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venerdì, marzo 31, 2006
Questione di dignità. Dedicato a chi non ha capito cosa sta succedendo in Spagna.
La serietà al governo. Daw raccoglie le ultime dall'Unione.
P.S. Oggi in TocqueVille si punta su D'Alema agli esteri. Scartata la Bonino, hooligan della democrazia. La città di baffino.
Tutti fuori. In Spagna cominciano le scarcerazioni. I detenuti etarras sanno già come andrà a finire. Otegi (Batasuna) si vanta di aver sconfitto la transizione politica spagnola e disgraziatamente ha ragione, domani il compagno ZP va a prendersi gli applausi in Catalogna. Gràcies, gràcies, gràcies President.
P.S. Jimmomo nota che il peggior governo della storia democratica forse ne sta per fare una giusta. Purtroppo in questo paese stanno succedendo cose troppo gravi per entusiasmarsi alle promesse di un ministro della pubblica amministrazione. Sulle questioni fondamentali il silenzio dei radicali (non di Jimmomo) è assordante e imperdonabile.
Dov'è Lukashenko? Sono ore di composta apprensione in alcuni quartieri di TocqueVille.
giovedì, marzo 30, 2006
Senza notizie di Hao. Nina Wu è la sorella del blogger cinese desaparecido. Leggete questa lettera e poi rivolgete un pensiero alle canaglie che lo tengono prigioniero. Fatelo per lui.
Insomma, decidetevi. Ma non eravate per la stabilità?
Ha conquistato i cuori cubani. Orgasmo totalitario per Gianni Vattimo. Avrà visto questo?
P.S. Fra un po' comunque finisce la festa... (Grazie a Stefania).
Quasi marcio. Qui di Sindoni non si sa nulla ma questo post di Le Guerre Civili andrebbe letto anche solo per la sua conclusione:
Il giornalismo italico specializzato in politica internazionale è ormai alla frutta, costretto alle veline standard, e rassegnato all'idea di recidere da sé le proprie orecchie come Van Gogh... Solo che i quadri dipinti da certi giornalisti sono foschi, senza disegno e senza idee. Sì, una noia mortale.
I peggiori. C'è una certa corenza nella politica spagnola contemporanea. E' del tutto coerente, ad esempio, che la peggior legge della storia della democrazia - così El Mundo definisce in un editoriale l'Estatut catalano che sarà approvato oggi dal parlamento di Madrid - sia per sempre legata al nome del peggior presidente della storia della democrazia. L'imboscata socialnazionalista che si sta svolgendo sotto lo sguardo distratto e disinformato dell'opinione pubblica spagnola è un'operazione politica che Zapatero ha fortemente voluto fin dall'inizio per blindare il consenso dei nazionalismi e degli estremismi. Ne abbiamo parlato molte volte. Vorremmo solo ribadire che non è semplicemente un problema territoriale o di competenze, è innanzitutto una questione culturale. E' in atto un progressivo svuotamento del tessuto politico e civile di questa nazione (scusate, nazione di nazioni) sancito oggi dal beneplacito parlamentare su uno dei più vibranti esempi di povertà intellettuale e politica che il nazionalismo catalano abbia mai prodotto (parole non nostre ma che sottoscriviamo). Vedete quanta coerenza? Da oggi l'oasi catalana si trasforma ufficialmente nel soviet catalano, il cortile di casa di una classe dirigente corrotta e ricattatrice, sicura dell'impunità e potenzialmente eterna. I catalani forse non meritano i commissari politici che li governano. Bisogna dire, però, che se li sono voluti. Coerenza.
Una certa differenza. Puoi stare con i Lukashenko oppure con gli Havel. In fondo il mondo non è così complicato.
Il belpaese. In Italia c'è gente che ha tempo, voglia e intenzione di uscire di casa una sera per andare a tirare dei finocchi a Vladimir Luxuria.
mercoledì, marzo 29, 2006
Riprovarci. Jinzo non ha perso la speranza che si possa ancora fare qualcosa di liberale in Italia e redige un manifesto neo-lib. Auguri. Ieri Diaconale gli ha dedicato un editoriale. Complimenti.
A Fabio, un anno dopo.
martedì, marzo 28, 2006
Minsk, oggi. Il prode Lukashenko sta facendo arrestare un po' di stranieri ma la data dell'insediamento slitta. Su Charter '97 le ultime sulle azioni di solidarietà con i prigionieri politici.
Indietro non si torna/2. Da leggere per chi crede nella realtà l'intervista di Maurizio Molinari a Richard Pipes sulla seconda ondata democratica che continua nello spazio ex-sovietico. Invece chi crede nel realismo da salotto si appenda in camera l'editoriale del Riformista che, ovviamente da sinistra, interpreta al contrario il messaggio delle elezioni ucraine e sceglie la falsa sicurezza della falsa stabilità.
lunedì, marzo 27, 2006
I bielorussi non scaldano i cuori. Al Manifesto la pensano come i realisti di TocqueVille. Sorpresi?
Indietro non si torna. La vittoria dell'opposizione nelle elezioni ucraine è la più chiara dimostrazione che la rivoluzione arancione ha cambiato la storia del paese e che il consolidamento del processo democratico continua. Dovrebbe essere una conclusione scontata se solo ci si ricordasse il significato dei termini democrazia, alternanza, libera espressione della volontà popolare, dialettica parlamentare, istituzionalizzazione delle crisi. Invece in giro non si vedono altro che musi lunghi, a partire da quella TocqueVille che a forza di firmare appelli per l'identità e i valori sta smarrendo i propri senza nemeno rendersene conto. D'altra parte con analisi così è difficile andar lontano...
domenica, marzo 26, 2006
Stabilità a Minsk. Ieri è stato il giorno più duro per i manifestanti che coraggiosamente da giorni sono in piazza a gridare la loro indignazione contro il despota Lukashenko, quello della stabilità. Vi invitiamo ancora una volta a seguire l'evoluzione degli eventi attraverso le fotografie e i commenti di Jimmomo, Veronica Khokhlova, The Being Had Times e Belarus Elections che oggi dedica al suo paese stuprato queste parole:
It is early morning in Belarus, a bit after midnight on the east coast. It is time to go to bed after a day of horror in Belarus. A song by Kasia Kamockaja might suit as a lullaby today. I love this great singer, whose songs really caught the spirit of the time. Sleep, my land, sleep Sigh, close your eyes. Listen, it will be ok, Don’t worry, repose… E' davvero triste come TocqueVille (tranne rare eccezioni) non sia riuscita ad interpretare i fatti bielorussi attraverso la lente della libertà e si sia fatta inghiottire ancora una volta da rigurgiti pseudo-realisti e revisionisti o da una sostanziale indifferenza. Un'occasione persa, una dimostrazione di cinismo davvero preoccupante. Nove mesi fa, quando la spinta liberaldemocratica che aveva animato il progetto era prevalente, tutto questo non sarebbe mai successo e TocqueVille sarebbe stata senza dubbio il megafono della società civile bielorussa, il veicolo attraverso il quale l'indignazione democratica avrebbe sfidato il silenzio dei media e dei politici del nostro paese. Oggi se parli di democrazia puoi perfino sentirti dare dell'hooligan senza che la cosa scuota le fondamenta della città dei liberi. Dispiace che molti se ne siano andati: c'era una battaglia importante da combattere dall'interno che adesso si rischia seriamente di perdere.
Involuzioni tocquevilliane/6. Sedicenti realisti all'opera:
A trent'anni di distanza, l'URSS è crollato ma il mondo non è più sicuro. La stabilità garantita dal bipolarismo che permetteva, seppure nel sangue, il soffocamento di tante crisi regionali (che come poi abbiamo potuto constatare sarebbero scoppiate allo sgretolamento del Muro), è scomparsa. A pensarci bene pure il caro vecchio Adolf avrebbe garantito un ordine mica male nella decadente Europa... venerdì, marzo 24, 2006
Diari di una dittatura. Cosa sta emergendo dai documenti dell'Iraq saddamita che il Pentagono ha finalmente deciso di rendere pubblici. Beh, per esempio, che il baffone e il turbante si sentivano spesso:
Il 19 febbraio 1995 una delegazione irachena raggiunge il Sudan e incontra Bin Laden dopo aver ottenuto l'autorizzazione di Saddam. Osama chiede che la radio irachena diffonda i sermoni del predicatore saudita Suleiman Al Awda (emerso anche in una inchiesta milanese, ndr) e suggerisce di lanciare «operazioni congiunte contro le forze straniere». Il rais autorizza la trasmissione dei programmi, mentre per quanta riguarda i rapporti viene lasciata aperta una opzione. Gli analisti Usa precisano che nel testo non compare alcun sigillo ufficiale e che non esiste prova che nasca un patto d'azione. Però — aggiungono — solo 8 mesi dopo c'è un grave attentato anti- americano a Riad. Nell'agosto 2002 gli 007 iracheni vogliono verificare la fondatezza delle informazioni circa la presenza di qaedisti nel Paese. Nel dossier viene inserita anche una foto di Abu Musab Al Zarkawi, allora quasi sconosciuto. A questo proposito, gli esperti statunitensi precisano che la presenza del gruppo è stata confermata in seguito. Nel novembre 2001 la milizia dei «Feddayn Saddam» è sollecitata a verificare le «voci tra la popolazione» che indicano la partenza per l'Afghanistan di 3000 volontari ”iracheni e sauditi”. Anche qui, qui, qui e qui: Nei giorni scorsi sono stati pubblicati altri documenti. Il New York Times ha raccontato che i capi militari del regime hanno saputo soltanto nel dicembre 2002, tre mesi prima della guerra, che Saddam aveva mentito sul possesso di armi di distruzione di massa. Un’informazione che, d’un colpo, cancella tutte le teorie complottistiche sulla falsificazione bushiana e blairiana delle prove sulle armi, come ha notato l’ex sindaco democratico di New York Ed Koch. La rivista Newsweek ha raccontato che, poco prima dell’inizio della guerra, la Cia aveva assoldato il ministro degli Esteri di Saddam, Naji Sabri, il quale ha svelato che Saddam non aveva attivato programmi biologici e che, malgrado volesse dotarsi della bomba atomica, era ancora lontano dall’ottenerla. Il ministro, però, ha anche riferito che l’Iraq disponeva di ingenti scorte di armi chimiche e che aveva ricominciato a produrle. La Abc ha ottenuto quattro documenti, uno dei quali, datato 15 settembre 2001, dà conto di incontri tra i servizi di Saddam, i talebani e Osama. Un altro dimostra gli interessi iracheni nei meccanismi di finanziamento elettorale ai partiti francesi. Un terzo paper contiene l’ordine di distruggere documenti e di nasconderne altri agli ispettori Onu. L’ultimo riguarda la presenza di al Qaida in Iraq nell’agosto 2002. C'è un silenzio là fuori...
Per tutti i gusti. Un ringraziamento ai redattori di Notizie Radicali per aver pubblicato il nostro primo intervento sul cessate il fuoco di ETA. Il fatto che tono e contenuti del pezzo si discostino nettamente dall'attuale infatuazione zapateriana dei radicali (almeno fino al 9 aprile) rende la decisione ancora più apprezzabile. Interessante, anche se un po' annacquata, l'opinione di Fernando Savater sullo stesso tema. Immancabile infine il commento in ginocchio, affidato questa volta a Maurizio Ferrara sul Corriere unionista.
Parola di ZP. Quel che tutti sapevano e che il governo ha sempre smentito. Fin dal suo insediamento Zapatero ha fatto del negoziato con i terroristi di ETA una priorità del suo mandato. Oggi è stato proprio il bollettino ufficiale dei socialisti, alias El País, ad ammetterlo candidamente in prima pagina. I contatti decisivi sarebbero avvenuti in Svizzera e in Norvegia a partire dal giugno dello scorso anno. Parallelamente dirigenti del PSE (Partido Socialista de Euskadi) avrebbero incontrato esponenti dell'illegalizzata Batasuna. Poco più di un mese fa il ministro della giustizia López Aguilar dichiarava quanto segue (sottolineature nostre):
El Gobierno, a través del ministro de Justicia, Juan Fernando López Aguilar, ha asegurado esta tarde que no existe ninguna negociación con ETA y ha recriminado al PP su falta de lealtad y su empeño por convertir la lucha contra el terrorismo en un motivo de enfrentamiento político. Igual de críticos se han mostrado otros dirigentes socialistas frente a las críticas del PP al anuncio de Zapatero de que España está en el principio del fin de ETA. López Aguilar ha reafirmado la "esperanza" de que el fin del terrorismo está próximo, pero ha subrayado que "no está teniendo lugar una negociación entre bastidores" con ETA. El titular de Justicia, en declaraciones a Onda Cero, ha garantizado que la renuncia a las armas será una condición imprescindible para iniciar un posible proceso de diálogo con ETA, según la moción aprobada por el Congreso en mayo del 2005. Según López Aguilar, decir que se está negociando en secreto oque se está traicionando a las víctimas son "insidias", por lo que ha exhortado al PP a "arrimar el hombro" como el PSOE hizo en la oposición. El País non commentava.
Game over? Lukashenko non ce l'ha fatta. Aveva sopportato abbastanza. Ieri sera prima di andare a dormire ha dato l'ordine, stamattina presto gli agenti della sicurezza dello stato hanno ripulito la piazza. Jimmomo racconta la cronaca minuto per minuto. Sarà un sospiro di sollievo per tutti quelli che Lukashenko avrebbe vinto comunque e Lukashenko vuol dire stabilità. Per noi è un giorno di tristezza. Con una consapevolezza: che non finisce qui.
Arresti, faccia al muro, altri particolari dello sgombero forzato, cosa resta della piazza, l'ignominia dei politici italiani.
El proceso. Fu un 24 marzo di trenta anni fa quando i militari presero il potere in Argentina inaugurando quell'immenso crimine contro l'umanità chiamato ufficialmente proceso de reorganización nacional. Sette anni di paura, silenzi, camere di tortura, desaparecidos. Sette anni di occhiali scuri, garage con le serrande abbassate, stadi che gridavano morte. Sette anni di lutti, connivenze, corruzione. Un'intera generazione perduta, sequestrata o costretta all'esilio. Una delle vicende più sordide della storia latinoamericana contemporanea, un buco nero della coscienza dal quale l'Argentina non si è ancora ripresa. Se non durò più a lungo fu anche per il colpo di grazia inferto da questa signora che mandò le truppe britanniche a riprendersi le Falklands e umiliò il regime. Ovviamente da noi c'era chi preferiva che vincessero i fascisti ma questa è la storia di sempre.
E' vero, in Argentina c'era il terrorismo. E' vero, se vai alla libreria delle madri di Plaza de Mayo ci trovi testi inneggianti a Che Guevara e a Lenin e capisci quanto quei ragazzi fossero mal consigliati e che occasione abbiano perduto quelli che hanno potuto testimoniare per rispondere alla dittatura con il credo democratico anziché con un totalitarismo di diverso colore. Ma non ci sono attenuanti che tengano. A Buenos Aires ancora oggi non parlano volentieri di quegli anni. Se proprio insisti ti rispondono a mezza bocca: fue una masacre. Fu un massacro. Punto final. Alcuni testi e film di riferimento: La noche de los lápices, Garage Olimpo, Il volo, La verguenza de todos su dittatura e Coppa del Mondo 1978. giovedì, marzo 23, 2006
ETA dei nostri sogni. Oggi i quotidiani italiani sul cessate il fuoco di ETA non sono un bel leggere, peggio addirittura di quelli spagnoli. Attingiamo da Notizie Radicali per due veloci esempi. Alessandra Coppola, sul Corriere, intervista lo scrittore basco Bernardo Atxaga. Il País Vasco bucolico e perfino romantico fa sempre un certo effetto sul lettore, se non fosse che da decenni è il regno dell'estorsione, della minaccia e della prevaricazione del fanatismo terrorista sulla società civile. Per Coppola e Atxaga è tutto risolto, la strada è spianata, il terrore è finito:
Ora che l'Eta ha annunciato il cessate il fuoco definitivo, la pietra che schiacciava il Paese “e che condizionava le nostre esistenze" si è sbriciolata, dice Bernardo Atxaga: "Una sensazione di grande euforia". Prima di tutto ETA non ha annunciato nulla di definitivo, non ha consegnato le armi, ha fatto quel che aveva già fatto altre volte: interrompere le ostilità in attesa di vedere quel che succede e dettare condizioni. In secondo luogo non sembra che tutta questa euforia sia il sentimento prevalente tra i baschi, che sanno qualcosa del valore delle parole degli incappucciati. Per capire la profondità delle osservazioni di Atxaga basti questa perla: Secondo molti analisti, la crisi dell'Eta è stata innescata anche dalla comparsa del terrorismo islamico sul territorio spagnolo e dalla strage di Madrid dell'11 marzo 2004... "Sì, anche io credo che il terrorismo islamico abbia a che vedere con tutto questo. Forse perchè chi ragiona con la logica militare fa caso solo a chi usa le armi. Cinicamente si può pensare che l'Eta abbia fatto il seguente ragionamento: se quello che facevamo noi ora lo fanno gli islamici, non abbiamo più nulla da fare, siamo diventati antichi, superati".
Insomma vanno in pensione perché i giovani incalzano. Va be', la Coppola se ne va soddisfatta. Veniamo a Mimmo Cándito. Anche il nostro inviato speciale legge la tragedia basca (e spagnola) attraverso le lenti della letteratura. I più di ottocento morti diventano così vittime dell'irredentismo basco. E' un po' come quando i militanti di Hamas fanno saltare un autobus. Forse basta coprirsi la faccia da subcomandanti per affascinare i professionisti dell'informazione. Continua il nostro: Ovviamente, l’accenno a qualsiasi forma di «negoziato» verrà respinto sempre, anche con sdegno pubblico. L’eredità dello «spagnolismo» ricevuta da Franco è un legato che tarda ad affievolirsi, anche nella straordinaria modernizzazione della cultura politica spagnola.
Se ne deduce che negoziare con i terroristi è democratico, non farlo è franchista. Alla faccia dell'analisi. L'apertura di credito verso il giovane leader socialista è totale, senza tentennamenti. In effetti l'uomo che è riuscito a riportare un'ETA ai minimi termini al centro dello scenario politico nazionale merita un sentito ringraziamento. Aznar è stato cieco, invece. Forse perché anziché un comunicato gli avevano fatto pervenire una bomba. Questa poi è fantastica: La recente «escalation» dell’altro fronte nazionalista, quello catalano assicura che Zapatero tratta il problema delle «nazionalità» con fermezza e però anche con sufficiente spirito d’apertura.
Fermezza: secondo Cándito, che probabilmente in Spagna non mette piede da anni (speriamo), Zapatero è stato fermo sulla questione nazionale. E infatti i risultati della fermezza sono: l'approvazione dello statuto socialnazionalista che sancisce l'identità nazionale catalana, l'avvio di un lento processo di disintegrazione politica e territoriale, l'esplosione delle rivendicazioni indipendentiste da La Coruña a Barcellona, il ricatto costante degli estremismi, la tensione permanente tra centro e periferia, il riconoscimento delle istanze degli stragisti come prezzo politico dell'agognata pace. Già, la pace. E' la parola che si sente ripetere con più frequenza qui in Spagna nelle ultime ore. Come se fosse possibile una pace senza giustizia e senza libertà. Non ci sarà giustizia se i banditi non pagheranno per le vite distrutte e non ci sarà libertà se ETA e i suoi galoppini continueranno a guidare e condizionare il gioco politico. Purtroppo quello che si è aperto ieri non è un percorso verso la pace, ma verso l'autodeterminazione. Quando ETA (nel suo secondo proclama reso noto oggi) riafferma di voler lottare hasta lograr los derechos de Euskal Herria non annuncia la fine delle ostilità ma rivendica quel fantomatico diritto all'autodeterminazione del popolo basco (nel nome del quale pretende di parlare) che è sempre stato lo schermo ideologico delle proprie azioni criminali. Come corollario la legalizzazione di Batasuna e le concessioni ai membri dell'organizzazione attualmente in prigione. Ieri il procuratore generale Conde Pumpido ha immediatamente dato prova di cosa significhi l'abdicazione di uno stato di diritto: i magistrati dovanno valutare la nuova situazione venutasi a creare. Tradotto: l'applicazione della legge dovrà essere subordinata a valutazioni di carattere politico. Domani c'è la decisione sulla sorte di Otegi (Batasuna, dentro o fuori), vedremo se questo paese risponde ancora al principio di legalità. mercoledì, marzo 22, 2006
L'inizio della fine. Del terrore o dello stato di diritto? La notizia di oggi è che ETA ha annunciato un cessate il fuoco permanente (non esattamente una tregua) in un comunicato fatto pervenire alla televisione basca poco prima delle 13. Apparentemente è una vittoria per la linea-Zapatero, quella del dialogo con i terroristi, e per questo nei prossimi giorni assisteremo alle sfilate dello stato maggiore del partito e ai trionfalismi mascherati da falsa prudenza dei mezzi di comunicazione in quota socialista (cioè quasi tutti). La realtà, ancora una volta, è un po' più complicata. Gli incappucciati hanno fatto la loro comparsa il giorno dopo l'approvazione da parte della commissione istituzionale del Congresso dello Statuto catalano con tanto di preambolo che si riferisce alla comunità autonoma con il termine di nazione. E' la prima volta che un organo istituzionale certifica la liquidazione della nazione spagnola in favore di una sua parte, il tutto sotto l'egida e la benedizione del presidente del governo, protagonista assoluto di questo processo di cessione di sovranità e di resa incondizionata alle pretese nazionaliste. Oggi ETA fa sapere a tutti che, nonostante la cosa possa non piacere a Barcellona, la questione catalana e quella basca sono, nella visione dei terroristi, intimamente connesse. Perché questo è stato il messaggio che Madrid ha trasmesso nei ventiquattro mesi di governo Zapatero.
Il linguaggio del comunicato è come al solito intriso di propaganda e di esaltazione. ETA non si scioglie e non si pente ma detta condizioni (esplicite e implicite): la legalizzazione di Batasuna, un referendum per l'autodeterminazione, la fine di quella che chiama repressione e che nel mondo normale altro non è che l'esigenza di giustizia per i colpevoli delle stragi ed i loro fiancheggiatori. Obiettivo: la soluzione del conflitto. ETA non parla da organizzazione sconfitta ma da interlocutore politico. ETA decreta una pausa che è quasi un ultimatum, che ha il sapore del ricatto. Oggi Zapatero può gonfiare il petto ma da domani si misurerà la sua capacità di confrontarsi con la realtà e, visti i precedenti, permetteteci di essere pessimisti. Purtroppo il manico del coltello è ancora dalla parte dei terroristi. E' quel che succede quando uno stato di diritto accetta di sedersi al tavolo con gli incappucciati per negoziare qualcosa che non sia la loro resa. Oggi più che mai il pensiero è per le vittime di decenni di terrore.
Involuzioni tocquevilliane/5. Dopo gli ayatollah, tenersi buoni Lukashenko e Putin. E dei bielorussi chi se ne frega. Anche Poganka non scherza. Ma una volta in TocqueVille non eravamo per la democrazia?
martedì, marzo 21, 2006
Liberate Hao Wu (e gli altri come lui). E' un mese che il documentarista e blogger cinese Hao Wu è detenuto dalle autorità senza che nessuna accusa sia stata formulata nei suoi confronti. E' pratica comune nella più grande dittatura del mondo. Il silenzio è complice dei tiranni, se potete rompetelo:
Hao’s family and friends in China have deflected questions about his detention for the past month, as authorities in contact with people close to Hao have urged them not to publicize the case. There had been hope that his detention was only for a short period of time, in which case publicity would not have been helpful. Tacere è un po' morire.
Il silenziatore. Sarebbe lungo spiegare adesso gli antecedenti. Sappiate per ora che questo de El País è uno dei più patetici tentativi mai operati da un organo di stampa per tappare occhi, bocca e orecchie a chi chiede la verità sul'11 marzo. Indignante, a dir poco. Fidatevi.
lunedì, marzo 20, 2006
Non ci siamo. Pessime notizie per Lukashenko.
Il mattatoio. I Balcani stuprati dal nazionalcomunismo di Milosevic nel racconto - splendido - di Pierluigi Mennitti. Mettetevi i vostri se e ma dove più vi piace.
Il dovere dell'ottimismo. Se Berlusconi vince questo diventerà un must. Ma ci voleva tanto?
Iran e rivoluzione democratica. Alcune interessanti riflessioni sul people power in riferimento alla situazione iraniana:
The moves necessary to make "People Power" work have now been turned into techniques that have been set down on check lists and presented in seminars. There's a drill that can make this happen if two conditions apply. First, most of the population must want democracy. Second, the security forces must be willing to stand down in the face of mass demonstrations. The first condition applies in Iran, the second doesn't. While the Islamic conservatives in Iran have the support of, at most, a third of the population, they do have over a hundred thousand armed men who are willing to kill to keep their religious leaders in power. Sostenere e finanziare l'opposizione è cosa buona e giusta ma potrebbe non bastare. Occorre un piano d'appoggio che non escluda nessuna opzione. P.S. Chi vede negli attuali colloqui USA-Iran l'abbandono da parte di Washington della strategia di regime change e di democratizzazione, dovrebbe leggere di meno e riflettere di più. I contatti diplomatici fra democrazie e regimi dittatoriali sono una costante nella politica internazionale, a prescindere dalla strategia di medio o lungo periodo che le parti si prefiggano. Anche USA e URSS si parlavano. Poi, un bel giorno, dell'URSS non si ebbero più notizie.
Sono aperte le scommesse. Quanto ci metterà il Corriere a scrivere che Lukashenko è stato democraticamente eletto?
sabato, marzo 18, 2006
Fanfanbashi. Ma l'Italia era così? (Segnalato da Wittgenstein).
Turkmenbashi. Per culto della personalità (non per livello di repressione) il Turkmenistan è probabilmente la nazione che più ricorda la Corea del Nord. Il presidente Niyazov è dappertutto, dei suoi libri sono piene le biblioteche, i mesi hanno i nomi dei suoi parenti, quel che dice si fa. Questa è solo l'ultima della serie, nemmeno la più strana.
Martin Jacques ci riprova. Si vede che due anni fa non gli avevano dato retta, così dà alle stampe una seconda invettiva antiberlusconiana se possibile più allucinata della prima. Uno si chiede come un quotidiano della tradizione del Guardian possa far prevalere fino a questo punto l'odio ideologico per il nemico politico sulla serietà delle argomentazioni. Se lo domanda anche Christian Rocca che segnala il pezzo traendone le conclusioni per il 9 aprile. Siamo sempre lì: i migliori alleati di Berlusconi sono i suoi avversari. Della serie spazzatura.
venerdì, marzo 17, 2006
L'ideologia del macellaio. A parte quel la Serbia lo rimpiange alla riga due (non è esattamente così, c'è chi lo rimpiange ma non è la Serbia così come chi rimpiange Hitler non è la Germania), da segnalare l'ottimo articolo di Stefano Magni sulle guerre nazionaliste di Slobodan Milosevic che in Occidente qualcuno fa ancora fatica a condannare senza se e senza ma.
giovedì, marzo 16, 2006
La lista di Hu. Su Cina e Dintorni.
Il mondo capovolto (ennesimo episodio). Asia Times è una lettura a volte utile per chi si interessa di cose asiatiche. Allo stesso tempo, purtroppo, è una rivista online praticamente illeggibile per chi non faccia dell'antiamericanismo e dell'antioccidentalismo la propria ragione di vita. Non passa giorno senza che il Satana americano venga messo all'indice dal commentatore di turno. Un vero supplizio per il buon senso e la decenza. Oggi è il turno di tale Ian Williams che non trova di meglio che difendere la tragicomica riforma ONU sui diritti umani con questo aberrante - fin dal titolo - articolo di propaganda antiamericana. Da leggere solo per farsi un'idea di cosa si pubblica in giro. Inizia così:
A UN General Assembly vote on establishing the new Human Rights Council is a fairly devastating comment on current US global prestige as well as the effectiveness of diplomacy as practiced by US Ambassador to the UN John Bolton.
Lukashenko si prepara. Pena di morte per chi manifesterà contro il risultato delle elezioni. Obiezioni?
Negligenze. Vi immaginate le prime pagine dei giornali se a morire in carcere fosse stato Saddam?
I collaboratori nemmeno. Una sera della scorsa estate barcellonese chiedemmo a Pierluigi Mennitti se Berlusconi leggesse Ideazione. La risposta fu che forse lui no ma i suoi collaboratori sì. Oggi Pierluigi si è reso conto che dovrà distribuire abbonamenti.
Refusi confusi. Ma quel (ma che cazzo ho scritto?) al fondo dell'ultimo editoriale del Foglio di oggi è voluto o è un'involontaria ammissione?
P.S. Zapatero di idiozie ne ha fatte tante ma non ha fatto sparare sugli immigrati. E' falso, una balla, una sciocchezza. E' stata la polizia marocchina a sparare. mercoledì, marzo 15, 2006
Poi basta. Ancora sui duellanti, un Leibniz in gran forma (e alle 7 del mattino). Comunque il prossimo dovrebbero anticiparlo al pomeriggio: le nove e un quarto è un po' tardi per loro.
Cose dell'altro mondo. Google ha lanciato le mappe di Marte.
Se li meritano i maglioncini. Dieci giorni fa il presidente di Repsol YPF si riuniva con Morales sotto un enorme ritratto di Che Guevara. Oggi Morales-Che gli ha arrestato i due massimi dirigenti d'azienda. Doveva prostrarsi di più, si vede. Ma Zapatero che fa a parte festeggiare due anni di meraviglie?
Ma che dibattito hanno visto?
martedì, marzo 14, 2006
Il dibattituni. Hanno detto a Prodi di sorridere. Non è un bel vedere. Adriano ha sbagliato un rigore. Sta parlando da due minuti, sembrano venti. Berlusconi parla di Visco. Siamo già ai contributi (yawn). Ha sforato di 20 secondi. Romano l'ha interrotto, Silvio non se n'è andato. Irap: per Prodi è la cosa più bella che c'è, per Berlusconi praticamente non esiste più. Il premier ha pronunciato la parola comunismo solo una volta in 5 minuti. Le domande di Sorgi non si capiscono mai, Mimun ha dovuto dire a Berlusconi che era diretta a lui (è sull'Euro). Ha detto che il suo governo è liberale e che gli italiani pensano in lire. Nemmeno le dittature controllano i prezzi. Prodi è sulle commissioni provinciali (cioè?). Bolzano e Innsbruck. Prodi ha un'idea vaga (eufemismo) dei meccanismi del mercato. Silvio è stato a Parigi, ci tiene a farcelo sapere. Il cuneo fiscale. Secondo colpo di Berlusconi con l'Ecofin che approva i conti del suo governo (forse Prodi non sa...). Ha detto Itar per Istat. Sui conti pubblici Prodi è al tappeto. Risponde con un non si puòandare avanti così (ma chi glieli scrive i testi?). Il WSJ tifa centrosinistra? Occhio a Sorgi. Immigrazione. Quanto dura, qualcuno lo sa? Le code di immigrati dimostrano che le cose funzionano. Mah. Prodi: non so dove viva Berlusconi (ma chi glieli scrive i testi?). I numeri che sfoggia Silvio nascondono la realtà, detto da un economista fa una certa impressione. Il mare è in tempesta. Silvio si stropiccia occhi e orecchie. Prodi attacca con la guardia abbassata, Berlusconi ha gioco facile nel ribattere ed infilzare su quasi tutto. Opere pubbliche. Troppe inaugurazioni, asse Barcellona-Budapest nel programma dell'Ulivo. Niente opere senza soldi, dice Prodi. Demagogia pura, ribatte il presidente del Milan. L'Inter è zero a zero. Centri civici o centri sociali? Berlusconi parla come se fosse all'opposizione, cosa ha fatto in questi cinque anni? Prodi ha uno scatto ma non arriva in porta. Si perde nel rigassificatore pugliese (vedi Walking Class). Siamo a metà (nooo). Andiamo in Cile: governo per metà femminile. Domanda aberrante di Sorgi sulle quote rosa (ma come li hanno scelti i giornalisti?). Per Silvio le donne preferiscono la famiglia. Però sono inteligenti. Meno male. Romano vuole le quote, donne specie protetta. Chi ha abolito la leva obbligatoria? Prodi ride e dice che metà dei telespettatori sono andati a letto. Se ne rende conto anche lui. Prodi premier inviterà Letta e Berlusconi a Palazzo Chigi. Dignità agli insegnanti, soli e umiliati. Berlusconi si è preparato, va detto. Io sono io, dice Prodi, e chiede rispetto. La parte del duro non gli si addice. Si stanno chiudendo gli istituti tecnici, ma è vero? Prodi è costantemente preso in contropiede. Forse dovrebbe provare a ribaltare i termini del confronto (se ne fosse capace). Conflitto di interessi: nessuno, tranne i giornalisti, lo considera un problema. Silvio lo sa e lo fa notare. Lega delle cooperative, giunte, intreccio di poteri: altra ripartenza dell'allenatore del Milan. Ha segnato Stankovic. Prodi paragona le coop a Mediaset e le difende (portano disciplina e serietà, mah, sono al servizio dei cittadini, mah). Funambolismo politico. Cos'ha Prodi contro i venditori? Quasi finita. Il giornalismo italiano è messo veramente male, scusate. Il dialogo, olé. Zapatero docet. Concertazione, parola da evitare nel 2006. Prodi non cerca più nulla dalla vita. Si vede. Vuol solo essere presidente del consiglio, poi può finire. Non potrebbe finire prima? Sindacati: ruota nell'ingranaggio della sinistra. Prodi insiste sulle divisioni create dal governo, anche questa l'ha copiata da bambi. Iran, e vai. Cosa fareste davanti ad una Osirak iraniana? Berlusca: diplomazia, soluzione russa (non sa che è già fallita), non ha risposto. Mortadella: parla delle imposte, gliene frega niente dell'Iran. Vuole la pace e l'ONU (ma vaff...), no alle sanzioni (quindi?), uguale a Berlusconi. Un disastro entrambi. Di politica estera non sanno niente. Appello finale (ci mancava). Inutili entrambi. E' finita. Se i dibattiti contassero qualcosa Berlusconi, che non è Churchill, avrebbe vinto sette a zero. L'Inter uno a zero.
Memo. Solo per dire che è ripartito anche Cina e Dintorni.
Gemelli. Impossibile non notare le somiglianze tra l'articolo di Francesco Sisci su La Stampa e quello di Wang Xiangwei su The South China Morning Post. Entrambi parlano delle infiltrazioni mafiose all'interno del Partito Comunista Cinese e lo fanno citando praticamente le stesse fonti e gli stessi personaggi. Anche la struttura è simile. I due pezzi hanno la stessa data. Li avranno scritti insieme?
Perfetto. Così Gualtiero Vecellio, direttore di Notizie Radicali, definisce il pezzo di Pirani su Zapatero commentato qui ieri. E rivendica il merito di aver portato un po' di Zapatero in Italia associando il suo nome ancora una volta a quello di Tony Blair. Con tutta la simpatia per i radicali, quando la confusione si fa programma le cose non possono andare bene. Manca un mesetto, poi magari tornano ad essere liberali.
lunedì, marzo 13, 2006
Abbiamo capito. Oggi una cosa mai successa: un articolo pro-Zapatero su Notizie Radicali. Il bello è che Pirani comincia facendo finta di criticare gli adulatori di bambi per poi scrivere a sua volta un peana utilizzando l'intero campionario di cliché cui la stampa italiota di sinistra ci ha abituato quando si parla di Spagna. I radicali abboccano. Speriamo finisca presto questa campagna elettorale.
Non era un santo. Lo chiamano fusionismo ma sembra sempre di più un pasticcio. Tocqueville era e resta un progetto potenzialmente straordinario ma rischia di annegare nelle proprie contraddizioni. Si cominciò con i maestrini di realpolitik che suggerivano un'alleanza con gli ayatollah iraniani per continuare con qualche elogio di troppo alla Spagna franchista. Le derive se non le blocchi in tempo si fanno valanghe e magari finisci per leggere che Milosevic in fondo non aveva tutti i torti o che è meglio avere alle spalle cento milioni di morti che una persona del tuo stesso sesso. Ovviamente TocqueVille è anche molto altro e, a scanso di equivoci, questa non è una sconfessione. E' un grido d'allarme, quello sì, volutamente pubblico perché quei post erano (e sono) a disposizione di chiunque volesse (e voglia) leggerli. Speriamo che venerdì prossimo oltre ai dovuti festeggiamenti e riconoscimenti, i partecipanti al primo incontro nazionale dei tocquevillers (noi non ci saremo per motivi tecnici) trovino anche il tempo di riflettere su un'idea troppo bella per lasciarla sfiorire così.
Giacobini. Da uomini della strada, come da definizione di Jimmomo, ci sentiamo di dire che, visto il video dell'intervista, Berlusconi ha fatto bene ad andarsene.
Ringraziamenti. Forse scherzavano o forse no, non importa. Il fatto è che quando due amici (nonché colleghi) pensano a un gesto come questo, non si può fare altro che ringraziare. Di cuore.
P.S. Il portatile c'è già, i soldi no ma stringeremo la cinghia. sabato, marzo 11, 2006
Non c'è più niente da capire.
![]() Due anni sono tanti. Troppi per non sapere chi ha fabbricato, piazzato, ordinato quelle bombe. Eppure, ufficialmente, il caso è chiuso. Due anni sono pochi. Troppo pochi perché la memoria svanisca lasciando spazio a svogliati atti di circostanza. La società spagnola appare infastidita dal ricordo dei 192 massacrati e delle migliaia di feriti e accetta la consegna dell'oblio che la propria classe dirigente le ha imposto. Ma la ferita è aperta e non servirà a guarirla far finta che il corpo sia sano e che, in fondo, non sia successo nulla.
The end.
![]() Non sempre sono i migliori quelli che se ne vanno. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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