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mercoledì, luglio 27, 2005
Salvo imprevisti, le trasmissioni riprenderanno verso fine agosto. Riposatevi.
martedì, luglio 26, 2005
Bugs Bunny. Una decina di giorni fa un incendio ha bruciato 12.000 ettari di bosco nella zona di Guadalajara. E' stata la più grave catastrofe ecologica mai verificatasi in Spagna. Roba al cui confronto il caso-Prestige sparisce dall'orizzonte. Undici persone sono morte mentre cercavano di estinguere le fiamme. La giunta socialista della regione Castilla-La Mancha è sotto accusa per negligenza e ritardo nella richiesta di soccorsi. L'assessore all'ambiente ha presentato ieri le dimissioni. Insomma un caso nazionale. Ma non per Zpaz. Il giorno dei funerali degli undici lavoratori deceduti in servizio lui era in Cina a fare riverenze ad Hu Jintao e ad assistere all'esibizione del Real Madrid allo stadio di Pechino. A prendere fischi (sì, hanno preso fischi) ci ha mandato la vicepresidente, il ministro dell'ambiente e quello della difesa. Poi, domenica scorsa, Zpaz si è presentato nella zona del disastro senza aver annunciato la visita. Si è fatto riprendere dalle telecamere mentre abbracciava il presidente della regione e non ha preso fischi perché non c'era nessuno. Nessuno lo sapeva. Donde estás?, gridavano i familiari delle vittime durante il funerale. Stava in Cina, allo stadio. Zapatero ha fatto come Aznar nella crisi del Prestige: è scappato. La differenza? Che Aznar è stato condannato da stampa e opinione pubblica, Zapatero assolto nell'indifferenza. Oggi bambi, ma sarebbe meglio dire bugs bunny, ha dato un bel ricevimento alla Moncloa e ha sistemato tutto: tanto si va in vacanza e chi si ricorda. La ministra Narbona ha dichiarato che non c'era niente da fare e che la responsabilità è del cambio climatico. Nell'ultimo fine settimana le autostrade spagnole erano intasate di auto: il cambio climatico ha fatto uscire tutti di casa, non c'era nulla da fare per prevenire le code chilometriche. Fa troppo bello in Spagna. Troppo bello.
La realtà capovolta. Occhio al sondaggio del Guardian:
Hundreds of thousands of Muslims have thought about leaving Britain after the London bombings, according to a new Guardian/ICM poll. The figure illustrates how widespread fears are of an anti-Muslim backlash following the July 7 bombings which were carried out by British born suicide bombers. Tradotto: i musulmani vogliono abbandonare l'ostile Gran Bretagna. Ma vi rendete conto? lunedì, luglio 25, 2005
Il treno verso casa. Se autentico, questo è un documento straordinario. All'inizio di maggio la ONG giapponese RENK (Rescue the North Korean people) riesce a far entrare un nordcoreano dotato di videocamera in un vagone del treno Chongjin-Shinuiju. L'uomo realizza clandestinamente un'intervista con un soldato dell'esercito di Pyongyang rimandato a casa per le sue precarie condizioni di salute. La diagnosi: malnutrizione. Ricoverato in ospedale da tre anni, il giovane diciannovenne sta andando a morire nel suo villaggio natale:
When our interviewer asks, “Have you eaten?” the low rank soldier answers, “Even if I did eat, I cannot digest. My intestines do not work.” Nell'esercito non c'è cibo, rivela il soldato: They do not even have pickled foods (in the military). We carry around salt in our pocket to eat and even that we do it in secret. Domani a Pechino ricominciano i colloqui a sei sul nucleare senza troppe speranze di giungere ad una soluzione definitiva. La Corea del Nord manda segnali distensivi a Washington e sembra sulla strada di ottenere quel che vuole: normalizzazione delle relazioni ed energia. Vedremo se Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud ripeteranno l'ingenuità di credere alle promesse di Kim. Il regime ostenta sicurezza ma è più debole che mai: non è in grado di nutrire nemmeno l'esercito e solo la più spietata repressione ha impedito finora la sua implosione. Il cavallo di Troia resta la questione dei diritti umani e a costo di far fallire le negoziazioni dovrà essere messa sul tavolo. Non farlo si tradurrebbe non solo in una capitolazione morale ma anche in un disastroso errore strategico. Non esiste via d'uscita dal problema nucleare con Kim al potere e questi colloqui rischiano di essere solo l'ennesima boccata di ossigeno per Pyongyang. Sharansky lo sta denunciando da tempo. Un accordo con il Gulag-State sarebbe la peggiore delle sconfitte diplomatiche perché verrebbe rispettato da una parte sola, costringerebbe la comunità internazionale a dipendere dall'umore del Caro Leader per i prossimi decenni e consegnerebbe ventidue milioni di anime ai tempi supplementari della schiavitù. A meno che i nordcoreani siano figli di un dio minore dobbiamo a tutti loro lo stesso impegno solenne che ispira la democratizzazione del medioriente: non siete soli. Isolare Kim, minarne il regime e allo stesso tempo nutrire la popolazione. Da Cina, Russia e Corea del Sud non ci si può attendere nulla del genere, dagli Stati Uniti sì. Zimbabwe: provincia cinese. Ormai è un protettorato di Pechino con il beneplacito di Mugabe e l'aiuto degli utili idioti europei.
Un estratto di involontaria ironia: In a meeting last month, China and Zimbabwe signed a letter of intent to cooperate in law enforcement and the judiciary. Atop the list is a plan for China to train Zimbabweans in managing prisons. "They have a fairly advanced prison system," Zimbabwe's justice minister, Patrick Chinamasa, said. "We would also want to tap into that expertise." Domani Vattimo ci fa un editoriale.
Nel silenzio generale. Proteste contro il terrorismo in Egitto: i bloggers in prima linea. Anche qui.
Blog e giornalismo. Oggi la sezione esteri di TocqueVille è la migliore di tutte le testate europee. Non che ci voglia molto ma vale davvero la pena dare un'occhiata.
Terrorismo: non dimenticare i russi. Qui di solito si è in disaccordo con le analisi di Poganka ma non stavolta.
Intellettuali di sinistra. Non c'è legge dei vent'anni che tenga. Pare che Gianni Vattimo abbia scritto una cosa su Chávez che non vi potete proprio perdere. Appena troviamo un link ve la regaliamo. Leggetela prima di mangiare, però. Eccola:
"E io scelgo la democrazia di Chavez" di Gianni Vattimo RIMBAMBIMENTO senile ormai neanche tanto anticipato? Oppure desiderio di rimanere, pateticamente e a tutti i costi, «giovane con i giovani», come dice qualcuno degli amici che si impegnano a «salvarmi da me stesso»? Insomma, il fatto è che ho partecipato alla «Prima settimana internazionale di filosofia del Venezuela» svoltasi a Caracas sotto gli auspici del Ministero della Cultura venezuelano, ossia del governo Chavez. Non solo: ho partecipato a una trasmissione televisiva, Alò Presidente, nella quale Hugo Chávez, che ha parlato e dialogato con il pubblico per sei ore e mezzo, come fa ogni domenica, mi ha ascoltato e risposto per alcuni minuti, mi ha stretto la mano e anche, a fine trasmissione, abbracciato come un amico. Non so se - si licet - quando Sartre e Simone de Beauvoir andavano in Cina, per poi tornarne entusiasti, incontravano in questo modo il presidente Mao. Il mio entusiasmo per Chávez si può descrivere in modesta analogia con il loro caso. La De Beauvoir tornava a Parigi annunciando che finalmente le donne cinesi erano libere e riconosciute nei loro diritti, Sartre si dedicava alla diffusione militante di La cause du peuple. Del resto, io e vari miei amici «maoisti», e «basagliani» e foucaultiani dell'epoca, progettavamo, più o meno realisticamente (soyez réalistes, demandez l'impossible) un viaggio in Cina per verificare che là non esistevano pazzi e manicomi: in una società davvero socialista e libera dai tabù della famiglia (la «fabbrica della follia» come la chiamavano Laing e Cooper), la follia non doveva piu esistere. Dunque, mi conosco ormai bene, so che mi entusiasmo facilmente e potrei prendere un (altro) abbaglio. Ma ho già elaborato anche una risposta a questa obiezione. Le scelte politiche, anche le più moderate e «riformiste», non sono mai completamente aliene da un qualche presupposto mitico, che costituisce l'elemento utopico di ogni progetto di società. Non solo: soprattutto le scelte «rivoluzionarie» o semplicemente innovative appaiono necessariamente meno «ragionevoli» nel senso della razionalità formale weberiana, che conta su uno sfondo di «pregiudizi» o di miti già stabiliti e che dunque si presenta con una fisionomia più logica. Io sono arrivato a Caracas con una conoscenza superficiale del progetto di «rivoluzione bolivariana» di Chávez, e anche con un certo grado di diffidenza: si tratta pur sempre di un militare, un caudillo ispano-americano tradizionale, amico di Castro (il persecutore dei gay cubani!), che si mantiene al potere spendendo i suoi petrodollari in iniziative demagogiche che gli assicurano, anzi acquistano, il favore delle masse. D'accordo. Ma se la scelta è tra la democrazia imperfetta europea e nordamericana, ormai soffocata dal peso del denaro che domina le campagne elettorali, e la democrazia imperfetta di Chávez e di Castro (anche di quest'ultimo, le cui violazioni dei diritti umani sono largamente spiegabili con la povertà della sua isola e gli effetti del blocco economico che subisce da vent'anni), scelgo quest'ultima, in nome della solidarietà con i più deboli e dello sforzo, che vedo qui all'opera, di costruire una società più giusta, anche se spesso non più ricca. I venezuelani che hanno sostenuto Chávez nell'ultimo referendum (si trattava di decidere se dovesse dimettersi, come prevede la loro costituzione a certe condizioni) erano certamente i più poveri, non la classe medio-alta che ha tentato in tutti i modi di liberarsi di lui. Sono i poveri dei barrios dove operano i ventimila medici cubani inviati da Castro in cambio di petrolio, e gli altrettanti maestri elementari che conducono, con buoni risultati, una capillare campagna di alfabetizzazione di cui giustamente Chávez è orgoglioso. Si aggiunga che, nonostante la pressione dell'opposizione, Chávez non ha finora mai difeso il suo potere con metodi violenti o anche solo polizieschi, e che la sua rivoluzione è rispettosissima dei diritti civili che tanti dittatori sudamericani amici dell'Occidente hanno sempre violato impunemente. Chi va nelle librerie o nei chioschi trova soprattutto testi e riviste sfavorevoli a Chávez, che circolano liberamente e che sono di sicuro preferiti dalla agguerrita opposizione. Chávez parla a ragion veduta non di rivoluzione democratica, ma di democrazia rivoluzionaria: non si limita a voler instaurare la democrazia «formale» che Bush impone con i bombardamenti all'Iraq, pensa anche a creare le condizioni che rendano tutti i venezuelani capaci di utilizzare lo strumento della libertà di opinione, di stampa, di voto. So bene che questa distinzione tra democrazia formale e democrazia sostanziale è andata fuori uso nel nostro linguaggio politico: troppo pericolosamente disattenta alle libertà individuali, troppo «comunista» e tollerante nei confronti della «dittatura del proletariato» che diventa poi una definitiva dittatura sulla società intera, proletari e non. Molto bene: ma non dovremmo allora cancellare dalla nostra mitologia fondativa la Rivoluzione francese o quella americana (non parliamo di quella sovietica)? L'una e l'altra non si limitarono certo a «eleggere» (e con quali regole, poi?) una assemblea costituente, si conquistarono anzitutto il potere di fondare nuove istituzioni, legittimandosi a posteriori con la ragionevolezza delle loro leggi e delle loro strutture «formali». Come abbiamo potuto pensare, davanti allo spettacolo delle spietate dittature latinoamericane, che il progresso democratico dell'America Latina potesse realizzarsi solo applicando le regole delle nostre (vecchie e asfittiche) democrazie? Altro che il mio cieco entusiasmo di fronte a Chávez; questa era una cecità molto più grave e certo non sempre ingenua. La radicalità della rivoluzione bolivariana di Chávez, in ogni caso, non prevede una presa violenta del potere, che del resto possiede legittimamente; anzi finora ha respinto le iniziative della controrivoluzione con il solo strumento elettorale e del consenso popolare. È molto probabile che, con l'integrazione «globale» in cui viviamo oggi, neanche la Rivoluzione francese sarebbe più possibile: Luigi XVI e Maria Antonietta riceverebbero certamente l'aiuto dei paesi fratelli (Budapest e Praga insegnano!). Ma è proprio sull'integrazione che, se capisco bene, Chávez conta. Forse gli Stati Uniti potrebbero invadere il Venezuela, se si spingesse troppo avanti sulla via di un qualche castrismo. Non potranno però fare molto di fronte a un'America Latina - anzitutto Venezuela, la povera Cuba, Brasile, Colombia, Argentina, Uruguay, Cile - quando si unissero per passare finalmente dalla loro democrazia formale a quella sostanziale, cioè alla realizzazione del progetto «fame zero» di Lula, che difficilmente potrà giungere a buon fine senza toccare le strutture capitalistiche e neocoloniali di quelle società. Su questo punto decisivo, Chávez ha oggi molto da insegnare anche a noi europei. Le sottolineature sono nostre. Pubblicato da La Stampa di Torino. (Grazie a Martino).
La guerra civile occidentale. Bentornato Umberto.
L'errore multiculturale. Spiegato da Irwin Stelzer sul Weekly Standard ed egregiamente riassunto da Harry sul suo blog.
domenica, luglio 24, 2005
Crederci. In una domenica come questa forse vi aspettereste commenti d'altro genere. Ma oggi è il suo giorno. Lance Armstrong è il ciclista perfetto e ha compiuto un'impresa che nessun altro potrà mai ripetere. Quando i francesi, che non l'hanno mai amato, gli hanno concesso il microfono, lui l'ha usato per dire una cosa così bella da dare i brividi:
Infine, l'ultima cosa che voglio dire è per le persone che non credono nel ciclismo - i cinici, gli scettici - mi dispiace per voi. Mi dispiace che non possiate sognare in grande e mi dispiace che non crediate nei miracoli. Crederci. Sognare in grande. Non rassegnarsi. Semplicemente umano. sabato, luglio 23, 2005
Altre detenzioni di dissidenti a Cuba. Tra gli arrestati c'è Marta Beatriz Roque, della Assemblea per la promozione della società civile. Ieri gli squadristi di Castro hanno circondato le case di decine di oppositori per impedire loro di partecipare ad una manifestazione convocata sotto l'ambasciata francese a L'Avana. Il regime puzza di marcio.
La guerra a tutto campo. Stanotte i nazisti hanno bombardato Sharm. Oltre settanta morti negli hotel e nel bazar.
venerdì, luglio 22, 2005
La progresía. El Periódico de Catalunya oggi titolava così.
P.S. Anche questo è in gara per la bestialità della giornata.
Dittatori e utili idioti/2. Sembra una barzelletta ma non lo è. Zapatero ringrazia i cinesi per l'entusiasmo dimostrato per il suo progetto (scusate la parola) di alleanza di civiltà (quello che l'ONU ha affidato a un implicato nello scandalo Oil for Food). L'alleanza per la difesa della dignità umana si arricchisce così di un altro pilastro dopo Venezuela, Cuba e Marocco. Ma lo statista della Moncloa non si ferma qui: eccitato dalla presenza dei membri del Politburo afferma che nonostante le differenze «è enormenente più grande e più forte ciò che ci unisce» e che entrambe le nazioni coincidono nella volontà di «edificare ponti verso le altre culture». La Cina in particolare ne sta costruendo uno bello grosso in direzione Taiwan. Stasera bambi torna a casa dopo aver trasmesso la sua ansia infinita di pace anche ai tiranni di Pechino.
Ma ci rendiamo conto? Magdi Allam - che Allah ce lo conservi - dedica parole come pietre ai responsabili di quella che chiama senza mezzi termini la resa agli integralisti e ai terroristi. Se stesse parlando della Spagna di Zapatero nessuna sorpresa. Il fatto è che si riferisce alla Gran Bretagna di Blair, il più grande alleato dell'America nella guerra contro il terrorismo, l'uomo che insieme a Bush meglio ha saputo definire la natura del conflitto in corso. Blair è già nella storia e il suo discorso sull'ideologia del male è stato meraviglioso ma in questo caso ha ragione Allam: la risposta politica agli attentati del 7 luglio semplicemente non si è vista. Invitare a Downing Street non meglio precisati esponenti delle comunità islamiche quattro giorni dopo che in nome dell'Islam sono state ammazzate 52 persone è certamente un gesto nobile dal punto di vista umano ma inutile o controproducente da quello politico:
Ma ci rendiamo veramente conto di quello che stiamo combinando? Stiamo legittimando il doppio binario giuridico in seno allo Stato di diritto, la legge ordinaria per gli autoctoni e la sharia per i musulmani. E' mai possibile che i musulmani per condannare il terrorismo, il massacro indiscriminato di innocenti, i kamikaze di Bin Laden, debbano obbligatoriamente far riferimento e trarre una legittimità dal Corano? Chi ha detto che i musulmani non debbano invece, al pari di tutti gli altri cittadini, far riferimento alle leggi dello Stato laico e al sistema di valori fondanti della civiltà umana che salvaguardano la sacralità della vita di tutti? E che cosa accadrebbe se in un domani, sempre facendo riferimento al Corano, gli stessi barbuti di Londra e Madrid dovessero sentenziare diversamente da quanto prescrivono le nostre leggi e contemplano i nostri valori? Intanto noi oggi, plaudendo alla loro condanna del terrorismo nel nome del Corano, li abbiamo già legittimati come referenti giuridici, abbiamo attribuito loro un potere che abbraccia la sfera della rappresentatività religiosa e politica. Nelle intenzioni di Blair c'era probabilmente la volontà di isolare i radicali dal resto della comunità musulmana. Ma che messaggio è emerso da quell'incontro e dalla fatwa anti-attentati dei cinque pachistani davanti a Westminster? Che il potere democratico è debole, che non controlla la situazione, che ha bisogno di un consenso esterno per legittimare le proprie azioni. Blair saprà riscattarsi, ne siamo sicuri, ma stavolta si è nascosto. giovedì, luglio 21, 2005
Londra, ancora esplosioni. Tre stazioni della metropolitana evacuate. Il 7 luglio morirono 52 persone (più i quattro terroristi). Forse coinvolto anche un autobus. Ci risiamo?
Per quel che si sa, sembra un attacco fotocopia di quello di due settimane fa: quattro bombe esplose, tre nel metro, una su un bus di linea. Con la differenza che l'impatto è stato molto meno drammatico. - Gli aggiornamenti su Wikipedia. Cronaca in tempo reale su Europhobia e su Counterterror. - Prime indiscrezioni: forse sono esplosi i detonatori e non le bombe (non sappiamo se tecnicamente la cosa abbia un senso); l'imperizia di chi ha condotto gli attacchi farebbe pensare ad un qualcosa di diverso dal 7 luglio anche se la scelta degli obiettivi è speculare. Ma sono illazioni. - Ha parlato Blair dicendo in sostanza di stare calmi. E' una parola. Si parla di arresti vicino a Downing Street e al Ministero della Difesa ma è tutto ancora confuso. L'unica cosa certa è che Londra è stata attaccata per la seconda volta in quindici giorni e che queste due settimane sono passate senza risposte politiche forti. - Due arresti, altri in fuga. La giornata non sta andando come i bastardi speravano. - Si può parlare di tentata strage. Mario Sechi (da TocqueVille) riassume l'ipotesi prevalente nelle ultime ore: quella dell'atto emulativo compiuto da simpatizzanti di Al Qaeda. Nel caso invece fosse la seconda cellula di cui si è discusso a lungo nei giorni scorsi, vorrebbe dire che sono messi proprio male. - L'esplosivo è lo stesso del 7 luglio, pare.
Dittatori e utili idioti. Sempre in attesa di ricevere una chiamata da Washington (che non arriverà), Zapatero si consola con la tappa cinese del suo tour di promozione dell'alleanza di civiltà (ecco le ultime esaltanti novità). Dopo Chávez effettivamente non poteva mancare il Partito Comunista Cinese al quale il nostro ha reso omaggio con parole di ammirazione e rispetto. E come poteva essere altrimenti, mica incontrava quel criminale di Bush... Zapatero ha voluto sottolineare che i suoi predecessori nell'incarico tardarono molto di più a visitare «la grande Cina moderna che si sta trasformando in una grande potenza». Baci, abbracci, cotillons e venti Airbus. Diritti umani ovviamente nada. Rovinavano la festa. Momento clou del ricevimento: il primo ministro cinese fa le condoglianze per la morte di undici pompieri nell'incendio di Guadalajara, bambi risponde ricordando una ventina di minatori morti nello Shaanxi ad inizio settimana. Di minatori ne muoiono cento alla settimana grazie al lavoro schiavistico cui il governo cinese li costringe. Ma Zapatero questo non lo sa. E poi la festa doveva continuare. Pagliaccetto.
mercoledì, luglio 20, 2005
Dittatori e tecnologia. Anne Applebaum sul controllo cinese del web con la complicità delle industrie americane. Phastidio completa l'informazione e conclude che mercato e democrazia non vanno necessariamente insieme. La questione è la definizione di mercato se applicata ad una realtà di quel tipo: in Cina c'è un capitalismo guidato dallo stato, non il libero mercato. Non è solo un problema di filtri, si spiega qui: Internet è per il regime uno strumento di propaganda dall'enorme potenziale.
El pueblo unido. Problemini per Chávez.
martedì, luglio 19, 2005
No breaking news. Akbar Ganji sta morendo in una prigione iraniana. Fa parte di quei musulmani la cui sorte non suscita sdegno o commozione. Sono i desaparecidos della musulmanità:
The elected Government in Iraq, the Shia majority, the new fact of Kurdish rights in that country, don’t count. All these peoples are de-Muslimified for the purposes of victimology. And that happens because they simply don’t fit the narrative. The Sunnis of Iraq are imagined to be “us”, but the Shia and the Kurds aren’t. The bombed villagers of Afghanistan are “us”, the liberated women aren’t. The Kosovan Muslims aren’t, either, though you can bet they would have been had Nato not intervened to save them. As it is, they too have disappeared from Muslimhood. Update. Ganji è stato trasferito in ospedale.
Srebrenica: Bettiza ci dà ragione. E' bello ogni tanto coincidere con chi ne sa di più:
Ma dove stava la vera vergogna e la vera colpa storica dell'Occidente, oltreché per le fosse di Srebrenica, per la tabula rasa di Vukovar, per l'assedio con cecchinaggio di Sarajevo, per i bombardamenti dell'inerme Dubrovnik e, più in là, del tentato e fallito assalto serbo contro un milione e passa di albanesi del Kosovo? Stava, anzitutto, nel volontario strabismo di valutazione con cui le diplomazie occidentali avevano cercato di spiegare e giustificare il loro immobilismo di fronte al disfacimento dell'ex Jugoslavia. Stava nell'uso errato ma astuto della parola «guerra». Stava nell'abuso del concetto di «guerra civile». Stava insomma nella presunta simmetria bellicista e fratricida che artatamente le maggiori potenze occidentali, onde evitare la nettezza di un giudizio troppo coinvolgente, avevano voluto addossare a tutte le etnie, la confessioni, le repubbliche che costituivano la Federazione titoista. Si era voluto credere e far credere che quello non era un conflitto d'aggressione unilaterale, ma un conflitto intrecciato, di tutti contro tutti; uno scannamento a responsabilità ataviche paritarie; croati contro serbi e viceversa, serbi bosniaci contro musulmani bosniaci e viceversa, serbi contro islamici kosovari e viceversa. La verità era però un'altra. All'inizio della dissoluzione dello Stato multietnico jugoslavo non c'era alcun prodromo di guerra civile. C'era soltanto il progetto di predominio sulle repubbliche più deboli da parte della repubblica più forte, più popolosa, più intimamente legata alla gestione autoritaria delle forze armate, più padrona degli apparati della polizia comunista Udba, più predisposta e meglio attrezzata all'avventura egemonica anche violenta: cioè la repubblica di Serbia. Quasi le stesse parole.
Westmoreland. Questa frase pronunciata negli ultimi anni della sua vita ci sembra una lucida descrizione dei fatti:
The silver-haired, jut-jawed officer, who rose through the ranks quickly in Europe during World War II and later became superintendent of West Point, contended the United States did not lose the conflict in Southeast Asia. "It's more accurate to say our country did not fulfill its commitment to South Vietnam," he said. "By virtue of Vietnam, the U.S. held the line for 10 years and stopped the dominoes from falling."
Stato di diritto? Questo è quel che succede quando si giudicano gli islamofascisti come se fossero ladri di biciclette.
L'Eurabia dopo Londra. Articolo di Stefania Lapenna sulla più bella rivista americana online.
lunedì, luglio 18, 2005
All'inferno e ritorno (chi può). Ultimamente l'ingresso in Corea del Nord si è fatto meno complicato per alcuni giornalisti occidentali. Ovviamente la loro libertà di movimento è nulla ma l'occasione per osservare di persona una realtà sconosciuta è comunque ghiotta. A meno di non sprecarla. Nick Kristof si trova attualmente a Pyongyang dove ha passato i primi cinque giorni a riprendere con la sua cam digitale la Torre della Juche, uno spettacolo teatrale e un piatto di noodles. E va be', doveva ambientarsi. Finalmente ieri ha mandato un pezzo al NYT in cui dice che quella del crollo del regime è una speranza vana e ripete il più ricorrente refrain del giornalista occidentale in visita turistica dentro uno stato totalitario, quello secondo cui il popolo crede davvero che il dittatore sia un dio e lo venera con convinzione. Kristof riconosce che questo potrebbe essere dovuto all'isolamento totale cui i nordcoreani sono sottoposti da decenni ma cionondimeno trova il modo per far ricadere la colpa sul suo vero obiettivo, GWB. L'articolo quindi continua come era cominciato, deboluccio, fino alla conclusione fin troppo scontata:
Instead, we maintain sanctions, isolate North Korea and wait indefinitely for the regime to collapse. I'm afraid we're helping the Dear Leader stay in power. Non sappiamo se altri contributi seguiranno ma, date le premesse, non era lecito aspettarsi altro. Di diverso tenore i servizi di Giuliano Gallo (Corriere) e di Barbara Demick (LAT): il primo racconta la fame, il buio e la paura del potere, il secondo (in due parti, realizzato attraverso interviste a rifugiati e filmati clandestini) la vita quotidiana (se così si può dire) a Chongjin, dove la popolazione non deve aver letto gli articoli di Kristof.
Non mi dire.
Un documento hallado en el ordenador personal de Jamal Ahmidan, 'El Chino', suscrito por las Brigadas de Abu Hafs al Masri y fechado el 15 de marzo de 2004 indica que los autores del 11-M se proponían quitar del Gobierno de España al PP. El documento, al que ha tenido acceso la Cadena Cope, fue localizado recientemente por la policía y afirma: "Quienes se sorprendieron por lo rápido de nuestra reivindicación en la batalla de Madrid, sepan que había otras circunstancias. En el caso de Madrid el factor tiempo era muy importante para poner fin al Gobierno del innoble Aznar". Zapatero, a parte chiudere commissioni di inchiesta, nulla da dichiarare?
Scoop per lucasofri. Che scrive, non si capisce bene se per finta o per davvero:
Io che la terra è rotonda lo dissi già nel ‘74 Oggi Oriana Fallaci va avanti per una pagina (l’altra non so) a dire che che aveva ragione lei quando fece lo scoop post 11 settembre di dire che è in atto una guerra all’Occidente A lucasofri sembrerà incredibile ma ad oggi, 18 luglio 2005, questo scoop è ancora ignorato da un sacco di persone. Normalmente stanno a sinistra, proprio come lucasofri. Che criticare la Fallaci qualunque cosa dica sia di moda più o meno come il sudoku è un fatto. Ma è anche un fatto che la Fallaci (non solo lei ma se lo dice lei evidentemente è una menata) disse il 12 settembre una cosa che quattro anni dopo molti si ostinano a negare. Non lucasofri, bontà sua, che ha il tempo per scherzarci su. venerdì, luglio 15, 2005
Il luogocomunismo smontato pezzo per pezzo.
These articles of faith apparently fill a deep psychological need for millions of Westerners, guilty over their privilege, free to do anything without constraints or repercussions, and convinced that their own culture has made them spectacularly rich and leisured only at the expense of others. So it is not true to say that Western civilization is at war against Dark Age Islamism. Properly speaking, only about half of the West is involved, the shrinking segment that still sees human nature as unchanging and history as therefore replete with a rich heritage of tragic lessons. Victor Davis Hanson sulla divisione dell'occidente e sul credo degli idiotarian.
Per la serie... le piazze arabe si solleveranno. Dopo elezioni, parlamenti e processi costituenti vari, altre smentite via sondaggi d'opinione.
Solo all'intelligentsia può venire in mente che la maggioranza dei musulmani tra la libertà e Bin Laden preferisca quest'ultimo.
Questa guerra ingiusta, immorale, illegale, controproducente. Ci sarebbe poi quest'articolo sulla madre di tutte le collaborazioni.
Difficile che ne parlino stasera al telegiornale o domani i vari corrierini. Anche qui. E qui. E pure qui.
Avete visto? Ed è passata solo una settimana.
Dacci oggi la nostra follia quotidiana/2. Gente così la pagano per scrivere. Al Manifesto, quotidiano comunista. Buon sangue non mente.
mercoledì, luglio 13, 2005
Dacci oggi la nostra follia quotidiana. Se capite lo spagnolo e riuscite ad arrivare alla fine senza vomitare, ecco cosa si pubblica sui giornali progre in Spagna. L'articolo appare oggi sul Periódico de Catalunya nella rubrica L'articolo del giorno e l'autrice, la scrittrice Rosa Regàs, è un fiume in piena nel descrivere il terrorismo come un fenomeno di resistenza globale ai soprusi dell'occidente. Ovviamente per fare questo deve compiere una piccola operazione preliminare: cancellare dalla storia gli attentati dell'11 settembre e far cominciare tutto dalle ingiustificate guerre in Afghanistan e in Iraq. Nulla di nuovo, aberrazioni del genere sono da tempo all'ordine del giorno, popolano sezioni di quotidiani, alimentano dibattiti, influenzano opinioni pubbliche. Ma il pezzo è così brutale nella sua furia ideologica e nella sua esplicita giustificazione delle stragi terroriste da mettere i brividi e da confermare come quella del fronte interno sia tutt'altro che una fantasia. Conclude Rosa Regàs con involontaria ironia: Cómo podremos vivir con tanta sinrazón? E' quello che ci chiediamo anche noi ogni volta che leggiamo brani dell'orrore come il suo.
Gran confusione sotto il cielo del liberalismo italiano. Da Jimmomo una dichiarazione di Pannella:
Il nostro riferimento è l'Unione perché soltanto con lo Sdi possiamo lavorare su una base programmatica comune. Il centrodestra, invece, ha ormai rotto gli ormeggi con la politica liberale. Guardiamo a tre personalità per riassumere il progetto su cui è possibile incontrarci: Blair, per quanto riguarda la politica economica incentrata su ricerca e innovazione; Zapatero come "presidio alla laicità dello Stato" contro tutti i "terrorismi ideologici"... Lo zapaterismo come antidoto ai terrorismi ideologici. Facciamo finta che sia una battuta e giriamo pagina.
Terrorismo di classe. Norman Geras nota una certa perversione ideologica nelle condanne degli attentati provenienti dall'estrema sinistra britannica.
Dentro di noi, altro da noi, contro di noi.
Guido Olimpio, ormai con Magdi Allam una delle poche firme leggibili del Corriere, spiega come funzionano le scuole di kamikaze nelle nostre città: 1) Militanti tra i 20 e i 30 anni nati in Gran Bretagna da famiglie asiatiche e mediorientali. Appartengono alla classe medio-bassa, hanno una esistenza normale. 2) Vengono indottrinati da sheikh ed «emiri» locali, in grado poi di farli arrivare in Iraq, Palestina, Pakistan, Cecenia. 3) Sfruttano periodi di vacanza nella terra dei genitori per stabilire contatti con il vero qaedismo. Le comunicazioni sono poi mantenute via Internet. 4) La disponibilità a compiere qualsiasi azione, compresa quella suicida, emulando i loro fratelli in Medio Oriente. La cellula che ha agito a Londra corrisponde a queste categorie. Resta da scoprire se ha ricevuto un ordine dall’esterno o ha fatto tutto da sola nel nome della Euro-Jihad innescata da un emiro per ora rimasto nell’ombra. Continua Allam: Di conseguenza «tutta la Gran Bretagna è diventata territorio di guerra» e «la vita e le proprietà degli infedeli non sono più sacre». Il focoso predicatore ordinò ai giovani islamici di arruolarsi tra le fila di bin Laden: «Siete obbligati a seguire Al Qaeda, le sue filiali e organizzazioni nel mondo». Tutto ciò è avvenuto alla luce del sole. Pubblicamente. E impunemente. Nonostante fosse già stato accertato che i primi due kamikaze britannici erano discepoli di Bakri. Continuando a ritenere che quella letale predicazione dovesse essere considerata libertà di espressione e che come tale non dovesse essere violata. La radice del male è qui. La «fabbrica dei kamikaze» ha inizio dal lavaggio del cervello di persone che gradualmente vengono trasformate in robot della morte. Una struttura integrata del terrorismo suicida islamico che ha ormai solide radici nell’insieme dell’Europa. Ecco perché nessun paese, compresa l’Italia, può ritenersi al riparo dal rischio del «kamikaze made in Europe». Siamo un territorio di guerra.
Il nemico negato. Perché se non impari a chiamarlo per nome hai già perso.
Nauseante. I soldati. Le caramelle. I bambini. La bomba disumana. La strage di innocenti.
C'è ancora chi chiama queste bestie resistenti o guerriglia. Che schifo, signori. Che schifo. martedì, luglio 12, 2005
Il gioco pericoloso di Kim. La Corea del Nord ha annunciato il ritorno al tavolo delle trattative sul nucleare. Molte le interpretazioni possibili, una delle quali è che il regime di Pyongyang abbia di nuovo bisogno di aiuti internazionali per affrontare un'altra crisi alimentare in arrivo e che abbia deciso di giocare la carta atomica. Sarebbe l'ennesimo ricatto e vedremo fino a che punto Washington (Pechino sta con Kim e gli altri non contano) sarà disposta ad accettarlo. Il comunicato dei nordcoreani è abbastanza esplicito nella sua cripticità:
"We do not intend to possess nuclear weapons forever," the North's main state-run Rodong Sinmun daily wrote in a commentary. "If the U.S. nuclear threat to (North Korea) is removed and its hostile policy to 'bring down the system' of the latter is withdrawn, not a single nuclear weapon will be needed." Dove bring down the system non vuol solo dire regime change con la forza ma anche smettetela di occuparvi dei nostri affari interni e della situazione dei diritti umani (che alla fine significa regime change senza forza). Che nel caso Corea del Nord l'aspetto strategico-nucleare sia inscindibile da quello dei diritti umani sembra piuttosto chiaro all'amministrazione Bush, almeno a giudicare dagli ultimi atti pubblici del presidente americano. E non può essere altrimenti trattandosi del Gulag-State per antonomasia. Personalmente non crediamo nemmeno un po' alla prospettiva di una distensione come risultato delle nuove consultazioni multilaterali e ci auguriamo che le nazioni democratiche che vi parteciperanno lo facciano con quella sana dose di scetticismo che dovrebbe sempre accompagnare ogni trattativa con dittatori della risma di Kim Jong Il. Il fatto che ci si debba sedere a parlare è già una sconfitta, determinata da anni di appeasement e miopia. In ogni caso nessuna soluzione definitiva sarà mai compatibile con l'esistenza del regime di Pyongyang. Disinnescare la miccia nucleare (sempre che ci si riesca davvero) dovrà essere solo la premessa della liberazione di ventidue milioni di persone intrappolate all'inferno.
Su Srebrenica. I blog di TocqueVille hanno ricordato il massacro di dieci anni fa benedetto dall'ONU e dall'Europa. Lo ha fatto anche Christopher Hitchens - tra gli altri - con queste parole:
Above all, what I remember is the sense of shame. A French general named Philippe Morillon had promised the terrified refugees that they would be safe. A Dutch commander had been mandated to make good on this promise. The United Nations, the European Union, the "peacekeepers" of all nations had assured the terrified civilians of Bosnia-Herzegovina that the international community was stronger than Milosevic's depraved regime and the death squads that it had spawned. And those who were so foolish as to trust this pledge were then hideously put to death. Bosnia did not cease to be a killing field, and Serbia did not cease to be an aggressive dictatorship until the United States armed forces took a hand. The neoconservatives, to their great honor, mostly supported an effort to prevent genocide being inflicted on Muslims: an enterprise in which Israeli interests were not involved. Many liberal and socialist humanitarians took the same view. The argument about intervention and force changed forever as a result, except that many people did not notice. Yes, well, we could have guaranteed a nice, short war if we had let the practitioners of genocide have their way. Except that, within a few years, the precedent of unpunished ethnic cleansing would have spread well beyond the borders of Yugoslavia. And we would never have been able to say "never again," because dictators everywhere would have had a free pass. I reflect on what was not done at Srebrenica, and on what ought to have been done in Rwanda, and on what was put off too long with the Taliban and the Baathists, and I think what an honor it is to have such enemies. Co-existence with them is not possible, which is good, because it is not desirable or tolerable, either. The Srebrenica memorial stands as enduring testimony to that inescapable conclusion. Meglio non si può dire. Harry, nel suo commento, cade stavolta nella trappola della strana guerra, del tutti contro tutti e dell'inspiegabile massacro. In realtà niente è più facilmente prevedibile e spiegabile di un assassinio di massa di quelle proporzioni se si considera che a perpetrarlo furono il regime nazi-comunista di Belgrado e le sue appendici serbo-bosniache. Harry dimentica che quelle della guerra civile di tutti contro tutti e del tutte le parti in conflitto hanno le loro colpe furono per troppo tempo le giustificazioni addotte da Europa, ONU e compagnia non interventista per non agire. Impossibile assumersi le proprie responsabilità se prima non si individuano quelle degli altri. Il fatto che ci fossero criminali in tutte e tre le controparti non deve nascondere la realtà di una guerra di aggressione del regime di Milosevic, dei serbo-bosniaci di Karadzic e Mladic e delle loro milizie paramilitari. E non sarebbe stata l'ultima. E' per questo che, soprattutto nel giorno in cui si ricorda Srebrenica, ci sembra fuori luogo confondere aggressori e aggrediti o rifugiarsi dietro il paravento del mainstream anti-serbo. Siamo sicuri che non era questa l'intenzione di Harry ma, come gli abbiamo già fatto sapere, il post può indurre in confusione.
See no evil. La BBC si è sbagliata. Per ben due giorni dopo gli attentati di Londra ha permesso che i suoi servizi giornalistici contenessero il famigerato T word. Per ben due giorni ha osato chiamare i terroristi con il loro nome. Adesso è tutto rientrato. La BBC ha prontamente rettificato. I terroristi non esistono più, come educazione vuole. Mandino un inviato a spiegarlo ai 52 e alle loro famiglie.
Il dialogo prosegue. Ormai si ride per non piangere in Zapaterolandia. E dire che qui siamo tutti in pace, mica abbiamo fatto guerre noi, anzi ce ne siamo andati quatti quatti, ai baschi abbiamo promesso la luna, con gli incappucciati ci prendiamo il caffé, non come quel maleducato di Aznar che dava loro la caccia, noi le micce le disinneschiamo, salute a tutti e così sia. Bene. Quattro bombe di ETA in Vizcaya. Una di qualche idiota che segue l'esempio a Barcellona. Come direbbe Zapatero, non hanno ucciso nessuno. Insomma i ragazzi si stanno facendo responsabili, si può tornare a dialogare.
lunedì, luglio 11, 2005
Sinistre.
Blair, Londra, 11 luglio 2005. Prodi, Roma, 11 luglio 2005. Può confronto essere più impietoso?
Londra come Madrid? Anche su Ideazione.
Sono in molti ad aver evidenziato le analogie tra il massacro terrorista di Madrid e quello di Londra: l'attacco ai mezzi di trasporto urbani, l'uso di bombe azionate a distanza (almeno in tre casi su quattro), la rivendicazione. Non ci sembra invece che siano state adeguatamente sottolineate alcune importanti differenze tra le due situazioni. In primo luogo il comportamento dell'opposizione: nessuna manifestazione spontaneamente convocata sotto le sedi del partito di governo, nessuna accusa esplicitamente rivolta all'esecutivo nelle ore immediatamente successive all'attentato, nessuna richiesta di risposte urgenti, nessun we want to know gridato nelle principali città del paese. Sarà per questo che quando per bocca di Mariano Rajoy il PP lo ha fatto notare, al PSOE si sono innervositi. La reazione è stata: si vede che Blair non ha mentito al suo popolo. Stiamo parlando dello stesso Blair che secondo le anime candide della sinistra pacifista aveva mentito praticamente su tutto? Stiamo parlando di Bliar? Ma c'è un'altra sostanziale differenza. Come negli Stati Uniti dopo l'11 settembre anche in Gran Bretagna ci vorranno giorni, forse settimane, per individuare con un sufficiente grado di certezza gli autori materiali degli attentati. In Spagna bastarono poche ore: nel pomeriggio saltò fuori il furgoncino con i versetti del Corano all'interno, poche ore dopo già si sapeva tutto o quasi della trama dei cellulari, dove erano stati comprati e da chi, come erano stati collegati agli zainetti esplosivi e da chi. A cosa attribuire il ritardo inglese? Al fatto che a Scotland Yard sono incompetenti mentre la polizia spagnola è formata da fulmini di guerra? Improbabile. Più realistica un'altra spiegazione: in Gran Bretagna si sta indagando, in Spagna ci si è limitati a raccogliere elementi di prova già presenti sul terreno. Alla luce dei fatti la tragedia spagnola si carica di ulteriori interrogativi: come è possibile che in 24 ore fosse già tutto così chiaro? Come si è arrivati all'irruzione nell'appartamento di Leganés e al suicidio collettivo dei responsabili degli attentati? Perché gli investigatori sono andati a colpo sicuro? Azzardiamo qualche risposta. In Spagna troppa gente aveva fretta di attribuire responsabilità e non esattamente per sete di verità; in Spagna si votava due giorni dopo e c'era un governo da far cadere; in Spagna si è risolto tutto subito per non dover indagare davvero in seguito. Ovviamente sono solo interpretazioni. Ma a un anno e mezzo dalla strage l'identità degli autori intellettuali è ancora avvolta nel mistero e su quella degli esecutori materiali è sceso un velo di silenzio. Se ogni elemento era così chiaramente definito fin dall'inizio, a cosa si deve questa incertezza?
Cosa c'è di sbagliato nelle analisi da sinistra/2. Corollario al post precedente (niente di personale contro Paolo Ferrandi - che peraltro oggi scrive che gli angloamericani sono sul punto di ritirarsi dall'Iraq: legge e crede a Repubblica, si vede - solo che è triste osservare come la logica del tanto peggio tanto meglio continui a prevalere a sinistra e l'analisi obiettiva della realtà a soccombere).
Partendo dalla teoria secondo cui Bush sbaglierebbe a considerare come nemici determinati stati è lecito dedurre che il miglior modo per combattere il terrorismo sarebbe lasciar prosperare gli stati terroristi (l'Afghanistan talebano, l'Iran degli ayatollah ma anche l'Iraq saddamita e la Siria baathista). Questa curiosa soluzione al problema fa il paio con la riflessione gemella secondo la quale la lotta contro il terrorismo avrebbe rafforzato i terroristi: avete visto - si discetta nei circoli dell'intelligentsia - la vostra guerra non ha fermato gli attacchi, anzi. E' un po' come dire che per guarire il cancro non si deve far servire la chemioterapia perché non elimina immediatamente tutte le cellule malate e che il rimedio è lasciarle proliferare indisturbate in attesa che si stanchino di nuocere e procedano ad una regressione spontanea. Solo che se spiegate ad un medico una cosa del genere vi guarderà allucinato, mentre in politica tutto è lecito a quanto pare. E a nulla vale far notare che il prezzo dell'inazione sono stati tremila morti mentre gli ultimi attacchi, a conflitto in corso, hanno provocato conseguenze letali ma comparativamente meno catastrofiche e che le modalità dei recenti attentati hanno dimostrato una capacità organizzativa ridotta e una crescente difficoltà nell'esecuzione e nella massimizzazione del danno. A nulla vale perché l'intelligentsia ha già deciso che avete sbagliato tutto e se in Iraq ci state perché ci state e se ve ne andate perché ve ne andate e se il terrorismo non attacca significa che avete esagerato la minaccia e se invece attacca è perché non l'avete prevista e state facendo solo danni... etc... etc... Non c'è realtà che tenga. Eppure qui non si tratta nemmeno di essere fini osservatori delle vicende della politica internazionale. Si tratta solo di usare un po' di buon senso. Perché alla fine di questo si sta parlando: di abbandonare l'ideologia e di adottare il senso comune. Non è difficile a volerlo fare. domenica, luglio 10, 2005
Cosa c'è di sbagliato nelle analisi da sinistra. Senza nessun intento didattico ma spinti solo dall'insostenibile pesantezza della manipolazione, una risposta a Paolo Ferrandi che scrive citando Ivo Daalder:
Cosa c'è di sbagliato nella strategia di Bush contro il terrorismo islamico Lo spiega Ivo Daalder. In sostanza si pensa che il nemico sia uno stato (come Iran e la Siria e prima l'Afghanistan e l'Iraq), ma... Detto così è inesatto e non si capisce niente. In due parole (sempre le stesse ma tant'è): c'è una strategia di lungo periodo - la democratizzazione - e c'è una strategia di corto periodo - il rafforzamento della sicurezza interna, l'arresto dei terroristi, la lotta ai network criminali già presenti dentro le nostre società -. Vanno insieme, l'una non esclude l'altra, la prima - nelle intenzioni di chi la promuove - serve ad eliminare il totalitarismo fondamentalista alla radice, la seconda ad evitare o ridurre le stragi nel frattempo. Non è difficile a volerlo capire.
D'Alema e il gregge. Racconto di Jimmomo tra l'esilarante e il patetico.
sabato, luglio 09, 2005
Hanno detto. Questa rassegna stampa non includerà nessun contributo dal patetico The Guardian. VDH. Quando tutto tornerà come prima. In the short term, Bush and Blair will appear as islands in the storm amid an angry and anguished public. But as 7/7 fades, as did 9/11, expect them to become even more unpopular, as the voices of appeasement assure us that if they just go away, maybe so will the terrorists. It is our task, each of us according to our station, to speak the truth to all these falsehoods, and remember that we did not inherit a wonderful civilization just to lose it to the Dark Ages. Lee Harris. The blood feud. Indeed, to those adept at the blood feud, nothing can be more absurd than provoking a feuding partner into an all out war of annihilation -- which perhaps explains why the Islamic terrorists tend to vary the locations of their attacks and to string them out over the course of years, rather than concentrating on a single target and hammering it repeatedly over the course of days and weeks, as in a normal military campaign. If the terrorists attacked the same people continuously, day after day, week after week, they would be bound to stir up a fury that would result in their own extermination. By intermittent and infrequent attacks, on the other hand, they are able to injure and wound their enemy, without the fear that they will be overwhelmed by their enemy's desperate desire to be rid of them once and for all. Even better, such sporadic violence permits the enemy to discount their own suffering, by realizing after each fresh attack that life goes on -- as indeed it does for those who chance to survive. Christopher Hitchens. L'albero e la foresta. If, as one must suspect, these bombs are only the first, then Britain will start to undergo the same tensions—between a retreat to insularity and clannishness of the sort recently seen in France and Holland, and the self-segregation of the Muslim minority in both those countries—that will start to infect other European countries as well. It is ludicrous to try and reduce this to Iraq. Europe is steadily becoming a part of the civil war that is roiling the Islamic world, and it will require all our cultural ingenuity to ensure that the criminals who shattered London's peace at rush hour this morning are not the ones who dictate the pace and rhythm of events from now on. Norman Geras. Contiamo. 1. They attack Red Cross personnel. 2. They murder people working for the UN. 3. They kidnap and kill care workers. 4. They bomb holiday-makers, in nightclubs. 5. They blow up people travelling on trains - civilians. 6. They target people on buses - civilians. 7. They take civilian hostages. 8. They decapitate them. 9. They murder trade unionists. 10. They kidnap diplomats. 11. They kill people for being... barbers. 12. They fly aircraft full of civilians into skyscrapers where people are at work. 13. They take schoolchildren hostage and murder them. 14. They bomb synagogues. 15. They kill people shopping in a market. 16. They kill people queuing at a medical clinic. 17. They murder children in Baghdad. 18. They murder people on their way to work in London. (And what have I forgotten?) Gerard Baker. Iracheni e londinesi: vittime dello stesso terrore. We are, steadily, beating the terrorists in Iraq. Not only in the military operations, but also by demonstrating who and what the enemy really is. and thereby creating the only real long-term conditions for safety from Islamo-fascism — free states that do not deny the most basic human rights to their peoples. The people who murdered innocent Londoners yesterday are the same people who are murdering innocent Iraqis. Da Harry's Place. Le parole di Winston Churchill. These cruel, wanton, indiscriminate bombings of London are of course, a part of Hitler's invasion plans. He hopes, by killing large numbers of civilians, and women and children, that he will terrorise and cow the people of this mighty imperial city, and make them a burden and an anxiety to the Government...Little does he know the spirit of the British nation...This wicked man, the repository and embodiment of many forms of soul-destroying hatred, this monstrous product of former wrongs and shame, has now resolved to try to break our famous Island race by a process of indiscriminate slaughter and destruction. What he has done is to kindle a fire in British hearts, here and all over the world, which will glow long after all traces of the conflagration which he has caused London have been removed. Nouriel Roubini. L'impatto economico del terrorismo. Da Strategy Page. Con il nostro permesso. Al Qaeda, and Islamic radicals in general, would not be a world terrorism problem were it not for global Islamic media, and media coverage in general that treated the goals of the Islamic radicals with seriousness and respect. When confronted with a growing Moslem minority, and its enthusiastic adoption of al Jazeera’s breathless coverage of Islamic terrorists, and the usual anti-Semitic coverage of Israel, Europe blinked. Rather than resisting this, Europe again went for appeasement. James Joyner. Il fronte interno: da George Galloway a Tariq Ali. Da Publius Pundit. L'alleanza della civiltà. Niall Ferguson. Le altre volte. No, whoever the perpetrators were, I am confident they will not achieve their aim of disrupting London life. More than that: I am certain they will live — though perhaps not for very long — to regret following in the cloven hoof-prints of the Luftwaffe and their Irish imitators. John Vinocur. Intensificare la campagna irachena. Iraq and the United States sit at the heart of the matter because the Bush administration's policy of spreading democracy globally and reshaping the Middle East is the vessel of change that the Islamists so hate. If President George W. Bush sought to demonstrate immediately that terrorism could not prevail - a certain line in any summit communiqué - his most convincing response to the London bombings might well be an announcement that the United States would dramatically increase its troop strength in Iraq, where terrorism, with vast margins of impunity, exercises its barbarity daily. Da Belmont Club. Perché la guerra al terrorismo sta funzionando. The inevitable question then is 'why could Bin Laden not find the means to attack 30 trains?' The answer it seems to me, must be Afghanistan, Iraq, the Horn of Africa and hundred other places where he is engaged without quarter by US forces. Resources, whether Jihadi or no are not infinite. They do not have some magical machine that allows them to be everywhere at once, to sustain losses yet grow. There's no free lunch, not even, and especially not for Bin Laden. If it were true that Islamism would shrivel faster were it pursued more passively, then pre-911 policy should have finished it by now. But what we empirically observe is that ignoring them allowed them to mount 911-scale attack. Hit them continuously and in four years they could scrape together enough to blow up a London bus and some subway trains. (...) mental honesty will compel us to accept that this can't be true: that the sun rises and sets on one man as for another: that if we thought about it really hard, everyone who lives peacefully in a Western city owes it to the men out on patrol tonight. Charles Moore. La disconnessione fatale. Yet there seems to me to be a radical disjunction between our heroic capacity to deal with the immediate effects of terrorism and our collective refusal to confront what lies behind it. The effects of this disjunction are, literally, fatal. What strikes one again and again about the reaction of the public authorities, of commentators, of the media, is the terrible lethargy about studying what it is we are up against. We are dealing with an extreme interpretation of one of the great religions of the world. We all love it when the British people shrug their shoulders and move stoically on in the face of attack. It is a powerful national myth, and a true one. But it contains within it a great danger - a self-fulfilling belief that there is nothing to be done to avert future disaster. That's not the Blitz spirit - what made London's suffering in 1941 worthwhile was that, in the end, we won. Da Foreign Affairs. Dentro di noi: i musulmani in Europa. |