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venerdì, dicembre 31, 2004
Antologia/2. Si prosegue col 2004.
Donne e libertà Benvenuti in paradiso Catalogna connection C'è una guerra là fuori. Ve ne siete accorti? WMD: proliferazione e prevenzione Calm down 11 marzo. L'inferno La Spagna a poche ore dal massacro Spagna. Il giorno dopo Perchè l'ipotesi ETA è ancora in piedi Ancora prima del previsto La strage che decise le elezioni (2/3/4/5/6) «Lasciateci in pace» Soltanto un incidente di percorso La Spagna della pace celeste Sovranità limitata Leggeri come una piuma L'anello debole L'uomo ai minimi termini Dove va Al-Andalus? Non ci sono più scuse I buchi neri dell'11-14 marzo Rovesciare tutto Un eufemismo ci seppellirà Il ruolo di ETA La storia è una puttana Le magnifiche sorti e progressive Cina. Pensieri sparsi (Un viaggio) Il coraggio di non nascondersi Momenti di gloria Finché morte non ci separi Cosa succede in città (Cronaca di una rielezione) Quale Ucraina (e quale Russia?)/5 State bene. giovedì, dicembre 30, 2004
Antologia. Sono quasi due anni di blog. In tutta sincerità crediamo di aver fatto un buon lavoro. Grazie davvero a quelli che lo hanno saputo apprezzare e pazienza per gli altri.
Di seguito una selezione di alcuni dei post più argomentati, dal più antico al più recente: si comincia col 2003. Left sunshine Due immagini per la storia E' tragico, ma non è serio Il teatro dell'assurdo La cattiva coscienza Uno strano pianeta Aria Il giulivo Giulietto Quelli che non sanno gioire La guerra di Fidel La storia si ripete Guerra (in)civile Silenzi imbarazza(n)ti Ancora sulla affirmative action 4 luglio 1776 La distanza fra la retorica e la realtà 14 luglio 1789 Baghdad Broadcasting Corporation Ancora sul caso Kelly/BBC Liberia chiama Washington Sulla Spagna Mai più una pace come quella Una pagina che era meglio non scrivere La solita storia Quando scese la notte Chomsky nel suo ambiente naturale Ipocriti Perchè si parla di nuovo antisemitimo Visto che nessuno ne parla Il terrorismo dei media Già, la Cambogia La sinistra conservatrice Falsa partenza
Prossima fermata. Iraq, 30 gennaio 2005.
Il nuovo inizio. Ucraina.
La rinascita. Afghanistan.
Parola indecente dell'anno.
Resistenza C'è bisogno di spiegare perché? mercoledì, dicembre 29, 2004
L'onda.
![]() Se abbiamo evitato finora di scrivere sulla tragedia dell'Oceano Indiano non è per pigrizia o disattenzione ma perché sinceramente non sappiamo cosa dire e preferiremmo risparmiarvi banalità sulla forza della natura, i cambiamenti climatici o le colpe (potevano mancare?) dell'occidente. Visto che i telegiornali sono inguardabili (qui in Spagna ad esempio le notizie sul maremoto sono state relegate in secondo piano dalle code sull'autostrada di Burgos) ci affidiamo alla pagina di Wikipedia in continuo aggiornamento, ai resoconti di persone che si trovano nei luoghi del disastro e ad un pezzo vecchio stampo di Alan Sipress che ci fa sentire l'odore del mare e della morte. Che, ancora una volta, sono sinonimi. Forse gli animali sapevano. Come aiutare. Anche qui. Altri video, fotografie e testimonianze. Una storia incredibile tra le tante. Via Belmont Club il primo bollettino trasmesso agli Tsunami warning centres nella regione del Pacifico il 26 dicembre (un analogo sistema di controllo e prevenzione manca nell'area dell'Indiano): TSUNAMI BULLETIN NUMBER 001 PACIFIC TSUNAMI WARNING CENTER/NOAA/NWS ISSUED AT 0114Z 26 DEC 2004 THIS BULLETIN IS FOR ALL AREAS OF THE PACIFIC BASIN EXCEPT ALASKA - BRITISH COLUMBIA - WASHINGTON - OREGON - CALIFORNIA. .................. TSUNAMI INFORMATION BULLETIN .................. THIS MESSAGE IS FOR INFORMATION ONLY. THERE IS NO TSUNAMI WARNING OR WATCH IN EFFECT. AN EARTHQUAKE HAS OCCURRED WITH THESE PRELIMINARY PARAMETERS ORIGIN TIME - 0059Z 26 DEC 2004 COORDINATES - 3.4 NORTH 95.7 EAST LOCATION - OFF W COAST OF NORTHERN SUMATERA MAGNITUDE - 8.0 EVALUATION THIS EARTHQUAKE IS LOCATED OUTSIDE THE PACIFIC. NO DESTRUCTIVE TSUNAMI THREAT EXISTS BASED ON HISTORICAL EARTHQUAKE AND TSUNAMI DATA. THIS WILL BE THE ONLY BULLETIN ISSUED FOR THIS EVENT UNLESS ADDITIONAL INFORMATION BECOMES AVAILABLE. THE WEST COAST/ALASKA TSUNAMI WARNING CENTER WILL ISSUE BULLETINS FOR ALASKA - BRITISH COLUMBIA - WASHINGTON - OREGON - CALIFORNIA. lunedì, dicembre 27, 2004
La rivoluzione arancione ha vinto. Stavolta gli ucraini hanno scelto davvero.
martedì, dicembre 21, 2004
Una serie di disgraziati eventi. David Brooks - al meglio - sulle previsioni sbagliate delle eterne (e interessate) cassandre del nostro tempo:
It almost makes you think that all those bemoaners and condemners don't know what they are talking about. Nothing they have said over the past three years accounts for what is happening now. It almost makes you think that Bush understands the situation better than the lot of them. Notevole anche la riflessione di Fareed Zakaria (che oggi le cassandre probabilmente non citeranno). Things are changing... In 2004, however, one can point to more than simply the absence of support for fundamentalism. There are glimmers of reform, even in the Arab world, the place that remains the locus of the problem. Governments are talking about changing their economic and even political systems. Some are doing more than talking. This early enthusiasm could easily dissipate. Arab elites remain enormously resistant to reform and will try to scuttle plans for change. But I sense that the dinosaurs are on the defensive. For the first time, other views are being aired.
Se Aziz canta, Kofi trema.
Condoglianze. Il Protocollo di Kyoto è morto, scrive Ronald Bailey. Qui non si piange. Alternative:
So what now? Two different but complementary paths for addressing any future climate change have emerged from the Buenos Aires Climate Change Conference. The Europeans and activists have been pushing the first, which envisions steep near term reductions (next 20 years) in the emissions of GHG as a way to mitigate projected global warming. On the other hand, the United States has been advocating a technology-push approach in which emissions continue to rise and then GHG concentrations and emissions are cut steeply beginning in about 20 years. Over that time, the US sees the development of new energy efficient technologies, the creation of low cost methods for capturing and storing carbon dioxide both as emissions and atmospheric concentrations, and the invention of low carbon energy supplies. Such an approach has the advantage of fostering economic growth in the developing countries, lifting hundreds of millions from abject poverty over the next 20 years.
Dice il saggio. Gheddafi parla - minacciosamente - della Turchia in Europa. Un motivo in più per accelerarne l'ingresso.
Per Rummy. Una voce a supporto del Segretario alla Difesa in un momento in cui non se ne ascoltano molte. Qui invece un riassunto delle posizioni mainstream.
Nobel per la Pace. Uno peggio dell'altro. Ma forse li premiano per quello.
Feliz Navidad. Nella Spagna buona e giusta le commissioni d'inchiesta si chiudono in fretta dopo che Zapatero ha dettato le conclusioni e i terroristi appoggiano nei parlamenti autonomici i piani secessionisti dei governatori locali. Allegria.
Classifiche. I venti liberal più noiosi d'America. Ma Mo Dowd meritava di più (cioè di meno).
lunedì, dicembre 20, 2004
Close your eyes (and sell your arms). Il Washington Post si rende conto che il dittatore Hu Jintao è perfino più autoritario del dittatore Jiang Zemin e lancia l'allarme:
For two years the outside world has speculated about where Chinese President Hu Jintao would lead his country once he and his team consolidated their hold on power. The answer got clearer last week when his police knocked on the doors of three leading intellectuals who have criticized the government or advocated democratic change. The detentions of Yu Jie, Zhang Zuhua and Liu Xiaobo confirmed the launch of a crackdown on dissent that includes greater censorship of the press and a new campaign by the Communist Party to tighten discipline in its ranks. Rather than dismantle the creaky political dictatorship that governs China's increasingly modern economy, Mr. Hu is headed in the opposite direction. The Bush administration, which came to office four years ago promising a tougher approach to China, has been largely passive as these policies have emerged. Its fecklessness compares favorably, however, with the cynicism of its European allies. Germany and France, self-styled champions of "soft power" as the best means of addressing threats such as Iran or Saddam Hussein's Iraq, have responded to Mr. Hu by offering to sell his army new weapons. Anche The Australian ha un'ottima corrispondenza sull'interminabile inverno cinese. Storia di Li Boguang, l'ultimo della lista.
Un mondo fantastico. La Corea del Nord ha osservato la Giornata Mondiale dei Diritti Umani.
C'è di peggio. Non è l'Oil for Food la più scandalosa eredità che Annan lascerà ai posteri, parola di peacekeeper:
The salient indictment of Mr. Annan's leadership is lethal cowardice, not corruption; the evidence is genocide, not oil. Kofi, il liquidatore delle Nazioni Unite.
Ci credete voi? Il governo sudanese ha detto che sospenderà le operazioni nel Darfur (ammettendo quindi che erano in corso operazioni nel Darfur).
Contro la storia. Se il trend a livello mondiale è - da oltre un decennio - quello dell'espansione della democrazia, ci sono paesi che stanno percorrendo il cammino contrario: il Venezuela è uno di questi. Un caudillo democraticamente eletto sta trasformando in una caricatura di se stessa quella che fino a qualche anno fa era una delle nazioni più prospere dell'America Latina, tra gli applausi della sinistra terzomondista e degli zapateri sparsi per il pianeta (indimenticabile il blog italiano che dalla luna descrisse le folle piangenti al passaggio del piccolo Fidel). Due articoli del Miami Herald e del Los Angeles Times fanno il punto della situazione.
La religiosità del presidente. L'Economist analizza (seriamente) quanto e come Bush parla di Dio. E dimostra che, contestualizzando le sue affermazioni, l'attuale inquilino della Casa Bianca non si discosta dalla tradizione americana e da quella di molti suoi predecessori.
Iraq al voto. Il blog sulle elezioni del 30 gennaio (grazie a GWB anche se a Repubblica non ci arrivano).
Commento di Repubblica alla notizia precedente.
Il riconoscimento è andato in passato al Mahatma Gandhi, al presidente John F. Kennedy, a Rudolph Giuliani dopo l'11 settembre, ma anche a Stalin, Adolf Hitler e all'Ayatollah Khomeini. (Grazie al Griso).
Person of the year. GWB. Ovviamente.
sabato, dicembre 18, 2004
E ti pareva. Zapatero e l'Unione Europea, chi l'avrebbe detto mai.
mercoledì, dicembre 15, 2004
Neocon in conflitto con se stessi? Secondo Franklin Foer la distinzione fra idealisti e realisti non è propria soltanto del dibattito politico generale ma caratterizza anche la natura dello stesso pensiero neoconservatore (a fini argomentativi diamo per scontato che un pensiero neoconservatore effettivamente esista in quanto tale). Il caso Iran avrebbe messo in evidenza la differenza tra le due anime. Foer lo spiega così:
All their apparent agreement on the great issues of the day, however, obscured important internal disagreements and inconsistencies. The neoconservative mind has always had two lobes. One side drives neocons toward idealistic language about America's ability to spread human rights and democracy. This is the half that dominates the thinking of Deputy Secretary of Defense Paul Wolfowitz and the president's senior Middle East adviser, Elliot Abrams. In a speech to the National Endowment for Democracy in 2003, President Bush provided the locus classicus of this strain when he announced his "forward strategy of freedom in the Middle East" and called for a "global democratic revolution." The colder, more analytic lobe of the neocon brain endorses all this talk about democracy. But it couches these goals in a more realist context. It doesn't want democracy planted out of altruism. It wants democracy planted when it can promote U.S. interests. Charles Krauthammer and Jeanne Kirkpatrick have been the most prominent spokespeople for this lobe. Many of these neocons, such as Krauthammer, scoffed at the Balkan interventions as social work. And they don't mind temporary alliances with dictatorships and nasty regimes. "We often need such dictators to win the larger struggle against a global threat to liberty," Krauthammer wrote two years ago in Time, defending the U.S. partnership with Pakistani President Pervez Musharraf. If you were to peer into the minds--or at least the writings--of most rank-and-file neocons, you'd find that the idealist and realist sides co-exist in almost equal proportion. Iran, however, brings these two lobes into conflict. Each policy option that might promote democracy comes at the expense of neocon goals for U.S. security. Each policy that might promote security comes at the expense of their liberal concerns. Iraq, it turns out, was not the first in a series of bold ventures toward a new Pax Americana, as both neoconservatives and their detractors imagined, but an anomaly--a freak instance in which events conspired to produce the clarity that could temporarily bridge the two halves of the neocon brain. In Iran, no policy can bring the neocons' competing goals into concert. The result is the current paralysis, a moment of indecision that exposes limits of neoconservatism. Poi Foer sviluppa la sua tesi facendo riferimento all'apparente stallo in cui si trova l'amministrazione Bush sulla questione del nucleare di Teheran: Neoconservative doctrine holds that the best long-term hope for preventing a nuclear Iran is the country's liberalization. Indeed, that's the policy proposed by one school of hawks (...). But neocons haven't rallied around this regime-change recipe for a reason. While it satisfies the idealistic half of the neocon brain, it leaves the other half nervous and wanting. Above all, many neocons believe that promoting regime change will not stop Iran from getting the bomb. The less idealistic side of the neocon mind has its own solution. As Gerecht argues, a preemptive strike against Iranian nuclear facilities is the "only option that offers a good chance of delaying Iran's production of nuclear weapons." (...) Even if a preemptive strike delivered the advertised security benefits, it would still harm the American vision for a democratic Middle East. Unlike Osirak, strikes against Iranian facilities would be far from clinical. The Iranians have reportedly submerged their nuclear workshops in densely populated areas like metropolitan Tehran, locales that guarantee civilian carnage. This carnage might be worth the price, except that it would likely cause the Iranian people to rally nationalistically around the mullahs, further postponing the regime's collapse. Se l'intera analisi non fosse finalizzata alla critica dei neoconservatori, avrebbe l'indiscutibile merito di aiutare a capire perchè la gestione della crisi iraniana è così complicata (alcune delle considerazioni di Foer si potrebbero applicare anche alla Corea del Nord). Il problema però è che, volendo attribuire le attuali difficoltà a divisioni interne al movimento (questo sì che non esiste ma passatecelo) neoconservatore, Foer deve necessariamente riproporre la contrapposizione tra idealismo e realismo con tutti i limiti che la definizione di questi concetti presenta nella fase attuale della politica estera americana. E' realista pensare che il terrorismo possa essere sconfitto senza la democratizzazione del medioriente? No, rispondono i cosiddetti idealisti. Allo stesso modo ha poco senso distinguere, come fa Foer, tra una fazione neoconservatrice portata alla promozione della democrazia per ragioni di mero altruismo e una fazione che la legherebbe soltanto all'interesse strategico americano, semplicemente perchè dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che - semplificando - la democrazia conviene perchè è buona ed è buona perchè conviene. Il fatto stesso che il pensiero neoconservatore sia ritornato in auge dopo l'11 settembre dimostra che - per i suoi fautori - esportare la democrazia dove non c'è è il miglior modo per difendere gli Stati Uniti (ed il resto del mondo libero) da una nuova minaccia totalitaria. Realismo e idealismo sono in questo caso due facce della stessa medaglia, assolutamente inscindibili. Chi si dice realista e non crede nella democrazia come antidoto al terrorismo, abusa del termine.
Neocon all'attacco. Bill Kristol scarica Rumsfeld:
These soldiers deserve a better defense secretary than the one we have. martedì, dicembre 14, 2004
Un po' Mao, un po' Breznev. Sulla repressione nei confronti degli intellettuali inaspritasi negli ultimi tempi sotto Hu Jintao (noto riformista come insegna la vulgata della stampa e delle cancellerie occidentali) riferiscono due articoli pubblicati in questi giorni da Asia Times e dall'Economist. Comunque adesso togliamo l'embargo e tutto si sistema.
Signori, come previsto, prima del previsto. Non vedevano l'ora all'Unione Europea di dimostrare quanto sappiano essere compassionevoli con i tiranni. Castro conosce i suoi polli e noi avevamo avvisato. E' stato sufficiente metter fuori Rivero et voilá: i saggi di Bruxelles si preparano a riallacciare i rapporti diplomatici con il regime comunista e le ambasciate europee non inviteranno più i dissidenti cubani. Difficile trovare le parole giuste per descrivere la gravità di una simile decisione ma ci proviamo: vincono la linea Zapatero, la vigliaccheria, il compromesso, il Comandante, la dittatura. Perde di nuovo la dignità. Ma questa non è più una notizia. In fondo dobbiamo dimostrare di non essere servi di Washington: non sia mai che a L'Avana o a Pechino la prendano male.
Dalla culla alla tomba. C'è un settore della vita sociale in cui per quarant'anni la Svezia socialdemocratica ha fatto di tutto per assomigliare alla Germania nazista. Se non avete ancora visto l'articolo del Foglio sulla selezione della razza (come la chiamereste voi?) tra il 1934 e il 1975, fatelo subito perchè è francamente impressionante.
Il peggiore dei sistemi ad eccezione di tutti gli altri. Quindici anni dopo Ceausescu, Romania fa rima con democrazia:
As slow as it may be, democracy is doing wonders for many former communist nations like Romania.
El día después. Per chi legge lo spagnolo qui altre reazioni sull'interminabile e purtroppo indimenticabile performance dell'esponente piu settario del Partido Socialista Obrero Español: il nostro querido Presidente del Gobierno che oggi - tra l'altro - ha annullato la visita ufficiale in Polonia perché era stanco. Tanto quelli sono amici degli americani (e pure un po' cattolici) e possono aspettare.
lunedì, dicembre 13, 2004
L'ultimo stadio. Ieri era il Bernabeu evacuato durante la partita per un allarme-bomba. Non è successo niente alla fine ma mai come in questi casi vale il detto basta la parola. E' bastata una telefonata per far precipitare nell'ansia una città e una nazione a nove mesi da Atocha, nove mesi inutili, nove mesi in cui la parola d'ordine di chi ha preso il potere a Madrid è stata dimenticare e far dimenticare. Ma i terroristi non se ne vanno se non li combatti, ritornano per farti ostaggio ed alzare la posta. E' bastata una chiamata per ricordare a tutti quanto costa arrendersi al fanatismo. La Spagna fatica ancora a realizzarlo ma il terrorismo ha in mano le sorti di questo paese. L'islamismo radicale chiama, ETA risponde e viceversa.
Oggi è stato un presidente per caso balbettante persino di fronte ad una commissione amica. A due settimane dalla testimonianza di Aznar il divario fra il capo di governo che fu e quello attuale si è rivelato in tutta la sua sconcertante ampiezza. Zapatero non ha risposte e nemmeno le cerca, sa di avere un problema di legittimità grosso come uno stadio vuoto alle nove di sera, è cosciente che il castello di menzogne costruito da lui e dai suoi compagni di merende nei tre giorni della vergogna (11-14 marzo) può venir giù da un momento all'altro. Zapatero non ha il coraggio della verità: è costretto a ripetere fino alla nausea che il terrorismo islamico è l'unico responsabile del massacro, che ETA non c'entra nulla, che le connessioni tra le cellule mediorientali e l'estremismo basco emerse in questi mesi sono solo coincidenze. Zapatero non ricorda - non ricorda - se parlò con i direttori dei principali quotidiani spagnoli di terroristi suicidi (una tesi inventata che i socialisti e il loro megafono - Cadena Ser - vendettero per buona durante lunghe ore). Zapatero dice di non aver ricevuto direttamente in quei giorni informazioni dai servizi di sicurezza dello stato anche se persino i suoi più stretti collaboratori hanno dovuto ammetterlo. Zapatero nega l'evidenza quando afferma che il PSOE non ha avuto niente a che fare con le manifestazioni sotto le sedi dei Popolari e che non c'è stata nessuna campagna mediatica scatenata contro il governo Aznar. Ma le parole pronunciate da lui oggi - un inganno massivo del PP - sono le stesse che tutti abbiamo sentito gridare per tre giorni nove mesi fa, quando serviva, dal venerdì alla domenica, poi la vittoria e tutti zitti a casa. Poi si lava la faccia Zapatero: propone un patto nazionale contro il terrorismo ma dovrebbe andarlo a spiegare prima di tutto ai suoi alleati di governo che con i terroristi trattano tregue separate, ripete come se sapesse di cosa parla l'incredibile concetto dell'alleanza di civiltà ma prima sarebbe interessante capire quale civiltà esattamente lui rappresenti, chiede a tutti di non fare del terrorismo un terreno di battaglia politica e non è male sentirlo da chi ha usato il più devastante attentato mai compiuto in Europa a fini elettorali, rivendica alla propria azione un incremento della collaborazione internazionale nella lotta antiterrorista forse intendendo con ciò la fuga dall'Iraq e l'invito alla diserzione rivolto ai paesi alleati. Questo è Zapatero, questa è la sua Spagna buona e giusta. E c'è poco da ridere.
Tutti Marco Polo. Non per rompere sempre le uova nel paniere ma - premesso che questa improvvisa presa di coscienza collettiva sulla Cina è certamente un ottimo segnale - è comunque piuttosto deprimente che in Italia si debba aspettare una visita di Ciampi per aprire gli occhi su quel che succede da almeno cinquantacinque anni nella più grande dittatura del mondo (Radicali a parte, come sempre).
Il vento dell'Est. Intanto a Bucarest si cambia (ma Kiev è un'altra storia).
Scusate l'interruzione (e grazie a Giovanni).
venerdì, dicembre 03, 2004
Si rivota. La rivoluzione arancione sta vincendo.
giovedì, dicembre 02, 2004
Quale Ucraina?/8. Mentre nelle piazze è chiaro quel che sta accadendo, meno trasparente è la partita che si sta giocando nelle stanze del potere tra i due contendenti sotto la supervisione per nulla disinteressata del presidente uscente Kuchma. Così come i fiori infilati nei fucili rappresentano un’immagine suggestiva ma poco tranquillizzante dal punto di vista dell’equilibrio delle forze, la stretta di mano tra Yuschenko e Yanukovych è ancora tutta da interpretare. Si va verso nuove elezioni – questo sembra ormai certo (Corte Suprema permettendo) – ma con quali regole al momento resta un interrogativo irrisolto. Intanto i manifestanti non mollano e fanno bene: finchè il presidio democratico continuerà sarà più difficile per chiunque optare per soluzioni di compromesso che tradiscano lo spirito della rivoluzione arancione.
Sul Guardian il Timothy Garton Ash che non ti aspetti pone finalmente le domande giuste (ai suoi colleghi di testata e) a tutti quegli europei cui la prospettiva di un’estensione della democrazia liberale fa venire l’orticaria (esattamente come ai tempi dell’URSS). P.S. Perché le stesse considerazioni non valgano per il medioriente, non è dato sapere.
Dell’essere liberal. Anche se non avete l’accesso a TNR potete ricavare dai blog (qui Instapundit e Oxblog) il senso dell’articolo di Peter Beinart sulla crisi della sinistra americana. Le considerazioni che leggerete ovviamente si applicano – elevate all’ennesima potenza – alla sinistra europea (escluso Tony e pochi altri).
Rinascimento. Come mai nel mondo arabo si tengono libere elezioni solo nell’Iraq «occupato» e nella «Palestina occupata»? Perché i media più indipendenti si trovano proprio nell’Iraq «occupato» e nella «Palestina occupata»? Quando a formulare queste domande sono editorialisti di quotidiani arabi vuol dire che - da quelle parti - stanno gradualmente giungendo a conclusioni dalle quali - da queste parti - molti sono ancora tristemente lontani.
Medioevo. Proibito darsi la mano. Proibito scrivere. Proibito tutto. L’Iran. Che - come si sa – non è una minaccia. La minaccia sono gli USA e Israele.
mercoledì, dicembre 01, 2004
Quale Ucraina?/7. Partiamo da questo allucinato articolo di Ian Traynor sul Guardian secondo cui dietro alla rivoluzione arancione si nasconderebbero – come sempre - gli oscuri disegni del Satana a stelle e strisce:
But while the gains of the orange-bedecked "chestnut revolution" are Ukraine's, the campaign is an American creation, a sophisticated and brilliantly conceived exercise in western branding and mass marketing that, in four countries in four years, has been used to try to salvage rigged elections and topple unsavoury regimes. Gli fa eco John Laughland (sempre sul Guardian): Our tendency to paint political fantasies on to countries such as Ukraine, and to present the West as a fairy godmother swooping in to save the day, is not only a way to salve a guilty conscience about our political shortcomings. It also blinds us to the reality of continued brazen Western intervention in the democratic politics of other countries. Anne Applebaum risponde oggi dalle colonne del Washington Post: The larger point, though, is that the "it's-all-an-American-plot" arguments circulating in cyberspace again demonstrate something that the writer Christopher Hitchens, himself a former Trotskyite, has been talking about for a long time: At least a part of the Western left -- or rather the Western far left -- is now so anti-American, or so anti-Bush, that it actually prefers authoritarian or totalitarian leaders to any government that would be friendly to the United States. Many of the same people who found it hard to say anything bad about Saddam Hussein find it equally difficult to say anything nice about pro-democracy demonstrators in Ukraine. Many of the same people who would refuse to condemn a dictator who is anti-American cannot bring themselves to admire democrats who admire, or at least don't hate, the United States. Sì, il livello è questo purtroppo. David Adesnik ha altre osservazioni interessanti sull’argomento. Intanto nell’ennesimo ribaltone il parlamento sfiducia il governo di Yanukovych che adesso chiede nuove elezioni come il suo rivale. Forse è la febbre. Ma la Russia continua a mandare messaggi in stile mafioso. Masha Lipman vede indifferenza nei vicini russi ma – come avevamo osservato qualche giorno fa – ritiene lo stesso che un filo più o meno sottile leghi i destini dei due popoli. Per Tobias Schwarz l'Ucraina potrebbe alla fine diventare il ponte tanto atteso fra Russia e occidente. Chi sono i votanti di Yanukovych? Infine Mark MacKinnon parla della logistica della ribellione.
Non cadere nel gioco di Fidel.
Durante quasi mezzo secolo Fidel Castro ha giocato con la buona fede dei governi democratici interessati alla sorte dei dissidenti dentro il paese. Per il Comandante la liberazione dei prigionieri politici è stata una moneta di scambio con cui pagare favori e aprire false speranze smentite immediatamente da nuovi prigionieri. La posizione corretta è quella segnalata da Javier Solana: «L’Unione Europea non darà nulla in cambio al Governo cubano per aver riparato a un crimine». Se davvero si vogliono aiutare i cubani, si mantenga senza spaccature una posizione di fermezza fino a che in quel paese si ponga fine all’ultima dittatura stalinista dell’occidente e ci siano elezioni libere e plurali. Abbassare adesso la guardia servirebbe solo a prolungare l’agonia di quel popolo. Carlos Alberto Montaner sulla scarcerazione di Raúl Rivero.
Perché Annan deve andarsene. Sotto il suo mandato l’ONU si è distinta per corruzione ed immoralità e si è trasformata nel principale puntello del regime di Saddam. Il caso per le dimissioni dell’indimenticabile Kofi è affidato a Norm Coleman. Più chiaro di così.
Hanno vinto tutti. Se a gridare al trionfo sono sia il duo Europa-Nazioni Unite che gli ayatollah di Teheran, forse c’è qualcosa che non va. A completare il post precedente questo editoriale del WSJ. Sulla stessa linea Michael Ledeen.
Basta la parola/2. ONU. Ma vi rendete conto?
A top Iranian official has claimed a "great victory" over the US after the UN said it would not punish Iran's nuclear activities with sanctions. Hassan Rohani said Iran would never give up its right to nuclear power.
Quello che abbiamo sempre pensato di Gorbaciov ma non abbiamo mai avuto tempo di dirvi.
L'ha scritto Jimmomo. |
A Fabio.
A Luisa. ![]() ![]()
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