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venerdì, agosto 31, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/6. Per capire l'importanza della partecipazione di monaci buddisti ad alcune delle manifestazioni di protesta degli ultimi giorni conviene tenere a mente questa fotografia. E' l'immagine della triade dei generali, Than Shwe in testa, in atto di devozione religiosa presso una importante pagoda del paese. Quelle che tengono in mano sono icone del Budda ricoperte da lamine d'oro. I tre le stanno portando in processione fino all'altare. Il regime, soprattutto negli ultimi anni, ha cominciato a strumentalizzare a fini propagandistici il fervore religioso presente all'interno della società birmana. Il monaco rappresenta in questo contesto un punto di riferimento non soltanto spirituale ma anche politico. Azzardo una considerazione che traggo da quel che ho potuto percepire, più che osservare o ascoltare: alla casta dei religiosi tocca una involontaria funzione di mediazione tra il regime e la popolazione e a seconda di dove si sposti può far pendere il piatto della bilancia in questa delicata e a tratti paradossale partita tra chi ha tutto il potere e chi non ne ha nessuno. Non si dimentichi che i monaci pagarono un alto tributo di sangue durante la rivoluzione civile del 1988 nella quale si schierarono senza mezzi termini dalla parte dei dimostranti. La giunta militare usa perciò con il clero il bastone della repressione e la carota della lusinga. Una volta neutralizzate e smembrate le università, i monasteri restano l'unico luogo fertile per una riflessione sui mali del paese e anche per l'elaborazione e la diffusione di idee potenzialmente pericolose per il regime. Ecco perché, nei momenti caldi come l'attuale, la sorveglianza intorno agli stessi si fa particolarmente ferrea:
Mandalay—Police tightened up security at leading monasteries in Mandalay on Thursday, while the authorities ordered junior monks and novices from other townships who came to study at Mandalay to return home. The police also checked the monastery walls for notices calling for protests. Security in the entire city remained high. Oltre ad essere la sola garanzia per molti bambini di poter godere di un'educazione scolastica fino ai dieci-dodici anni, la vita monastica consente un processo di apprendimento meno condizionato dall'indottrinamento ideologico dell'istruzione di stato e la formazione di un pensiero critico altrimenti assente. Ciò non significa che i monaci rappresentino di per sé un'avanguardia dissidente: al contrario, spesso sono informatori privilegiati della giunta sulla vita dei villaggi. Significa però che, persino per l'onnipotente gerarchia militare birmana, governare contro dio e contro i suoi esegeti può essere rischioso, non foss'altro che per quel superstizioso timore che sembra caratterizzare tutti gli uomini forti che hanno retto le sorti della Birmania, da Ne Win fino a Than Shwe. A Bagan mille anni dopo continuano a costruirsi templi ad imitazione degli originali, mattone su mattone. Sono i padroni del paese che provano a guadagnarsi la benevolenza divina. Devono avere qualcosa da farsi perdonare.
Birmania. Pensieri sparsi/5. Poi c'è Internet. Per esserci c'è, in effetti, anche se i costi del servizio sono talmente elevati da renderlo impraticabile per l'utenza privata. Il punto è che funziona in maniera un po' peculiare. Già all'entrata di alcuni cyber (o simili) ti accoglie un cartello: "Si prega di avere pazienza". Il perché lo capisci quando cominci a navigare per le tormentose acque della rete birmana, a conferma che tra tragedia e farsa il confine è spesso sottile. L'unica connessione consentita è quella attraverso il server del governo in cui, come è facile intuire, la falce del censore ha già operato una radicale selezione alla fonte, impedendo l'accesso ai siti sconvenienti e trasformando Internet in una triste caricatura di se stesso. Anche l'e-mail è di stato: ogni messaggio viene accuratamente monitorato e registrato perché i birmani - si sa - sono come i bambini e hanno bisogno della tutela costante del grande occhio. I più indisciplinati però ci provano lo stesso. Come i loro colleghi cinesi, anche se ad un livello di sofisticazione molto più basso, si appoggiano ad un unico proxy server su cui i censori non sono ancora riusciti ad intervenire ma evidentemente sì ad interferire: scaricare una pagina richiede dai 15 ai 25 minuti e sono in molti a desistere a metà dell'intento. Confesso di aver abbandonato. E oltre a quelle già troppo strette del web, il proxy ovviamente può aprirti anche le porte anguste della prigione: una frase intercettata di troppo e dal blocco della linea, al ritiro della licenza, alle sbarre di Insein è solo questione di sorte.
lunedì, agosto 27, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/4. Primo comandamento: impedire la comunicazione tra gli individui. Nel decalogo della dittatura questo precetto assume un'importanza fondamentale per perpetuare l'isolamento della società birmana all'interno e all'esterno dei confini del paese. Oltre alle ovvie misure di divieto di riunione, associazione o di qualsiasi assembramento superiore a cinque persone (i mercati no, questi luoghi del male...), è interessante soffermarsi sul rapporto del regime con le nuove tecnologie. Prima di partire ci era stato consigliato di non portare con noi il cellulare perché ci sarebbe stato requisito all'arrivo. Ma non è vero. In effetti non c'è ragione perché questo avvenga, dal momento che semplicemente il nostro telefono non ha nessuna possibilità di funzionare in territorio birmano. Bisogna ricorrere agli apparati pubblici e qui comincia l'odissea. Le tariffe per uno straniero che voglia comunicare con il proprio paese oscillano tra i 5 e i 7 dollari al minuto; quelle per i locali cui venga l'insana idea di mettersi in contatto con l'estero tra i 3 e i 4 dollari. Una cifra inconcepibile per qualsiasi birmano, pari mediamente al salario di metà settimana, che basterebbe da sola a scoraggiare velleità di sorta, nel caso la minaccia del grande orecchio non fosse di per sé sufficiente. Prima di fare il numero i solerti funzionari delle telecomunicazioni ti impongono di dichiarare quanto vorrai parlare: inutile spiegare che pagherai quello che sarà dovuto in ogni caso, chiedendo che ti lascino il tempo per tranquillizzare i tuoi che sei vivo, stai bene e non ti hanno fatto prigioniero. Se dici un minuto, al sessantesimo secondo interromperanno la comunicazione limitandosi ad osservare la tua reazione senza ritenere di doverti alcuna spiegazione. Il cronometro (tutti quelli che gestiscono una postazione telefonica ne hanno uno) parte al primo squillo e dopo il terzo la regola impone che ti venga addebitato il costo della telefonata. Devi farti amico il cronometrista perché questo non succeda. Le linee telefoniche sono limitate, anche nelle principali città, e il telefono pubblico è per la maggior parte della popolazione l'unico mezzo di comunicazione possibile. Il governo gestisce direttamente un alto numero di postazioni ed assegna le licenze delle rimanenti, assicurandosi in questo modo un controllo ferreo degli utenti e dei numeri in entrata e in uscita. Il più delle volte le linee sono condivise: a Nyaung Shwe, ventimila anime, una cittadina tra le più frequentate sulle rive del Lago Inle, ci sono 700 apparecchi ma solo 40 linee telefoniche. Ah, dimenticavo: un cellulare costa dai 2500 ai 3000 dollari. Non bastano sette vite, nemmeno quelle di un generale.
domenica, agosto 26, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/3. Da Mandalay a Bagan la strada a un certo punto scompare. Diventa un terreno coperto di buche, poi di polvere, poi di terriccio. Sono 150 chilometri da percorrere in sette ore. Siccome il tempo si è fermato, non c'è fretta. Riappare solo in prossimità della valle dei templi dove gli stranieri di solito arrivano in aereo o navigando sull'Irrawaddy. A loro interessa la destinazione, non certo il cammino e non si faranno troppe domande una volta seduti al ristorante la sera sulla riva del fiume. E' semplice la mente dei generali. Hanno creato un deserto e poi ci hanno piantato qualche oasi, sparsa qua e là. Nessun birmano potrà mai avvicinarsi per prendere un po' d'acqua e nemmeno ci proverà. Anche i birmani conoscono bene la loro destinazione. Ma li troverai sempre lungo il cammino.
Quattro villaggi di capanne di bambù, i carri trainati da buoi, le donne schiena dritta e cesta in testa, centinaia di mani aggrappate alle camionette, le biciclette, i cani randagi, il grano sparso sul ciglio della strada, le risaie, le mucche bianche e ossute, l'uomo, l'aratro, l'animale, il peperoncino piccante avvolto in un lenzuolo, i bambini che tornano da scuola, i bambini al lavoro nei campi, la piccola mano aperta in un gesto di saluto, la famiglia seduta fuori osservando, le corse impazzite incontro all'auto, i sorrisi, le grida e poi il silenzio, l'abbandono, quasi il nulla. Da Mandalay a Bagan la strada a un certo punto scompare. venerdì, agosto 24, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/2. "Il Tatmadaw e il popolo, collaborano e annientano tutti quelli che danneggiano l'Unione". Così recita un enorme striscione appeso all'esterno del recinto del palazzo reale a Mandalay. Sede degli ultimi re birmani prima che i britannici si facessero con il controllo del territorio e ricostruito dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, è oggi l'unica parte visitabile dell'antica cittadella fortificata trasformata in accampamento militare. La guida cui chiediamo lumi sulla evidente presenza di soldati nei dintorni si limita ad un no comment piuttosto infastidito: "Per questa domanda non ho risposta".
Il Tatmadaw è l'onnipotente esercito di Myanmar, padrone non solo della politica ma anche dell'economia del paese. Anche dopo l'abbandono della via birmana al socialismo, seguito all'abdicazione di Ne Win, le principali attività produttive restano direttamente o indirettamente in mano dello stato. Il governo militare è proprietario o dirige attraverso partecipazioni le imprese più importanti e anche quando non compare apertamente, estende il suo controllo attraverso una rete di intermediari legati per vincoli familiari o di interesse all'apparato di potere. Emblematico il caso delle strutture alberghiere recentemente costruite in alcune zone del paese a partire dalla fine degli anni '90, quando la Giunta decise di incentivare il turismo: un intento riuscito solo in parte considerato che ancora oggi la Birmania è la nazione meno visitata del continente asiatico, con l'eccezione della Corea del Nord, e meno esposta al contatto con occidentali. "Qui quasi tutto appartiene alla cognata del generale", ci fa sapere a mezza voce Tun Tun nella calura pomeridiana di Bagan, a due passi dall'infinito silenzio della valle dei templi. Se costruiscono qualcosa è per loro, sia un hotel, una casa di mattoni o una strada asfaltata. A Tun Tun e a quelli come lui non arrivano nemmeno le briciole e devono arrangiarsi fingendosi pittori o riparando le gomme delle biciclette che qualcuno - "fanno i furbi quelli" - ci ha rifilato poco prima con sette buchi compresi nel prezzo. E senti che vorrebbe dire di più, spiegare a quegli stranieri capitati lì per caso cosa sta succedendo davvero nel paese delle bianche pagode e della natura selvaggia, sfogare una rabbia repressa, far uscire dallo stomaco quel grido silenziato, smettere di stringere i denti sperando che un giorno, chissà come, qualcosa cambi. E magari chiedere, timidamente, perché nessuno fa nulla per la gente di questa strana nazione dal nome quasi impronunciabile (Pyi-daung-zu Myan-ma Naing-ngan-daw). Poi ci sono i cinesi. "Loro non vengono qui per ammirare il paesaggio", continua Tun Tun. No, vengono a riempire il vuoto lasciato dall'Occidente, letteralemente ritiratosi dalla Birmania e barricato dietro il muro delle sanzioni. Proprio come in Africa, la Cina si sta impadronendo del paese e delle sue risorse. I nipotini di Mao stringono accordi con i generali, immettono denaro nelle disastrate casse delle stato e di fatto mantengono in piedi il regime, coerenti con la dottrina di esportazione e consolidamento della dittatura nelle loro zone di influenza. Li riconosci subito i cinesi, per le strade di Mandalay o Nyaung U e non solo per i tratti fisici: li distingui per i vestiti che indossano e per le macchine che guidano. Capisci che sono venuti qui a fare i signori. Il mondo è un mistero buffo. giovedì, agosto 23, 2007
Birmania. Pensieri sparsi/1. Legno pregiato, campi di grano e di riso, pietre prezione, risorse di gas naturale. La Birmania sta morendo. Sta tutta in questo paradosso l'essenza di un paese stremato e avvilito da quarantacinque anni di isolamento e di repressione, di saccheggio e di incompetenza. Da quando nel 1962 il generale Ne Win si impadronì del potere con un colpo di stato lanciando la via birmana al socialismo, i militari non l'hanno mai ceduto. Nemmeno quando i risultati della prima elezione in trent'anni - era il 1990 - infersero loro un colpo teoricamente mortale, assegnando al principale partito di opposizione, la National League for Democracy di Aung Saan Suu Kyi - già allora agli arresti -, 392 su 485 seggi a disposizione. Ma i generali, si sa, hanno sette vite: annullarono il voto e fecero arrestare i principali esponenti della NLD perché non restasse più nulla di chi aveva osato sfidarli. Un trappola, l'ennesima, un inganno ben orchestrato per smascherare la dissidenza e sradicarla dal tessuto sociale. Quella che fu una delle gemme più brillanti dell'ex Impero Britannico è oggi una delle nazioni più povere del mondo, condannata ad una stagnante economia di sussistenza ma con le pagode ricoperte d'oro, senza un progetto di futuro ma con uno dei più poderosi e costosi eserciti per numero di effettivi e spese di gestione. Per raccontare la Birmania bisogna necessariamente cominciare da qui.
Ci vogliono rassegnazione e coraggio per essere birmani. La prima ti serve per continuare a vivere nonostante tutto. Il secondo per non perdere la speranza. Li vedi camminare veloci avvolti nel loro longyi, gli sguardi penetranti, i volti sorridenti, quel saluto che ti accoglie ovunque tu vada e ti chiedi perché regalino tutta quella mitezza ai loro aguzzini. C'è davvero una forza discreta nell'accettazione silenziosa della loro condizione o si tratta solo della consapevole rinuncia a cambiare il proprio destino? Fino a che punto si può sopportare? Emma Larkin nel suo Secret Histories descrive la Birmania come una donna malata di cancro che sa di esserlo ma rifiuta il trattamento medico e continua la sua vita come se il tumore non la stesse divorando. Va al mercato, si mette fiori tra i capelli e parla con la gente. Tutti sanno della malattia ma nessuno dice nulla. La scrittrice non lo spiega ma non è difficile immaginare il finale della storia. Questa è la rassegnazione. Poi c'è il coraggio. La scorsa settimana la Giunta ha deciso, senza perdere tempo in spiegazioni, di raddoppiare i prezzi del carburante: il trasporto pubblico è andato in panne e in molti si sono ritrovati con i soldi per andare al lavoro la mattina ma non quelli per tornare a casa la sera. Ma domenica è successa una cosa più unica che rara. Centinaia di persone sono scese nelle strade di Yangon (l'ex capitale, Rangoon prima dell'era del cambio dei nomi) a protestare contro il provvedimento, in testa i leaders della cosiddetta Generazione dell'88, quelli sopravvissuti al massacro. Fu un altro sconsiderato provvedimento di natura economica a far scattare la più imponente sollevazione popolare nella Birmania (oggi Myanmar, dopo l'era del cambio dei nomi) dei militari. Era l'agosto 1988 e dall'università di Rangoon partirono le manifestazioni studentesche contro il regime. Che reagì sparando, come un anno dopo avrebbero fatto i gerarchi del Partito Comunista Cinese. Furono circa tremila i morti in quelle settimane di speranza affogate nel sangue. Domenica scorsa alcuni degli esponenti di quel movimento, tra cui Min Ko Naing e Ko Ko Gyi, non si sono fatti intimorire dalla prospettiva di altri vent'anni di galera e si sono assunti la responsabilità della protesta. In Birmania la polizia bussa di notte: in quella tra martedì e mercoledì tredici attivisti per la democrazia sono stati prelevati dalle loro case ed arrestati. Tra di loro sette noti dissidenti, compresi i due citati sopra. Nonostante l'intimidazione mercoledì altre cento persone sono tornate in piazza, disperse dalla polizia e dalle milizie in borghese del regime (USDA). Oggi un'altra manifestazione, quaranta persone, in marcia verso il quartier generale della NLD. Altri episodi analoghi si stanno registrando in diverse località, connotando quello in corso come il più importante atto di disobbedienza civile dal 1988. Il comunicato con cui la Giunta ha annunciato le detenzioni: Information was received in advance that with the ill-intention of grabbing power, internal and external destructive elements who do not wish to see the endeavours of the government are plotting to oust the government by resorting to three strategies to disrupt the National Convention, to cause civil unrest similar to the 88' disturbances and to commit various acts within the framework of law. Tonight, authorities concerned have taken into custody and are interrogating the so-called 88' generation students Min Ko Naing, Ko Ko Gyi, Pyone Cho (a) Htay Win Aung, Min Zeya, Mya Aye (a) Thura, Kyaw Min Yu (a) Jimmy, Zeya (a) Kalama, Kyaw Kyaw Htwe (a) Markee, Arnt Bwe Kyaw, Panneik Tun, Zaw Zaw Min, Thet Zaw and Nyan Lin Tun for their acts may undermine the efforts for ensuring peace and security of the State, the success of the National Convention and the seven-step Road Map and peaceful transfer of the State power. Ci vuole tanto, troppo coraggio per essere birmani. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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