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venerdì, ottobre 27, 2006
Una risata vi seppellirà. Una troupe danese è riuscita ad entrare in Corea del Nord e a prendere in giro il comunismo nucleare di Kim Jong Il. Dove la realtà supera la fantasia, tutto è possibile. Perfino regalare una pala per la pizza a due serissimi funzionari del regime.
lunedì, ottobre 23, 2006
Eroi e buffoni. La sinistra ungherese sarà piena di ipocriti ma è la destra ad aver dimostrato un'immaturità preoccupante e un volto indecoroso. Tra mentire sui dati economici e non saper riconoscere la differenza fra memoria storica e strumentalizzazione politica c'è un abisso. Oggi era il giorno della dignità degli ungheresi e degli uomini liberi. Lo spettacolo che da settimane stanno inscenando Fidesz e i gaglioffi che ne accompagnano le manifestazioni a suon di violenze è inguardabile. Cinquant'anni dopo in Ungheria c'è la democrazia e i governi si cambiano con un semplice gesto in cabina elettorale. Cinquant'anni dopo in Ungheria c'è la libertà di espressione e il dissenso è gratuito se espresso civilmente. "Siamo i veri eredi del '56", scandivano gli esagitati. No, quelli erano eroi, questi buffoni che hanno perso l'occasione della vita per onorarne il sacrificio.
sabato, ottobre 21, 2006
I sommersi e i Salvati. "Ma il comune contesto liberale in cui i due grandi partiti formulano i loro programmi è abbastanza forte da proiettare all'esterno un'immagine coerente e unitaria del paese". Così Michele Salvati, giovedì scorso dalle pagine del Corriere nell'ennesimo peana in ginocchio alla Spagna di Zapatero, il peggior primo ministro degli ultimi sessant'anni di storia europea e - non a caso - il più amato (e necessariamente reinterpretato ad uso e consumo interno) dai giornalisti italiani. Ma non è tutto. La Spagna è sull'orlo dello smembramento politico-territoriale ma Salvati sentenzia: "Ma si tratta di un concetto utile, se usato con discernimento: esso ci consente di affermare che le classi dirigenti spagnole, sia quelle economiche che quelle politiche, hanno una visione dell'interesse nazionale più omogenea e coerente di quella condivisa dalle classi dirigenti italiane. Anzitutto esse ragionano in modo esplicito in termini di Stato e di nazione e sono animate da una visione - una Spagna moderna, prospera, rispettata - che tempera le diverse concezioni partigiane di cui è fatta la politica. Questo è ammirevole e sorprendente se si tiene conto che la Spagna è composta da comunità nazionali diverse: la Padania è un'invenzione farsesca, la Catalogna e il Paese Basco non lo sono". Vediamolo, allora, di nuovo questo "comune contesto liberale" all'interno del quale si muove la politica spagnola e questa "visione dell'interesse nazionale" che "tempera le diverse concezioni partigiane", cominciando ad esempio da quel capolavoro di liberalismo e di difesa dell'interesse nazionale che è la resa dello stato di diritto nei confronti della banda terrorista ETA.
Alla Moncloa lo chiamano "processo di pace", esattemente come Videla definiva "processo di riorganizzazione nazionale" la sua dittatura militare. Sempre di dittatura si parla, infatti. Non quella di Zapatero ovviamente (il suo è un governo neo-populista che persegue obiettivi di potere monopolistici ma non ancora un regime) ma quella che Zapatero ha promesso ai terroristi sui Paesi Baschi e la Navarra. Il grande patto di stato non dichiarato con Batasuna-ETA si basa infatti su una cessione graduale di sovranità per le regioni in questione a favore dei gruppi nazionalisti violenti in cambio della (presunta) pace sociale nel resto del territorio spagnolo. In sostanza è la consegna di una parte del paese e dei cittadini che ci vivono alla dittatura del proletariato di stampo marxista che gli Otegi e i Chapote rivendicano da sempre come il radioso avvenire del "popolo basco". Un "processo" fatto di incontri segreti, di graduali concessioni, di riconoscimenti politici, di menzogne quotidiane in nome del "bene comune", di progressiva emarginazione delle voci dissenzienti (in primo luogo quelle delle vittime del terrore). Un "processo" che punta alla riscrittura delle regole di quella transizione che consentì alla Spagna di passare dal franchismo alla democrazia tramite l'accordo tra forze che si riconoscevano nello stato di diritto e che oggi non serve al progetto social-nazionalista che Zapatero sta portando avanti sulla pelle degli spagnoli con la collaborazione delle appendici succubi o consenzienti all'interno delle comunità autonome catalana, basca e gallega e della magistratura ordinaria, ormai strumento della politica governativa. La seconda transizione esclude i popolari e include i nazionalisti. La Spagna plurale si dissolve per far posto all'estremismo indipendentista, alla rilegittimazione delle forze eversive (Batasuna verrà presto legalizzata), al linciaggio morale (e fisico) contro chi non ci sta. Madrid ai socialisti, Bilbao a Batasuna-ETA, la Catalogna e la Galizia alla sinistra nazionalista. I popolari fuori, con l'etichetta di fascismo. E' la Spagna "liberale", quella che piace a Salvati e ai radicali. E' sintomatico dell'addomesticabilità degli spagnoli (Franco ne sapeva qualcosa) il percorso attraverso cui Zapatero e i suoi sono riusciti a far passare lo smantellamento delle garanzie democratiche e giuridiche come un inesorabile cammino verso la pace. Mesi fa lo statista della Moncloa dichiarava che Batasuna-ETA avrebbe potuto rientrare nel gioco politico solo abbandonando la violenza e le armi; poco dopo l'abbandono delle armi era già diventato la condanna del terrorismo; poi anche questa condanna non è stata più ritenuta necessaria perché la marcia di avvicinamento tra terroristi e stato doveva procedere senza intoppi; pochi giorni fa il portavoce dei socialisti faceva sapere che ne corso del "processo" si sarebbero necessariamente dovute riconoscere "le ragioni dell'altro". "L'altro", lo chiamano. Un copione scritto da tempo, da quei tre giorni dell'infamia (11-14 marzo 2004) che catapultarono Zapatero al governo o forse perfino da prima. Anche se davvero ETA non c'entrasse nulla con gli attentati (il silenzio che il governo socialista da due anni e mezzo sta tentando di far cadere su chi chiede un'investigazione seria deve essere un altro segnale dell'aura liberale che ammanta la politica spagnola) quei 192 morti furono quel che serviva per scardinare il patto antiterrorista e per ridisegnare gli equilibri politico-istituzionali a suo vantaggio. Un copione che una stampa docile (con rare eccezioni) si è prestata a scrivere sotto dettatura giorno dopo giorno, senza farsi domande, senza provare a capire, abdicando, anch'essa, alla sua funzione di controllo del potere. E' la Spagna liberale, signori. Quella in cui i candidati del PP non posson fare campagna elettorale in Catalogna perché altrimenti vengono linciati (centinaia di atti di aggressione da parte del nazionalismo di sinistra solo negli ultimi anni) sotto lo sguardo attento e complice di rappresentanti delle forze politiche di governo. Quella in cui il giudice Garzón si appropria di una caso non suo per accusare chi denuncia la falsificazione di documenti ufficiali volta a escludere ETA dalla trama dell'11-M, il tutto tra gli applausi della maggioranza di governo. Quella in cui chi chiede giustizia per le vittime e punizione dei crimini politici viene etichettato come franchista mentre i terroristi guadagnano il palcoscenico del parlamento europeo. Quella in cui il segretario di stato per lo sport si porta al mondiale di basket in Giappone parenti e amici attingendo dalle casse dello stato sicuro dell'impunità. Quella che scarica sulle comunità autonome (ovviamente quelle non asservite) il peso di una legge demenziale sull'immigrazione. Quella che rompe con gli Stati Uniti, ritira le truppe dal campo di battaglia della lotta contro il terrorismo, stringe alleanze con Chávez, guarda ai non-allineati, finanzia i libri di testo dell'islamismo radicale, predica laicismo ma lo pratica solo contro la chiesa cattolica. Quella che si può permettere un governo che decide senza dibattere, che riduce il confronto pubblico, che fa del ricatto morale di un progressismo ostentato quanto ingannevole l'arma decisiva per l'affermazione di un pensiero debole non perché minoritario ma, al contrario, perché tanto, troppo vicino al pensiero unico. Comunque voi continuate a leggere i Salvati e le interviste impossibili del Corrierino, lo stesso quotidiano che con un titolo a tutta pagina un mese fa espelleva d'un sol colpo dalla Spagna ottocentomila immigrati clandestini. Perché, si sa, Zapatero è "un liberale" con le palle. Li pagano ma non chiedono mai scusa.
Innesti. Siccome confondere Blair con Zapatero sembrava poca cosa, adesso i radicali arruolano anche Al Gore:
Ne sappiamo poco e non mi dispiacerebbe che An inconvenient truth venisse proiettato a Padova, durante i lavori del nostro congresso. Per meglio dibattere e ragionare se sia un innesto “innaturale” quel Gore assieme a Blair, Fortuna e Zapatero; o se, al contrario, ancora una volta l’intuizione di Marco non sia quella giusta, al momento giusto. Certo pure quel Morales, con le sue foglie di coca... Sarà mica un liberale vero?
Machoski. Probabilmente alle orecchie delle cecene questa non suona come gaffe.
giovedì, ottobre 19, 2006
Li pagano questi. E' pazzesco questo articolo di Michele Salvati sulla Spagna. Quando avremo tempo proveremo a (ri)spiegare per l'ennesima volta perché. Per ora basti questa frase storica:
Ma il comune contesto liberale in cui i due grandi partiti formulano i loro programmi è abbastanza forte da proiettare all'esterno un'immagine coerente e unitaria del paese. Ora, non esiste paese più aliberale della Spagna. I socialisti in questo momento sono la retroguardia di un populismo sconcertante, i popolari restano chiusi nella torre d'avorio di un conservatorismo retro da cui non sono più usciti dalla fine dell'era Aznar. L'immagine che Salvati descrive non è quella che il paese proietta all'esterno, è quella che le interviste impossibili del giornale che ospita gli articoli di Salvati inventa al servizio della sua agenda politicante. Salvati si disturbi a conoscere le realtà di cui parla, invece di rimasticare luoghi comuni e servirli al gentile pubblico pagante. D'altra parte il Corriere è il quotidiano che un mese fa titolava a tutta pagina sull'espulsione di ottocentomila immigrati clandestini da parte del governo Zapatero. Roba che nemmeno Stalin... P.S. Ovviamente Notizie Radicali, sempre più in quota bambi, non si lascia sfuggire la perla. mercoledì, ottobre 18, 2006
Il guado. "Non avete ancora deciso cosa fare da grandi", tuona Follini nel lasciare l'UDC. Lui che invece lo ha deciso fonda l'Italia di mezzo. Sì, di mezzo.
martedì, ottobre 17, 2006
Mezzo velo. Ma riuscirà mai questa classe politica ad avere una posizione definita su qualcosa, un giudizio intero, coerente, comprensibile?
Donne islamiche, Prodi sul velo: "Lo usino, ma senza coprirsi il viso". Siate donne, ma solo un po'. Magari non se ne accorgono.
300 milioni. Sempre troppo pochi.
venerdì, ottobre 13, 2006
Un altro giro di nulla. Il consenso di Cina e Sud Corea sulle sanzioni anti-Pyongyang annuncia una risoluzione decaffeinata, inutile, controproducente. A Washington c'è aria di appeasement.
Por amor. Ma chi glieli scrive i testi al gorilla? (Via Toasted Bread).
Morto più, morto meno. The Lancet ci riprova, la stampa ci ricasca, il Buroggu li rismonta. A volte basta il buonsenso.
giovedì, ottobre 12, 2006
Corea del Nord e revisionismo. Da leggere l'analisi di Jimmomo sulla crisi del nord-est asiatico. Opportuno l'ampliamento dell'ambito geografico, visto che i fili della vicenda si tirano nelle segrete stanze di Zhongnanhai. La Cina, come si sottolinea anche su Le Guerre Civili (a proposito, qui si è icastici quando non serve aggiungere altro e argomentativi quando c'è bisogno, Paolo lo dovrebbe sapere), è il nucleo del problema. Per questo il passaggio che segue (da Jimmomo) merita alcune puntualizzazioni (sottolineature nostre):
Ma per capire in quale situazione ci troviamo, e quanto sia lontana dal soddisfarci, serve uno sforzo d'immaginazione: quale sarebbe lo scenario più desiderabile nel Nord Est asiatico? Vedere riunificata la penisola coreana sotto istituzioni libere e democratiche. Vedere Stati Uniti, Giappone e Australia collaborare per risollevare economicamente il Nord, con un ruolo positivo della Cina. Proprio Pechino però avrebbe avuto molto da ridire su una sistemazione di questo genere per la Corea. Avrebbe visto crescere, ai suoi confini, una Corea unificata alleata naturale di Washington. La Cina, dunque, sta giocando il ruolo di una potenza per lo status quo e l'atomica di Kim a Pechino dev'essere vista come il male minore. Posto quello come lo scenario più desiderabile chiediamoci cosa abbiano fatto in tutti questi anni gli attori internazionali coinvolti, Stati Uniti in primis, per renderlo più probabile: nulla, sembra, o comunque poco e male. Hanno anch'essi lavorato al mantenimento dello status quo, invece di tentare un dialogo concreto con i cinesi per il suo superamento verso lo scenario desiderabile. Si sarebbe trattato di rassicurare Pechino che la nuova stabilità non avrebbe rappresentato una minaccia, ma un'opportunità. D'accordo sul fatto che lo scenario ipotizzato sarebbe quello auspicabile e che nulla si sia fatto di concreto per renderlo possibile; meno d'accordo sulla definizione della Cina come potenza per lo status quo tout court e sulla possibilità di esercitare un'azione di convincimento nei confronti di Pechino. Proprio la definizione di stato revisionista, che più avanti viene applicata alla Corea del Nord, è invece quella che meglio descrive l'attuale proiezione internazionale della Cina. Dall'Africa all'America Latina, passando per il medioriente, stiamo assistendo al tentativo cinese di ridisegnare gli equilibri geo-politici internazionali in funzione anti-democratica e anti-occidentale, attraverso l'influenza economica, l'assistenza militare, la penetrazione a livello politico-ideologico (nel numero di novembre della rivista Ideazione l'argomento verrà sviluppato più diffusamente). Pechino puntella il regime di Pyongyang non perché sia di per sé una potenza per lo status quo, ma piuttosto perché probabilmente non ha ancora ultimato i preparativi per la successione a Kim Jong Il. Successione che ovviamente non andrebbe nella direzione desiderata dall'occidente, ma piuttosto verso l'instaurazione di uno stato vassallo più controllabile di quello attuale. Ecco perché, nonostante le esitazioni occidentali, un "dialogo concreto con i cinesi" non avrebbe mai potuto condurre al superamento della presente situazione in favore di una democratizzazione della penisola coreana: per la Cina una prospettiva del genere non è né sarà mai all'orizzonte, e nessuna rassicurazione servirebbe a cambiare l'atteggiamento dei gerarchi di Pechino per i quali qualsiasi stabilizzazione in senso democratico della zona rappresenterebbe un'intollerabile minaccia. Lo status quo attuale e l'instabilità strutturale che ne deriva sono ciò di cui Pechino ha assolutamente bisogno per completare il suo affondo nell'unico scenario in cui - paradossalmente - non si sente a proprio agio, il proprio cortile di casa. La Cina è una potenza revisionista molto paziente. mercoledì, ottobre 11, 2006
Kim-boys.
Poichè, come scritto, l’ambizione nucleare nordcoreana trova la sua giustificazione nel desiderio di mettere al riparo, una volta per tutte, il regime dalle interferenze esterne (americane), una soluzione alla crisi avrebbe dovuto mirare a eliminare questo problema.Con la politica del regime change esso, semmai, è stato rafforzato. Il realismo puzza.
Il sogno americano. Poi dicono che non esiste.
martedì, ottobre 10, 2006
Comunque vada, sarà un successo. Kim Jong Il osserva il mondo girargli attorno. Ancora non si sa bene cosa sia esploso l'altro giorno tra le montagne di Kilju e probabilmente mai si saprà, ma il balletto è ricominciato. Tutti a chiedersi perché, cosa voglia davvero Kim, cosa lo spinga ad essere quello che è - un tiranno megalomane -, come dovremmo comportarci tutti adesso. Come se non fosse già troppo tardi, come se il solo fatto di permettere ad uno stato fondato sul gulag di ricattare il mondo civile forte dell'appoggio della sorella Cina (che oggi fa finta di indignarsi) non rappresentasse già di per sé una sconfitta, come se andare all'ONU a far la voce grossa in ordine sparso potesse avere ancora qualche effetto su quell'aberrazione politica e sociale che risponde al nome di Corea del Nord. Pyongyang è la risposta alla diplomazia da salotto, agli esperti di relazioni internazionali, ai fautori del realismo politico, a quelli che non importa la natura dei regimi. Tutti impegnati a cercare spiegazioni, a chiedersi se davvero quel botto sia stato nucleare e in che misura, se non sia un altro bluff, se davvero il Caro Leader possieda quel che dice di possedere. Tutti a spiegarci che Kim sarà cattivo ma non è stupido, che se lanciasse un attacco sarebbe spazzato via dalla faccia della terra, come se questo avesse mai fatto desistere un terrorista totalitario dai suoi propositi, come se la tecnologia nucleare non potesse fare il giro del mondo nella santa allenza dell'orrore. Il tiranno osserva il mondo girargli attorno e in fondo sa che, comunque vada, sarà un successo.
Che peccato...
lunedì, ottobre 09, 2006
Un filo troppo sottile. Certi equilibrismi non si possono perdere.
P.S. E diamogli 'ste Olimpiadi. In fondo dopo Pechino 2008 come facciamo a negarle a Putin? Potrebbe farle a Grozny, lo spazio non manca. sabato, ottobre 07, 2006
Dalla Russia con rancore. Ora, il problema sarà pure Saakashvili, ma i comportamenti terroristici (nel senso lato del termine) non giungono esattamente da Tbilisi:
Russia deported 153 citizens of Georgia on Friday as a wave of punitive measures against Georgian migrants and businesses grew, prompting criticism that the government is carrying out an ethnically motivated campaign of harassment. At least some schools in Moscow received requests from the police to list students with Georgian names, presumably to help in identifying illegal immigrants, prompting a complaint from an education official, Lyubov Kezina. And one of the country’s most famous writers, Grigory Chkhartishvili, a Georgian native who writes under the pseudonym Boris Akunin, told a radio station that tax inspectors questioned his publisher about his income from his hugely popular novels. Mikhail L. Tyurkin, the head of the country’s migration service, said on Thursday that all future work visas for Georgians would be eliminated. “Our analyses showed that today we do not need to attract Georgian citizens,” he said. The campaign against Georgians has been echoed in television and newspaper reports that have indulged in stereotypes and lurid descriptions of Georgian mafias and criminality. At the same time, however, the authorities have come under unusually sharp criticism in other parts of the news media. Così come qualsiasi comparazione con gli ancient soviet times è del tutto impropria (e su questo blog lo si è sempre sostenuto), allo stesso tempo sarebbe gradita un po' di onestà intellettuale nell'analizzare la sempre più marcata involuzione nazionalista, razzista, xenofoba e illiberale della Russia putiniana. Anche perché gli esempi cui appigliarsi non mancano ed ignorarli o scaricarne la responsabilità sulle vittime è una tattica piuttosto meschina oltre che storicamente scorretta. A maggior ragione se ci si definisce esperti.
Le squadre della morte. Quelle cinesi e quelle venezuelane:
Some two weeks ago a group of approximately 20 army men on board a Russian helicopter flew over a mining area nearby and, from the air, ordered miners to stop working and to lay on the ground or else they would be killed. Shocked by such threat the miners complied, not before some shots were fired. Upon landing the military opened fire killing 5 of them instantly. In the meanwhile Hugo Chavez and other officials of his regime have stated that this is a clear case of abuse of force on the part of the military. Alas these declarations have a stench of hypocrisy. El Universal carries today some quotes of Hugo Chavez whereby he proudly boasts about the relationship between the military and the Venezuelan people. Furthermore Chavez said ¨the republic´s weapons are now in the hands of the people and people are aware that´s it´s only thanks to the Bolivarian revolution.¨ What a deranged fellow… mercoledì, ottobre 04, 2006
Fate voi. Qui la Georgia secondo i putiniani. Qui come la vediamo noi.
martedì, ottobre 03, 2006
L'uomo immagine. Kofi Annan non è stato solo il peggior segretario nella storia delle Nazioni Unite. E' stato un vero e proprio criminale politico, la sublimazione del nulla che fa male, la dimostrazione più evidente di come il Palazzaccio di Vetro rappresenti ormai un insormontabile ostacolo alla realizzazione di un mondo decente. Dimitri Buffa ripassa il curriculum di questo Nobel per la pace da operetta, che in 12 anni (prima e dopo l'intronizzazione) si è visto passare sotto gli occhi il Ruanda, la Bosnia, il Kosovo e il Darfur e non ha battuto ciglio. In cambio ha rubato come una faina, quello sì.
lunedì, ottobre 02, 2006
Ma libera veramente. Domani alle 15 su RadioAlzoZero c'è Greenwich, la radio attraverso i blog. Un piccolo passo per la modulazione di frequenza, un grande passo per TocqueVille.
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A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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