|
1972
|
|
sabato, settembre 29, 2007
Tace la Birmania. Oggi le strade sono relativamente calme, controllate dai militari, segnalate alcune proteste nel centro di Yangon ma nulla di paragonabile a quanto successo in settimana. Mentre all'estero si specula su possibili incrinature all'interno dell'apparato di potere (certi quotidiani vi dedicano persino l'apertura come se invece che della guerra di un regime contro il proprio popolo si trattasse di un avvenimento di cronaca sociale: divorzieranno o no?), la giunta sembra aver posto la sordina al clamore delle manifestazioni grazie al blocco dei monasteri, a quello delle notizie e alla repressione violenta degli scorsi giorni contro i civili disarmati:
Yangon was eerily quiet on Saturday morning after troops and riot police barricaded off the city centre from where the protests have reverberated around the world. Authorities have told foreign diplomats based in Yangon that the trouble was being handled with restraint. Fra poco atterra l'inviato dell'ONU a sancire il ritorno alla normalità in un pranzo gentilmente offerto dai generali. Al mondo basterà non vedere altri morti per tornare a dedicarsi alle quotidiane occupazioni, quelle veramente importanti. La sofferenza non esiste se non la senti e non la tocchi e quella dei birmani è così lontana che solo il rumore degli spari può farcene arrivare un'eco, non certo le grida delle prigioni o il pianto silenzioso delle pagode. Si domanda Ko Htike che scrive da Londra, uno degli hub di raccolta di informazioni e immagini provenienti dall'interno del paese: Gambari will arrive YGN 3:30 pm local time with silk air today. and the Junta is planning to take him to NAYPYITAW (which is new capital) , there is not much civilian in this down. So, what is the reason for Gambri to go to Myanmar?.... showing him a place where no people live and junta try to block his eyes, and they will lie to him as usual, finally he might come back with answer ... well .. SPDC is going toward to Democracy.... then finish... people are at YGN and blood or on the street of YGN. Che i rappresentanti del Palazzo di Vetro siano marionette in tournée è noto. Quel che è sconfortante è la sensazione di assoluta impotenza trasmessa dalle democrazie occidentali in questa crisi. Tralasciando i paesi insignificanti come l'Italia in cui il primo ministro non sapeva nemmeno che tipo di regime fosse installato in Birmania e il capo dell'opposizione ignorava persino dove si trovasse sulla carta geografica, tutto quello che Stati Uniti e UE hanno saputo fare fino ad ora è stato pronunciare parole di sdegno, minacciare sanzioni già in essere e, dulcis in fundo, sperare nel Partito Comunista Cinese: The Bush administration stepped up its confrontation with the ruling junta in Myanmar on Friday, and officials said they were searching for ways to persuade China and other nations to cut off lending, investment and trade into the country. But in a sign of how limited Washington’s leverage is against the country, which has long been the target of American sanctions, officials said they were concerned that China, a trading partner and neighbor of Myanmar, would block any serious effort to destabilize the Burmese government. Bisogna dare atto a Washington di essere l'unico governo che apertamente sta parlando lo stesso linguaggio dei manifestanti, ovvero quello del regime change. Ma se le intenzioni sono lodevoli, la pratica è disastrosa. L'occidente è in un vicolo cieco: non può e non vuole usare la forza, essendosi ritirato dalla Birmania economicamente e politicamente non ha nessuna possibilità di esercitare pressioni concrete, attribuendo alla Cina l'onere di una soluzione le sta automaticamente consegnando l'ultima parola sui destini non solo della giunta militare ma dell'intero sud-est asiatico, implicitamente riconosciuto come zona di influenza esclusiva di Pechino. Probabilmente è ancora presto per conclusioni definitive ma la non gestione del caso birmano da parte della comunità internazionale manda un segnale sinistro ad ogni popolo che lotta per la propria libertà. Scrive Vaclav Havel, che qualcosa ne sa: On a daily basis, at a great many international and scholarly conferences all over the world, we can hear learned debates about human rights and emotional proclamations in their defense. So how is it possible that the international community remains incapable of responding effectively to dissuade Burma's military rulers from escalating the force that they have begun to unleash in Rangoon and its Buddhist temples? For dozens of years, the international community has been arguing over how it should reform the United Nations so that it can better secure civic and human dignity in the face of conflicts such as those now taking place in Burma or Darfur, Sudan. It is not the innocent victims of repression who are losing their dignity, but rather the international community, whose failure to act means watching helplessly as the victims are consigned to their fate. The world's dictators, of course, know exactly what to make of the international community's failure of will and inability to coordinate effective measures. How else can they explain it than as a complete confirmation of the status quo and of their own ability to act with impunity? Non dovevamo lasciarli soli. Non dovevamo. venerdì, settembre 28, 2007
La Birmania sigillata. Mentre noi ci vestiamo di rosso senza sapere bene perché, si spengono anche le ultime luci sulla tragedia di un popolo lontano. Oggi il primo comandamento della dittatura è stato stampato a caratteri cubitali sulle saracinesche abbassate delle città sotto il controllo dell'esercito: tagliati i collegamenti a Internet, chiusi tutti i cyber, bloccate le linee telefoniche con l'estero, perquisite le case in cerca di materiale audio e video. I padroni del paese si sono accorti che stavolta non basta sparare sui birmani ma bisogna riservare qualche pallottola anche a computers e telefoni. Mai così poche persone avevano fatto conoscere così tanto al resto del mondo come il manipolo di coraggiosi che nei giorni scorsi ha rotto il blocco informativo imposto dal regime, pubblicando e trasmettendo aggiornamenti ed immagini ai siti dell'esilio birmano, da qui alle principali agenzie di stampa e di ritorno, in uno scacco telematico senza precedenti, ad una popolazione altrimenti tagliata fuori dal flusso delle notizie. Il tutto in un paese che conta un'utenza web inferiore all'1 % della popolazione e una diffusione di cellulari pari allo 0,3 %. Ecco come uno dei protagonisti di questa piccola (nei numeri) ma enorme (nelle conseguenze) rivolta digitale racconta - per interposta persona - la decisione della giunta di staccare la spina:
Internet cafes were closed down. Both MPT ISP and Myanmar Teleport ISP cut down internet access in Yangon and Mandalay since this morning. The Junta try to prevent more videos, photographs and information about their violent crackdown getting out. I got a news from my friends that last night some militray guys searched office computers from Traders and Sakura Tower building. Most of the downtown movement photos were took from office rooms of those high buildings. GSM phone lines and some land lines were also cut out and very diffficult to contact even in local. GSM short message sending service is not working also. Burma is blacked out now! Chi segue con una certa attenzione le cronache dalla Birmania avrà chiaramente notato nelle ultime ore una diminuzione quantitativa e a tratti anche qualitativa delle informazioni provenienti dall'interno del paese. Che il silenzio sulle proteste cali il più presto possibile in modo da poter agire indisturbati: questa la priorità dei generali, consapevoli che qualsiasi fuoco tende a spegnersi se non alimentato e che il tempo gioca a loro favore mentre la comunità internazionale continua vergognosamente impantanata in una palude di veti, divieti, incomprensioni e indecisioni. In queste condizioni diventa difficile conoscere la reale portata della repressione. Ieri comunicati ufficiali parlavano di nove vittime ma alcune testimonianze elevano il numero a diverse decine: Bob Davis, Australia's ambassador to Burma, said he had heard unconfirmed reports that "several multiples of the 10 acknowledged by the authorities" may have been killed by troops in Rangoon. Scores have been arrested, carted away in trucks at night or pummeled with batons in recent days, witnesses and diplomats said, with the junta ignoring all international appeals for restraint. Neutralizzati i monaci - oggi le truppe presidiavano i principali monasteri di Yangon - la popolazione civile adesso appare intimorita e senza guida, mentre le squadre in borghese del regime cominciano il regolamento di conti: "I was in Sule but went home at about 2 p.m. (local time). I left because the situation was getting ugly. There were a lot of members of USDA and former prisoners. Yesterday the soldiers dropped about four truck loads of former prisoners to crackdown on the protesters. When I looked at them, I saw their legs and bodies were swollen. And they carried bags in which they had catapults and 'ginkalih'. Soldiers were checking the people from behind." "Just now someone called me from the 40th Street and told me that there was a pool of blood on Pansodan flyover and people in China town had to flee because of the shooting. First the protesters marched from Sule to Pansodan and from Pansodan to Bar Street. And when they arrived on Pansodan Street, soldiers did not fire but started beating up the people. Members of Swan Arrshin also started assaulting them with iron rods. They were beating people to death. It all happened at about 3 p.m (local time)." Hanno sparato anche sui bambini: Government security forces beat up and fired upon young students in front of a school during yesterday’s brutal crackdown on large-scale protests in Rangoon, according to witnesses. A group of students was marching from Pansodan bridge to the high school in Tamwe township, while many other students were inside the school compound. Soldiers and government guards fired automatic weapons into the air and at chest-level to prevent marching students from reaching the school. Questa immagine potrebbe riferirsi al luogo dell'episodio. Data la situazione, il filtro sulle indiscrezioni che seguono è d'obbligo. Ed anche la loro interpretazione è piuttosto incerta. In ogni caso le notizie di possibili divisioni ai più alti livelli dell'esercito meritano di essere pubblicate in attesa di conferme, a cominciare dai movimenti di truppe su Yangon riportati nel primo pomeriggio There is an urgent report that Burmese troops from middle Burma has started to march towards Rangoon. The reported troops are from Central Command based in Taung Oo and South East Command. At this reporting, it is not clear if the troops are marching to reinforce or to challenge the troops in Rangoon for shooting the Buddhist monks. per continuare con l'annuncio di diserzioni nelle file di alcuni reparti The cadets from Defense Service Academy(DSA), which is located at Pyin-Oo-Lwin ( about 55 miles from Mandalay), are preparing to come down to Mandalay to stand by the side of monks and civilians. Their weapons were also confiscated as the news got thru. Therefore, the headmaster of the DSA is going to address this matter to the cadets tomorrow morning. fino ad arrivare a quello che sarebbe un vero e proprio colpo di scena (più formale che sostanziale) il cui impatto in ogni caso dovrebbe essere valutato alla luce dei successivi avvenimenti Military sources in Rangoon are claiming that the regime's number two, General Maung Aye (right), has staged a coup against Than Shwe, and that his troops are now guarding Aung San Suu Kyi's home. A meeting between him and Suu Kyi is expected. Maung Aye is army commander-in-chief and a renowned pragmatist. Troppo presto per dire, troppo poco per capire, troppo orrore per fidarsi. giovedì, settembre 27, 2007
Grida la Birmania. In attesa di conoscere la scusa ufficiale con cui anche oggi la comunità internazionale riuscirà a far finta di nulla, continuano le prove di massacro nella terra dei generali. La notte scorsa è stata la volta dei raid nei monasteri, tanto per far capire chi comanda: botte, devastazioni varie e centinaia di arresti. Alla luce del sole invece di nuovo barricate e spari ad altezza d'uomo, in un copione destinato a ripetersi con crescente intensità nei prossimi giorni fino a rompere la resistenza dei manifestanti. Diverse fonti confermano che truppe armate hanno fatto irruzione in alcuni hotel di Yangon in cerca di giornalisti clandestinamente introdottisi nel paese:
Rangoon, 3:30 p.m.—Soldiers entered Traders Hotel, situated in the heart of Rangoon, near Sule pagoda, on Thursday and searched it room by room, according to sources. It was thought the soldiers were searching for foreign journalists suspected of reporting clandestinely on the crackdown. Uno di essi è l'inviato de El Mundo che oggi è stato testimone dell'assassinio deliberato di un fotografo giapponese da parte della polizia. Qui la cronaca degli avvenimenti in tempo reale. La guerra del governo contro l'informazione si intensifica: Websites and internet blogs posting information and photographs of the government's action have been blocked. Telephone lines and mobile phone signals to monasteries, opposition politicians and student leaders have been cut. At the BBC News website, journalists have noticed that as the government's measures begin to bite, fewer pictures and video have been sent in directly from people inside Burma. Screen captions ran scrolling messages saying: "We favour stability. We favour peace. We oppose unrest and violence." Another screen caption, also read by an announcer, said the BBC and the Voice of America were broadcasting "a sky-full of lies". Another said: "Beware of destructionists, BBC and VOA". Journalists in exile are using their networks of contacts back home to get images and information out of the country and on to blogs and satellite TV - and back into Burma. Le incursioni notturne sono il segnale della rottura definitiva tra regime e clero e allo stesso tempo la riprova che i militari sono disposti ad arrivare fino alle estreme conseguenze pur di mantenersi al potere. Ma può un gruppo di generali rinchiusi dentro un fortino ostinarsi a governare contro l'intera popolazione? Può la giunta permettersi di recidere ogni legame con i monaci in un paese che li venera come guide spirituali e come unico contraltare - silenzioso e disarmato - al dispotismo? Per spiacevole che sia, la risposta è affermativa per una serie di ragioni: - la sproporzione delle forze in campo è oggettiva: l'esercito ha a disposizione ogni mezzo per prevalere, deve solo decidere quando schiacciare la rivolta definitivamente. Se non si incrina la compattezza all'interno del Tatmadaw nessuna rivoluzione nonviolenta è in grado di abbattere un regime di queste caratteristiche; - quando i paesi asiatici dell'area reclamano il ritorno alla stabilità, noi pensiamo che invitino alla moderazione mentre loro intendono normalizzazione, sinistro eufemismo per mantenimento dello status quo. L'ennesimo topolino partorito ieri dal Consiglio di Sicurezza per l'opposizione della Cina smentisce ancora una volta tutte le speculazioni di illustri analisti su un possibile ravvedimento di Pechino nei suoi rapporti con la giunta; - le democrazie occidentali non hanno opzioni reali per condizionare l'evoluzione degli eventi salvo quella di un intervento armato che al momento non sembra essere nei piani di nessuno. La minaccia di ulteriori sanzioni, per quanto giustificata dal punto di vista etico, non può rappresentare un deterrente per un regime già abituato da anni ad un rigido isolamento economico e politico e alla condizione di pariah internazionale. Ma forse la razionalità non spiega tutto in circostanze come queste. Forse ha ragione l'anonimo autore di un cartello esposto tra i dimostranti in una delle marce di questi giorni: "Il cambiamento ci sarà. In fondo i soldati hanno solo i fucili". mercoledì, settembre 26, 2007
Pregare non basta. Si oscura il cielo della Birmania e questa volta non sono nuvole gonfie di pioggia ma il fumo dei lacrimogeni, la violenza delle cariche, il sangue sull'asfalto, l'aria attraversata dai colpi dei militari, gli arresti. La rivolta nonviolenta si avvia, come prevedibile, ad essere contrastata con la forza in uno scenario anche visivamente diverso da quello dei giorni scorsi: oggi le immagini da Yangon e dintorni sono quelle della guerriglia urbana. Il movimento di protesta conta le prime vittime. Chi si ferma è perduto. Chi non lo fa rischia la stessa sorte.
Non ricordo il suo nome, mi dispiace. Avevamo messo piede da poche ore in suolo birmano e l'impatto con l'ex capitale non era stato dei più semplici. In una sorta di ipnosi volontaria ci avvicinammo alla Shwedagon Pagoda cercando più che altro un angolo di quiete dove poter mettere ordine a troppi pensieri e a qualche sconforto. Lui fu il primo a fermarci per chiederci da dove venivamo: un giovane monaco sui diciott'anni, sorriso sereno, inglese corretto, i denti immancabilmente consumati dalla droga soave del betel. "Non posso, sono un monaco", spiegava rifiutando gentilmente la mano di Eva. Un accenno alla sua vita comunitaria, agli studi religiosi, alle statue del budda dietro di noi e poi tante domande sul mondo là fuori, lui che mai ci aveva messo piede. Provai con la situazione del suo paese ma fu abile a sorvolare. Non era il luogo né il momento. Mi piace pensare che quel ragazzo senza nome ma il cui volto rimarrà per sempre in una foto che non mostrerò sia tra coloro che stanno sfidando la paura nelle strade di Yangon. Mi piace pensare che se un giorno il riscatto birmano si compirà sarà anche grazie alla consapevolezza discreta di un piccolo grande uomo capace di non confondere la pace interiore con la rinuncia a lottare. La battaglia intorno alla Shwedagon raccontata da Time in base alle informazioni dei testimoni oculari: By 12:30 p.m., hundreds of monks, students, and other Rangoon residents approached the police, stood in the road and began to pray. Then the soldiers and police began pulling monks from the crowd, targeting the leaders, striking both monks and ordinary people with canes. Several smoke bombs exploded and the riot police charged. The monks and others fought back with sticks and rocks. Many others ran, perhaps four or five of them bleeding from minor head wounds. A car was set alight — by the soldiers, some protesters claimed — and then there was the unmistakable crack of live ammunition: the soldiers were shooting into the air. Il bilancio della giornata è naturalmente incerto a causa del blocco informativo imposto dalle autorità. Sui siti gestiti dall'esilio birmano, la fonte cui stanno attingendo in questi giorni tutti i media occidentali, la cifra dei morti oscilla tra tre e otto. La sostanza non cambia: On-the-scene reports to The Irrawaddy said the monks died when troops and security forces opened fire on at least two separate demonstrations. Troops reportedly fired over the heads of protesters on some occasions and fired directly at protestors on other occasions. Sul piano dell'analisi sia Asia Sentinel che Asia Times speculano su possibili divisioni all'interno dell'esercito, ovvero l'unica vera speranza di un esito favorevole ai dimostranti. Intanto l'India sembra svegliarsi dal torpore - leggasi scandaloso silenzio - che finora l'ha caratterizzata. Dalla BBC invece un ottimo servizio sul network sotterraneo che sta trasmettendo al resto del mondo immagini e notizie dall'interno dello stato-prigione. martedì, settembre 25, 2007
Pregate per la Birmania. Perché la giornata di ieri possa essere ricordata come l'inizio della rivoluzione democratica e non come il preludio di una nuova ondata di terrore. Oltre a pregare, chi può faccia anche qualcosa.
Permettete una nota personale per una volta. Adesso che da qualche giorno il caso-Birmania è sulle prime pagine dei principali organi di informazione di tutto il mondo, è stato per me un privilegio poter descrivere in anticipo sugli eventi il contesto umano, politico e sociale all'interno del quale gli stessi si stanno producendo. Non c'è voluta in tutto questo nessuna particolare abilità: per una di quelle circostanze che a volte si danno ho solo avuto l'opportunità di visitare il paese poche settimane prima che tutto cominciasse. Confesso che in queste ore non riesco a smettere di pensare a quei volti e continuo a chiedermi cosa ci faccio qui quando dovrei e vorrei essere da un'altra parte, con loro. Alcuni mi domandano come credo che finirà. Purtroppo sono pessimista. La protesta nonviolenta di un popolo stremato è un atto di valore e di dignità fuori dal comune. In quelle braccia sollevate al cielo, nella gentile fermezza di quegli sguardi c'è l'uomo condannato a morte che si rialza e chiede aiuto. Ma le mani nude da sole non basteranno ad abbattere un regime brutale, paranoico e pronto a sparare sulla propria gente. La giunta ha atteso fino ad oggi come un cobra nella sua cesta: ha perfino commesso errori come quello di permettere alla folla di raggiungere la residenza di Aung San Suu Kyi sabato scorso. Ma è di pochi minuti fa la notizia che the Lady è stata nuovamente trasferita nel carcere di Insein: Rangoon, 9:00 p.m.—Detained democracy leader Aung San Suu Kyi was moved to the notorious Insein prison from her Rangoon lakeside home at University Avenue, the Reuters news agency reported. Altro sviluppo inquietante. Il governo militare ha dichiarato il coprifuoco notturno a Yangon e Mandalay e truppe armate sono state schierate attorno ai luoghi sensibili, teatro negli ultimi giorni delle più numerose concentrazioni popolari: “What they can turn to is only the armed forces, including the police, the military and of course the intelligence agencies,” said Soe Aung, a spokesman for the National Council of the Union of Burma, a coalition of opposition groups based in Thailand. There were signs today that the junta was preparing to use force. Diplomats and witnesses on the scene reported that uniformed security officers were being deployed discreetly in the country’s main city, Yangon, for the first time since the protests began in mid-August. Una testimonianza diretta sulla situazione nell'ex capitale alle sette del pomeriggio ora locale: They were there since 4 in the evening. And there have been rumors that the authorities will cut-off internet lines tonight. Even now connection is not so good. Even telephone lines are disturbed, we can't even call within the city. Especially during the demonstration we cannot talk on phones." Oggi alle Nazioni Unite Bush ha parlato come dovrebbe fare chiunque si ritrovi a presiedere una nazione democratica. Poche le speranze che la platea abbia colto l'invito a risvegliarsi dal lungo sonno della connivenza attiva e passiva con i regimi criminali, difficile ancora intravedere il barlume di un'azione concreta da parte della comunità internazionale a sostegno della causa birmana. Quando si è costretti a sperare nella Cina qualcosa non funziona. Si fa un gran parlare del ruolo decisivo che Pechino potrebbe assumere nella definizione della crisi: ancora una volta l'equivoco nasce dall'ostinazione a considerare contro ogni evidenza il regime cinese un attore responsabile sul piano internazionale, come se si trattasse di un mediatore imparziale e non del principale alleato della giunta birmana. Dietro al principio di non ingerenza negli affari interni di un'altra nazione si cela ancora una volta il concetto di stabilità alla cinese. Pechino in realtà non ha nessun interesse ad un esito sfavorevole alla giunta, comunque lo si interpreti, sia per ragioni economiche che politiche. Un regime indebolito, costretto al compromesso o fuori dal potere significherebbe per la Cina un pericoloso contrattempo sulla strada del controllo dell'economia birmana e delle sue risorse naturali: aprire la Birmania equivarrebbe a chiudere la corsia preferenziale su cui viaggiano i finanziamenti a Naypyidaw e le materie prime a Pechino. Inoltre qualsiasi opzione che possa essere interpretata come un successo dei manifestanti costituirebbe un precedente preoccupante per il Partito Comunista Cinese impegnato a mantenere la stabilità interna - leggasi il monopolio del potere - attraverso la carota della crescita economica e il bastone dell'autoritarismo. Come sempre è la natura dei regimi a determinarne in ultima istanza le scelte fondamentali. sabato, settembre 22, 2007
Birmania. Le lacrime di Aung San Suu Kyi. In un gesto di enorme valore simbolico centinaia di monaci accompagnati da un nutrito gruppo di civili sono passati oggi pomeriggio davanti alla casa in cui la figura più carismatica del movimento democratico sconta gli arresti domiciliari. Aung San Suu Kyi si è affacciata a ringraziare i dimostranti:
Daw Aung San Suu Kyi, detained Burmese pro-democracy leader, greeted protesting monks and their civilian followers, from inside her residence compound for about 15 minutes as they arrived in front of her house on the University Avenue Street in Rangoon. However, as she is restricted from going out, she was unable to address them. Protesters shouted "Long-live Daw Aung San Suu Kyi" and continued marching and are heading for Sule pagoda in downtown Rangoon. "We saw Daw Aung San Suu Kyi come out of her house. She was wearing a yellow shirt and the crowd began shouting 'Long-Live Daw Aung San Suu Kyi' for about 15 minutes and continued marching towards Sule pagoda. Now they are in Sule pagoda, and are going up on to the pagoda. Daw Aung San Suu Kyi came out to the compound," an eyewitness told Mizzima. Il posto di blocco che chiude il tratto di strada in cui si trova la residenza è stato subito ripristinato dopo il passaggio della manifestazione: The monks marched through a barricade on the street in front of Suu Kyi's home while chanting the "Metta Sutta" (the Buddha’s words on loving kindness). Authorities in blue uniforms, wearing helmets, formed a line in front of Suu Kyi's property. They held grey protective shields in front of their bodies. When Suu Kyi appeared at the edge of her property, shouts of "Be in good health" and "Be free very soon" filled the air over and over again, said an eyewitness. Many women had tears flowing down their cheeks. Eyewitnesses said Suu Kyi appeared pale. Suu Kyi had a conversation with a monk, believed to be a leader, before returning to her home. What they discussed was not known. About two hundred monks and civilians were gathered in front of her house. Di fronte a questa straordinaria e persistente prova di coraggio dei monaci e di quella parte della popolazione civile che ha rotto gli indugi viene da chiedersi, con il WP, che intenzioni abbia la comunità internazionale: For years, jaded diplomats and academics have rebuffed Burma's democracy activists with one question: Why don't the people of Burma rise up? For the past month, they have been doing exactly that, against unimaginable odds and with unimaginable courage. So now a different question arises: Is the world -- its leaders, diplomats, academics and others -- going to stand on the sidelines or offer some help? Dove help sta non solo per appoggio morale ma anche per sostegno pratico e tutela attiva nella tuttaltro che remota eventualità che il regime decida di imboccare di nuovo la via della repressione violenta. Su Aung San Suu Kyi e University Avenue anche qui. P.S. Intanto si sveglia perfino la stampa italiana. venerdì, settembre 21, 2007
Birmania. La corda si tende. Sale la tensione ad un mese dall'inizio delle proteste e a quattro giorni dall'entrata in scena del clero buddista. Oggi la prima dichiarazione pubblica di carattere squisitamente politico:
In a strongly-worded statement, seen by the BBC, the Alliance of All Burmese Buddhist Monks described the military government as "the enemy of the people". It said the monks would keep up their protests until they had "wiped the military dictatorship from the land of Burma". I monaci adesso invitano esplicitamente i cittadini ad unirsi alla protesta. L'inizio di una serie di manifestazioni popolari segnerebbe inevitabilmente un punto di non ritorno nell'attuale situazione di crisi. I militari non hanno finora annunciato nessuna misura di emergenza ma alcuni segnali fanno capire che il regime non starà con le mani in mano nel caso le dimostrazioni dovessero crescere per numero ed intensità: The Burmese military government have set up soldiers in several locations around Rangoon in recent days, according to sources in Rangoon. The Burmese military government is also preparing the San Pya Hospital in Rangoon’s Thingangyun District by clearing out the patients, according to a patient who was ordered to leave the hospital. Intanto sul fronte internazionale gli Stati Uniti provano a spingere all'azione un Palazzo di Vetro come al solito riluttante a qualsiasi presa di posizione coerente con la propria missione. I birmani attendono un segnale che probabilmente non verrà. martedì, settembre 18, 2007
Birmania. La sfida dei religiosi. Oggi i monaci birmani hanno alzato il livello della protesta. A Yangon si sono disposti in fila indiana per marciare verso la Shwedagon Pagoda, il luogo più sacro del paese, tra gli applausi dei presenti. Le squadre del regime hanno bloccato gli accessi al tempio ma non sono intervenute a disperdere la manifestazione. La stessa scena si è ripetuta quasi simultaneamente in diverse località della Birmania dove gruppi di monaci, in maggioranza giovani, hanno sfidato apertamente il regime in una contrapposizione le cui conseguenze sono ancora tutte da scrivere. In un gesto di ribellione clamoroso e umiliante, i buddisti minacciano di rifiutare le tradizionali elemosine offerte dai militari e dalle loro famiglie, in risposta alle mancate scuse dei responsabili dei pestaggi di Pakokku, due settimane fa. A Sittwe gli scontri si sono ripetuti e gli ufficiali dell'esercito hanno usato i lacrimogeni.
Come già spiegato la situazione è delicata per i detentori del potere: schiacciare come mosche la popolazione civile è un conto, fare lo stesso con la casta dei religiosi un altro. Intanto l'occhio della comunità internazionale si sta lentamente aprendo sui fatti birmani. Purtroppo nelle prossime settimane il dibattito si sposterà alle Nazioni Unite dove presumibilmente si arenerà. Ma la realtà di una nazione stremata ha il sopravvento. Le proteste di questi giorni non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle dell'88 per imponenza e partecipazione - non ancora almeno - ma stanno ottenendo una risonanza infinitamente maggiore grazie soprattutto all'immediatezza della diffusione delle notizie nell'era del digitale. Quando diciannove anni fa l'esercito soffocò nel sangue la ribellione civica di studenti e monaci praticamente nessun mezzo di comunicazione era presente e i testimoni diretti delle proteste e del conseguente massacro non ebbero nessuna possibilità di raccontarlo. Oggi una fotografia rubata o un messaggio telefonico sfuggito alle maglie della censura sono sufficienti ad innescare una serie di reazioni a catena in grado di finire in pochi minuti sulla prima pagina dell'edizione online del NYT. Persino in un paese isolato, controllato e tecnologicamente arretrato come la Birmania questo meccanismo dimostra di poter essere vincente ed il suo impatto in una società per molti aspetti arcaica e tagliata fuori dai circuiti internazionali merita di essere attentamente studiato. giovedì, settembre 13, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/9. La Birmania in una foto. Un uomo di sei-sette anni, in equilibrio sulla sua barca, il volto serio a fissare un obiettivo che vergognosamente lo ritrae, forse per la prima volta. L'infanzia è finita da un pezzo e a casa c'è chi aspetta qualcosa da mangiare la sera o da vendere al mercato il giorno dopo. Noi a pochi metri, senza nemmeno il coraggio di rivolgergli una parola, di chiedere il suo nome. Troppo duro quello sguardo, troppe domande senza risposta.
La situazione dei bambini birmani è spaventosa. Nonostante le statistiche ufficiali, meno della metà della popolazione infantile frequenta le scuole primarie e secondarie e solo un quarto le conclude regolarmente. L'educazione è garantita nelle fasi iniziali, dopodiché le famiglie devono sobbarcarsi ogni spesa: l'abbandono scolastico è persino una ovvietà in queste condizioni e lo sfruttamento minorile è la regola. Appena si è in grado di sostenere un peso o di muoversi con le proprie gambe si diventa carne da lavoro: i più fortunati servono in qualche bar, agli altri tocca la fatica del campo o la calca dei centri urbani. L'arcadia dei primi anni di vita, quando ancora non puoi essere e non puoi sapere, lascia ben presto il posto alla quotidiana lotta per la sopravvivenza. Non c'è tempo, bisogna crescere in fretta. E sembra tutto così scontato che a tratti ti scopri ad osservare senza più nemmeno stupirti, come se la banalità del male prendesse naturalmente il sopravvento sulla dignità umana. Secondo stime recenti delle Nazioni Unite il tasso di mortalità nei primi dodici mesi si situa intorno al 77/1000 e quello al di sotto dei cinque anni si eleva al 109/1000. La diffusa pratica dei lavori forzati coinvolge anche i più piccoli. Inoltre è dell'esercito birmano il primato di bambini-soldato: si calcola che dai 50.000 ai 70.000 siano i minori reclutati dalle forze armate per servire la patria. Spesso l'arruolamento avviene nei quartieri degradati delle principali città, sotto la minaccia dell'arresto o di ritorsioni contro i familiari. In effetti non è difficile portarsi via un bambino in Birmania. Li trovi per strada fin dalla più tenera età, quasi sempre senza adulti al fianco. Si avvicinano perché la curiosità ha la meglio sulla paura, a volte allungano una mano, di solito si limitano a scrutarti. Quelli che sanno riconoscere la tua faccia di straniero ti chiedono di scambiare qualcosa: un sapone, una penna, una caramella. Se sono bambine sarà un rossetto a renderle adulte, come se la vita non bastasse. Si fanno avanti sorridendo, poche frasi in inglese imparate a memoria, se non hai nulla da dare ti strappano la promessa che tornerai. Sanno che non lo farai ma ti salutano ugualmente, con lo stesso sorriso. "Tata", addio, non lasciarmi qui. Ti fissano intensamente i figli della Birmania. Nel loro sguardo un perché che non permette repliche. mercoledì, settembre 12, 2007
Birmania. Reportage. Adesso i pensieri sparsi sono anche un articolo lungo gentilmente ospitato da LibMagazine.
martedì, settembre 11, 2007 ![]() Dissero: "Siamo tutti americani". Ma non era vero. Non bisogna essere americani per provare rispetto e ammirazione per il coraggio statunitense e newyorchese. Non bisogna essere americani per riconoscere la grandezza di stare dritti come le tante bandiere contro il vento di invidia, razzismo, ingratitudine, rabbia e malafede che contraddistingue chi prima durante e dopo l'11 settembre dimostra di avercela con gli Stati Uniti. Non bisogna essere americani per prendere a modello l'enorme cuore dimostrato dai policemen e dai firefighters della big apple e vivere senza dimenticare il loro sacrificio. Bisogna azzerare la propria coscienza, però; bisogna rinnegare la propria umanità, piuttosto; bisogna stuprare la propria anima, invece: se si vuole continuare a far finta che l'11 settembre sia un giorno come un altro. martedì, settembre 04, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/8. A volte vogliono solo parlare. Ma i guardiani sono dappertutto. Membri della polizia certo ma più spesso agenti in borghese, funzionari del regime incaricati di osservare, ascoltare, riferire. "Tutti sanno chi sono loro qui nel villaggio", si lascia sfuggire guardandosi attorno un uomo sui quaranta, un figlio nell'ex capitale e una moglie chissà dove, lui autista per stranieri su una Toyota di vent'anni fa, in fondo un privilegiato. "Hanno le case migliori, quelle che il vento non si porta via", ma anche le attività pìù redditizie e le auto coi sedili foderati. La Birmania è in mano a una mafia i cui tentacoli si estendono fino alle più remote località del paese, la testa nei palazzi della giunta, gli occhi, le orecchie e il bastone ficcati nella carne della povera gente. Dicono le voci che si debba stare particolarmente attenti ai locali in terra battuta e lamiera che la Lonely Planet nel suo zelo da correzione politica battezza saloni da tè. E' qui che tra un sorso e l'altro le spie intercetterebbero la maggior parte delle conversazioni di interesse, è qui che le cospirazioni contro la sicurezza dello stato prenderebbero corpo, è da qui che la polizia del pensiero trarrebbe le informazioni necessarie per compiere la sua meritoria opera di igiene sociale e di salvaguardia della stabilità della nazione. Ma in fondo non serve una task force per imporre silenzio e obbedienza: quando il sospetto si è impadronito della tua mente sei già prigioniero e non importa se il tuo vicino di casa o di sgabello sia davvero un collaboratore del regime o soltanto un'altra vittima in cerca di una parola e di uno sguardo di umana comprensione. Nelle società della paura ogni minaccia apparente diventa un nemico reale. Il tè in Birmania si serve a tutte le ore.
domenica, settembre 02, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/7.
It is not power that corrupts but fear. Fear of losing power corrupts those who wield it and fear of the scourge of power corrupts those who are subject to it. Era una sera di maggio di 4 anni fa. Aung San Suu Kyi viaggiava in una carovana di auto e motociclette diretta a nord. Insieme a lei circa 200 membri della National League for Democracy. Era uno dei rari momenti negli ultimi diciotto anni in cui alla oggi sessantaduenne dissidente birmana era stato permesso di circolare per il paese. Per un motivo non meglio precisato il gruppo di veicoli si vide costretto a rallentare (c'è chi dice che un monaco chiese loro di fermarsi per parlare con un gruppo di abitanti del posto). Dal ciglio della strada e dalle camionette che seguivano a distanza il corteo squadre di uomini armati di bastoni di ferro e di pali di legno circondarono Aung San Suu Kyi e i suoi. Fu un massacro. Più di sessanta membri della NLD, secondo stime prudenti, vennero picchiati a morte. Altri lasciati sulla strada in una pozza di sangue. Altri portati via dalle solerti milizie dell'USDA, responsabili dell'attacco. The Lady, come è semplicemente conosciuta tra i birmani, era prelevata e condotta in una località segreta, "per salvaguardare la sua incolumità". Il segreto si chiamava Insein, ancora una volta. Era il terzo arresto per la figlia del generale Aung San, l'eroe dell'indipendenza nazionale, la cui memoria costringe ancora oggi i militari ad un grottesco equilibrismo sul filo della storia. Poi, nel settembre dello stesso anno, il trasferimento alla sua casa di Yangon, date le precarie condizioni di salute. Da allora non è più uscita. Al 54 di University Avenue, la via delle ambasciate, uno spaccato d'altri tempi dentro la bolgia dell'ex capitale, la donna più temuta dal regime ha passato gran parte degli ultimi tre lustri e mezzo della sua vita. Poco lontano l'università di Yangon, o quel che ne resta dopo che la giunta ha deciso di spostare gran parte dei dipartimenti lontano dalla città. Lungo il viale alberato gli studenti si dirigono al luogo da cui, nell'88, partirono le manifestazioni antigovernative. Apparentemente tutto è normale. Proviamo anche noi ad avvicinarci al'ingresso ma non è una buona idea. Una guardia ci fa sapere che l'entrata non è consentita senza un permesso speciale. Passiamo oltre. Sulla sinistra fervono i lavori della nuova sede diplomatica degli Stati Uniti: di americano in Birmania non c'è più nulla, nemmeno la Coca Cola (entra solo di contrabbando, infatti è carissima), ma a quanto pare l'ambasciatore resta. Che la sua residenza non diventi una fortezza. Poco più avanti un posto di blocco. Si accosta un poliziotto e ci informa che non possiamo continuare. Ma quella ragazza che è passata poco fa? "Agli stranieri non è permesso l'accesso a questo tratto di strada". Anche se lo sappiamo, chiediamo il perché: "Motivi di sicurezza", è la sola risposta. Il poliziotto ferma il primo taxi che arriva. E' già occupato ma l'autista non fa domande. Si apre la porta posteriore e un minuto dopo la casa di Aung San Suu Kyi è già lontana. Ogni mattina, al risveglio, the Lady si affaccia alla finestra: alla sua destra un presidio militare, alla sua sinistra un altro. La proteggono dai forestieri: il regime ha a cuore "la sua incolumità". |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
![]() Asia e dintorni Normblog |