1972

venerdì, novembre 30, 2007
Birmania. La caccia continua. Con la chiusura del monastero di Maggin la giunta birmana ha ottenuto in un colpo solo un doppio obiettivo: aggiungere umiliazione ad umiliazione nei confronti della religione ufficiale del paese e celebrare a modo suo la giornata mondiale contro l'AIDS:

It's also ironic and shaming that Burma is preparing to celebrate World AIDS Day at a time when a Rangoon hospice and treatment center for HIV/AIDS patients, located at Maggin Monastery, was forced to close when troops sealed off the compound.
The Maggin Monastery center drew HIV/AIDS patients from throughout the country. Neglected by the state and its "social organizations," they found shelter, food, medical care and compassion among the monks.


Non solo monaci. Anche la minoranza musulmana ha una storia di sofferenze da raccontare:

The junta has ostracised them, by refusing full Myanmar citizenship, calling them only “residents of Rakhine state”. Almost all the roughly 800,000 Rohingyas today are stateless. The military regime routinely presses them into slave labour, severely restricts their rights to travel and marry, and denies them access to both medical care and education.

The largest number has fled to Bangladesh. But the Bangladeshis have been reluctant hosts. Citing overpopulation and land scarcity, successive governments have forcibly repatriated the refugees: 250,000 were expelled between 1991 and 1992, and almost as many since.


Quello che racconta ogni giorno The New Light of Myanmar invece è un mondo parallelo. Per collezionisti.
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Il dormiveglia della ragione. Siamo così stanchi che nemmeno un caso delirante come quello dell'insegnante britannica in Sudan riesce a suscitare "un giudizio netto, interamente indignato", per dirla alla Pasolini. Ci stiamo abituando a tutto, perfino ad abissi ideologici di questo calibro. Non è questione di muscoli, gli appeasers non si preoccupino, solo di cervello. Ma ormai fa paura anche quello.
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giovedì, novembre 29, 2007
L'equazione realista è sempre verificata. Se ne cogli l'essenza il realismo è affascinante, specialmente nella declinazione post-moderna che ne fanno alcuni. Consiste nell'adattare l'analisi della realtà sempre agli stessi schemi che serviranno a spiegare tutto, passato presente e futuro: da Bin Laden al cambio climatico, dal crollo del comunismo al delitto di Perugia. Soprattutto si basa su una condizione essenziale: eliminare qualsiasi fattore che possa far deragliare le premesse del ragionamento. Alla fine del quale non resta che la notte eterna, quella in cui tutte le vacche sono nere. Un esempio, senza polemica (sul serio):

Il primo punto da cui partire è che il conflitto israelo-palestinese è un conflitto come tutti gli altri. Ci sono due attori, che lottano per imporre la loro volontà sull’altro. E ci sono degli altri attori esteri che li sostengono. Allo stesso tempo, tanto la fazione israeliana quanto quella palestinese sono divise al loro interno tra una miriade di posizioni e fazioni contrastanti.
Questi sono i dati da cui bisogna partire. Tutto il resto è ininfluente, o volutamente provocatorio. Il ruolo della religione, del sionismo, dell’islamismo, il dibattito su chi abbia abitato per primo la Terra Santa e così via sono tutti argomenti molto interessanti. Ma anche irrilevanti ai fini della comprensione del conflitto, e soprattutto per il raggiungimento della pace.

E' questa dogmaticità che innamora. Il credere che la storia si possa studiare e spiegare con una semplice equazione. L'ostinarsi a ritenere il fattore umano, ideale o ideologico, un semplice accidente. L'usare la dottrina come puro strumento dialettico. Non è un problema da poco perché falsare le premesse (anche in buona fede) porta a conclusioni pericolosamente parziali (nel senso di incomplete e quindi oggettivamente erronee), al limite della manipolazione. E questo una seria analisi scientifica credo non se lo possa permettere.
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mercoledì, novembre 28, 2007
Dove sono i monaci? La stessa angosciosa domanda ritorna due mesi dopo la rivolta di settembre. A porsela stavolta è Newsweek che nota come il paesaggio urbano abbia cambiato colore dopo la repressione:

The few foreigners who have managed to enter Burma since the junta's crackdown have all noted how empty the country's temples and monasteries seem to be. Thought to number around 400,000, Buddhist monks had been ubiquitous in Rangoon, Mandalay and other Burmese cities for centuries. "Something has happened," says Shari Villarosa, chargé d'affaires at the U.S. Embassy in Rangoon. "It's frightening to think of. It's not like they all willingly left town."


C'è chi è in prigione, chi agli arresti domiciliari, chi è fuggito. E poi ci sono i morti, il cui numero resta un interrogativo destinato a non trovare risposta.

Many monks have been placed under "monastery arrest," forbidden to leave their campuses, except to collect their daily alms. Others have been forcibly derobed. And some terrified monks have fled to the countryside or to neighboring Thailand and China. "The monasteries in my neighborhood seem empty," says the 26-year-old monk, who was jailed for 19 days. "In my monastery, we used to have 100. Now we're down to about 31. I can feel the silence."
Those few monks visible at the Shwedagon temple in Rangoon, a magnificent, sprawling complex of pagodas anchored by a glittering 2,500-year-old stupa, move around cautiously, mostly alone. In Amarapura, near Mandalay, the number of monks who queue up for lunch each day at the Mahagandayon monastery—a daily ritual once mobbed by tourists—has also declined dramatically.


La nonviolenza è una filosofia ma non sempre un metodo di lotta efficace. Qualche dubbio s'insinua in chi è rimasto:

Asked what help he'd like from outside powers, a young monk in Mandalay forms a trigger with his finger and makes the sound of a gun being fired. "People have nothing," he says. "They ask the government for help and get nothing. What else can we do?"

Jotman pubblica la sua intervista a puntate con quattro religiosi rifugiatisi in Thailandia. Ritorneranno, dicono, più determinati di prima. Ma intanto i militari continuano l'assedio.
Ognuno ha un ricordo speciale legato a un monaco, in Birmania. Per noi fu un abate magrissimo che si affacciò alla finestra un pomeriggio di agosto mentre passavamo in bicicletta lungo un sentiero di campagna a Nyaung Shwe. Ci avvicinammo un po' timorosi a quell'enorme edificio in legno, il suo monastero. Ci viveva da solo da oltre vent'anni. Le porte erano aperte, un gatto il maggiordomo. Ci invitò a salire le scale, ovviamente scalzi, fece luce all'interno di quello stanzone semioscuro, preparò tre banane in un piattino e si sedette ad ascoltare come se fosse la nostra la vita da raccontare. " Sibaia" (Spagna) ripeteva in continuazione, con un sospiro: un nome ascoltato da altri visitatori, in altri momenti. Dell'Italia conosceva solo Giovanni Paolo II e di lui solo il giorno dell'attentato e l'immagine dei medici - i " turturi", i dottori - che lo operarono. Poi la foto di rito e un santuario di statue del budda, nel retro di quella casa-museo così vuota per noi, così colma di memorie e preghiere per lui. Fuori solo i campi colorati. Da lì la Birmania sembrava quasi una terra felice.
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martedì, novembre 27, 2007
Il piccolo principe. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di Jacques Chirac se a far man bassa di contratti nei salotti dell'imperatore cinese ci fosse andato lui e non il nuovo idolo della "destra moderna europea ", Nicolas Sarkozy. Mi chiedo se ne sarebbero rimaste almeno le ossa dopo l'operazione (sacrosanta) di spolpamento che avrebbero compiuto blog, giornali e media conservatori (vorrei dire liberali ma non ce la faccio), a cominciare da quelli italiani. Invece il mutismo dell'eroe della nouvelle France (le illusioni muoiono all'alba) non dico su Taiwan, non dico sul Tibet, non dico sull'assenza di garanzie legali per gli imputati, non dico sui laogai ma almeno sul caso di un dissidente, anche uno solo, è passato quasi inosservato in tribuna. Imbarazzante, su tutte, la prima pagina di Le Figaro, un peana alla grandeur alla faccia dei condannati. Che Sarkozy non fosse l'uomo nuovo che avrebbe cambiato la storia della Francia si era capito al quinto minuto del suo mandato (almeno qui). Che la sua politica estera non avrebbe dato nessun segnale concreto di discontinuità rispetto a quella del suo predecessore si poteva intuire altrettanto facilmente, al di là delle dichiarazioni di facciata. Da oggi si può ufficialmente dichiarare che l'asse Parigi-Pechino è più forte, più saldo, più vigoroso che mai, e che il silenzio quasi unanime che lo avvolge è ancora più assordante. E a quanto pare nemmeno a casa sua il piccolo principe si distingue per originalità.
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domenica, novembre 25, 2007
L'insostenibile leggerezza di Tenzin Gyatso/2. Anche il Dalai Lama in fondo è consapevole di consegnare al suo successore una causa indebolita:

The Dalai Lama has had a number of international successes in recent weeks promoting his cause of Tibetan autonomy — not, he has taken pains to note, independence — and protection of its culture, much to Beijing's fury.

But despite those high-profile appearances the Dalai Lama is well aware that time is on Beijing's side. "The Chinese are simply waiting for him to die," says Nicholas Bequelin, a China researcher for the New York-based rights organization Human Rights Watch. When the Dalai Lama is gone, Bequelin says, supporters of Tibetan autonomy will have lost what is by far their most potent symbol of resistance to Chinese rule. Whoever takes over will have a much-diminished presence.


Ecco allora all'orizzonte nuove regole per la scelta della prossima guida spirituale. Dalla reincarnazione ad una designazione politica:

"If the Tibetan people want to keep the Dalai Lama system, one of the possibilities I have been considering with my aides is to select the next Dalai Lama while I'm alive," he told the Sankei Shimbun in an interview published November 21st. That could mean either some kind of democratic election among senior Buddhist monks or a personal selection by the current Dalai Lama himself, who is the 14th of the line.

But even if the Dalai Lama finds the perfect candidate, it may be too late. Beijing has become more sophisticated in dealing with Tibetan religion, allowing some interaction among less exalted lamas on both sides of the political divide. More importantly, the accelerating erosion of Tibetans' traditional nomadic lifestyle, along with a burgeoning influx of ethnic Chinese workers, businessmen and tourists, makes it likely that Tibet will lose much of its unique cultural identity within a generation.
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sabato, novembre 24, 2007
Holodomor. Ovvero il genocidio per fame, i fantasmi della Russia e, ovviamente, Walter Duranty e la coscienza sporca dell'occidente.
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venerdì, novembre 23, 2007
L'insostenibile leggerezza di Tenzin Gyatso. Nonostante la severità del giudizio, l'osservazione di Gilioli sull'operato del Dalai Lama è nella sostanza condivisibile. Ovviamente vanno tenute in considerazione le attenuanti del caso: la potenza di fuoco dell'occupante, la repressione sistematica, la violenza esercitata contro un popolo inerme, l'esilio. Ma le stesse circostanze diventano aggravanti se si capovolge la prospettiva: che senso ha continuare a lottare filosoficamente contro la più grande dittatura del mondo? In un'ottica strettamente personale, etica o religiosa, si tratta di un'opzione rispettabile. Ma se definiamo le responsabilità di un leader politico e spirituale allora è facile rendersi conto che il Dalai Lama ha nei fatti tradito le aspettative del popolo tibetano. Ieri Benedetto della Vedova ne rivendicava il diritto di parola alla Camera dei Deputati sulla base del

fatto di non avere mai difeso la causa tibetana in chiave anti-cinese, malgrado le persecuzioni subite dalle autorità di Pechino, e di avere limitato alla battaglia non violenta per l’autonomia civile, culturale e religiosa della comunità buddista tibetana una lotta che, ovviamente, avrebbe potuto prendere pieghe assai più violente, al servizio di un ideale secessionista e indipendentista.

Forse il problema è proprio questo.
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mercoledì, novembre 21, 2007
Tutti abbiamo un passato. Non tutti lo stesso, però. Fausto Carioti ricorda di che pasta fosse l'attuale presidente della repubblica italiana nel pieno della sua maturità politica. Qui e qui.
A Torino anni fa trovai un libro di seconda mano intitolato Contro Solgenitsin: raccoglieva scritti sovietici e occidentali che denunciavano quella del dissidente come propaganda imperialista, fascista e tutto l'armamentario ideologico che conosciamo. Un gioiellino. Mancava solo Napolitano, annata '74.
Poi quest'estate ho visitato il museo Ho Chi Min di Hanoi. Il Vietnam che salva il mondo dal fascismo e via dicendo. Spiccava un titolo: "L'eroico Vietnam ha vinto". Era l'Unità, più o meno lo stesso periodo.
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Stupri di massa. E' il Congo, conta nulla.
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S-21. Oggi Duch si è seduto davanti alla corte che lo processerà per genocidio. E' il primo dei volenterosi carnefici di Pol Pot a rispondere davanti alla giustizia. Un atto dovuto nei confronti delle vittime di un massacro indescrivibile. Ma il problema in fondo è proprio questo: certe volte la tragedia storica è troppo grande per un'aula di tribunale.
Chi è Duch.
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Volevo solo dire. Che Berlusconi ha fatto bene. Non che sia necessariamente cosa buona e giusta. Solo che ha fatto bene.
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I segugi. Ma avete notato che in Italia quando un caso criminale è leggermente più intricato del classico marito uccide la moglie per gelosia o vanno per tentativi finché non incastrano qualcuno o più facilmente non lo risolvono?
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martedì, novembre 20, 2007
Una commedia che non fa ridere/2. Qui ASEAN: l'eroica resistenza della Arroyo (avevamo avvisato) e l'encomiabile impegno per i diritti umani degli stati membri. Un po' più seriamente, un'interessante analisi sulle abissali differenze socio-economiche all'interno del gruppo dei dieci.
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lunedì, novembre 19, 2007
Una commedia che non fa ridere. Mentre l'Italia si affaccenda attorno ai protagonisti di sempre, dall'altra parte del mondo si consuma una fiction dai contorni grotteschi. Del vertice dell'ASEAN in realtà non varrebbe la pena parlare data l'inconsistenza del consesso e la vacuità delle sue deliberazioni. Però siccome sulla riunione di quest'anno in corso a Singapore aleggia il fantasma della tragedia birmana, conviene farci caso per capire fino a che punto ormai il linguaggio e i riti della diplomazia internazionale divergano dalla realtà storica. Cominciato con una dichiarazione di principio che non lasciava dubbi sulle intenzioni dei partecipanti

"Myanmar is part of our family and it is the principle involved," ASEAN secretary-general Ong Keng Yong told reporters a day before an annual summit of Southeast Asian leaders convenes in Singapore. "It's like you as a parent, if you have a troubled child, do you say, 'Go to the sanitarium, go out of the house, I don't want to talk to you?'"

e proseguito con un gentile omaggio al premier birmano (cosa avesse da temere da un discorso di Gambari lo sa solo lui)

Southeast Asian leaders have canceled a planned briefing by United Nations envoy Ibrahim Gambari, who was to address a regional summit this week about the situation in Burma.
Host Singapore had invited Gambari to brief the summit of the Association of Southeast Asian Nations, ASEAN. But officials say the talk was called off due to strong Burmese objections.

l'incontro ruota intorno al tentativo degli stati membri di darsi una carta costitutiva allo scopo di attribuire una parvenza di legittimità all'esistenza dell'associazione. Il documento, in linea con lo spirito di amore universale che promana dal Palazzo di Vetro, si basa - udite udite - sulla "promozione dei diritti umani e il rafforzamento della democrazia". Ecco l'elenco degli stati membri e firmatari: Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam e dulcis in fundo Birmania. Due dittature comuniste, due regimi militari, una città-stato autocratica, un sultanato, una democrazia traballante e tre stati che non si sa bene come definire. La giunta di Naypyidaw ovviamente ha subito fatto conoscere la sua convinta adesione ai principi enunciati nella carta, soprattutto quando agli stessi - per esplicita ammissione degli aderenti - non sarà possibile dar seguito in alcun modo:

Burma gave its full backing Monday to a landmark Southeast Asian charter that will create an agency to review the region's human rights after drafters took out references to punishing violators.

"I'm not sure if it will have teeth but it will certainly have a tongue," Singapore Foreign Minister George Yeo said, referring to the agency's right to admonish and criticize violators. "It will certainly have moral influence if nothing else. But these are details for the future."

Burmese Prime Minister Gen Thein Sein, who will attend the summit, is expected to sign the charter, now that negotiators have watered it down by dropping earlier recommendations to consider sanctions, including possible expulsion, in cases of serious breaches of the covenant by member nations.


Notevole che il tutto sarà sottoposto alla ratifica dei rispettivi parlamenti. Solo che in Birmania il parlamento non c'è: l'hanno eliminato i militari dopo aver perso le elezioni.
Per completare la messinscena era però necessario un barlume di opposizione interna. E' toccato alla Arroyo fare la vocina grossa. Than Shwe sarà terrorizzato.
Sull'ASEAN e la Cina sia Stati Uniti che UE ripongono le maggiori aspettative per la risoluzione del caso birmano. Capite perché certi popoli non hanno speranza. (Zitti, parla Fassino).
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sabato, novembre 17, 2007
La lettera di Francesco. Meravigliosa (grazie al Buroggu).
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venerdì, novembre 16, 2007
Il patteggiamento. Fa quasi tenerezza il povero Pinheiro mentre al termine del suo viaggio nel villaggio Potemkin del regime di Naypyidaw dichiara con convinzione di aver potuto stabilire il numero delle vittime della repressione. Scortato in ogni suo movimento da ufficiali del governo, accompagnato a visitare monasteri appositamente ripuliti, accolto a braccia aperte da una giunta militare premiata dopo il massacro da ben tre missioni ONU sapientemente utilizzate come formidabile strumento di propaganda, il povero Paulo Sergio ha sì dovuto riconoscere di aver "ricevuto principalmente la prospettiva del governo" ma non ha mancato di elogiare i suoi interlocutori per la "buona cooperazione" offerta. Fra qualche giorno l'imperdibile rapporto che decreterà il compimento del mandato, in realtà solo l'ultimo di una lunga e penosa serie di fallimenti. L'ONU potrà chiudere la pratica dopo aver sdoganato un altro regime criminale. Curiosi di sapere a quanto ammonta il conto di Pinheiro? Ansiosi di smascherare le bugie di Than Shwe grazie all'intrepido brasiliano del Palazzo di Vetro? Tenetevi forte però perché l'anticipazione farà tremare i palazzi di Naypyidaw: i morti infatti non sarebbero i dieci dichiarati ufficialmente ma... quindici! La fonte? Un ospedale e il registro un cimitero. Formidabile Pinheiro, sei giorni di gita pagata per patteggiare con i macellai cinque vite umane in più: e infatti i macellai hanno subito firmato, nemmeno loro stavolta si aspettavano di cavarsela così a buon mercato.
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giovedì, novembre 15, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/10. Stazione di Yangon, agosto 2007. Le vie di accesso ai binari sembrano i bracci di una prigione. Una giovane madre allatta un neonato, la piccola testa abbandonata all'indietro, la mano sospesa nel vuoto come se ancora non gli appartenesse. La donna cambia lo straccio bagnato che lo avvolge, poi lo appoggia sulla panchina lurida ad asciugare. A pochi metri di distanza altri bambini raccolgono le erbacce cresciute tra le rotaie. Un monaco chiede qualcosa da mangiare, un ragazzo si avvicina offrendo una banana. Arrivano treni senza porte e senza vetri. Prendiamo il nostro, due assi di legno come sedili e trentacinque fermate nella desolazione. I posti sono tutti occupati ma tra i passeggeri qualcuno si alza per farci accomodare. Proviamo a rifiutare ma ci prendono per un braccio finché almeno uno dei due non cede. Poi sorridono, quasi che ringraziare toccasse a loro, la gentilezza non muore. La Birmania potrebbe essere una poesia. Invece è un lamento.
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mercoledì, novembre 14, 2007
La memoria cortissima. Fino all'altro ieri i rapporti della Spagna di Zapatero con il gorilla di Caracas erano questi:

Moratinos acusa a Aznar de respaldar en 2002 el golpe de Estado contra Hugo Chávez.

Moratinos vertió tales acusaciones en el programa de la primera cadena de TVE 59 segundos, emitido en la noche de este lunes. Cuando el director de Informativos de la Cadena COPE, Ignacio Villa, le preguntó si era consciente de la gravedad de lo que había dicho (¿"Está usted acusando al señor Aznar de ser un golpista?"), el ministro respondió: "He dicho lo que he dicho". Y volvió a sostener que "el embajador español (en Caracas) con el anterior Gobierno recibió instrucciones de apoyar el golpe".


E questi:

Zapatero firmará un acuerdo de venta de armas con Venezuela

España sellará esta semana la venta de equipos civiles y militares por valor de 1.300 millones de euros a Venezuela a pesar de los temores de EEUU sobre la adquisición de armas por parte de Caracas, dijo el martes una fuente del Gobierno español.


Gli amici uno se li sceglie.
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martedì, novembre 13, 2007
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De Italietta. C'è un pezzo su Grillo scritto tempo fa per Pajamas Media e pubblicato la settimana scorsa. Un tentativo di spiegare in poche parole l'irrealtà italiana a chi non può capirla, beato lui.
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A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi






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