1972

domenica, dicembre 31, 2006
Verso il 2007. Come Grosso su quel rigore, la sera del 9 luglio.
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Antologia/4. Consueta selezione dei post più argomentati dell'anno. In più gli articoli pubblicati.

Il giorno di Hamas. Ma domani?
Intanto in Spagna
Pesi e misure
Il dibattituni
L'inizio della fine. Del terrore o dello stato di diritto?
ETA dei nostri sogni
El proceso
Stabilità a Minsk
I peggiori
Il dibattituni/2
Quello che manca
'A nuttata
La Spagna violentata
Hu goes to Washington/3
L'Iran e il prezzo delle angurie
Un comunista come presidente/5 (e un paese bloccato)
Di fronte al nulla
La banalità del... Papa
Cosa loro
La meglio gioventù
Su Guantanamo
Intelligenza con il nemico/3
Sei bellissima
I realisti sono sproporzionati
Dall'altra parte
Salvador
Spagna, fortezza o colabrodo?
"L'internazionalizzazione del conflitto"
Comunque vada, sarà un successo
Corea del Nord e revisionismo
I sommersi e i Salvati
La botte di ferro (e le facce di tolla)
Un finale già scritto



L'Opinione


E' reale la minaccia nucleare coreana: Pyongyang fa il gioco delle parti

Cina, inizia la protesta dei media che non si rassegnano alle veline
La censura del regime di Pechino corre sul web e colpisce i blogger
Zapatero, il presidente con la kefiah che sceglie il governo della piazza
Le ambiguità di Zapatero e quelle del "Corriere"



Notizie Radicali

L'inizio della fine. Del terrore o dello stato di diritto?
Zapatero, il presidente con la kefiah che sceglie il governo della piazza



Ideazione online


Viaggio-fantasma di Kim Jong Il in Cina
Spagna: Capello e il Generalissimo
Estatut: pastrocchio in salsa catalana



Ideazione ed. cartacea

Oltre la Grande Muraglia
Nixon aveva torto. Serve più democrazia
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Un finale già scritto. Continuano a chiamarli desaparecidos ma sono morti. E cominciamo da qui: sotto le macerie del botto di capodanno di ETA sono rimasti due ecuadoriani che non brinderanno mai più con le loro famiglie. Ma l'attentato di ieri all'aeroporto di Madrid è anche l'ennesima dimostrazione di quanto da queste parti si va sostenendo da sempre: che con i terroristi non ci può essere nessun dialogo, che con gli incappucciati non ci si siede a prendere il caffé, al limite glielo si serve dietro le sbarre. Ecco perché sotto quelle macerie è morta anche la menzogna sulla quale il governo Zapatero ha costruito il castello di carta della sua permanenza al potere: il processo di pace non è mai esistito, se non nella fantasia dei dilettanti allo sbaraglio cui un altro attentato consegnò le chiavi della Moncloa. Purtroppo il neopopulista in capo non ha ancora capito che è ora di smetterla: ieri ha sospeso i contatti con ETA ma ha dato ad intendere che è disposto a ritornare al tavolo delle trattative se i criminali ci ripensano. E' significativo che il cessate il fuoco permanente del marzo scorso sia andato in fumo in cinque secondi di brutalità. Di permanente in tutti questi mesi c'è stata solo la volontà di resa delle istituzioni di fronte ad una banda che ha chiaramente confermato di avere il coltello dalla parte del manico e di essere in grado di ricattare e di manipolare un esecutivo ai limiti della codardia e dell'alto tradimento. Ovviamente Zapatero non è il responsabile dell'attentato di ieri. Solo i giacobini della sinistra buona e giusta possono trasferire la colpa dalle mani insanguinate dei terroristi ad un capo di governo democraticamente eletto. Ma il presidente del sorriso permanente (come il cessate il fuoco?) ha sulle sue spalle altre pesantissime responsabilità: aver ridato ad un'organizzazione boccheggiante ossigeno, visibilità politica ed un ruolo di interlocutore istituzionale; aver ridotto lo stato di diritto ad una caricatura di se stesso; aver emarginato l'opposizione democratica per far posto ai lupi del nazionalismo estremista travestiti da agnelli; aver mentito sistematicamente all'opinione pubblica. Un primo ministro decente chiederebbe scusa, getterebbe via il copione scaduto e tornerebbe alla politica antiterrorista del suo predecessore. Poi eviterebbe di ripresentarsi alle prossime elezioni. Un primo ministro decente, non Zapatero.
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sabato, dicembre 30, 2006
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venerdì, dicembre 29, 2006
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mercoledì, dicembre 27, 2006
Il ventre molle. Blair - lucidamente e coraggiosamente - sfida l'opinione pubblica occidentale e la sua ritirata psicologica e morale:

Se riconoscessimo questa battaglia per quel che realmente è, saremmo almeno ai primi passi del cammino verso la vittoria. Ma buona parte dell'opinione pubblica occidentale è ancora del tutto distante da questa meta.

La battaglia si vince o si perde qui.
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domenica, dicembre 24, 2006
Ai confini della realtà/3. Solenne, sovietico, massivo: questi gli aggettivi più usati dai dispacci d'agenzia per descrivere il funerale del padre dei turkmeni. Ma la sensazione è che Niyazov non ce l'abbia fatta ad eguagliare il delirio kimilsunghiano di 12 anni fa:

From early morning tens of thousands of mourners, some weeping silently and some holding flowers, moved slowly past the coffin placed in a marble, colonnaded hall at Niyazov's presidential palace, topped by a gilded dome.
A military orchestra played mournful music from a Soviet-era Turkmen film about unfulfilled love. Mourners queued in orderly lines past a tall gilded statue of Niyazov that rotates to face the sun -- the city's main landmark.
Armored personnel vehicles and a black Mercedes carrying a huge portrait of Niyazov escorted the coffin to Niyazov's birth town of Kipchak west of Ashgabat as rows of soldiers stood to attention and saluted.

He was buried in a family mausoleum near the biggest mosque in former Soviet Central Asia -- a huge marble building built for him by a French firm. Six fighter jets roared with a deafening sound as they flew low over the site.


Non era facile, bisogna essere onesti, anche se gli speakers ce l'hanno messa tutta:

A Turkmen television announcer said the entire nation was mourning its "Great Leader."

"Our country is mourning," the announcer said. "The white city built by the Great Leader, one of the most beautiful cities in the world, the capital Ashgabat, is mourning. The Turkmen people and their many friends are mourning the death of the beloved leader."

Spesso nella storia delle dittature tragedia e farsa si mescolano in un sordido ghigno. Turkmenbashi ne è stato un esempio paradigmatico.
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sabato, dicembre 23, 2006
Ai confini della realtà/2. Ad Ashgabat è tutto pronto per il solenne tributo al presidente immortale (o quasi). Il clima è pesantino ed il paese listato a lutto:

Niyazov’s body will be put on display in a grand palace in the capital Ashgabat for the final farewell ceremony due to be attended by foreign delegations and state officials.

Under a leaden sky, groups of plain clothes police dotted the streets of the lavishly rebuilt capital.
Armed soldiers in camouflage were seen guarding key sites like the telecommunications centre. Green national flags were lowered and few cars and pedestrians were seen on the streets.


Ma dietro le quinte non tutto tace:

The country’s newly set up Security Council, led by Defence Minister Agageldy Mamedgeldyev, holds the main clues to future succession. Set up shortly after Niyazov’s death, it consists of top security officials who were close to Niyazov.

Il giorno dopo cosa succederà? La parola d'ordine è continuità:

The acting president was quick to assert that that Turkmenistan would continue to diligently follow the course set by Niyazov. That includes its commitment to neutrality — a policy plank so fundamental that the country's state Russian-language newspaper is called "Neutral Turkmenistan."

Turkmenistan is an intensely controlled society. Journalists allowed into the country Saturday were under constant official supervision, their hotel reservations arbitrarily changed, their requests for interviews denied.
Soldiers march down streets, police are everywhere, stopping cars, checking IDs, checking permits.


Ma le vette di Turkmenbashi sono irraggiungibili:

But the government minder suggested the tight control could be loosened gradually.
"People can express their ideas with their friends, no problem," the official said. "But not in the streets. Freedoms have to be built slowly, cautiously..."
After more than two decades of education in little more than how to love Niyazov and recite his aphorisms, Turkmen in the capital talked of him lovingly Saturday, often using the title "Turkmenbashi" (father of All Turkmen) that he had conferred on himself.

"He's our president. If I didn't love him, whom would I love?" asked a 34-year-old taxi driver named Aman. "He made us independent. Who knows what will happen now?"


Sempre ci saranno un meccanico bielorusso o un taxista turkmeno...

Intanto la grande partita geo-strategica è cominciata anche se le regole non sono troppo chiare ai contendenti. Niyazov non concepiva il mondo dopo di sé:

The dictator did not believe in the immutability of physical laws. At any rate, he did not think about his successor. He mercilessly put behind bars all those who showed even the smallest desire for power (he also sent people to prison for a thousand other reasons). But some have managed to escape.
In Asian political tradition, his son Murad would become his only more or less legitimate successor in this situation. He has gone into business, has lived with his family in Vienna for the past two years, and has nothing to do with the power struggle at home. If he took part in it, he would inevitably become number one candidate. However, he has no political experience or grip, dictatorial ways, or a team...

The range of political forces admitted to the elections will be decisive in determining Turkmenistan's future. The interim government will have its say on this issue.


La lista delle conquiste del Turkmenistan sotto l'illuminata guida del suo caro leader:

- Rank 155 out of 159 on Transparency International’s “most corrupt countries” list.
- The worst score possible for both political rights and civil liberties on Freedom House’s “freedom in the world” list.
- Over 50% of the population is living in poverty.
- All independent media is banned.
- All political parties except for his are banned.
- Most religions are banned.
- NGOs are effectively banned.
- If you can think of it, it’s probably banned.


Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.
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giovedì, dicembre 21, 2006
Ai confini della realtà. Il presidente a vita è morto oggi a 66 anni. Saparmurat Niyazov non era uno qualunque. Era il padre di tutti i turkmeni, l'uomo che aveva abolito tutti i libri dalle biblioteche (tranne i suoi), colui che aveva ribattezzato i mesi dell'anno con i nomi dei suoi familiari, l'artefice di un culto della personalità di tipo nordcoreano nel cuore dell'Asia Centrale:

"Turkmenbashi the Great has died," said a news anchor on state television early Thursday using Niyazov's adopted moniker.

Il Turkmenistan non era e non è, ovviamente, l'arcipelago gulag di Kim Jong Il. Ma Pyongyang e Ashgabat sono oggi i due luoghi del pianeta più prossimi ai confini della realtà e per questo, probabilmente, le due mete più affascinanti per chi ha voglia di toccare con mano fino a che punto la follia ideologica o il parossismo personalistico possano plasmare una società ed annullare gli individui. Poi arriva la morte a ricordare che in fondo è tutta una menzogna e che questi piccoli uomini autoproclamatisi immortali ed i loro imperi sono fondati sulla cenere e cenere ritorneranno. La storia non finisce, il Turkmenistan continuerà a vivere sotto l'ala protettrice del suo padre-padrone, che veglierà dall'alto su sudditi e successori. Ma di sicuro oggi qualcuno si starà chiedendo: com'è possibile? ma non ci avevano detto che lui no? Adesso l'attesa è per l'ultimo saluto. Vedremo se anche da morto Turkmenbashi sarà all'altezza di Kim Il Sung:

He banned video games, gold teeth, opera and ballet, and once encouraged his people to chew on bones — good, he said, for their teeth.
It was the sort of declaration that made him the most bizarre dictator in a region dominated by autocrats, but was also a small part of his political canon. The Ruhnama, his semi-autobiographical book of philosophy, poems and instructions for moral living, is required reading in colleges and schools, and is displayed throughout the country, including in mosques.

“The problem is he destroyed everything,” he said. “He corrupted everything and everyone around him. People at the top as well as ordinary people do not trust anyone and everyone.”
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mercoledì, dicembre 20, 2006
Il secondo Olocausto. Questo testo di Benny Morris (riportato da Liberali per Israele) dà i brividi. Per lo stile volutamente freddo e impersonale, quasi cronachistico, con cui racconta il nuovo possibile sterminio degli ebrei ad opera del nazismo islamista; per la successione dei fatti secondo una logica tanto tremenda quanto descrittiva di quello che sta realmente avvenendo; per la sensazione di ineluttabilità del ripetersi della tragedia storica che riesce a comunicare; per la conclusione quasi inevitabile sull'impossibilità concreta di difendersi. Benny Morris ci avverte che siamo già un passo oltre il limite:

II secondo Olocausto sarà ben di­verso. Un bel giorno, tempo cinque o die­ci anni, magari nel pieno di una crisi re­gionale, o quando meno ce lo aspettere­mo, un giorno o un anno o cinque anni dopo che l'Iran si sarà dotato della Bom­ba, i mullah di Qom convocheranno una seduta segreta, sulla quale campeggerà il ritratto dell'ayatollah Khomeini, con i suoi occhi di ghiaccio, per dare il placet al presidente Ahmadinejad, giunto ora­mai al secondo o al terzo mandato.

Come il primo, anche il secondo Olocau­sto sarà preceduto da lustri di indottrina­mento dei cuori e delle menti da parte di leader arabi e iraniani, intellettuali occi­dentali e sfoghi mediatici. Il messaggio è cambiato a seconda del pubblico ma, di fat­to, l'obiettivo di fondo è stato sempre lo stesso: la demonizzazione di Israele. Ai mu­sulmani di tutto il mondo è stato insegna­to che «i sionisti e gli ebrei incarnano il ma­le» e che «Israele dovrebbe essere distrut­to». E agli occidentali, in modo più subdo­lo, è stato inculcato che «Israele è uno Sta­to tiranno e razzista» che «nell'età del multiculturalismo, è inutile e anacronistico».

Il dilemma è stato rigorosamente chia­rito già molto tempo fa da un generale molto saggio: l'arsenale nucleare israe­liano a nulla può servire. Può soltanto es­sere schierato «troppo presto» o «trop­po tardi». Il momento «giusto» non arri­verà mai. Se schierato «troppo presto», ossia prima che l'Iran si fosse procurato gli ordigni nucleari, Israele sarebbe sta­to degradato a paria nello scacchiere in­ternazionale, bersaglio della furia della comunità musulmana mondiale, senza più alcun Paese disposto a spalleggiar­lo. Schierarlo «troppo tardi», invece, vor­rebbe dire colpire ad attacco iraniano già avvenuto. E a che pro?
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Vent'anni, una vita. Segreto di stato: è la formula che chiude le bocche e spezza le esistenze.

L’accademico cinese Lu Jianhua è stato processato in segreto e condannato a 20 anni di prigione per aver diffuso segreti di stato. Lu (nella foto a fianco) era stato arrestato lo scorso anno in relazione alla detenzione e all’arresto del giornalista Ching Cheong, anch’egli incarcerato per spionaggio e diffusione di segreti di stato.
La moglie di Lu, Qu Liqiu non ha mai potuto incontrare suo marito e ha solo ricevuto comunicazione a sentenza avvenuta, il 18 dicembre scorso.

Vent'anni per nulla. Provate a pensarci a Natale.

(Anche su Asia e dintorni).
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martedì, dicembre 19, 2006
Inizia con Z. C'è un posto dimenticato da tutti dove puoi ritenerti fortunato se riesci a raccontare come ti hanno torturato e distrutto la vita.
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lunedì, dicembre 18, 2006
La trappola. Le reazioni alla morte di Pinochet hanno rappresentato l'ennesima prova dell'immaturità politica che attanaglia sia la sinistra che la destra italiane. Da una parte sembrava che il pianeta si fosse liberato di un nuovo Hitler, dall'altra - purtroppo anche laddove si pretende di fare cultura politica - si cercavano attenuanti in nome di una presunta vena liberale (sic!) del defunto despota. Come sempre, non solo è mancata l'informazione, ma soprattutto il senso comune. Se esaltare la figura di Allende è un errore storico, giustificare seppur con tutti i distinguo del caso quella di Pinochet per screditare il suo predecessore appare un'ingenuità imperdonabile. Sul Weekly Standard un breve commento di John Londregan aiuta a capire perché ogni scorciatoia autoritaria è peggio di un crimine, è una menzogna:

Without the torture, rape, and killing, would economic and political freedom have been impossible in Chile? Hardly! But this is the argument insinuated by Pinochet. He successfully appropriated the utilitarian fallacy to which many on the left fall prey: that murder and torture are acceptable if they hasten the advent of the utopia implied by one's ideological model. That fallacy probably killed more people during the 20th century than typhus, and it stands to do so again in this century if we do not inoculate ourselves against it.

Pinochet tied his advocacy of free markets about people's eyes like a blindfold, to keep them from seeing his firing squads. Nothing that was achieved during his years of tyranny justifies the crimes he committed. Nor is there any meaningful sense in which the policies adopted by the Pinochet government should be viewed as paradigmatic for economic freedom. The military government long pursued a badly misguided policy of overvaluing the local currency; during the debt crisis of the 1980s it took the outrageous step of converting private debts to foreigners into public debt. And then there was its corruption, details of which continue to gradually leak into public view.

Pinochet got some of the answers to economic policy questions right, but for the wrong reasons. The ongoing debate about economic freedom in Chile and elsewhere is confused by the spurious association between freedom and the tyrant Pinochet.


Scriveva giorni fa Jimmomo:

Uno degli errori che rischiano di commettere a destra è riservare alla figura di Pinochet, pur condannandola dal punto di vista politico e umano, un posto nel proprio "campo" e nella propria memoria storica, come la sinistra con Castro, senza invece sottolineare il carattere alternativo di una destra democratica.

Liberali, mestiere difficile.
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Voto. Promettiamo di non commentare l'ennesima farsa elettorale iraniana e lo spettacolo indecoroso della stampa occidentale sempre pronta a cascarci.
P.S. Per gli smemorati e i distratti due parole sul come e perché si continua colpevolmente a seminare confusione.
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giovedì, dicembre 14, 2006
Ideazione online si veste da sera. Ad aprire il nuovo corso gli articoli di Mauro Gilli e del sottoscritto su natura dei regimi e relazioni internazionali, con obiettivo puntato sul caso cinese (già in edicola nel numero di novembre). Grazie del privilegio.
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Gli studenti e il tiranno. Qui le foto di qualche giorno fa all'università di Teheran.
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lunedì, dicembre 11, 2006
Il mondo reale e l'ONU. Oggi in Iran è successo questo:

Iranian students have disrupted a speech President Mahmoud Ahmadinejad was giving at a university by lighting fireworks and burning his portrait.
Mr Ahmadinejad responded calmly to protesters' shouts of "Death to the dictator", an official spokesman said.
The president reportedly described the hecklers as an "oppressive minority" and continued his speech.
Hundreds of students protested on Sunday against what they described as a crackdown on a students' association.


Mentre Annan diceva questo:

"No nation can make itself secure by seeking supremacy over others," Mr Annan said, urging the US to respect human rights in its "war on terror".
Mr Annan said states had to be accountable and the UN was the only body where this could be assured.
The speech has been interpreted as a sharp rebuke of President Bush.


Il coraggio uno non se lo può dare. E nemmeno la decenza.
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E i treni tutti in orario. Oggi a tratti su TocqueVille sembrava che per fare riforme liberiste fossero necessari un paio di occhiali da sole e un'alta uniforme. Una giornata no, diciamo.
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domenica, dicembre 10, 2006
Stavolta era vero. Un altro per cui non piangeremo (anche se Allende era quel che era).
P.S. Non che il titolo di Repubblica sia scorretto, intendiamoci, ma sarà interessante confrontarlo con quello che riserveranno a Castro.
P.P.S. Hanno cambiato il titolo. Prima recitava: Morto Pinochet, dittatore sanguinario.
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Tempi cupi/2. Inverno a Washington? Caroline Glick pensa di sì:

When the history of our times is written, this week will be remembered as the week that Washington decided to let the Islamic Republic of Iran go nuclear. Hopefully it will also be remembered as the moment the Jews arose and refused to allow Iran to go nuclear.
With the publication of the recommendations of the Iraq Study Group chaired by former US secretary of state James Baker III and former congressman Lee Hamilton, the debate about the war in Iraq changed. From a war for victory against Islamofascism and for democracy and freedom, the war became reduced to a conflict to be managed by appeasing the US's sworn enemies in the interests of stability, and at the expense of America's allies.


Caroline Glick di solito sa quello che dice. Non così quelli che paragonano la lotta contro l'islamofascismo alla Guerra Fredda. Non così i profeti dell'appeasement tornati alla ribalta nel momento meno opportuno.
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sabato, dicembre 09, 2006
Tutto il caso Litvinenko minuto per minuto. Così non siete costretti ad andarvi a leggere i cremlinofili nostrani.
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Quanto vale l'agonia dello Zimbabwe? Un editoriale ogni sei mesi sul NYT. Domani è un altro giorno:

The suffering Zimbabwean people are in desperate need of protection, the sooner the better.

Andato bene il ponte?
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mercoledì, dicembre 06, 2006
Tempi cupi. In epoca di retromarce e ritorni alla politica di piccolo cabotaggio che piace tanto ai nostri esperti di relazioni internazionali, segnaliamo che Michael Ledeen ha aperto un blog.
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martedì, dicembre 05, 2006
Tu chiamale se vuoi... elezioni. Come si poteva anche solo immaginare un Chávez sconfitto?

Today it was quite a hallucinating day. Oh, I was not surprised. My carefully documented predictions were giving Chavez a victory by 5 points. It might be by almost 20 points when all is counted. But with Chavez it does not matter, even with a single vote majority he would go ahead and try to do as he pleases. There is no brake for him. He is not a democrat. A democrat is always aware of the rights of the minority because a democrat knows that one day he might be that minority. Chavismo has made it clear long ago that all revolves around Chavez and that there is no other option for Venezuela. Elections are a necessary ritual that is extremely expensive but a necessity to justify all sorts of other different abuses. Unfortunate Rosales was not running against Chavez, he was running against a whole state whose complete resources were at the service of the autocrat who needs a regular plebiscite to boost his ego.


Amen.
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domenica, dicembre 03, 2006
Frontiere. Auguri agli intraprendenti artefici di un nuovo foglio di cultura politica. Quando i media non vanno ai blog, i blog vanno ai media.
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Pensiero debole e dominante. Oggi El Periódico de Catalunya (per chi ancora non lo sapesse quotidiano del social-nazionalismo catalano) per rappresentare la moltitudine di ieri a Roma ha usato una foto di 20 esponenti della fiamma tricolore (scomparsa poi dal sito internet qualche ora fa), con bandiera nera e testa rasata. Nelle due pagine precedenti ha pubblicato invece un reportage che definire acritico è poco sull'adunata di regime inscenata a L'Avana, con tanto di grandi scrittori e piccoli uomini al seguito. Traduzione: democrazia caraibica, fascismo italico. La linea è quella di sempre e non sorprende. Sorprende però che in occidente - soprattutto dopo la fine del comunismo - continui a eludersi la domanda fondamentale sul grado di compatibilità di questa sinistra - e quindi purtroppo oggi della sinistra - con i principi sui quali le democrazie liberali si fondano. Qui si è ormai portati a pensare che siano coscienti di non starci dentro e che se ne vantino, sentendosi forti, sicuri e in maggioranza.
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A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi






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