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giovedì, giugno 30, 2005
Il giro del mondo.
Albania. Domenica si vota. A giudicare dai nomi non c'è molta aria di rinnovamento ma assistere al consolidamento democratico di quella che fu una delle più atroci dittature dell'est europeo è sempre un bello spettacolo. Bulgaria. Qui invece il popolo si è già espresso ma nessuno ha capito bene come. Analisi da TOL. Germania. Schroeder è costretto a chiedere ai suoi di non votarlo venerdì. Se riesce a farsi sconfiggere in parlamento si apre la strada verso la sconfitta alle urne. La realtà a volte supera la fantasia. Lo Spiegel però ci spera ancora. UE. Secondo Robert Samuelson l'Europa è la cittadella dell'ipocrisia: Considering Europeans' contempt for the United States and George Bush for not embracing the Kyoto Protocol, you'd expect that they would have made major reductions in greenhouse gas emissions -- the purpose of Kyoto. Well, not exactly. From 1990 (Kyoto's base year for measuring changes) to 2002, global emissions of carbon dioxide (CO2), the main greenhouse gas, increased 16.4 percent, reports the International Energy Agency. The U.S. increase was 16.7 percent, and most of Europe hasn't done much better. L'articolo smonta alcune delle più ricorrenti asserzioni sullo spauracchio del global warming. Quindi va letto. Vaticano. Storico accordo per la nomina di un vescovo tra Santa Sede e Chiesa ufficiale cinese. O forse no. Libano. Primo premier anti-siriano del Libano senza le truppe di Damasco. L'ha scelto oggi il nuovo parlamento di Beirut. Avanti così. Siria. Conoscete Massud Hamed? Dovreste. Egitto. Altra manifestazione anti-Mubarak. E altri scontri con la polizia. Iraq. Pensate se i nostri telegiornali ci raccontassero qualche volta le vittorie delle forze irachene e della coalizione sui terroristi. Per ora lo fa solo Mohammed. I palazzi di Saddam diventeranno centri culturali. Questa guerra ingiusta e illegale! Iran. Tipico editoriale terzista del NYT. Da leggere solo per capire come un grande giornale non dovrebbe mai scrivere. Per fortuna a volte ospita anche analisi come queste: Nevertheless, contrary to the common perception, this election is not so much a sign of the Iranian system's strength as of its weakness. Last week's presidential election is only the most recent example of the tactical wisdom and strategic foolishness of Iran's ruling mullahs. In the process they may have unwittingly opened the door for democracy - because their hardball tactics have created the most serious rift in the ranks of ruling mullahs since the inception of the Islamic Republic. The experience of emerging democracies elsewhere has shown that dissension within ruling circles has often presaged the fall of authoritarianism. Instead of finding a sound strategic solution to Iran's economic woes, Ayatollah Khamenei and his allies have trotted out the old populist slogans of revolutionary justice, economic autarky and pseudosocialism. When that formula fails, as it did in the 1980's even with the charisma of Ayatollah Ruhollah Khomeini to help it along, the mullahs will be denied their last bastion of support among the country's poor, whose piety and deprivation they have long exploited. In the short term, the right wing has scored a major victory. In the long run, they have helped bring Iran one step closer to democracy. Le ricadute dell'elezione di Ahmadinejad su Hezbollah. Intanto gli USA non fanno sconti a nessuno sul nucleare. Turkmenistan. Speculazioni sulla salute di Niyazov. Cina e India. Come l'offerta UNOCAL potrebbe influenzare le relazioni sino-americane. Chi vince e chi perde dal punto di vista cinese. C'è un'alleanza tra Stati Uniti e India in costruzione. Lo scenario orientale si fa sempre più interessante. Corea del Nord. Telefoni, che paura. Brasile. Sul nucleare Lula gioca sporchetto. E non solo sul nucleare. Cuba e Venezuela. Quasi impossibile ormai separare l'una dall'altra. Chávez invita Castro ad un summit economico sull'energia (che è come invitare un austriaco ad un meeting sugli oceani). Tutti i retroscena. Zimbabwe. L'ONU, che passione: Armed police yesterday demolished the sprawling Porta Farm squatter camp near Harare leaving more than 1 000 families homeless as United Nations envoy Anna Tibaijuka met President Robert Mugabe in the capital just 20km away. Ci sembra di aver già visto qualcosa di simile da qualche parte. Le confische non finiscono. Dalle prigioni di Harare. mercoledì, giugno 29, 2005
Tocquevilliani di tutto il mondo. Anne Applebaum è andata a cercare i pro-americani. La notizia, di questi tempi, è che ne ha trovati. Qui la versione estesa dell'articolo.
Presidenti e presidenti. Time dedica copertina e sezione speciale ad Abraham Lincoln: alcuni articoli sono a pagamento ma ci sono un sacco di link, informazioni e commenti a disposizione di tutti. Sull'eloquenza del Presidente un interessante saggio breve di Daniel Sullivan.
Noi invece abbiamo Berlusconi e dobbiamo accontentarci delle discussioni sulla nuova cosa di centrodestra: liberal è sul pezzo.
E' caduta la maschera. One man, one vote all'iraniana:
THE RECENT Iranian presidential elections were a triumph for the principle of one man, one vote. And the man with the vote this time, as always, was the country’s Supreme Leader, Ayatollah Ali Khamenei. There is, however, one important difference between this Iranian election and previous polls. It confirms the change in strategic direction decided on by Ayatollah Khamenei and his allies in the past 18 months or so, and apparent in their conduct of the 2004 parliamentary elections. That poll was every much an exercise in chicanery as last week’s election, with huge numbers of candidates excluded even from consideration and comprehensive result- rigging. But what was significant, and different, about both these elections was the Iranian regime’s decision to abandon their previous policy of fundamentalism with a human face and replace it with something altogether more uncompromising. Dove andranno a nascondersi adesso i diplomatici europei orfani della gonna di Khatami? Not only did Iran pay no price for this behaviour, it continued to enjoy the EU’s flattering attentions, not least because European leaders were desperate to show that their softly-softly negotiation could be more successful in the Middle East than American “bellicosity”. The biggest victims of this process have been the democratic Iranian opposition, who have been rewarded for their bravery in standing up to fundamentalism by seeing their oppressors indulged by the EU. La carriera di Ahmadinejad. La soddisfazione di Chávez.
In un mondo diverso. Norman Geras sogna:
In a different world the Guardian and the rest of Western liberal opinion would know which side it was on in Iraq today and in the wider global battle. But, as things are, much of that opinion is not entirely clear. Effettivamente.
Signori, il gulag. Non c'è bisogno di essere fans di Guantanamo (e qui non lo siamo) per rendersi conto che l'isteria politicamente motivata che circonda la reclusione e il trattamento dei prigionieri è aberrante. Basta un po' di buon senso. Che sia isteria, che sia politicamente motivata e che sia aberrante è dimostrato anche dal fatto che quando proprio i giornali sono costretti dall'attualità a pubblicare articoli in controtendenza, li relegano nelle pagine interne e nessuno ne parla. Evidentemente il fatto che senatori repubblicani e democratici visitino la base e constatino che i talebani stanno bene è ritenuto dall'intelligentsia meno importante dei ragli di una Irene Khan o di un Richard Durbin:
"I feel very good" about the detainees' treatment, Ron Wyden, Democrat of Oregon, said. That feeling was also expressed by another Democrat, Ben Nelson of Nebraska. On Monday, Senator Jim Bunning, Republican of Kentucky, said he learned while visiting Guantánamo that some detainees "even have air-conditioning and semiprivate showers." Another Republican, Senator Michael D. Crapo of Idaho, said soldiers and sailors at the camp "get more abuse from the detainees than they give to the detainees." Per un'altra opinione controcorrente leggere qui.
Ci è o ci fa. Ecco la lettera con cui Zapatero conferma di non aver capito niente della legge sul matrimonio omosessuale che ha promosso. E non è il solo.
Nuovi modelli costituzionali. La Spagna ad oggi è l'unica democrazia in cui la maggioranza controlla e censura l'opposizione.
martedì, giugno 28, 2005
Cos'è la I.AD.L? Su TocqueVille oggi si parla, tra l'altro, della Islamic Anti-defamation League. E' una strana associazione che si propone di scandagliare il web in cerca di espressioni di odio razziale o religioso (si suppone solo quelle anti-islamiche). Lodevole iniziativa se non fosse che di questi campioni del politically correct ne abbiamo già conosciuti parecchi e sinceramente ci permettiamo di dubitare delle loro buone intenzioni. Freedom's Zone lancia una petizione.
La guerra non ci piace? Basta eliminarla dal dizionario. Sono meravigliosi questi socialisti spagnoli:
Defense minister Jose Bono yesterday backed the possibility of removing the three references to the word "war" from the Spanish constitution before Parliament's defense committee. Leggete tutto in attesa che vi vengano a prendere a casa per aver pronunciato la parola proibita.
Per la serie l'unico ebreo buono è quello morto. Dalla Reuters:
Best known in Israel for Schindler's List, a Holocaust epic that ends with a pro-Zionist message (...) A che livello. (Via Riding Sun).
Derive. Ventisei mesi dopo la caduta di un dittatore della risma di Saddam, cinque mesi dopo le prime elezioni democratiche in Iraq, con il paese in pieno processo politico e costituzionale, i giornali occidentali appena possono aprono con notizie come queste.
Ancora sull'Iran. Dal Washington Post (che non è il corrierino):
Perhaps most important, the elimination of political liberals from Iranian government should make it easier for Western governments to explicitly side with Iran's demoralized but still substantial pro-democracy movement, even if that offends Mr. Ahmadinejad. The new president, after all, is not worth much attention. He offers no real solutions to his country's problems; his populist policies are doomed to failure. For better or worse, his election has merely made the twin threats facing the Iranian regime -- domestic revolution or international isolation -- more acute. Amir Taheri (che non scrive sul corrierino): Paradoxically, the clarity created by this election may prove useful. Khatami went around the world speaking about Hegel and Nietzsche to ruling elites and creating the illusion that the Islamic Republic was part of the global system symbolised by the World Trade Organisation, the Davos forum, and the Western non-governmental organisations of do-gooders. Ahmadinejad's victory reveals the true face of the Islamic Republic as a regional power with its own world vision that challenges the so-called "global consensus". It reminds the world that the mini-Cold War that started between the Islamic Republic and the West, notably the US, is far from over.
Era più serio il Corriere dei Piccoli. Buoni ultimi un breve commento sull'Iran. Non stupisce aver letto sui principali quotidiani italiani analisi a dir poco approssimative come quella di Franco Venturini che non riesce a distinguere una farsa organizzata dal regime da un voto popolare minacciato dalle bombe dei terroristi. Non stupisce perché da due settimane le repubblichine e i corrierini sono impegnati nell'ennesima opera di disinformazione dei loro lettori (almeno di quelli meno attenti). Non stupisce ma lascia comunque perplessi soprattutto se si considera che mentre qui si dedicano le ore libere a cercare di leggere la realtà nel modo più onesto possibile a beneficio di trecento persone, nelle redazioni delle repubblichine e dei corrierini i venturini vengono pagati lautamente per scrivere simili obbrobri. Meno male che Jimmomo ha spiegato tutto, a partire dal titolo.
Déjà vu. Galicia no va a salir barata, avverte il leader del BNG - il blocco nazionalista gallego - uno degli sconfitti di queste elezioni che governeranno la regione. Gli altri sono i socialisti: come in Catalogna si convertiranno al nazionalismo in nome del potere. Non è certo un problema che Fraga, ministro di Franco e amico di Castro, vada in pensione. Il problema è che a succedergli saranno i dilettanti allo sbaraglio che già spadroneggiano a Madrid da un anno e mezzo con i risultati che tutti sappiamo. Galicia no va a salir barata. Peccato solo che a pagarla saremo un po' tutti.
giovedì, giugno 23, 2005
Come al solito, come previsto. I burattini di Batasuna danno ad Ibarretxe i voti che gli servono per essere rieletto lehendakari. Il País Vasco continua nella morsa dell'estremismo nazional-terrorista. Per gentile concessione di Zpaz.
mercoledì, giugno 22, 2005
Il giro del mondo.
Spagna. Novità in vista nel panorama politico catalano? Ce n'è bisogno come il pane. Vedremo se sarà vera gloria o neve al sole (trentotto gradi). Ungheria. Dove una volta Stalin faceva bella mostra di sé, il 23 ottobre 2006 verrà inaugurato un monumento in ricordo della sollevazione popolare e della sanguinosa repressione di (quasi) cinquant'anni fa. UE. L'Europa che non vogliamo (l'attuale) e quella che ci piacerebbe. David Aaronvitch: It is the wider, extended, democratic Europe that I’m falling in love with. It is an entity constructed to enable the peoples of Europe to compete with the massive economies of the US, China and (soon) India. It is committed to spreading liberal democracy, in partnership with others. It is not characterised by possessing a core elite of countries and relegating the others to supporting roles. It is strategic in attitude, and open in administration. It is a Europe which can embrace the Balkan countries and, above all, Turkey, that essential, indispensable bridge between “us” and “them”. Contro il protezionismo. Iraq. Questa sporca guerra unilaterale. Un unilateralismo affollatissimo, dall'Albania all'Ucraina. Forse non è finita ma di sicuro l'Iraq sta facendo passi da gigante. Austin Bay torna da giornalista dove era stato da soldato: le sue riflessioni sulla situazione e su come la classe politica americana dovrebbe spiegarla ai cittadini. Intanto i terroristi cominciano a spararsi tra loro. Siria. Uno sguardo conclusivo sul gattopardesco congresso del Baath. Qui invece un'estesissima analisi dell'occupazione del Libano, del ritiro e delle sue possibili conseguenze: Any solidification of suspicion against Damascus regarding Hariri's assassination will bring a crisis of survival for Bashar al-Assad and the Syrian Baathists. On the one hand, given the political wasteland created in Syria since the 1960s, regime decomposition may be disorderly. On the other hand, the costs of perpetuating Syrian interference in Lebanon will be enormous for both countries. Syrian interference undercuts the Lebanese economy and, as the assassination of Hariri demonstrated, also its political stability. Simultaneously, the Syrian adventure in Lebanon has increasingly isolated Syria internationally and in the Arab world while at the same time catalyzing corruption among the ruling elite. With the passage of United Nations Security Council Resolution 1595, international credibility is on the line. The Syrian regime will not be able to sidestep its commitments without consequence. The Assads' Lebanese gamble may have once alleviated pressure on the Syrian regime, but it has now backfired, opening the gates for transformation, not only in Lebanon but in Syria as well. Azerbaijan. Ritratti di Bush nelle strade di Baku. Uzbekistan. Karimov si sente solo e reagisce a modo suo. Kyrgyzstan. Ovvero, la democrazia è un cammino a volte tortuoso. Cina. Pechino dall'alto. Contro la censura: adottiamo un blog cinese. I gulag per ragazzi: la versione orientale della colonia estiva. Storie di ordinaria tortura. Corea del Nord. Pyongyang dall'alto. Questo è un mondo in cui se un giorno il più brutale dittatore del pianeta fa un ruttino, il giorno dopo ci sarà qualcuno che scriverà che quel ruttino è un inequivocabile segno del miglioramento delle sue condizioni digestive e che tutti insieme dobbiamo continuare a dargli delicati colpetti sulla schiena perché possa recuperarsi del tutto. Per un parere leggermente meno naif, l'articolo di James Kelly. Giappone. Tokyo dall'alto. Nagasaki dopo la bomba, settembre 1945. Tra passato e futuro, il tempio di Yasukuni racconta l'orgoglio e il senso di colpa di una nazione. Sudan. Questa è una notizia che non abbiamo letto da altre parti: il governo di Karthoum sarebbe disposto a collaborare con il Tribunale Internazionale. Massimo Alberizzi (l'autore dell'articolo e dell'intervista al ministro degli esteri sudanese) ci crede. Noi no. E non crediamo nemmeno tanto a Massimo Alberizzi visto che descrive il genocidio del Darfur come una feroce guerra civile tra miliziani governativi, i janjaweed, tristemente noti per la loro ferocia, e i guerriglieri dell'Sla (Sudan Liberation Army) e del Jem (Justice and Equality Movement). Poi, a onor del vero, parla dei crimini dei janjaweed sponsorizzati dal governo. Allora perché non chiamare le cose col loro nome? Zimbabwe. Harare (o quel che ne resta) dall'alto. Quel che ne resta, appunto. L'operazione Murambatsvina in tutta la sua follia. Non si salvano nemmeno i giardini. La cinesizzazione dello Zimbabwe. Le parole di Benedetto XVI. Cosa stiamo aspettando?
Titolo idiota del semestre. Repubblica docet. Da Yahoo Italia:
Iran, ballottaggio venerdì tra liberali e riformisti Non sanno di cosa parlano. Non sanno di cosa parlano. Non sanno di cosa parlano. E meno male che abbiamo l'Ordine. martedì, giugno 21, 2005
Mosca oltre gli stereotipi. TCS è una delle riviste digitali più intelligenti e stimolanti nel panorama del nuovo giornalismo e lo dimostra ancora una volta. Abbiamo notato più volte su questo blog che quando si parla di Russia si tende in genere ad accompagnare le doverose critiche alle misure illiberali di Putin con un ingiustificato accostamento al passato sovietico. Questo parallelismo, oltre ad essere storicamente inconsistente, è anche controproducente se si vuol cercare di capire qualcosa della lunga transizione russa alla democrazia. Constantin Gurdgiev spiega perché il fenomeno Putin e il paese Russia sono realtà assai più complicate del comodo cliché al quale molti pretenderebbero di ridurle:
Despite the press obsession with finding trends and connections from Russian present into the Soviet past, modern Russia is a complex society with established and functioning political structures, markets and legal system. It is a society facing large challenges in the years ahead and in the need of continued reforms, but he cause of such reforms is unlikely to be well-served by a one-sided approach of seeing a shadow of the past in everything that Moscow does today.
Iran: di male in peggio. Mentre Repubblica continua a raccontarci quant'è bello votare nella Repubblica Islamica, la realtà di un'elezione-farsa emerge dal web. E allora vediamo un regime costretto ad inventarsi un'alta partecipazione per dare una parvenza di legittimità al suo macabro gioco e una situazione che rischia di sfuggire di mano perfino ai grandi manovratori. Boicottaggio sì o boicottaggio no? Il futuro in ogni caso ha il nome del passato: Ayatollah Ali Khamenei. La soluzione passa di qui. Ma per questo le forze democratiche all'esterno e quelle all'interno del paese devono fare squadra. Faster, please.
P.S. Scott Ritter ormai può scrivere giusto per Al Jazeera.
Gli americani son sempre avanti. Da noi abbiamo appena scoperto la Right Nation e là qualcuno sta già parlando di crisi dei Repubblicani. Ma gli autori di uno dei libri più importanti degli ultimi anni scrivono un breve sequel per il WSJ incaricandosi di mettere le cose a posto:
Conservatives whinge that George Bush has presided over a huge increase in federal spending. Social Security reform is stalled. A plan to deprive the Democrats of the power to filibuster Supreme Court nominees failed at the 11th hour, when seven Republican Senators defected. America is confronting protracted resistance in Iraq. And, needless to say, liberals remain firmly in charge of the commanding heights of American culture, from the Ivy League to the Hollywood studios. All true. But it is time for conservatives to cheer up. Fixate on a snapshot of recent events and pessimism makes sense. Stand back and look at the grand sweep of things and the darkness soon lifts. There are two questions that really matter in assessing the current state of conservatism: What direction is America moving in? And how does the United States compare with the rest of the world? The answer to both questions should encourage the right. Da leggere tutto. Conclusione: So cheer up conservatives. You have the country's most powerful political party on your side. You have control of the market for political ideas. You have the American dream. And, despite your bout of triste post coitum, you are still outbreeding your rivals. That counts for more than the odd setback in the Senate.
Il voto delle dittature. A Damasco non è piaciuto il risultato delle elezioni libanesi.
Al gran galà della menzogna. Le bufale più eclatanti della più grande deriva mediatica di tutti i tempi. Prezioso riepilogo sul Foglio.
lunedì, giugno 20, 2005
Non si fanno sconti. William Kristol ritorna sulla repressione in Uzbekistan e invita Bush ad essere coerente con i suoi principi:
Combine our inaction with respect to Karimov with our passivity in the face of crackdowns in places ranging from China to Zimbabwe to Saudi Arabia in the past couple of months, and there is a real danger that the democratic momentum from earlier this year could be lost. The global story of 1989 happily turned out to be more Berlin Wall than Tiananmen Square--but that wasn't inevitable. Nor is it inevitable that the story of 2005 will turn out to be one of democratic triumphs rather than regressions toward dictatorship. One thing is sure: Dictators around the world (and democrats, too) are watching our actions in response to their various efforts. E Bush risponde con i fatti: Secretary of State Condoleezza Rice, delivering a blunt challenge to the United States's closest allies in the Arab world, called on Egypt and Saudi Arabia today to embrace democracy by holding elections, releasing political prisoners and allowing free expression and rights for women. "For 60 years, my country, the United States, pursued stability at the expense of democracy in this region here in the Middle East, and we achieved neither," Ms. Rice said at the American University in Cairo. "Now we are taking a different course. We are supporting the democratic aspirations of all people." Even critics of the administration say that the increasing calls by President Bush for democracy, particularly in his inaugural address, have helped to inspire a broad movement in Egypt known as "kifaya," or "enough," demanding that Mr. Mubarak step down. He has served since 1981 as Egypt's all-powerful leader without ever having run in a contested election. Non c'è alleanza che tenga. A situazioni diverse, diverse strategie. Ma il messaggio è sempre lo stesso: l'unica strada è la democrazia: Across the Middle East, "the fear of free of choices can no longer justify the denial of liberty. It is time to abandon the excuses that are made to avoid the hard work of democracy," Rice declared. After the address, Rice met with Ayman Nour, the opposition candidate whose campaign has been repeatedly harassed by the government, as well as representatives of other opposition parties. In the speech, Rice also criticized another close ally, Saudi Arabia, where "many people pay an unfair price for exercising their basic rights." She noted that three people are currently in jail for petitioning the government and declared, "That should not be a crime in any country." Rice was scheduled to fly to Riyadh later today to meet with Saudi officials. Il Libano si è messo in cammino: Opponents of Syrian domination claimed a stunning majority victory in the final round of Lebanon's parliamentary elections on Sunday night in a rebellion touched off by the assassination of former Prime Minister Rafik Hariri four months ago. It was a startling change in the way politics have usually been carried out here - along strict clan and religious lines and long under the control of Syria - and perhaps an example of a greater yearning for democracy in the Arab world. Perfino il NYT concede.
Noi abbiamo la Sgrena (e altro). L'ostaggio australiano liberato la scorsa settimana dalle forze speciali irachene è tornato a casa e ha detto questo:
Douglas Wood said he wanted to apologise to US President George W Bush and Australian leader John Howard for remarks he had made during captivity. A video made by his captors and given to Arabic TV had shown him pleading for foreign troops to withdraw from Iraq. But Mr Wood said he was living proof that the US and Australian governments' policy on Iraq was the right one. E' significativo che una considerazione tanto ovvia meriti, di questi tempi, una segnalazione. Bello l'articolo di Antonio Ferrari sulle torture che non fanno notizia. Non che dica nulla di particolarmente nuovo ma non si insiste mai abbastanza sull'ipocrisia diffusa che ci ammorba: A parte un accurato reportage del New York Times, la scoperta della camera di tortura, nel villaggio di Karabila, si è diluita nella generale indifferenza. Come se fosse scarsamente rilevante, anche da parte di coloro che erano e sono rimasti contrari alla guerra all’Iraq, il ricorso a pratiche odiose e inaccettabili da parte di iracheni contro i loro fratelli. Certo, qualcuno dirà che non possono essere simmetriche le responsabilità per gli abusi compiuti dai soldati della più grande democrazia del mondo, e quelle per le torture inflitte ai loro fratelli da iracheni che non sanno neppure che cosa siano la democrazia e i diritti umani, essendo cresciuti sotto uno dei regimi dittatoriali più feroci. Ma la verità è un’altra. Gli Usa hanno scoperto e denunciato le colpe di Abu Ghraib, e i loro soldati verranno puniti. Il silenzio sulla scoperta dei marines rasenta l’omertà ed è doppiamente colpevole: nei confronti dell’Iraq e di quei Paesi arabi, anche moderati, che continuano a tollerare il ricorso alla tortura, ritenendola necessaria pratica coercitiva, e magari giustificandola con la lotta al terrorismo internazionale. Eppure tutti sanno che non esistono torture veniali e torture mostruose, ma soltanto torture. Come non esistono dittatori buoni e dittatori cattivi, ma soltanto dittatori. Memento: rovesciare tutto. Ne parlavamo qualche tempo fa.
Chi ha vinto in Galizia? Per ora nessuno. Walking Class riassume la situazione dopo il voto di ieri: l'incertezza durerà fino alla metà della prossima settimana. Ci si gioca tutto in un seggio e deciderà il voto all'estero. I tre candidati principali avevano, non a caso, iniziato la loro campagna elettorale in Sud America: Buenos Aires è la seconda città gallega del mondo.
Rapida analisi: il PP ha presentato un candidato di 83 anni (ex ministro di Franco, ex segretario di Alianza Popular) che, dovesse vincere, sarebbe presidente della Xunta per la quinta volta consecutiva. Né i socialisti (gli unici ad aver guadagnato seggi) né i nazionalisti sono riusciti ad avvicinarsi nemmeno lontanamente alle sue percentuali. Dopo i primi exit-poll il fronte del tutti contro il PP esultava già per il cambio ma con il passare dei minuti l'allegria si è andata spegnendo. Prevale adesso la prudenza ma l'annunciata visita per la celebrazione da parte di José Blanco non c'è stata. Queste elezioni confermano la tendenza generale della Spagna post-14 marzo: il PP fatica a ritrovare il ritmo delle vittorie elettorali ma resiste; il PSOE non sfonda nonostante sia partito di governo. Blanco ha buon gioco nel dire che Rajoy ha perso le ultime cinque elezioni (l'ultima - se la perderà - col 45 % dei consensi) ma farebbe bene anche ad analizzare perché i socialisti non staccano l'avversario alle europee, vincono il referendum UE con una partecipazione bassissima, devono stringere accordi con i nazionalisti sia nel País Vasco, sia in Catalogna, sia (vedremo) in Galizia. Sono fatti non secondari se si considera che il clima ideologico nel quale Zapatero e compagni si stanno muovendo è scandalosamente favorevole. Cosa succederà quando i popolari riusciranno di nuovo a scrollarsi di dosso rigidità e complessi e impareranno a reagire alla costante demonizzazione di cui sono oggetto? Se il seggio mancante andrà ai socialisti, ancora una volta gli sconfitti governeranno una comunità autonoma (è già successo in Catalogna). Tempo un mese e cominceremo a sentir parlare di statuto di autonomia, patria gallega e Spagna come nazione di nazioni.
Ritorno al passato. Vincere la guerra civile settant'anni dopo è uno degli obiettivi principali dello zapaterismo. Senza tener conto di questo fattore sarebbe difficile spiegare la furia ideologica che caratterizza l'azione di governo del PSOE. La neolingua di orwelliana memoria trova nel caso spagnolo terreno fertile per un'applicazione estensiva: quando Zapatero parla di dialogo, talante, rispetto, intende in realtà il contrario. Si dialoga sì, ma con i terroristi e non con il principale partito di opposizione; ci si rispetta sì, ma solo tra quelli che la pensano allo stesso modo.
Dopo anni di relativa pacificazione, la società spagnola torna ad essere oggetto di un esperimento pericoloso: creando una frattura su principi cardine, chi comanda è in grado di riconoscere meglio quelli che si adeguano alla linea e quelli che se ne discostano. A quel punto l'isolamento di interi settori etichettati come reazionari diventa più semplice e accettabile. Quando la vicepresidente del governo afferma che il milione di sabato scorso manifestava per negare un diritto ad altri, mente sapendo di mentire. Ma il risultato è raggiunto: si cataloga, si stigmatizza, si divide, si indicano i buoni e i cattivi. La guerra civile cominciò così. sabato, giugno 18, 2005
E tre. Oggi in Spagna si protesta contro la legge che autorizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Quindici giorni fa Madrid fu teatro del rifiuto del dialogo con i terroristi di ETA (un milione di persone convocate dall'Associazione Vittime del Terrorismo), sabato scorso Salamanca fece sentire la sua voce contro lo smembramento dell'archivio della guerra civile a beneficio dell'indipendentismo catalano.
Zapatero è riuscito nella notevole impresa di far salire allo scoperto per ben tre volte in due settimane quella parte della società spagnola normalmente assai restia a manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Come nel resto d'Europa anche in Spagna la piazza è tradizionalmente di sinistra: che sia la guerra o lo sgombero di un casale occupato, le anime del progresso in salsa iberica hanno sempre fatto del centro delle principali città del paese il loro cortile di casa. Zapatero era in prima fila ogni volta che si trattava di gridare contro la guerra imperialista in Iraq, il suo partito sempre in testa ad ogni mobilitazione popolare contro il governo Aznar. Adesso le cose sono cambiate: il popolo non è più il popolo se non sta a sinistra, le manifestazioni non sono più espressione spontanea del sentimento comune ma metodi strumentali di lotta politica in mano ai militanti del Partito Popolare. D'altra parte governano i buoni, che bisogno c'è di farsi sentire? In settimana lo speaker del telegiornale della sera più seguito (TVE1), Lorenzo Milá, ha paragonato queste proteste a quelle convocate da Batasuna nel País Vasco: in pratica, secondo l'intelligentsia, se a scendere in piazza sono le vittime del terrorismo senza il beneplacito della sinistra, è come se lo facessero i terroristi. E' la Spagna buona e giusta, bellezza. Di che vi lamentate? Ma l'oscar della faccia tosta va ancora una volta al nostro grande leader Zpaz. Domani (domenica) si vota in Galizia per il rinnovo del parlamento autonomico: secondo il presidente per caso, il PP - a causa del suo appoggio alla manifestazione di oggi - starebbe violando la giornata di riflessione elettorale. Due osservazioni al proposito: cosa c'entri una protesta convocata a Madrid contro una legge nazionale con le elezioni a La Coruña non è dato sapere; l'accusa è formulata dal leader della stessa formazione che il giorno 13 marzo 2004, vigilia delle elezioni generali, si rese protagonista non soltanto della violazione della giornata di silenzio pre-elettorale ma soprattutto della più grave operazione di linciaggio politico contro un partito di governo che questo paese ricordi dal ritorno della democrazia. Zapatero fa spallucce ma son tre colpi mica da ridere: l'appeasement con i terroristi, l'alleanza con l'estremismo indipendentista e le riforme di carattere sociale sono tre pilastri ideologici della sua azione di governo. L'estensione del matrimonio alle coppie omosessuali è il cavallo di battaglia della progresía locale, il biglietto da visita di chiunque ambisca alla legittimazione politica e morale. Peccato che sia anche un'aberrazione giuridica come poche altre ed un'operazione dal carattere fondamentalmente totalitario. Abbiamo già espresso la nostra opinione in più occasioni (uno, due, tre e quattro) e non la ripeteremo qui. E lasciamo ad altri ogni valutazione di carattere morale. Quel che è importante e preoccupante, secondo noi, è l'elemento di omologazione che una norma del genere introduce, la sua pretesa di riscrivere la realtà secondo uno schema ideologico arbitrario: nel momento in cui, invece di riconoscere la differenza, decido di eliminarla non solo non contribuisco all'affermazione di un diritto ma pongo le basi per l'annichilimento dello stesso. Se questo è un pensiero reazionario, allora qui si è reazionari. Noi preferiamo considerarla una posizione liberale e per questo ci stupiamo del consenso che molti liberali dimostrano per la cosiddetta rivoluzione sociale di Zapatero. Non c'è nulla di liberale nel relativismo delle coscienze, nella dittatura del tutto è uguale, nell'assorbimento di ogni capacità critica all'interno del rassicurante tessuto del pensiero unico. La Spagna di Zpaz non è il paradiso dei diritti delle minoranze. E' il trionfo di un conformismo che, per ragioni di immagine, ci stanno vendendo come progresso.
Titolo idiota del giorno. AP e WP:
Il n. 2 di Al Qaeda scredita l'idea statunitense di riforma (del medioriente). La prossima settimana, si presume, Al Zawahiri presenterà una diversa proposta al Palazzo di Vetro.
Il mondo osserva distratto. Thabo Mbeki è un inetto ma pretendere che sia lui a risolvere il problema Zimbabwe è assurdo.
Only one thing seemed certain at the time. The humanitarian gesture would backfire, cushioning Mugabe and his regime from the consequences of their actions. So it turned out. The aid community were either blind, or they blinked. Mr Mugabe survived. And the West's unconditional generosity has done - and is doing - more long-term damage to Zimbabwe than short term good. Food and servitude - or continued famine and the possibility of freedom: It is a tough choice, which should be made at the UN, not in Pretoria. Thabo Mbeki cannot be expected to take a decision which his critics dodged, and still duck away from. Alle Nazioni Unite una decisione del genere non sarà mai presa. Davvero si possono ancora nutrire dubbi sulla necessità di un'alleanza delle democrazie pronta ad agire in casi come questi con tutti i mezzi necessari?
I nipoti di Khomeini secondo Repubblica e compagnia.
Secondo i voti fin qui scrutinati Rafsanjani ottiene il 21,7% delle preferenze e Karroubi il 21,1%. Rafsanjani è un conservatore moderato. E' già stato presidente tra il 1989 e il 1997. Liberista in economia è favorevole al dialogo con l'Occidente e al nucleare. Karroubi, riformista moderato, stretto alleato di Khatami, è stato lo speaker del parlamento dal 2000 al 2004. Ha proposto di dare a tutti i ragazzi sotto i 18 anni un contributo di 55 dollari al mese. I fondamentalisti evidentemente sono tutti alla Casa Bianca. L'elemento forse più fastidioso di tutta questa campagna di stampa pro-Iran è che gli stessi che cinque mesi fa tacciavano di farsa il primo voto popolare democratico in Iraq sono oggi in prima linea nello spiegarci che a Teheran c'è democrazia. Un altro esempio tratto da El Mundo (notare i toni): Nonostante le critiche che sputa l'amministrazione statunitense contro il paese che considera membro dell'Asse del Male, questo nemico invisibile in nome del quale George W. Bush dichiara guerre e invade paesi, le elezioni che ha celebrato l'Iran costituiscono una pietra miliare per la Repubblica Islamica. Anche per il giornalismo. venerdì, giugno 17, 2005
Iran in diretta. Nel caso vi steste ancora chiedendo dove andare a raccogliere informazioni sulla giornata elettorale iraniana segnaliamo tra gli altri Regime Change Iran, Hossein Derakshan, Iran Scan, Free Thoughts, Lilit. I media tradizionali meglio lasciarli perdere: la metà è in sciopero, l'altra metà non sa assolutamente che pesci pigliare.
Lo sciopero e la frontiera. Avete notato che oggi chi vuol leggere notizie e commenti online in italiano deve andare su TocqueVille?
Sarà la centesima volta. Per quale ragione siamo così inclini a farci prendere in giro da quest'uomo?
C'è un nome per tutto questo? Mugabe ordina la demolizione delle case abusive anche nelle zone rurali del paese. Che piano ci sia dietro la terra bruciata è ancora presto per dirlo. Di certo il futuro promette di essere, se possibile, ancora più drammatico per lo Zimbabwe. E c'è già chi parla di spostamenti forzati di popolazione. Una follia che il mondo osserva distratto.
In poche parole.
"Today Iran is ruled by men who suppress liberty at home and spread terror across the world," Mr. Bush said in a statement. "Power is in the hands of an unelected few who have retained power through an electoral process that ignores the basic requirements of democracy." He called Friday's election "sadly consistent with this oppressive record." Nient'altro da aggiungere. P.S. Qui l'intera dichiarazione. giovedì, giugno 16, 2005
Il vento progressista del Sud America/14. In Veneuela hanno decapitato un giornalista.
Non tocca a lui. Ma Wolfowitz chiede scusa al Ruanda.
Barcellona chiama Pyongyang. Rafael Poch è il corrispondente dall'Asia del quotidiano catalano La Vanguardia. Come molti di voi sapranno avendo seguito questo blog negli ultimi due anni, in Spagna non c'è bisogno di essere di sinistra per far parte della corazzata del pensiero unico antiamericano e antioccidentale. E' uno standard, un modo di essere, un certificato di legittimità sociale. La Vanguardia infatti non è un giornale di sinistra ma se deve parlare della guerra in Iraq pubblica in traduzione Robert Fisk e se deve scegliere tra Washington e Pyongyang ovviamente sceglie Pyongyang.
Confrontate il pezzo di Rafael Poch sulla cerimonia per i cinque anni dal primo incontro tra i leaders del Nord e del Sud con uno dei dispacci di agenzia della KCNA e fateci sapere se trovate significative differenze. Per aiutarvi estrapoliamo alcune gemme: Junto con 300 chicas ataviadas con trajes tradicionales, esperan -esperamos todos los presentes- la llegada de la Gran Marcha Nacional por la Independencia y la Paz, con la que se conmemora el quinto aniversario de la primera cumbre presidencial intercoreana en medio siglo, celebrada el 15 de junio del año 2000. Los chicos y las chicas están distendidos y alegres. Como todos y cada uno de los vecinos de esta capital, llevan en su pecho la insignia con el retrato de Kim Il Sung, fundador de la república y padre del actual caudillo. Tutti in trepidante attesa, il vostro corrispondente compreso, tutti i ragazzi distesi e allegri nonostante il cattivo tempo, nella migliore tradizione dei paradisi comunisti. Los compatriotas del sur, mojados por la caminata y enfundados en sus impermeables, parecen vivamente emocionados. Entre ellos hay representantes religiosos, budistas, evangelistas, funcionarios y activistas de la reunificación. Mas atrás viene la formación de jóvenes portando, cada uno de ellos, una bandera de la reunificación, blanca con el mapa de Corea en color azul. Bandera sencilla y clara, que los dos países utilizaron por primera vez en 1991 en el campeonato mundial de tenis de mesa celebrado en Japón. Los coreanos lo llaman han y puede definirse como una emoción contenida, un dolor, común en ambas Coreas, ante la amputación que significa la nación partida. Una división de la que serían responsables, dicen, naciones extranjeras.No hay duda de que detrás del han hay mucha materia. Emozione dei fratelli del Sud, rappresentanze religiose come se piovesse (la tolleranza, il progresso), la bandiera della riunificazione chiara e semplice, la responsabilità straniera nella dolorosa divisione. En 1993, un año antes de morir, Kim Il Sung, presentó los diez principios para la reunificación, en los que se contemplaba un horizonte de confederación de dos sistemas en coexistencia. A cosa volete associare il nome di Kim Il Sung se non al termine coesistenza? A guerra di aggressione, forse? A Gulag? Dannati imperialisti. Attenzione adesso: Para el Norte, la distensión con el Sur del año 2000 no solo tenía un sentido nacional, sino que se esperaba que contribuyera a la normalización de relaciones con Estados Unidos, pero ocurrió lo contrario, porque en Washington llegó al poder una nueva administración cavernícola, firmemente resuelta a mantener la guerra fría en Asia Oriental. La colisión entre la llamada política soleada de distensión de Seúl (versión asiática de la Ostpolitik de Willy Brandt en Europa) y el discurso de Bush colocó en una profunda contradicción al Gobierno de Seúl y obligó a Corea del Norte a dirigir sus exiguos recursos a un programa nuclear, que aquí es visto como el único medio para evitar que ocurran los cambios de régimen ensayados en Iraq, Yugoslavia o Afganistán. Así las cosas, si el Sur quiere estrechar relaciones con el Norte, debe ser más independiente y soberano de EE.UU. Es lo que está ocurriendo. Il Nord, notoriamente pacifico, ambiva alla normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Buono a sapersi. Ma cosa successe a quel punto? A Washington arrivò al potere (si suppone perché eletta ma Poch non ha tempo per questi dettagli) una nuova amministrazione cavernicola (in contrasto con l'illuminato regime di Kim, probabilmente) il cui unico scopo era ricreare uno scenario da guerra fredda in Asia. I cavernicoli americani mandarono all'aria la straordinaria sunshine policy di Seul (che come tutti sanno ha raggiunto risultati storici) e costrinsero - obbligarono - la Corea del Nord (che altrimenti avrebbe continuato a coltivare i suoi campi in fiore) a farsi l'atomica per evitare di essere invasa dagli imperialisti e di fare la stessa fine della Jugoslavia (Milosevic), dell'Afghanistan (Talebani) e dell'Iraq (Saddam). Non fa una grinza, Poch. En abril, el Gobierno de Roh vetó un plan militar conjunto norteamericano de intervención en Corea del Norte para el caso de que este país se colapse. Un genio questo Roh, e Poch i geni li riconosce al volo. Al mismo tiempo, la arrogante política exterior japonesa (pleito histórico con China y Corea) está uniendo a las dos Coreas con Pekín. El ministro de Defensa surcoreano, Yoon Kwang Ung, anunció que Seúl incrementará su relación militar con China. Mientras en la prensa conservadora americana se tildaba al presidente surcoreano de talibán y filocomunista, la respuesta a todo esto vino de Japón. All'imperialismo americano si somma quello giapponese (tradizionalmente alleati, no?). E mentre la stampa conservatrice americana (ne esiste forse un'altra?) insulta Roh che vuole la pace con Kim mentre Bush preferisce la guerra (chiaro e semplice), il Sud non può fare altro che cercare in Pechino (altro bastione di democrazia) un compagno di strada più affidabile e meno aggressivo degli Stati Uniti. Poch è felice. La Vanguardia pure. La Catalogna legge e tace. Vorremmo tanto credere che la censura del regime abbia scritto queste righe al posto di Poch. Ma siccome conosciamo un po' i nostri polli temiamo che non ce ne sia stato bisogno. Non dimenticate che la Spagna è il paese in cui se attacchi le sedi del partito di centrodestra al governo il giorno prima delle elezioni sei un eroe della democrazia, mentre se gridi la tua indignazione contro un ministro socialista durante una manifestazione puoi essere arrestato per attitudine vociferante: Lo que ayer declaraba el Fiscal General, Conde Pumpido, que “vociferar” contra un ministro es un delito, no admite comparación, desde luego, con lo que Barrionuevo, Vera y sus matarifes ejecutaron: secuestro, robo, desaparición, tortura, asesinato… Pero en ningún país de Europa que yo conozca (dejo al margen la cosa de Putin y otros despojos del estalinismo), un Fiscal General que formulara semejante violación de las garantías constitucionales duraría en su cargo más de diez minutos. mercoledì, giugno 15, 2005
Verrà, verrà il domani. Quando vi spiegheranno che in Egitto in realtà non succede niente e che quello di Bush e dei neocon è solo wishful thinking, magari ricordatevi di questo:
In increasing numbers, advocates of reform are flexing their muscles in Egypt, setting up new movements for change and democracy with a common focus -- to shake off the grip of the state. Judges and academics, journalists and writers, workers and politicians, have all announced embryonic groups. "We are preparing a workers' conference to put in place alternative trades unions parallel to those which currently exist and which are part of the General Union of Egyptian Workers, dominated by the state and which do not look after our interests," said one of the founders, Kamal Abu Eita. "We are part of the global movement for democracy in the country," he said. (Via Normblog).
Ritorno in Iran. Hossein Derakhshan è tornato a casa a proprio rischio e pericolo. Il suo scopo è raccontare che genere di elezioni si possano organizzare in un paese sequestrato dagli ayatollah. Qui il blog.
Invece il LAT si lancia nell'ennesimo see no evil della sua storia per tentare di convincerci stavolta che a Teheran va tutto bene e che siamo noi occidentali a non capire quel particolare modo di esercitare la democrazia. Una frase per farvi l'idea: Most significant of all, Iranians are no surer of who will win the coming election than Americans were in November. Pensa un po'. E hanno anche più candidati!
Commentatori di Partito. Vien da chiedersi se un regime che si riduce a questo, oltre ad essere odioso non sia anche alla frutta:
With the number of users forecast to rise above 100 million this year, access to the web is spreading beyond China's well-rewarded middle class and into the more disgruntled factory and farming communities, where young migrant workers are teaching their families about internet cafes. In response, the propaganda departments of provincial and municipal governments have recently been instructed to build teams of internet commentators, whose job is to guide discussion on public bulletin boards away from politically sensitive topics by posting opinions anonymously or under false names. Applicants for the job - mostly drawn from the propaganda and police departments - were told they had to understand government policies, know political theory, be politically reliable and understand internet technology. Successful candidates have been offered classes in Marxist theory, propaganda techniques and updates on the development of the internet around the world. A summary of objectives declared that commentators should "be proactive in developing discussion, increase control, accentuate the good, avoid the bad, and use internet debate to our advantage." Opinionisti anonimi ideologicamente indottrinati: il volto nascosto di un potere impresentabile. Altre segnalazioni. Duecento bambini morti in un'inondazione alimentano la rabbia popolare nel villaggio di Shalan. Un'analisi sullo sviluppo economico cinese meno convenzionale del solito, soprattutto se si pensa che arriva dall'interno.
Mandatele una rosa. Vaclav Havel ricorda che Aung San Suu Kyi è ancora agli arresti domiciliari e che la Birmania soffre da quindici anni sotto una terribile dittatura. E rinnova il suo appello a chi fa dell'appeasement con i tiranni la linea guida della propria politica:
This is why I support U.S. sanctions against the Burmese regime and why I find it easy to identify with resolutions by U.S. legislators. This is also why I appeal to the European Union to learn from its Cuban fiasco and step up the pressure on the Burmese regime both within the framework of the United Nations and in other international forums -- and to do it in clear and comprehensible terms. Da noi a seguire da vicino le vicende birmane ci pensa il gruppo di Italian Blogs for Freedom.
La democrazia in marcia. Stazione Mongolia. Alla faccia di Vadimir Ilic.
Perché Bush è un grande/2. Kang Chol Hwan racconta cosa si sono detti lui e GWB nell'incontro di ieri. E' anche uno spaccato sui sentimenti privati del presidente degli Stati Uniti. Conclude il nordcoreano:
I believe that President Bush’s sympathy and interest in North Korean human rights alone has given great hope to the 200,000 political prisoners locked up inside North Korea’s prison camps. I’m most glad that I was able to make the realities of the prison camps known worldwide, having defected to South Korea with that goal. Meeting with President Bush, I hoped that the countless, nameless souls who wrongly perished inside the camps were consoled, if even just a little. Una pagina da incorniciare nel libro della sua presidenza. martedì, giugno 14, 2005
Vincitori, vinti e incognite. Il voto libanese spiegato per filo e per segno da Michael Young. Lettura imprescindibile per non perdere di vista il quadro generale e i possibili sviluppi: As many Christians warned, the murder of Rafik Hariri did not entitle Walid Jumblatt and Saad Harir |