. domenica, dicembre 09, 2007
Non solo CIA. Né grand né little bargain per Israele. Quando c'è di mezzo la sopravvivenza meglio non fidarsi di uno strano rapporto.
Le sette meraviglie del male. Scelte da Esquire, ma ce ne sono molte di più.
Poveri bambini. Mirabolante invettiva anti-Kasparov sul blog di un Poganka sempre più nervoso. Per essere un signor nessuno, occupa buona parte dei suoi pensieri ultimamente. Nemmeno il capo si rovina le domeniche così. Nessun pensiero invece sulle splendide iniziative per la gioventù promosse dal Cremlino, cose da tempi assai più cupi. Ieri tragiche, oggi solo grottesche, in ogni caso mai un bel vedere:
Only two months old, Mishki is just the latest in a broad array of pro-Kremlin youth groups. It joined 30,000 youngsters at a Nashi rally on Vasilyevsky Spusk, near the Kremlin, in the morning to celebrate the victory of President Vladimir Putin and United Russia, whose candidate list he led in Sunday's State Duma elections, before holding its own rally later in the day. The rally was Nashi's third since Sunday. "I love the Mishki! I love Russia! I love Putin! Together, we will win!" children's voices boomed from speakers set up on Vasilyevsky Spusk, near Red Square, during the morning Nashi rally. Com'era? "Chi può, faccia funzionare il cervello" o qualcosa del genere... P.S. Si veda anche questo, onde evitare reprimende fuori luogo. sabato, dicembre 08, 2007
Gli unici diritti rispettati in Birmania. Quelli di sfruttamento dei giacimenti di gas:
La Cina ha battuto l’India per acquisire i diritti di sfruttamento del maggior giacimento di gas del Myanmar, stimato pari a 218 miliardi di metri cubi. Kim Sang Ook, direttore del dipartimento relazioni della Daewoo International Corp., titolare del 60% dei diritti di estrazione, ha detto che l’azienda e il governo del Myanmar sono d’accordo sui criteri di questa scelta. Ora dovrà essere deciso il percorso del gasdotto, per trasportare la prevista produzione di 80 milioni di metri cubi di gas al giorno. La provvigione. mercoledì, dicembre 05, 2007
Russia. Un gioco a perdere. Pur non prevalenti, si delineano due tendenze speculari e ugualmente perniciose nell'analisi della Russia putiniana. La prima è quella che vede in ogni regresso autoritario della politica moscovita il fantasma del ritorno all'URSS: davvero di corto respiro dev'essere la memoria storica se, a soli sedici anni dal suo dissolvimento, si è già persa la cognizione di quel che fu il mostro totalitario sovietico e di dove arrivassero i suoi tentacoli. La seconda è quella che, in un misto di negazionismo ed approvazione esplicita per il metodo Putin, finisce per giustificare qualsiasi involuzione come misura necessaria per reggere un paese enorme dopo settant'anni di comunismo e dieci di "caos". E' un po' la visione paternalista dei popoli da governare con il pugno di ferro o quella comoda della presunta mancanza di alternative. Ultimamente, nella crescente difficoltà a seguire la strada del memento negare semper, questa corrente di pensiero si sta orientando verso il così fan tutti (o almeno molti), con risultati a volte piuttosto grotteschi: Putin trucca le elezioni? E il Kazakistan allora? La magistratura fa piazza pulita degli oppositori? Che dire di Mastella? La collusione fra mafia e potere corrompe le istituzioni? Guardate Locri prima di parlare. Putin sta imbavagliando la società civile? Eltsin però beveva un sacco e regalava il paese al suo gruppo di amici. E così via, nella solita orgia di relativismo sciatto cui sempre ci si aggrappa quando diritti, garanzie e libertà diventano semplici dettagli della storia, pure un po' fastidiosi. Ma se ci si limita a constatare l'ampio appoggio che riscuote il padrone del Cremlino senza soffermarsi sulla manipolazione del consenso, se si fa notare la debolezza dell'opposizione senza esaminare le condizioni di oggettiva precarietà in cui il dissenso è costretto a manifestarsi, si compie un'operazione a dir poco scorretta. Putin non è il demonio dipinto da certo moralismo occidentale, si sente dire. Vero, la Russia non è l'Iran di Ahmadinejad, non è certo la Birmania dei generali e non è nemmeno la Cina dei compagni pseudo-capitalisti: a Mosca è possibile trovare ancora spazi pubblici di confronto e critica impensabili a Pechino. Ma siamo sicuri che siano questi i termini di paragone in base ai quali giudicare l'attuale corso politico? Perché non pretendere dai russi e dalla loro classe dirigente di più e di meglio? Perché continuare a vedere nei settant'anni di comunismo e nei dieci di "caos" (ammeso e non concesso che quest'ultima definizione sia accettabile) un alibi per un autoritarismo di ritorno e non piuttosto la necessità di un riscatto definitivo per la società russa? Stefano Grazioli, poco prima delle elezioni, dopo aver citato alcuni dati a sostegno della presunta efficienza economica del sistema Putin si domandava: "Allora, perché cambiare?". Per la stessa ragione per cui i treni in orario non rendevano di per sé accettabile il regime mussoliniano. E soprattutto perché finché ci si ostinerà a considerare sviluppo e democrazia liberale come variabili indipendenti quando non contrapposte, non si otterrà in definitiva che l'illusione del primo nella cronica assenza della seconda. Un gioco a perdere cui, dopo decenni di sofferenze, non si capisce proprio perché si vogliano condannare i russi.
Il piccolissimo principe. Veramente un duro questo Sarkozy...
lunedì, dicembre 03, 2007
Una domanda su Hugo. Per gli aspiranti dittatori la prima lezione proveniente dal referendum venezuelano è la seguente: mai convocare un'elezione se non sei completamente certo di poterne controllare il risultato. In questo senso Chávez ha commesso lo stesso errore di Pinochet nel 1988: troppo sicuro del fatto suo, ha cercato il plebiscito e gli è andata male. Mascherare il consolidamento di un regime sotto le mentite spoglie di un processo democratico non porta bene: a volte ci scappa la sorpresa.
Considerazioni di contorno a parte, mi sembra di non aver ancora letto un'analisi che provi seriamente a rispondere alla domanda fondamentale della domenica di passione bolivariana: con il controllo quasi assoluto dei media, dell'educazione, della propaganda, con la persecuzione sistematica dell'opposizione, lo svuotamento progressivo delle istituzioni e l'annullamento dei pesi e contrappesi su cui si regge uno stato di diritto, con l'estensione di una rete di potere consortile e capillare su tutto il territorio e tenuto conto della proverbiale attitudine all'imbroglio del personaggio e dell'esistenza di tutte le condizioni per poterlo perpetrare ancora una volta, come ha fatto Chávez a perdere il referendum? |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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