1972

domenica, ottobre 28, 2007
Il dittatore e l'artista. Titolo di un pregevole libro di Norman Manea sulla Romania di Ceausescu, è per estensione la riflessione sull'eterno rapporto tra satira e regime, metafora della resistenza dell'individuo al totalitarismo. La Birmania non fa eccezione e il musico, il poeta, l'attore sono parte della sua vicenda storica.
Mandalay è bianca e sa di morte. Dispiace darne un giudizio così definitivo ma questa è la sensazione che mi è rimasta dentro dopo averla visitata. Yangon è il ricordo sbiadito di antichi fasti, calpestato dalla moltitudine. Mandalay no, Mandalay è spettrale, come abbandonata dopo un bombardamento e ripopolata a casaccio. Ma nella seconda città del paese la resistenza non nasce solo nei monasteri. Da anni una famiglia paga il suo impegno civile con il carcere e la sorveglianza. Il loro crimine: provare a far ridere dove ridere non è permesso. Par Par Lay, uno dei Moustache Brothers, è di nuovo scomparso:

"Par Par Lay, 25 September, taken away, in the nick, jailbird! His wife has been searching for him everywhere, we don't know where he is!"
Satisfied he has been able to make it clear that his elder brother, known as Par Par Lay, has been arrested, he continues his usual show.
The manic 58-year-old Lu Maw is one of the Moustache Brothers, a family of artists who follow a Burmese tradition known as A-Nyeint - a vaudeville mixture of slapstick, classical dance, sketches and stand-up comedy performed by travelling troupes.
The family is one of the few in Burma who dare to try to talk openly about what happened to their loved ones after the crackdown on anti-government protesters in September.

L'hanno preso così:

About midnight on Sept. 25, his relatives say, the police raided Par Par Lay's home-cum-theater here and took him away. On the same day, at least one other popular comedian who, like Par Par Lay, had previously been imprisoned for his political jokes, a man named Zargana in Yangon, was arrested, according to Amnesty International and local residents.


Par Par Lay ha già fatto questo viaggio altre volte:

In 1990, when the military government rejected the decisive victory of Aung San Suu Kyi's National League for Democracy in the country's first election in 30 years and placed the pro-democracy leader under house arrest, Par Par Lay was thrown into jail for six months for his political humor.
In 1996, his troupe performed before an audience of 2,000 people, including foreign ambassadors, at the lakeside compound of Aung San Suu Kyi, by then a Nobel Peace laureate. In one skit, Par Par Lay demonstrated a "government dance," a comic rendition of a wily public servant stealing money from the poor.
A videotape of the event shows Aung San Suu Kyi laughing, clearly entertained. The generals were apparently less amused. Par Par Lay and his cousin Lu Zaw, also a comedian, were sentenced to seven years in a labor camp. He was released after five and a half years.


I Moustache Brothers oggi sono confinati in casa e una cantina è diventata il loro scenario. Loro continuano a recitare e a prendere un po' in giro i carcerieri, solo in inglese, solo per gli stranieri. Fuori i soldati a fare la guardia.

"If the government comes and takes his clothes and food, then I will know he is alive," said Ma Win Ma, Par Par Lay's wife. "That is enough. I believe one day he will come back and we can perform together again."
Lu Maw said that when Par Par Lay was in prison camp, he used to perform for other inmates before bed time.
"Maybe he is performing in prison somewhere," Lu Maw said. "Yes, we are afraid. But we keep on going. We just joke. This is our job, our family tradition."


A Mandalay ci siamo persi lo spettacolo. Bisognerà ritornarci.
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venerdì, ottobre 26, 2007
L'anatra zoppa e il raccapriccio. Ad integrazione del commento di ieri sull'ultima sceneggiata del regime (sullo stesso argomento anche Jimmomo) da segnalare un interessante editoriale da Irrawaddy che fin dal titolo coglie l'essenza della questione. E' utile leggerlo perché se vi fidate dei giornali di mezzo mondo rischiate di non capire assolutamente nulla, data la totale assenza di prospettiva storica dei dispacci d'agenzia o degli articoli di presunto approfondimento. La tattica dilatoria degli incontri dei vertici militari con Aung San Suu Kyi non è nuova nella propaganda del governo. Nel recente passato fu addirittura Than Shwe ad interpretare il ruolo di attore protagonista, con i risultati sotto gli occhi di chiunque voglia vedere:

Suu Kyi, in fact, met Snr-Gen Than Shwe in 1994 and again about seven years ago. In 2003, Suu Kyi’s convoy and supporters were violently attacked by thugs instructed by Than Shwe.

Since the first meeting in 1994, the regime has released photographs and video footage of meetings between Suu Kyi and generals, but there has never been any accompanying sound.  The images raised false hopes and speculation among critics and apologists alike–but we all realized that was part of the game.

With the release of film material on the meeting between Suu Kyi and Aung Kyi, Than Shwe might be trying to buy more time and more breathing space. He wants his allies and friends to welcome the meeting and issue encouraging statements.

When Gambari visits Burma next month, we will again see photographs and video footage of Suu Kyi standing alongside the Nigerian diplomat. How many times have we seen it before?


La NLD, ormai ridotta ai minimi termini, non può far altro che emettere comunicati di circostanza privi di reale sostanza politica. Nel villaggio di Nyaung U ho potuto osservare dal vivo che cosa resta di quella che in molti continuano ancora a chiamare opposizione ma che purtroppo allo stato attuale non è che una sigla dietro cui si nascondono storie di coraggio, persecuzione e speranze andate in fumo: proprio come il cartello che annunciava la presenza di una sede del partito prima che venisse bruciata e abbandonata dagli squadroni della morte della dittatura. Sull'improvvisazione e la disorganizzazione del movimento per la democrazia si sofferma Bo Nyein in questo contributo per Pajamas Media:

The current uprising has revealed an ugly truth: there is a near total disconnect between people inside Burma and activists’ movements outside the country. They are two disjointed parallel worlds. Inside Burma, people are struggling to face the brutal suppression without much help, while outside most of the exile leaders are focusing on lobbying and public relations.

Burmese military leaders have systematically crushed the opposition internally. The exiled leaders still have no clue of what is needed to face these military dictators. The result is that there is no political infrastructure to mobilize the masses, and, most importantly, there is a total generation gap in the leadership.

After 18 years, the Burmese generals have amassed enough cash to expand the army and build an oppressive intelligence machine to systematically crush any opposition while National League for Democracy (NLD) -DASSK’s party- is close to collapse after severe oppression and isolation. SPDC is carefully using time and space to wear the resistance down. The generals are cunningly keeping the Western focus only on Daw Suu (DASSK) and NLD, the better to make them reinforce failure rather than look about for new avenues to success. (...) But great as she is, she alone cannot create miracles, and Burmese people over world must realize that it take people, organization and a political infrastructure to face these military dictators.

DASSK is now in her 60s and her time is nearing an end; in contrast, SPDC has trained the next generation of military leaders to take the place of Than Shwe and Mg Aye, the two ruling senior generals. Time is not on our side. Now is the time to reevaluate the situation, make hard decisions and change tack to face reality.


La sensazione che Aung San Suu Kyi sia ormai un'anatra zoppa (con rispetto parlando) è confermata proprio dalla sovraesposizione delle ultime settimane. Il regime, al contrario, appare così sicuro di sé da potersi permettere di pubblicare la sua foto sulla prima pagina del New Light of Myanmar.
Ma è un'altra immagine oggi a riportare tutti alla realtà: quella di un monaco assassinato probabilmente a colpi di machete scattata di nascosto all'interno dell'obitorio. Se non avete mai provato raccapriccio oggi potrebbe essere la prima volta.
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giovedì, ottobre 25, 2007
Fumo dalla cenere. E' in corso da qualche settimana una macabra danza intorno al corpo agonizzante del popolo birmano. Cominciata con la stretta di mano di Gambari alla triade in uniforme e proseguita con un'abile campagna propagandistica volta a promuovere l'immagine di un regime "aperto al dialogo", la messinscena della giunta (ex socialista, ora nichilista, mai comunista, se i termini hanno ancora un senso) ha trovato negli ultimi giorni altri due protagonisti involontari. Il primo è Paulo Sergio Pinheiro, prossimo candidato al ruolo di marionetta nel tour guidato alla scoperta delle meraviglie birmane (lui non sta più nella pelle), la seconda è purtroppo Aung San Suu Kyi il cui potenziale redentore i generali hanno recentemente scoperto e alla quale hanno nuovamente regalato un'ora d'aria per la foto di domani insieme al vice-ministro del lavoro nonché rappresentante speciale: una pedina illustre da spostare a piacimento nello scacchiere della repressione e dell'inganno. Puntando sulla parola d'ordine della riconciliazione nazionale la diplomazia gioca ancora una volta a favore della dittatura, accreditandola come interlocutore legittimo in un dialogo inesistente e contribuendo ad attutire l'eco del recente massacro: invece l'obiettivo vero non dovrebbe essere un avvicinamento impossibile tra vittime e carnefici ma la fine di decenni di oppressione e sottosviluppo. Troppo difficile in un mondo in cui per agire contro un crimine di stato devi chiedere il permesso alla Cina.

"We are a spiritually collapsed, physically poor, economically darkened country.”

(Anonimo, nella notte di Yangon).
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sabato, ottobre 20, 2007
In ordine sparso verso il consolidamento del regime. La tragedia birmana consegna all'opinione pubblica una disarmante immagine di confusione e improvvisazione all'interno della comunità internazionale. Ci siamo già soffermati più volte su questo punto ma conviene ritornarci brevemente perché l'impressione è oggi quella di un'assenza totale di linee guida e di meccanismi di gestione delle crisi. Ecco nell'ordine (cioè nel disordine) le ultime dalle cancellerie: l'Europa a mezza bocca minaccia nuove sanzioni alle importazioni di alcune materie prime ma lascia intravedere che se i generali si comportassero bene potrebbe subito ripensarci; gli Stati Uniti congelano le attività finanziarie di altri membri del regime; la Thailandia propone un negoziato a sei o sette stile Corea del Nord; l'ASEAN attraverso il rappresentante malese fa sapere che misure di ritorsione economica non sono nemmeno lontanamente all'orizzonte; l'India esprime preoccupazione diplomatica ma si guarda bene dal riconsiderare qualsiasi relazione economico-politica con la giunta; Cina e Russia fanno spallucce, pronte ad un "giù le mani dalla Birmania" qualora si cominciasse a fare sul serio. Ma la perla della settimana è - come no - di Gambari il quale, folgorato dalla disponibilità dei macellai a riceverlo, non trova di meglio che proporre "incentivi" per quelli di Naypyidaw. In effetti come rispondere ai massacri di piazza e alle prigioni di massa se non con una consistente dose di favori nei confronti dei responsabili? Perché non assegnare a Yangon le Olimpiadi del 2020, nuova disciplina tiro al manifestante? Sarcasmo a parte, constatare che - mentre la repressione continua con crescente ferocia all'interno del paese - tutto quello che l'ONU è in grado di partorire (e l'Europa, Brown in testa, tacitamente approvare) è l'idea di un "incentivo", dà la misura del precipizio non solo politico ma soprattutto morale in cui il consesso internazionale è caduto. A parte il fatto storico che un regime di queste caratteristiche si è dimostrato negli anni assolutamente impermeabile sia alle sanzioni che a qualsiasi tipo di engagement, c'è alla base un problema di principi. Non si tratta solo di comprarsi qualche concessione per mettersi in pace la coscienza, il quesito di fondo è come gli stati (in particolare le democrazie) intendano relazionarsi con i governi che sistematicamente violano i diritti umani e utilizzano la violenza come risposta alle rivendicazioni e alle legittime aspirazioni dei loro cittadini. E' la questione non risolta per eccellenza e la ragione per cui all'inizio del XXI secolo ancora non siamo capaci di dare risposte concrete e coerenti alle richieste di aiuto degli umiliati e degli oppressi: non solo uno scrupolo umanitario perché ogni problema di libertà diventa prima o poi un problema politico.

Every day, I hear sad stories. A father is killed when trying to reach his son in a school that is cordoned off by the military. A young student in a village school is killed by overzealous military, but the family cannot obtain the body, which was conveniently cremated. If the family protests, the whole village suffers.
For several days, word of what was happening here in Myanmar did get out. News organizations like CNN showed the world video of the people being beaten during the brutal government crackdown.
Now, I and others observe people arrested on the street and led into an alleyway or building where there are no cameras. What happens then is anyone's guess.

A recent quote in the The New Light of Myanmar, a government publication, says it all: "National traitors will soon meet their tragic ends."


Intanto i militari proseguono la loro farsa costituzionale inscenando manifestazioni popolari a supporto del governo. Ma la realtà parla di arresti indiscriminati: la polizia entra in casa, se non trova il ricercato si porta via i suoi familiari.
Breve storia del terrorismo di stato in Birmania e altre domande senza risposta:

How can they, military regime, brutally abuse its people?
Is our affair really internal, or regional or global issue?
Who are supporting the survival of such abusive government for what sake?


Ma c'è chi crede ancora nella nonviolenza:

Disobedience is at the heart of nonviolent struggle. “Even the most powerful cannot rule without the cooperation of the ruled,” Mahatma Gandhi said. Nonviolent movements succeed not necessarily when there are masses on the streets, but when enough people withdraw their cooperation, refuse to obey, and thus undermine the sustainability of the existing system.

People power is the sustained, strategic application of a variety of nonviolent tactics, including civil disobedience, boycotts, strikes and noncooperation. Gene Sharp, a student of nonviolence, has documented over 198 kinds of nonviolent actions, and each successful struggle invents new ones.

A Burmese exile with sources inside Myanmar reported that activists there are “calling for noncooperation with the regime and for non-attendance of factories and offices.”

Finally, nonviolent actions can themselves attract people to the opposition. A growing number of Myanmar’s residents have been turning off their televisions, and even lights, when the regime’s nightly newscast begins, thereby signaling support for the opposition and disgust for the government.
So if the generals wanted quiet, they got it - a quiet mobilization with a potential to grow.
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mercoledì, ottobre 17, 2007
Un monaco buddista e un presidente.



E ci dispiace per gli altri che sono tristi...
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martedì, ottobre 16, 2007
L'illusione tecnologica. Negli ultimi anni ci siamo assuefatti ad un pensiero consolante, quello secondo cui le nuove tecnologie avrebbero contribuito al successo delle rivoluzioni democratiche, grazie alla moltiplicazione esponenziale dei canali di diffusione delle idee e delle informazioni garantita da Internet. Nemmeno la censura più stretta sarebbe riuscita a controllare tutto e una volta premuto l’enter della ribellione civile nulla sarebbe più stato come prima. Se il sogno non è morto all’alba, di certo è stato bruscamente interrotto nella notte (...).
Continua sul LibMagazine (il corsivo).
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venerdì, ottobre 12, 2007
La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza. La Neolingua non permette repliche. Orwell fu di stanza in Birmania, ufficiale dell'Impero Britannico negli anni venti del secolo scorso. I suoi Giorni birmani sono oggi sarcasticamente considerati come il primo libro di una involontaria trilogia sul paese dei generali: La fattoria degli animali e 1984 completerebbero l'opera. Ovviamente Orwell non poteva sapere ma il suo lavoro a metà tra storia e profezia continua a descrivere la realtà molti decenni dopo. "Non sei più un monaco" gridano adesso i militari in faccia ai religiosi durante gli interrogatori:

"When one of us used a pronoun refering to himself as a monk, he was slapped," the monk said. "Then an interrogator said: 'You are no longer a monk. You are just an ordinary man with a shaven head.'"


Quella tunica è troppo ingombrante per i torturatori. Il male non può fissarsi allo specchio senza abbassare lo sguardo. L'autorità morale del nemico rende il potere di vita e di morte degli aguzzini un triste esercizio di sadismo fine a se stesso. Occorre annullare l'identità, cambiare il linguaggio per tornare ad essere padroni dei destini e dei pensieri. Allora il monaco non è più tale, solo un uomo con la testa rasata. Annichilita la vittima si può ricominciare a picchiare, riscritta la storia si può continuare a dominare: non più Birmania ma Myanmar; non più Rangoon ma Yangon. In fondo la forza è debolezza. Ma questo il Socing non l'ha scritto.
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giovedì, ottobre 11, 2007
Il buco nero e le anime candide. Che il tempo e la vacuità della comunità internazionale fossero i grandi alleati dei generali è stato chiaro fin dall'inizio. La giunta prima ha atteso che il movimento di protesta scoprisse tutte le sue carte per poter colpire più comodamente; poi ha semplicemente lasciato raffreddare l'indignazione a comando delle opinioni pubbliche straniere, fingendo di nuovo aperture al dialogo con l'opposizione per consentire al Palazzo di Vetro di partorire una dichiarazione così tremenda da essere approvata perfino dalla Cina. Il regime ha vinto su tutta la linea dimostrando che nessuna rivoluzione nonviolenta può riuscire se chi detiene il monopolio della forza ha la volontà e le energie per usarla mentre chi dovrebbe intervenire si limita ad assistere all'esecuzione di massa e ad emettere comunicati di circostanza. Sarà proprio l'odierno topolino del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a chiudere il sipario sulla tragedia birmana che intanto continua nel buio del coprifuoco e delle carceri: l'ONU "deplora" e invita "tutte le parti" a "lavorare insieme" per una soluzione della crisi. Lavorare insieme? Forse non vi rendete conto.
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giovedì, ottobre 04, 2007
La Birmania capovolta. La farsa è servita e domani all'ONU i commensali si faranno un bel banchetto. La foto di gruppo lasciava pochi dubbi, oggi la conferma definitiva: sdoganare Than Shwe, ecco l'obiettivo della gita di Gambari in Birmania. Si vede che al Palazzo di Vetro si lavora duro. Mentre ogni notte la Čeka entra nelle case dei birmani senza bussare, i media di stato annunciano "le condizioni" dettate dal generale supremo per incontrare Aung San Suu Kyi. E' per strappare questa concessione che il nigeriano ha fatto tre giorni di anticamera, tappandosi occhi e orecchie per non sentire i rumori di fondo. Una straordinaria azione diplomatica per preparare il messaggio al mondo del macellaio in capo: lei quella della contrapposizione, lui quello del dialogo. Domani - c'è da scommetterci - saranno in molti a prendere sul serio quest'opera buffa recitata sulla pelle dei birmani. Dicono che the Lady avesse lo sguardo triste durante i suoi incontri con l'inviato delle Nazioni Unite: non era tristezza, era compassione. Da ostaggio ad ostaggio.
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mercoledì, ottobre 03, 2007
Desaparecidos. Se è bastata una foto a spazzare via i pronostici degli esperti in divisioni nella giunta birmana (una nuova categoria di analisti politici creata ad hoc per l'attuale crisi) e quel residuo di credibilità che alcuni si ostinano ad attribuire alle Nazioni Unite, probabilmente non basteranno anni per conoscere la reale entità di quel che sta accadendo dietro il muro di dolore eretto dai macellai del regime.
Mentre dalle videocamere amatoriali arrivano scene di ordinario terrore nelle strade di Yangon, la domanda che oggi tutti si fanno riguarda la sorte di migliaia di monaci e civili scomparsi nel nulla dopo le retate di questi giorni (che proseguono). Sul Times la storia del Yangon Institute of Technology:

According to Western diplomats and at least one Burmese government official, the technical institute has become a temporary concentration camp for 1,700 of the victims of last week’s brutal suppression of the democracy uprising. It provides a partial answer to one of the lingering questions about the Burmese junta’s crackdown: where are the monks, democracy activists and journalists who have been rounded up and spirited away over the past six weeks?

The only thing of which one can be sure is that somewhere in the country large numbers of people are being held in an invisible prison camp, without charge, without legal recourse and without the ability to communicate.

Armed police and soldiers can be glimpsed through the barbed wire and trees all along its perimeter fence, and guarding its main gate. Many buildings are derelict, but one of the biggest — a blue and green striped warehouse-like structure with a high roof and no windows — has a concentration of soldiers outside. According to AFP it is in a building like this that the prisoners are being detained. Many of the monks have been forcibly deprived of their monastic robes; some have gone on hunger strike, a continuation of the policy of refusing alms from members of the regime as a token of resistance.


Camion carichi di persone entrano ed escono ad ogni ora del giorno e della notte:

We heard that 17 trucks full loaded with people left InnSein GTI campus last night in Yangon. We do not know exactly whether those people on the trucks are monks who are forced to change to civilian clothes or the people who are arrested during the protests. Please help us to find out more about it.


DVB calcola che circa centocinquanta esponenti della National League for Democracy sono stati arrestati nelle ultime ore.
La BBC descrive una fuga di massa dall'ex capitale:

Scores of monks are trying to leave Burma's main city, Rangoon, following the military's bloody crackdown on anti-government protests, reports say.
Monks were seen at the railway station and bus drivers were reportedly refusing to take them, out of fear they would not be allowed petrol.
Curfews and night-time police raids are continuing in Rangoon. Correspondents describe a climate of fear there.


Le squadre del regime danno la caccia ai manifestanti fotografie alla mano: uscire di casa significa esporsi alle perquisizioni e alle detenzioni, restare in casa alle retate:

In the dead of night, Burma's security forces are hunting down pro-democracy protesters in Rangoon, checking on residents and pulling people out of their homes.
Residents say military trucks patrol neighborhood streets during the night with loudspeakers broadcasting warnings: "We have photographs. We are going to make arrests!"


Morto un generale, se ne fa un altro.

Interessante contributo di Bernard Henry-Lévy sul tema delle sanzioni. Personalmente non credo che l'embargo sia una formula buona per tutte le stagioni ma la Birmania è un caso paradigmatico di fallimento di qualsiasi tentativo di engagement. Se nemmeno le sanzioni attualmente in essere hanno funzionato contro il regime non è perché non servano a niente ma piuttosto perché sono applicate a macchia di leopardo: dove una parte della comunità internazionale sanziona, l'altra interviene a colmare il vuoto. Scrive a questo proposito BHL:

(...) le sanzioni non funzionano quando una parte del mondo le applica e l'altra parte ne approfitta, sia per violarle sia per occupare il posto (vedi Cuba ai tempi del defunto grande fratello sovietico); finiscono sempre per funzionare, invece, quando la comunità internazionale (vedi, fra gli altri, il Sud Africa) riesce a mettersi d'accordo e a contrapporre all'infamia un fronte pressoché unito di resistenza e di rifiuto. La Birmania rientra nel primo caso.

Altro topico da sfatare: le sanzioni danneggiano solo i più deboli. Non vale per la Birmania:

(...) il 75 per cento della popolazione birmana vive di sola agricoltura in un regime quasi autarchico; buona parte di questo 75 per cento vive nascosta nelle foreste per sfuggire a una repressione di cui abbiamo appena intravisto la costante e assoluta brutalità; i monaci stessi, letteralmente bhikku, mendicanti, vivono in una condizione di frugalità che è l'essenza del loro essere; il resto dell'economia, quella di un certo peso, è stata accaparrata da una cricca di ufficiali assassini che la controllano direttamente; insomma, siamo di fronte a un caso esemplare in cui, al contrario, se le sanzioni fossero applicate, andrebbero dritte al bersaglio, senza rischio di sbagliarlo, e indebolirebbero immancabilmente la gang del generale Than Shwe.
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martedì, ottobre 02, 2007
Mentre fuori si muore.

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Birmania. Dalla speranza al silenzio. Quando un pomeriggio di sabato l’immagine sfuocata di Aung San Suu Kyi in piedi dietro al cancello della sua residenza-prigione cominciò a fare il giro delle agenzie di stampa del pianeta, sembrava che la Birmania fosse finalmente sul punto di abbattere il suo muro di oppressione. In quel momento la protesta anti-regime, cominciata circa un mese prima con sporadiche manifestazioni contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e consolidatasi nei giorni precedenti con l’entrata in scena dei monaci buddisti e il boicottaggio delle offerte dei militari, si saldava con le lacrime della figura più rappresentativa dell’opposizione, assumendo un connotato politico inequivocabile. (...)
Continua su LibMagazine.
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lunedì, ottobre 01, 2007
Le due Birmanie. La prima è quella reale, della violenza e dell'intimidazione, dei morti sull'asfalto, dei sequestri, dello stato-carnefice, del lamento silenzioso. Questa Birmania è destinata a scomparire presto dalle prime pagine dei giornali e dai pensieri dei molti improvvisati sostenitori della causa. La seconda è quella immaginaria, dell'ONU e dei suoi inviati, della diplomazia da salotto, del cinismo e del compromesso con gli aguzzini di un popolo stremato. Questa è la Birmania che prevarrà, tra simposi e tavole rotonde, tra inviti alla moderazione e destructive engagement.
Oggi, siccome né Than Shwe né Maung Aye avevano tempo, hanno portato Gambari in gita:

Mr. Gambari along with high-ranking military officers arrived at the 105 miles border trade centre point this morning, seven miles southwest of Muse by a military helicopter from Laisho in northern Shan State.
The special flight carrying Mr. Gambari landed in Laisho. He then proceeded to 105 miles. He is expected to return to Laisho tonight and will attend a pro-junta rally in the largest city of northern Shan State tomorrow, the sources said.

The authorities ordered sending delegates ranging from civil servants, junta sponsored organizations and local people for a series of rallies in Shan State .
"Almost every townships in north Shan State are being told to send participants," Sein Kyi said.


Siamo certi che lo spettacolo grottesco delle adunate pro-regime aiuterà il rappresentante ONU a farsi un'idea più precisa del paese in attesa di stringere la mano ai mandanti della repressione (forse domani, martedì).
Torniamo alla Birmania reale, quella che non si vede.
Quella del terrore nei monasteri:

For one instance, the monastery at an obscure neighborhood of Yangon, called Ngwe Kyar Yan (on Wei-za-yan-tar Road, Yangon) had been raided early this morning.
A troop of lone-tein (riot police comprised of paid thugs) protected by the military trucks, raided the monastery with 200 studying monks. They systematically ordered all the monks to line up and banged and crushed each one's head against the brick wall of the monastery. One by one, the peaceful, non resisting monks, fell to the ground, screaming in pain. Then, they tore off the red robes and threw them all in the military trucks (like rice bags) and took the bodies away.
The head monk of the monastery, was tied up in the middle of the monastery, tortured , bludgeoned, and later died the same day, today. Tens of thousands of people gathered outside the monastery, warded off by troops with bayoneted rifles, unable to help their helpless monks being slaughtered inside the monastery. Their every try to forge ahead was met with the bayonets.
When all is done, only 10 out of 200 remained alive, hiding in the monastery. Blood stained everywhere on the walls and floors of the monastery.


Rileggetelo
.
I monaci detenuti nel corso delle manifestazioni e dei raid dell'esercito, molti dei quali si trovavano fino ad oggi nel Yangon Institute of Technology, stanno per essere trasferiti in località remote:

1974 monks and nuns who are currently being detained in InnSein GTI (General Institute of Technology) will now be transferred to Ka Baw Valley (which is a kind of prison) in Sagaing, in order to suppress their movement completely.


A Yangon non si vedono più religiosi per le strade:

Thousands of monks detained in Burma's main city of Rangoon will be sent to prisons in the far north of the country, sources have told the BBC.
About 4,000 monks have been rounded up in the past week as the military government has tried to stamp out pro-democracy protests.

The atmosphere in Rangoon is tense, the reporter said. Local people are well aware that the monks have been locked away and are afraid that they will be next.

Il corpo di un monaco che galleggia in acqua è oggi l'immagine emblematica del massacro in corso. Un ex ufficiale dell'intelligence birmana denuncia una vera e propria carneficina:

Thousands of protesters are dead and the bodies of hundreds of executed monks have been dumped in the jungle, a former intelligence officer for Burma's ruling junta has revealed.
The most senior official to defect so far, Hla Win, said: "Many more people have been killed in recent days than you've heard about. The bodies can be counted in several thousand."
Mr Win, who spoke out as a Swedish diplomat predicted that the revolt has failed, said he fled when he was ordered to take part in a massacre of holy men. He has now reached the border with Thailand.


Sono dati che è impossibile confermare visto l'isolamento in cui si trova il paese ma altre fonti dell'esilio parlano di

(...) hundreds of monks had simply "disappeared" as 20,000 troops swarmed around Rangoon yesterday to prevent further demonstrations by religious groups and civilians.
Word reaching dissidents hiding out on the border suggested that as well as executions, some 2,000 monks are being held in the notorious Insein Prison or in university rooms which have been turned into cells.
There were reports that many were savagely beaten at a sports ground on the outskirts of Rangoon, where they were heard crying for help.
Others who had failed to escape disguised as civilians were locked in their bloodstained temples.


Le prigioni birmane, raccontate dai sopravvissuti.

C'è chi dice che dall'incontro di domani con Gambari si potrà capire qualcosa di più sugli attuali equilibri di potere all'interno della giunta ma finora tutte le supposizioni (che continuano) su possibili divergenze ai vertici si sono rivelate prive di concretezza. La realtà sul campo è che la repressione è stata ordinata ai più alti livelli e, nonostante qualche defezione tra i comandi intermedi (come già era successo nell'88), nessun episodio in grado di far cambiare il corso agli eventi si è finora manifestato. Lo scenario più probabile è che la giunta porterà a termine la sua missione di ristabilimento dell'ordine senza spaccature rilevanti:

It was reported that during the quarterly meeting Than Shwe and his deputy, Gen Maung Aye, army chief, had reached a compromise by appointing their close associates to key positions.

Observers believed that Maung Aye and his loyalists have been sidelined and his influence may be on the wane. Some diplomatic sources said that Maung Aye, former regional commander in Eastern Shan State, has been slow in making any move against his boss. If he does, he is sure to fail and will be purged.

The hands of those two men unleashed the hounds of hell in Rangoon and are now stained by the blood spilt in the carnage on the streets of the former capital and elsewhere in Burma.

Tranquilli, c'è sempre la Birmania immaginaria.
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A Fabio. A Luisa.

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