1972

mercoledì, novembre 30, 2005
Una nuova strategia per l'Iraq? Non poi così nuova in fondo, ma non sperate di saperlo dai media.
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Buona partenza. Angela Merkel ha detto quel che doveva dire. Di questi tempi in Europa non è poco.
Intanto Medienkritik si sofferma sull'eredità politica di uno di cui non sentiremo la mancanza.
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Progressisti. La democrazia si fonda sulla libertà d'espressione. Nella democrazia zapateriana si protesta per sopprimerla. Silenzio, Spagna.
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Boh. Uno legge articoli come questi (soprattutto il paragrafo conclusivo) e capisce subito cosa manca al Riformista per essere un giornale autorevole.
P.S. Poi c'è Zapatero...
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martedì, novembre 29, 2005
Ventisette milioni contro diecimila. Perché le truppe devono rimanere in Iraq per tutto il tempo necessario. Joe Lieberman, di ritorno dal paese liberato:

It is a war between 27 million and 10,000; 27 million Iraqis who want to live lives of freedom, opportunity and prosperity and roughly 10,000 terrorists who are either Saddam revanchists, Iraqi Islamic extremists or al Qaeda foreign fighters who know their wretched causes will be set back if Iraq becomes free and modern. The terrorists are intent on stopping this by instigating a civil war to produce the chaos that will allow Iraq to replace Afghanistan as the base for their fanatical war-making. We are fighting on the side of the 27 million because the outcome of this war is critically important to the security and freedom of America.

None of these remarkable changes would have happened without the coalition forces led by the U.S. And, I am convinced, almost all of the progress in Iraq and throughout the Middle East will be lost if those forces are withdrawn faster than the Iraqi military is capable of securing the country.

The leaders of Iraq's duly elected government understand this, and they asked me for reassurance about America's commitment. The question is whether the American people and enough of their representatives in Congress from both parties understand this.

Here is an ironic finding I brought back from Iraq. While U.S. public opinion polls show serious declines in support for the war and increasing pessimism about how it will end, polls conducted by Iraqis for Iraqi universities show increasing optimism. Two-thirds say they are better off than they were under Saddam, and a resounding 82% are confident their lives in Iraq will be better a year from now than they are today. What a colossal mistake it would be for America's bipartisan political leadership to choose this moment in history to lose its will and, in the famous phrase, to seize defeat from the jaws of the coming victory.

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La Spagna plurale. Il caso-COPE (cioè il più pesante attacco alla libertà di informazione dalla fine della dittatura) arriva al parlamento europeo. Vediamo se domani il Riformista ci fa un pezzo.
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Aria nuova. Con John Bolton perfino quella delle Nazioni Unite sembra più respirabile.
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Un neocon in casa e non lo sapevamo. Ecco cosa è stato capace di dire ieri Zapatero nel corso del comico vertice euromediterraneo senza che nessuno gli scoppiasse a ridere in faccia:

A renglón seguido, Zapatero afirmó que "las sociedades árabes, como todas, quieren democracia, quieren Estado de derecho, un sistema de libertades y de transparencia", y señaló que Europa "debe ayudar" en ese empeño democratizador allí donde "los procesos puedan ser más lentos y difíciles".


Strano che i giornali italiani si siano lasciati scappare l'occasione per ribadire quanto è riformatore, liberale, coerente e innovatore Zpaz.

(Grazie a Martino per la segnalazione).
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lunedì, novembre 28, 2005
Acque sporche/3. Time ricostruisce dall'inizio il pasticciaccio brutto del fiume avvelenato ad Harbin con tutto il suo carico di silenzi, menzogne e mezze ammissioni:

In other words, while China was experiencing one of its worst industrial accidents in years, the official reaction was to keep the truth under wraps—while millions faced exposure to toxic chemicals.

L'acqua è tornata ma l'emergenza non è ancora finita:

Yet even if the main body of the slick disperses into the sea, the danger may not be over. Experts such as Chan King-ming, an associate professor of biochemistry at the Chinese University of Hong Kong, say the chemicals may seep into the banks of the Songhua and even into the area's groundwater, which could contaminate wells. And the river has started to freeze: the chemicals could be trapped in the ice until spring. "They'll need a long-term monitoring program, from this November until next summer," says Chan.
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Fa più fine. McCartney non andrà più in Cina dopo aver visto il video degli animali scuoiati. Lodevole. Peccato che per gli uomini non abbia mai dimostrato altrettanto attaccamento.
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L'altra Hollywood. Sempre detto che Bruce Willis è il migliore di tutti.
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Nel segno di Zoro. Titolo facile facile per un comportamento coraggioso. L'imbecillità della curva smascherata da un gesto di dignità e orgoglio. Pallone d'oro.
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Il mistero. Quando scritta da campioni, la letteratura sportiva è un genere affascinante e commovente come pochi. Concordiamo con il giudizio di Leibniz sul pezzo di Stefano Mannucci: lo leggi e ti sembra di conoscerlo da sempre, George Best. Anche se non l'hai mai visto giocare.
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Mediterraneo. Fu una stupenda canzone di Serrat, è diventata l'ennesima farsa dell'era Zapatero.
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domenica, novembre 27, 2005
Acque sporche/2. Le ultime da Harbin firmate dal solito ottimo Philip Pan.
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sabato, novembre 26, 2005
Acque sporche. Ogni volta che in Cina ha luogo un'emergenza sanitaria o si verifica un disastro ambientale come quello di Harbin, si ripete immancabilmente lo schema Chernobyl: fatto, silenzio prolungato, prime ammissioni sotto il peso dell'emergenza, realtà. Intanto danni irreparabili e milioni di persone coinvolte. Tutto è politica, è chiaro. Così come è chiaro che valutare il grado di pericolosità di una dittatura semplicemente dalle azioni che essa intraprende all'esterno dei suoi confini è un errore imperdonabile. La dittatura è per sua natura un pericolo, una minaccia costante nei confronti dei propri cittadini e del resto del mondo. La stampa occidentale anche questa volta ha reagito con ritardo ma finalmente ha cominciato a raccontare l'ennesimo fallimento della rising China. Jim Yardley descrive il non è successo niente, il Financial Times fa due più due, mentre Philip Pan registra un fenomeno interessante: alcuni giornalisti locali hanno provato ad informare rompendo le maglie della censura finché non sono stati fermati

Daring journalists succeeded in publishing a series of reports on Friday describing in remarkable detail the efforts by party officials to cover up the chemical spill. Among the disclosures was an admission by a provincial governor that officials in Harbin initially lied to the public about why they were shutting down the water supply, because they were awaiting instructions from senior party leaders.
On Friday night, reporters received orders from the party's central propaganda department to stop asking questions and go home. All state media were told to use the reports only of the official New China News Agency, the journalists said.


e sottolinea l'incertezza e la confusione delle direttive provenienti da Pechino

In the most damning report in the state media, China Newsweek magazine said the governor of Heilongjiang province, Zhang Zuoji, told a meeting of 400 officials that the city lied because it was waiting for permission from higher authorities to disclose the spill. The magazine also said participants in the meeting were told that Harbin officials were reluctant to contradict the denials of Jilin officials that were reported in "authoritative media," a reference to official outlets in Beijing.
It was only after an urgent message by provincial officials on Monday night seeking help and guidance from the central government that officials decided to end the coverup, the magazine said. The announcement came at 2 a.m. on Tuesday, less than two hours after city authorities received instructions from Beijing.
A day later, the central government confirmed that a "major water pollution incident" had occurred.


La vita ad Harbin. More to come...
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L'abisso (ovvero, come una democrazia sta andando a male). Come chi ci legge sa bene, non era difficile immaginare che gli incontri segreti tra indipendentisti catalani e incappucciati etarras, lo sdoganamento della banda terrorista da parte del governo spagnolo e la strategia dell'isolamento nei confronti della principale forza di opposizione del paese perseguita con ostinazione dalla Moncloa in giù, avrebbero conferito agli stragisti un ruolo di primo piano nel dibattito politico spagnolo. Il delirante comunicato con cui ETA approva la linea di Zapatero (ottimo risultato, signor presidente), chiede una mediazione internazionale per risolvere il conflitto basco (conflitto, dice) e accomuna il destino di País Vasco e Catalogna come nazioni (dando la sua benedizione al nuovo statuto catalano, complimenti di nuovo) ne è l'ennesima conferma. Il terrorismo che abbraccia il progressismo e lo stritola: difficile venirne fuori anche per gli ideologi del pensiero unico socialnazionalista. Non resta che seguire la tattica di sempre, scaricare le palate di merda - scusate l'espressione - con cui si sta affogando la società civile su chi dissente, su chi difende le istituzioni, su chi prova a dar voce alle vittime invece di blandire i carnefici. Da un Periódico de Catalunya in evidente affanno parte quindi il quotidiano attacco all'opposizione, rea di aver constatato l'ovvio, cioè che ETA sta dalla stessa parte del nazionalismo catalano. L'invettiva attribuisce al PP la politicizzazione del terrorismo, il che detto dagli invasati dell'11-14 marzo e dai promotori delle tregue separate con ETA sfiora l'indecenza. Attenzione:

Ante la locura de que una fuerza de oposición que aspira a gobernar España conceda valor político y público a opiniones de terroristas, el Ejecutivo ha dejado bien claro que esa conducta "da alas" a la banda, y la indignación de los partidos catalanes se ha desbordado.

Secondo el Periódico (che si fa eco delle dichiarazioni della vicepresidente del governo) sarebbe il PP a concedere valore politico e pubblico alle opinioni dei terroristi mentre il governo e i partiti catalani manterrebbero la linea del rifiuto e dell'intransigenza. Come si possa scrivere una cosa del genere senza sprofondare nella vergogna è qualcosa che supera la nostra capacità di comprensione. Ma non è finita:

Si no se desautoriza a Acebes, y si una mayoría amplia de este país no rechaza esa actitud incendiaria y da la espalda a los sembradores del odio como hizo el 14 de marzo del 2004, la estabilidad política corre un riesgo bastante serio.

Quelli della disintegrazione politica, geografica, morale e civile di questo paese vedono nell'attitudine di chi discrepa dai loro piani un rischio serio per la stabilità. Seminare odio: questa è l'accusa che ogni giorno la propaganda socialnazionalista rivolge ai non allineati.
Lo stupro sistematico della verità storica, la menzogna elevata a codice di condotta, la manipolazione come strumento essenziale di esercizio del potere: è il bilancio di meno di due anni di abisso giocati tra Barcellona e Madrid sulla pelle degli spagnoli. Silenzio, Spagna.
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giovedì, novembre 24, 2005
Grazie per l'America.
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Il punto sull'Iraq. Da Strategy Page una delle più lucide analisi degli ultimi tempi: i problemi aperti tra fiction e realtà.

Primo: il terrorismo.

First, there is definitely a terrorism problem. Not an insurgency, not a guerilla war, not a resistance. A portion of the Sunni Arab population refuses to recognize the Sunni Arab loss of power in early 2003. They are supporting a campaign of terror to either get back power or, more pragmatically, to get immunity for most Sunni Arabs for crimes committed during Saddams decades in power. The majority of support the terrorists get is from the amnesty crowd.

All the prevents a wholesale descent into mutual slaughter is the presence of coalition troops. In other parts of the world (and there are many to examine at the moment) this sort of thing is called peacekeeping. Withdraw the peacekeepers, and what  peace there is goes with them.

Secondo: la crisi del mondo arabo.

Second, there is a cultural crises, in the Arab world in particular, and the Moslem world in general. The crises is expressed by a lack of economic, educational and political performance.

(...)
American troops had battled their way to Baghdad in three weeks, and were quickly defeating Iraqi forced defending this cultural capital of the Arab world. This triggered a debate in the Arab world, one that got little coverage in the West. It began when some Arab journalists openly pointed out, in the Arab media, that Arab reporters had not only been writing fantastical stories that had no relationship to reality, but that this sort of thing had been going on for a long time and, gosh, maybe it had something to do with the sorry state of affairs in the Arab world. That particular debate is still going on, largely unnoticed in the West. This is the real war against terrorism, because the terrorists represent the forces of repression and backwardness in the Arab world.

Terzo: le complicità di larghi settori delle opinioni pubbliche occidentali.

Most Iraqis cannot understand how so many media outlets in the West can keep giving favorable coverage to the Sunni Arab terrorists. These guys are butchers, and many used to work for Saddam, committing the same kind of mayhem. Yet these European reporters come looking for Sunni Arab "victims" of "American imperialism." How strange is that? Nothing strange, just another cultural quirk.

Many Europeans believe that taking down Saddam was just wrong, and continued American peacekeeping in Iraq just compounds the error. Europeans had made their peace, and many business deals, with Saddam. And the Americans went in and screwed it all up. Europeans have been screwing things up far longer than Americans, and consider themselves experts. They are unhappy that the Americans do not follow the lead of Europe in these matters. Moreover, Europeans cannot accept that they could be wrong, despite any evidence to the contrary. This is a major component of European cultural superiority.

Quarto: la deriva mediatica.

And, lastly, we have the major differences between the media version of what's going on, and the military one. The media are looking for newsworthy events (bad news preferred, good news does not sell, and news is a business). The military sees it as a process, a campaign, a series of battles that will lead to a desired conclusion. The event driven media have a hard time comprehending this process stuff, but it doesn't really matter to them, since the media lives from headline to headline. For the military, the campaign in Iraq has been a success. The enemy, the Sunni Arabs, have been determined and resourceful. But the American strategy of holding the Sunni Arabs at bay, while the Kurds and Shia Arabs built a security force capable of dealing with the Sunni Arab terrorists, has worked. But that's good news, and thus not news. But every terrorist attack by Sunni Arabs is news, and gets reported with intensity and enthusiasm.
But in the end, process usually wins.

Anche se non ve lo spiegano

There's more going on in Iraq than a war.
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Sulla via di San Pietro. Per far tacere la COPE la Generalitat catalana non bada a spese. Viaggio pagato in Vaticano. Sembra una barzelletta sconcia ma è la Spagna di Zpaz.
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Ma c'è chi dice che bisogna andarsene al più presto. Oggi i nazisti islamici hanno di nuovo attaccato un ospedale. I soldati americani stavano distribuendo giocattoli ai bambini. Domani il Manifesto scriverà che è colpa loro.
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Viltà culturale. Non c'è bisogno di essere Fallaci-boys per rendersi conto della pochezza morale e intellettuale dei suoi detrattori ideologizzati. Il Foglio fotografa perfettamente la situazione:

La paranoia anti-Fallaci, l’Oriana bashing di tanti libretti e di tante chiacchiere benpensanti che non valgono più nemmeno la pena di una citazione, mostra a quale livello di piattezza, di banalità, di chiusura culturale possa arrivare quella specie di pensiero unico che passa il tempo a confortare se stesso, a immaginarsi buono nella grondante ansia di solidarietà, accogliente e dialogante senza la preoccupazione malsana dell’identità, nascondendo il fiele dentro il miele.

E già.
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mercoledì, novembre 23, 2005
Non vedo, non sento, non parlo. E loro muoiono. Perché i governanti sudcoreani stanno tradendo la loro stessa storia. Lo spiega benissimo Kim Dae-joong:

The core of the Roh Moo-hyun administration consists of people who protested loudly at human rights abuses in the decades when South Korea was a desert in that regard. Many young men and women in those days were beaten during demonstrations, arrested while escaping, some tortured, and a few of them died.

For some reason, however, the government stoops to ignoring the human rights situation in the North and reading the faces of Kim Jong-il and his henchmen instead. Last week, it miserably abstained from voting on a UN resolution calling for an inquiry into human rights abuses in the North. Thus the victims of human rights abuses here have turned into accomplices of rights abuses in the North.


Leggete con attenzione:

The ruling party also says it prefers “gradual improvement" to applying pressure right away. They should know from their own experience that gradual improvement in human rights is impossible. There is not a single example in the world where a dictatorship has gradually improved its human rights record and survived. Dictatorships are well aware that once they improve human rights, their powers will be gone. Doesn't the emergence of the Roh administration itself testify to that? The logic is based on a fiction.

The greatest moral crime of the abstention is that it crushes any nascent resistance forces in the North. The desperate efforts of the North Koreans to recover the minimum rights to subsistence and living free from the threat of incarceration in concentration camps and public execution have been dealt a terrible blow by Seoul’s abstention. It calls the very legitimacy of the Roh government into question.


La Corea del Sud non è poi così lontana, non trovate?
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Lo stallo e la crepa nel muro. Un nulla di fatto, le distanze non si accorciano, USA e Cina rimangono rivali strategici: questa l'analisi - condivisibile - della Jamestown Foundation dopo l'incontro Bush-Hu Jintao. Non poteva essere altrimenti, aggiungiamo noi. Il che non fa che confermare che l'aspetto più significativo del viaggio asiatico del presidente americano è stato proprio il discorso sulle libertà, come ci ricorda Jidian, un blogger cinese residente negli Stati Uniti.
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Semplice buon senso. Mark Steyn sull'exit strategy e i suoi tifosi:

In war, there are usually only two exit strategies: victory or defeat. The latter's easier. Just say, whoa, we're the world's pre-eminent power but we can't handle an unprecedently low level of casualties, so if you don't mind we'd just as soon get off at the next stop.
Demonstrating the will to lose as clearly as America did in Vietnam wasn't such a smart move, but since the media can't seem to get beyond this ancient jungle war it may be worth underlining the principal difference: Osama is not Ho Chi Minh, and al-Qa'eda are not the Viet Cong. If you exit, they'll follow. And Americans will die - in foreign embassies, barracks, warships, as they did through the Nineties, and eventually on the streets of US cities, too.

Anti-Bush Continentals who would welcome a perceived American defeat in Iraq ought to remember the third front in this war: Europe is both a home front and a foreign battleground - as the Dutch have learnt, watching the land of the bicycling Queen transformed into 24-hour armed security for even minor municipal officials. In this war, for Europeans the faraway country of which they know little turns out to be their own. Much as the Guardian and Le Monde would enjoy it, an America that turns its back on the world is the last thing you need.
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La Spagnetta. Siccome per il governo Zapatero l'Iraq ha smesso di esistere nel momento in cui fu annunciata la gloriosa ritirata, è del tutto normale - in base alla logica devastata della classe dirigente al potere - che chi ci ha combattuto sia trattato come una nullità. Al sergente Sergio Santisteban, che si trovava a Diwaniyah l'11 febbraio 2004, non solo non è stata riconosciuta la condizione di ferito di guerra ma è stata negata qualsiasi compensazione. La stessa sorte è toccata a quindici suoi compagni vittime di quell'attacco. La Spagna pacifista si rifiuta di rendere omaggio a chi l'ha rappresentata sul campo di battaglia. Una vergogna, l'ennesima. Dei campi di battaglia sudamericani invece Zapatero sembra non preoccuparsi troppo. Tra l'altro deve ancora spiegarci perché, dopo la fuga, i terroristi continuano a progettare attentati in questo paese. Se non lo fa è anche perché nessuno glielo ricorda. Silenzio, Spagna.
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martedì, novembre 22, 2005
Get real/3. Stefano Magni spiega due o tre cosette agli Scowcroft de' noantri:

Sembra strano che alla fine del secolo più sanguinoso della storia umana, i dati rivelino che tutti coloro che erano stati bollati come “idealisti” (...) erano più realisti di coloro che si dichiaravano tali.

A volte il buon senso è sepolto da montagne di libri.
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Resa dei conti. Oggi il Periódico de Catalunya, cioè la voce ufficiale del governo socialnazionalista della Generalitat, con la consueta sobrietà che ne caratterizza la linea editoriale, ha paragonato gli storici liberali Pío Moa e César Vidal al negazionista David Irving. Si suppone che il prossimo passo sarà chiederne l'arresto.
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Nemesi. Ricordate quando Bush definì Sharon un uomo di pace e tutti gli risero dietro?
P.S. Sharon non è cambiato, è sempre stato questo. Erano i suoi critici ad essere accecati dall'ideologia.
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La forza rivoluzionaria della libertà e la miopia di un giornalismo da caverna. Dice tutto il Foglio, tornando sulla storica (si può ben dire) visita di Bush in Cina:

I giornali italiani sono deliziati dal fatto che i cinesi abbiano oscurato la visita di Bush al loro popolo, che le parole del presidente americano debbano arrivare con il tam tam piuttosto che con le televisioni di Stato, con i giornali di stato, con un web che le autorità cinesi cercano di controllare in modo arcigno. La rivoluzione per l’establishment “de sinistra” e per la sua stampa è diventata una gaffe, l’affermazione della libertà una cosa che non si deve dire in pubblico. Con piccoli ritocchi cosmetici, i nostri organi di informazione si fanno prestare la testa da Maradona e la lingua da quell’energumeno di Chávez. Per loro Bush, che è al secondo mandato e se ne frega dei sondaggi e cerca di compiere il suo dovere, cioè la politica per la quale è stato rieletto dopo tre vittorie consecutive di Kerry nei dibattiti, è un malato terminale dell’idealismo americano o un assassino e un fascista, non un presidente che sfida la censura totalitaria di un regime capital-comunista con i suoi discorsi sulla libertà e preme perché, dopo il muro, cada anche la grande muraglia. Facevano così anche con Reagan, e sappiamo come è andata a finire.

Jimmomo spiega che il messaggio è arrivato a chi doveva arrivare.
Mentre il Vaticano ha perso un'altra ottima occasione per tacere (sulla questione cinese la linea della Santa Sede è a dir poco imbarazzante) e Lucia Annunziata non ha trovato il tempo di correggere un articolo evidentemente scritto prima del viaggio del presidente americano (articolo peraltro condivisibile nella sua critica all'ipocrisia occidentale ma completamente out of touch per quanto riguarda il giudizio su Bush).
P.S. Anche il Washington Post (come la Annunziata) pensa che Bush avrebbe dovuto fare di più, senza considerare però che nessun presidente prima di lui si era rivolto alla Cina con altrettanta franchezza. Da notare comunque che per la sinistra italiana Bush ha parlato troppo di libertà, per quella americana ne ha parlato troppo poco.
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Le auto-aggressioni. Fausto Carioti rende un altro servizio alla verità pubblicando una lettera di Antonio Díaz Sánchez dalle carceri cubane. Storie di ordinaria degradazione umana dal paradiso rivoluzionario.
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lunedì, novembre 21, 2005
Nessuna fretta. Sarà certamente dovuto ad una coincidenza il fatto che la recrudescenza degli attentati in Iraq negli ultimi giorni si sia verificata in contemporanea con l'inasprirsi del dibattito americano sul ritiro delle truppe. Ma a volte le coincidenze fanno pensare. Primo pensiero: i terroristi hanno sempre dimostrato di saper sfruttare debolezze, tentennamenti e indecisioni altrui; secondo pensiero: la critica e la discussione non sono debolezze in una democrazia, piuttosto il contrario; terzo pensiero: l'utilizzo della retorica anti-interventista o ripiegazionista per esclusiva convenienza politica interna, invece, non è un legittimo esercizio critico ma un comportamento altamente irresponsabile da parte di chi se ne fa interprete; quarto pensiero: la realtà - già, la realtà - dimostra una volta di più che andarsene prima che la minaccia terrorista sia disinnescata significa riconsegnare l'Iraq alla barbarie. Per fortuna Bush lo sa e, a quanto pare, non è da solo. Ovviamente chi continua a confondere le rivendicazioni politiche dei sunniti con la guerra terrorista scatenata da saddamiti e jihadisti farà fatica a raccapezzarsi. Ma sarebbe il caso di non far pagare gli errori di interpretazione dei ritiristi pragmatici (quelli ideologici qui non interessano) al popolo iracheno che, a differenza loro, ha dimostrato a più riprese di credere nel proprio riscatto politico e civile. Qui l'opinione di Norman Geras.
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venerdì, novembre 18, 2005
Fine settimana in Asia. In attesa del faccia a faccia, l'Economist fa il punto sul complesso rapporto Stati Uniti-Cina. Oggi intanto a Pechino in 350 hanno commemorato Hu Yaobang: Xinhua (l'agenzia di stampa ufficiale) ovviamente dà la notizia omettendo le parti compromettenti della storia.
Corea del Nord: Joshua di OFK ha incontrato John Bolton, Seul si ostina a non condannare il gulag di Pyongyang che, nel frattempo, continua a fare ciò che le riesce meglio, esportare insicurezza. Lettura per il weekend.
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Tutto si tiene/2. Dicevamo ieri del ruolo del ministro Montilla nell'OPA ostile Gas Natural-Endesa. Il nucleo della questione riguardava a chi spettasse il giudizio sulla fattibilità dell'operazione: all'UE o alle autorità spagnole? Il 6 novembre Zapatero invita a cena Durão Barroso. Il 14 novembre la Commissione europea decide che la competenza è spagnola. In Spagna non c'è mai un solo deus ex machina.
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Le colonne infami. Come si fa disinformazione in Spagna. Titolo de El Mundo sulle stragi terroriste di oggi in Iraq:

Decine di morti in vari attacchi in Iraq dopo lo scandalo degli abusi a prigionieri sunniti.

E' già sufficientemente penoso quando i media trattano come legittime rivendicazioni i pretesti dei nazisti islamici. Quando glieli forniscono deliberatamente e gratuitamente sfiorano però l'ignominia.

P.S. Stesso approccio sul Periódico e su ABC (uno di sinistra e uno ufficialmente di destra).
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Basta non leggerlo. Non ci sentiamo più protetti adesso che David Irving è in galera. Affatto.

Le idee si combattono con altre idee: è un precetto assoluto del liberalismo moderno che non è, anche questo, relativizzabile.
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Il muro di Pechino. Due ottimi articoli sulla Cina oggi sulla stampa italiana. Non capita spesso. Il primo è di Christian Rocca al quale non è sfuggita la rilevanza del discorso pronunciato da Bush a Kyoto. Forse non è proprio un Mr. Hu, tear down this wall ma la linea è quella. Il secondo è di Stefano Magni che si occupa del sistema concentrazionario cinese al servizio della produzione.
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giovedì, novembre 17, 2005
Afghanistan, oggi.

Female candidates have triumphed in Afghanistan's parliamentary elections, with one bidding to become the new parliament's speaker.
After a delay in counting of more than a month, official results show women secured seats ahead of male candidates in a quarter of the 34 provinces, while in one a woman was outright winner.
Before September's parliamentary vote, the first for 30 years, there had been widespread predictions that, due to the conservatism of Afghan society, women would only gain seats through a quota system which automatically reserved 25 per cent of seats for them under the country's new constitution. But women won seats in their own right and will take up 68 of the 249 in the lower house when it convenes later this month.


Tutto questo non succede per caso.
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Involuzioni tocquevilliane. Si comincia realisti e si finisce bertinottiani o relativisti. Decisamente qualcosa non funziona.
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Tutto si tiene. Quello che mancava alla Spagna socialista versione 2.0 era il primo scandaletto di corruzione. Solo questione di tempo. Siccome questi signori sono abituati a bruciare le tappe, forse ci siamo già.
Risulta che la Caixa, la principale entità bancaria catalana, avrebbe condonato - non si capisce bene a quale titolo - un debito di 6,5 milioni di euro al Partido Socialista de Cataluña e uno di 2,7 milioni di euro ai suoi alleati di governo di Esquerra Republicana. Sicuramente l'operazione risponderà a criteri di legittimità e trasparenza ma il problema è che non è dato saperlo dal momento che né i dirigenti della Caixa né quelli dei partiti coinvolti si sono disturbati a dare spiegazioni. E pensare che sarebbe utile imparare a trattare con le banche ricavandone vantaggi economici visto che non sembra che il trattamento riservato ai potenti di turno dai banchieri di sempre sia equivalente a quello destinato a chi chiede un prestito o accende un'ipoteca per pagarsi la casa. Per capire quale sia il clima politico che circonda vicende come queste basti osservare che il segretario di quello che dovrebbe essere il principale partito di opposizione alla junta socialnazionalista della Generalitat - Convergencia i Unió - ha dichiarato che fatti del genere non interessano i cittadini. Meglio il silenzio, come sul tre per cento, come sul Carmel.
Non stupisce che dietro lo scandaletto emergano figure sinistre come quella del ministro di Industria Montilla, originario di Cordova ma convertito al catalanismo militante per convenienza politica, vero deus ex machina dell'OPA ostile di Gas Natural (controllata dalla Caixa) nei confronti dell'azienda elettrica Endesa. Il quadro assume ogni giorno contorni più definiti e inquietanti.
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Pubblicità liberale. L'hanno già fatto Christian Rocca e Pierluigi Mennitti ma per i più distratti ricordiamo che è uscito il numero di novembre di Ideazione. La sezione principale è dedicata alla crisi dell'Europa e, oltre a quello del sottoscritto sulla Spagna immersa nella notte dello zapaterismo, ospita tra gli altri gli articoli di Paola Peduzzi (Francia), Nicola Iannello (Europa dell'Est), Giuseppe Mancini (Turchia) e dello stesso Pierluigi Mennitti (Germania). Il resto lo lasciamo alla vostra curiosità. Sappiate che ne vale la pena.
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mercoledì, novembre 16, 2005
Parlare in Giappone perché la Cina ascolti. Nel corso del suo viaggio asiatico Bush visiterà Giappone, Corea del Sud, Mongolia e Cina. Ma fin dal primo discorso pronunciato a Kyoto il presidente americano ha fatto chiaramente intendere le sue priorità. Chi temeva un Bush morbido sul caso cinese dovrà ricredersi: le sue parole sono state un piccolo capolavoro di diplomazia e fermezza, condito da qualche affondo niente male. Bush ha riconosciuto il valore delle riforme economiche di Pechino ma lo ha subito messo in contrapposizione con l'assenza di progressi dal punto di vista delle libertà civili e politiche:

As China reforms its economy, its leaders are finding that once the door to freedom is opened even a crack, it cannot be closed.
As the people of China grow in prosperity, their demands for political freedom will grow as well.

I have pointed out that the people of China want more freedom to express themselves — to worship without state control — and to print Bibles and other sacred texts without fear of punishment. The efforts of China's people to improve their society should be welcomed as part of China's development. By meeting the legitimate demands of its citizens for freedom and openness, China's leaders can help their country grow into a modern, prosperous, and confident nation.


Ma il punto fondamentale del suo discorso, quello destinato a colpire nello stomaco i despoti cinesi, si chiama Taiwan:

The people of Taiwan for years lived under a restrictive political state that gradually opened up the economy. This opening to world markets transformed the island into one of the world's most important trading powers. Economic liberalization in Taiwan helped fuel its desire for individual political freedom because men and women who are allowed to control their own wealth will eventually insist on controlling their own lives and their future.
Modern Taiwan is free and democratic and prosperous. By embracing freedom at all levels, Taiwan has delivered prosperity to its people and created a free and democratic Chinese society.


Chi ha concepito quella frase - a free and democratic Chinese society - è un genio. Non esiste un'eccezione cinese, non ci sono scuse:

The advance of freedom in Asia has been one of the greatest stories in human history and in the young century now before us we will add to that story.

In the 21st century, freedom is an Asian value because it is a universal value. It is freedom that enables the citizens of Asia to lead lives of dignity. It is freedom that has unleashed the creative talents of the Asian people. It is freedom that gives the citizens of this continent confidence in a future of peace for their children and grandchildren. And in the work that lies ahead, the people of this region can know: You have a partner in the American government and a friend in the American people.


A Zhongnanhai dicono di no, ma il messaggio dev'essere arrivato forte e chiaro.

Ross Terrill intanto (non perdetevi mai i suoi articoli) fa il punto sulla tanto sbandierata - e temuta - ascesa cinese e sulle sue conseguenze per gli Stati Uniti: il secolo di Pechino oscurerà Washington? Calma e sangue freddo, suggerisce Terrill, la realtà è un'altra:

The US economy is seven times the size of China's and the Japanese economy is three times China's. Not least, China is a Leninist regime -- the kind that mostly went up in a puff of smoke 15 years ago.

Le ambizioni sono certamente quelle della superpotenza, ma da cosa dipende l'effettiva realizzazione di questo obiettivo?

But China also has two dubious goals. One is to replace the United States as the chief source of influence in East Asia. Hence Chinese efforts to drive a wedge between Japan and the United States and Chinese whispers in Australian ears that Canberra would be better off looking only to Asia and not across the Pacific. The other is to ''regain" territories that Beijing feels fall within its sovereignty. These include not only Taiwan but a large number of islands east and south of China and, eventually, portions of the Russian Far East to which Beijing has laid territorial claims in the past.
Whether Beijing can achieve these goals depends on how long its rigid political system can survive, and on the reaction of other powers to China's ambitions.


Sulla prima variabile:

China's economy may continue to grow at its present rate. Or China may retain its Leninist party state. But it can hardly do both. Either the economic or the political logic will soon gain the upper hand.


Sulla seconda:

The United States will not allow an authoritarian China to become the new world leader and has allies to call on. Japan's new assertiveness and India's weight are major factors. And should Beijing seek to pursue a Chinese version of the Monroe Doctrine in Asia, Washington could also count on Australia, Indonesia, and Vietnam for balancing weight.

Il dualismo possibile:

There are two Chinas, after all. A command economy that sags and a free economy that soars. A Communist Party that scratches for a raison d'etre and 1.3 billion individuals with private agendas. Being wary of authoritarian China yet engaging with emerging China is a reasonable dualism.

Conclusione rassicurante e condivisibile:

In Beijing, Shanghai, Xian, and Chongqing, on two recent visits, I found less talk of China being near to eclipsing the United States than I do on US campuses and in the US media. Overall, China may not be the new colossus it appears to its self-made foes or to distant lotus-eaters. A Leninist-ruled Chinese superpower eclipsing the United States is not on the horizon.

Occhi aperti, comunque.
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Si commenta da sola. L'ultima copertina di Der Spiegel. Dice: Gli eredi di Gandhi e Guevara. I pacifici rivoluzionari europei. Che Gandhi li perdoni.
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Smentita o ammissione? La stessa notizia riportata da Mario Sechi e da Repubblica. Se andate oltre il titolo capirete chi ha ragione (per chi non ne ha voglia, ha ragione Sechi).
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martedì, novembre 15, 2005
Venti minuti di odio. Premessa: Federico Jimenez Losantos è il conduttore del programma politico del mattino alla radiofonica Cadena Cope (la più autorevole - e quindi temuta - tra le sempre più rare voci di opposizione al governo Zapatero e ai socialnazionalismi autonomici); 20 Minutos è una pubblicazione gratuita di larga diffusione; Carlos Fanlo Malagarriga è - lo scopriamo oggi - un giudice del tribunale di Barcellona. L'11 novembre scorso compare nell'edizione catalana di 20 Minutos un editoriale del suddetto Fanlo diretto a Jimenez Losantos, nel quale tra l'altro si possono leggere le seguenti espressioni:

Sei, Federico, un bugiardo abietto.

Quelli di Terra Lliure ti spararono. Furono crudeli a ferirti nella gamba. Se avessero mirato al cuore, non ti avrebbero ferito perché non ce l'hai.

(Sei) la scoria di un giornalismo provocatore e cainita.

Se ti avessi chiamato ladrone e lo fossi, non mi succederebbe nulla perché sarebbe vero: anche quello che ho detto lo è, però se glielo spiattelli in faccia a un figlio di puttana, ti condannano, anche se sua madre è la peripatetica più famosa del paese.


E così via. Chi ha scritto questa istigazione all'omicidio lo ha fatto perché sicuro dell'impunità. Lo ha fatto perché sa benissimo che nell'attuale clima politico catalano non solo gli eccessi verbali gli sarebbero stati perdonati ma sarebbero stati perfino applauditi da molti. Lo ha fatto perché sa che i non allineati oggi in Spagna sono automaticamente considerati facha, e come ci insegna la vulgata dell'estremismo uccidere un fascista non è reato. Se invece che a un giornalista liberale queste minacce fossero state rivolte a uno degli addetti stampa dell'intelligentsia progre, adesso avremmo il Congresso ingolfato dalle interrogazioni e dalle mozioni parlamentari di condanna. Trent'anni fa moriva Franco. Settant'anni fa cominciava la guerra civile. La Spagna è di nuovo un campo di battaglia. Per ora non si segnalano spargimenti di sangue.
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Un passo avanti, due indietro. Questa settimana il Partito Comunista Cinese commemorerà il novantesimo anniversario della nascita di Hu Yaobang, la cui morte fu il detonante delle proteste di piazza Tiananmen. Joseph Kahn spiega cosa c'è e soprattutto cosa non c'è dietro questa mossa annunciata da mesi.
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Get real/2. I gemelli (hanno un nome ma li definiremo così per comodità) si sentono chiamati in causa dal post su Rummel di ieri. Fanno bene, non solo perché sicuramente sono tra gli ottimi blog italiani di cui parlavamo, ma anche perché nella loro appassionata difesa dei principi del realismo tendono a commettere l'errore che imputano ad altri: quello di non tenere conto della realtà, confermando in questo modo la tesi di Rummel (e di molti altri, tra cui modestamente anche chi scrive). Senza nessuna intenzione polemica (anche se associare l'idealismo democratico a quello - supposto - leniniano per poi accusare gli idealisti di fanatismo è espediente troppo facile per essere preso sul serio) proviamo a confutare alcuni punti del loro ragionamento.
Innanzitutto il concetto di idealismo tratteggiato dai gemelli non ha niente a che vedere con l'idealismo applicato alla realtà di cui parlava Rummel: dire che l'idealista continua a sostenere le proprie posizioni a dispetto della realtà e della storia è un falso clamoroso. E' proprio partendo dall'analisi della realtà che ha preso le mosse l'idealismo democratico dei neoconservatori e dell'amministrazione Bush: la realpolitik ha fallito in medioriente, nessuno degli obiettivi di stabilità e sicurezza che i realisti si proponevano è stato raggiunto, l'11 settembre ha spazzato via l'illusione. Get real. Dalle società chiuse nascono ideologie di morte, la nostra sicurezza dipende dalla libertà altrui. Non è solo un obiettivo nobile espandere la democrazia dove non c'è, è anche e soprattutto funzionale ai nostri interessi. Più realisti di così, impossibile.
Secondo i gemelli sarebbe l'idealismo e non il realismo a favorire lo status quo in quanto il primo sosterrebbe sempre e comunque la superiorità della pace sulla guerra, prefendo una pace ingiusta a una guerra giusta. Forse stiamo parlando di due cose diverse ma più che di idealismo democratico ci sembra che qui si stia definendo il pacifismo ideologico. Come i gemelli sanno, nulla di più lontano dalle nostre posizioni. Nell'esportazione della democrazia anche attraverso la guerra (quando necessario e inevitabile) c'è la risposta a questa descrizione pittoresca dell'idealismo: la dottrina Bush è la smentita più evidente del postulato secondo cui l'idealista (forse quello caricaturale, non certo quello vero) predilige una pace ingiusta. L'accusa si può rispedire al mittente, è il realista semmai che deve spiegare perché troppe volte le sue posizioni si sono avvicinate a quelle dei fanatici della stabilità a tutti i costi e del no alla guerra senza se e senza ma. Francamente non si capisce da dove i gemelli traggano una conclusione così facilmente contrastabile. Quanto alla superiorità della pace sulla guerra: è indubbio che una pace giusta, cioè una pace nella libertà e nel rispetto dei diritti umani, dovrebbe essere l'obiettivo principale di ogni democratico degno di questo nome, meglio ancora di ogni realista democratico.
Poi i gemelli entrano nel merito e qui sprofondiamo tutti nel terreno delle opinioni. Il problema però è che partendo da premesse esclusivamente teoriche si rischiano conclusioni azzardate, come già visto. Sui punti principali:
- il terrorismo non è la più grande minaccia alla sicurezza del mondo, sostengono i gemelli, piuttosto teniamo d'occhio la Cina. Chi ci segue sa quanto qui si consideri il regime di Pechino un potenziale pericolo. Ma non combattere il terrorismo (nessuna crociata) in attesa che i cinesi ci attacchino è quantomeno irresponsabile. E' un fatto che né l'11 settembre né le decine di attentati che lo hanno preceduto e seguito siano stati portati a termine da Pechino. Prima di combattere il nemico che ci sarà, vediamo di non farci far fuori da quello che c'è già.
- il vero pericolo sono gli stati rivali, aggiungono, non la pirateria del XXI secolo. Ma il terrorismo, proprio come la pirateria, è l'arma con cui gli stati rivali fanno la guerra a quelli che considerano i loro nemici. E qui torniamo alla premessa fondamentale: la guerra al terrorismo e l'espansione della democrazia sono due facce della stessa medaglia proprio perché mirano a sradicare la minaccia dalla base, eliminando le sue cause ideologiche. Se il vero pericolo sono gli stati rivali, la risposta è il cambiamento dei regimi che reggono quegli stati. Per parafrasare i gemelli, sconfitti gli avversari, per il terrorismo non ci sarà scampo. Ancora una volta la dottrina Bush interpreta correttamente la realtà e mette a punto una risposta, ancora una volta il realismo degli idealisti ha la meglio sull'idealismo dei realisti.
- i gemelli se ne rendono conto e partono al contrattacco ma non fanno altro che spostare il problema: inutile sconfiggere l'Iran se non si rende inoffensiva la Cina. Suggestiva tesi ma siamo sicuri che se domani Bush abbandonasse la democratizzazione del medioriente per invadere la Cina i gemelli sarebbero i primi a chiedersi se il presidente è impazzito.
- ma il terrorismo è creato dalle dittature? Sì e no, concedono i gemelli: per esempio la Cina non crea terrorismo. Ma non si era appena detto che tutto cominciava a Pechino? La contraddizione è ben evidenziata dal fatto che i gemelli sono subito costretti a rifugiarsi nella retorica del perfetto pacifista occidentale e prendere a prestito Robert Pape per suggerire che il terrorismo potrebbe essere creato dall'occupazione straniera: però su questo preferiamo pensare di non aver capito bene la loro posizione e passare oltre, non senza aver sottolineato ancora una volta come la strada del realismo sia costellata di buone intenzioni e di cattivi incontri.
- i gemelli continuano affermando che la tesi secondo cui le democrazie non si fanno guerra tra loro è una grande bufala e per dimostrarlo, non trovando di nuovo appigli nella realtà, citano esempi di periodi storici in cui governi non democratici non si sono fatti la guerra. Ma cosa c'entra? La storia è piena di esempi di dittature che si sono attaccate tra loro o che hanno attaccato democrazie ma non vi è un solo esempio di una democrazia che abbia mosso guerra contro un'altra. Si può speculare quanto si vuole che sia stata la presenza dell'URSS a far sì che l'America non invadesse la Francia ma i fatti parlano chiaro: non è mai successo. Non tenerne conto, per chi fa del realismo una filosofia di vita, è piuttosto curioso. Ci risiamo: la storia è nuovamente dalla parte dei sostenitori della pace democratica, mentre fa a pugni con le teorie dei suoi detrattori.
In conclusione, Rummel ha ragione: i cosiddetti realisti sono sempre più lontani dalla realtà.
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lunedì, novembre 14, 2005
Get real. Quello del professor Rummel è un blog imprescindibile per chiunque creda nel potere rivoluzionario e pacificatore della democrazia e della libertà. C'è gran confusione sotto il sole del realismo e dell'idealismo: anche su ottimi blog italiani si sono lette dotte disamine dei due fenomeni che avevano però il difetto di rimanere sul terreno della dottrina e di non scendere in quello della politica. Errore fatale. Oggi Rummel ribadisce una tesi assai cara a chi scrive: i veri realisti sono i cosiddetti idealisti e l'unico realismo possibile consiste nell'espansione della democrazia:

Most of the media people and commentators have been educated into realism—it is the dominant set of ideas in political science and international relations—and to be suspicious of any highflying proposals. They naturally see the call for ending tyranny as idealistic. Thus when you read that Bush is idealistic, understand that this is a complement with the back of the hand.
However, the most thorough research that any idea in international relations has ever received shows that the realistic one is Bush and his forward Strategy of Freedom, and that the realists if they have their way, will not free us from the historical cycle of war and peace. Realism, which has been practiced in Europe since 1648 and the creation of the modern state system and up until all Europe became democratic and unified, was in practice nothing but war by other means until the next round of war.
Realists must come to understand that the real realists are the so-called idealists, and the real idealists are the realists. You know, the realists have their heart in the right place, but . . . (eyes rolling skyward). In other words, get real.
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La natura della Repubblica Islamica. Ma non ci avevano spiegato che le parole di di Ahmadinejad dovevano essere lette nel contesto della lotta politica interna all'Iran e che Khamenei avrebbe messo le cose a posto? E infatti:

Last week, however, Iran's "Supreme Guide" Ali Khamenehi, the nation's ultimate decision-maker under the Khomeinist Constitution, not only gave his ringing endorsement to Ahmadinejad's remarks, but went further by offering his "vision for Palestine."
Addressing a congregation at the end of Ramadan, Khamenehi said Iran rejected the two-states formula proposed by the US, and would fight for the creation of a single state encompassing Israel and the Palestinian territories. In such a state, power would be in the hands of Muslims, although some Jews would be allowed to remain, under unspecified conditions.

Son tutti esperti ormai.

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Queste non valgono? Sempre per rimanere in tema, non è che in Iraq non si trovi proprio niente:

The US has revealed that it removed more than 1.7 metric tons of radioactive material from Iraq in a secret operation last month.
"This operation was a major achievement," said US Energy Secretary Spencer Abraham in a statement.

He said it would keep "potentially dangerous nuclear materials out of the hands of terrorists".


Attendiamo documentario confezionato dagli esperti in armi di distruzione di massa della redazione di Rainews.
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Il contrattacco/3. La tanto attesa reazione dell'amministrazione Bush segue di pochi giorni la pubblicazione del lungo articolo di Norman Podhoretz sulle menzogne di quelli che dicono che Bush ha mentito. Ogni tanto è utile ordinare idee e argomenti: lettura obbligatoria.
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Il contrattacco/2. Alla Casa Bianca devono aver cominciato a leggere i blog. Questa idea di rispondere punto per punto alla carta stampata è ottima. Non si capisce perché abbiano aspettato tanto. (Via Instapudit).
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Amigos para siempre. Intanto continua vento in poppa la costruzione dell'alleanza di civiltà. Questa volta il civile di turno è il dittatore cinese.
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Facili entusiasmi. E' bello vedere un milione di persone in piazza contro l'ennesima aberrazione poli