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martedì, novembre 30, 2004
Quale Ucraina?/6. Kuchma fa il doppio gioco e l'opposizione abbandona il tavolo delle trattative. Ma il vero problema è Putin, ribadisce George Will. Difficile dargli torto. Intanto il parlamento smentisce se stesso e un pericoloso caos sembra affacciarsi all'orizzonte insieme alle prime violenze. Ci chiedevamo dove fossero i supporters europei di Yanukovych: eccone uno. Ieri parlavamo di un grande sconfitto, oggi John O'Sullivan ne individua altri. Le Sabot invece ridimensiona il rischio secessione

There are 25 oblasts (regions) in Ukraine, and two independent administrative districts. Only three of them are seriously considering separation. And only two have a realistic chance of pulling it off.

e fornisce altri particolari sull'elezione rubata. Da noi anche Jimmomo sta commentando splendidamente la rivoluzione arancione. Giusto perchè i blog politici sono scarsi. Forse se li leggessero...



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La mossa di Castro. Rilasciato Raúl Rivero e ne siamo felici. Ma speriamo che l’Unione Europea non ci caschi.
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La prova della rimozione. In questa foto dovrebbe esserci la conferma che l’immagine di Kim Jong Il è stata tolta da alcuni pubblici edifici di Pyongyang. Un Kim senza troppe illusioni e con molte paure è quello descritto da questo interessante articolo di Newsweek che ci parla di un regime il cui obiettivo primario è la sopravvivenza. Mentre all’estero gli oppositori si organizzano.

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Più rancorosi che competitivi. Secondo Russell Berman l’antiamericanismo europeo ha radici non solo politiche ed ideologiche ma anche economiche (via RCP).

The inability to reform -- in the labor market, in impediments to trade, and in the social welfare network -- is precisely where the problem of anti-Americanism enters. Efforts to deregulate and liberalize the economy are easily tagged with negative labels: French pundits denounce them as "Anglo-Saxon"; German politicians shun them as the feared "American conditions." Although Europe urgently needs structural reform, it hides behind the smoke screen of anti-Americanism, which is really anti-capitalism. Rejecting America because of capitalism, however, means repressing the European tradition of free market thinkers from Adam Smith to Friedrich von Hayek.
Many Europeans believe that their slow economy is the price they must pay for their elaborate welfare state. This, however, turns out to be an illusion. A recent study by the Austrian Labor Council shows that the portion of GDP devoted to the social safety net is greater in the United States than it is in Europe; although European states generously pay out more in welfare benefits, they take much more back through higher tax rates.



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A volte ritornano. Ricordate Andrew Gilligan? Adesso scrive sullo Spectator. Il suo ultimo articolo riguarda l’Iran: ovviamente non è una minaccia. Parola sua.
P.S. Ci sono alcuni blog italiani che o non hanno ancora capito che nella storia Blair/Kelly/BBC/armi a mentire è stata la BBC e non Blair o l’hanno capito ma hanno scelto di continuare a mentire a loro volta. Solo perchè chi li legge lo sappia.
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Pregate per l'Ucraina. Torna Solana.
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El nuevo talante. Quello straordinario esempio di competenza, buona fede e correttezza istituzionale che risponde al nome di Miguel Angel Moratinos (non per nulla l'uomo di punta del governo di bambi) ha vietato alla Cadena Cope (ovvero l'unica voce del panorama radiotelevisivo spagnolo che canta fuori dal coro) di seguire la sua visita in medioriente che inizia domani. Roba che se l'avesse fatta Aznar l'avrebbero impiccato.
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Un presidente. Ieri è stato il giorno di Aznar davanti alla Commissione sull'11 marzo. In undici ore ha smontato le menzogne e le manipolazioni di quei tre giorni infami. Ha detto tutto quel che c'era da dire su uno degli avvenimenti più oscuri della storia recente di questo paese: dalla valenza politica ed elettorale della strage all'opera di disinformazione e propaganda messa in atto dai mezzi di comunicazione e dallo stesso Partito Socialista, dagli elementi che facevano e fanno ritenere che ETA abbia giocato un ruolo attivo nell'organizzazione e nell'esecuzione degli attentati alla richiesta di indagare fino in fondo per accertare quella verità che adesso sembra non interessare più a nessuno («Queremos saber» è morto il 14 marzo verso sera). Aznar ha ricordato a chi se la fosse dimenticata la differenza fra uno statista e i nani politici che stanno annegando la Spagna in un mare di ideologia e di improvvisazione. Prendetevi del tempo per leggere i verbali della sessione: stampateli, conservateli, fate qualcosa. Sono una lezione di storia sulla Spagna contemporanea. Qui l'intervento iniziale dell'ex presidente del governo. L'avevamo detto un giorno di marzo e lo ripetiamo adesso: lo rimpiangeranno.
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lunedì, novembre 29, 2004
Quale Ucraina (e quale Russia)?/5. Forse ci vorranno giorni per conoscere il verdetto della Corte Suprema sulle elezioni. Ma il voto del parlamento a favore della ripetizione dei comizi, pur non vincolante, è un dato politico importante per l’opposizione. Comunque vada, la settimana di proteste trascorsa fino ad oggi ha dimostrato che indietro non si torna. Anche se alla fine dovesse essere Yanukovych a prevalere, il paese che si ritroverebbe a gestire non sarebbe quello che lui aveva in mente. Infatti dovrebbe necessariamente governare contro: contro almeno metà della popolazione, contro le grandi città centro-occidentali, contro molti mezzi di informazione che la gelida primavera politica ucraina ha risvegliato dal torpore, contro la nuova Ucraina in procinto di completare quella rivoluzione democratica iniziata tredici anni fa con la fine dell'URSS. Se non si sa ancora chi sarà il prossimo presidente, già si conosce il nome del grande sconfitto: Vladimir Putin. E’ vero che ufficialmente il presidente russo non ha indietreggiato di un millimetro, ma la ribellione pacifica di questi giorni ne ha messo in luce la debolezza: puntando su un candidato lealista invece di dichiarare l’Ucraina in ogni caso un partner privilegiato di Mosca e affrettandosi a riconoscerne la vittoria elettorale nonostante le palesi violazioni della legalità, Putin non solo si è esposto alla sconfitta ma si è collocato chiaramente dalla parte sbagliata della storia. Sarà difficile anche per molti russi da oggi non legare il suo nome all’inganno di un’elezione rubata, difficile non fare paralleli con la loro situazione interna. Putin una volta di più pensava di poter dominare gli eventi ma per la prima volta gli eventi gli sono sfuggiti di mano. L’Ucraina non è la Russia e, per quanto lo desideri, Putin non è il padre-padrone dei destini degli ucraini, almeno di quelli che hanno avuto il coraggio di scendere in piazza per gridare la loro indignazione. Quella che qualcuno ha efficacemente definito «l’onda lunga dell’89» rischia di arrivare ben oltre i confini del paese che in questo momento la sta cavalcando. Provate a pensarci: e se la fine della difficile transizione russa alla democrazia fosse cominciata proprio a Kiev?

Altri link
: l’inquietante presenza al meeting secessionista del sindaco di Mosca e la divisione ideologica nel paese, la prospettiva concreta di una separazione e le sue conseguenze, il rischio per nulla scongiurato di un bagno di sangue, le differenze fra Georgia e Ucraina, gli ucraini all’estero, come si ruba un’elezione.
Altri blog: Neeka e Le Sabot. In italiano sempre Walking Class per gli ultimi aggiornamenti.


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La città della morte. Se qualcuno si stesse ancora domandando che ne sarebbe dell'Iraq se venisse lasciato in mano ai saddamiti di ritorno e ai terroristi alla Al-Zarqawi, potrebbe per esempio fare un salto a Fallujah.
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Promesse da ayatollah. Ancora sull'Iran perchè questa storia sta diventando una barzelletta che non fa ridere:

Iran is working on a secret nuclear programme for military purposes despite promising the European Union it would halt all activities related to uranium enrichment, the news magazine Der Spiegel said on Saturday.
The magazine said it had obtained documents from an unnamed intelligence agency showing that Iran had dug a secret tunnel near an Isfahan facility preparing raw uranium for enrichment, even though operations there had been stopped.

(Via Barcepundit).




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Di nuovo. Sarà la decima volta.
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E' che oltretutto le cose non le sanno. In giro c'è ancora qualcuno che crede che il massacro di Sabra e Shatila lo abbia compiuto Sharon. E lo scrive anche.
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Campagna elettorale. Ma forse le urne sono già chiuse, non si è capito... Al massimo falsificate il certificato...
Update. Ci sono ancora 48 ore. Già sapete.
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giovedì, novembre 25, 2004
Quale Ucraina?/4. Un'altra notte al freddo per molte migliaia di persone. La notizia di oggi è che la Corte Suprema esaminerà lunedì l'appello di Yuschenko e quindi emetterà un verdetto definitivo sul risultato delle elezioni. Difficile (almeno per noi da qui) interpretare il significato di questa decisione: semplice routine o una reale speranza per l'opposizione? Per qualche giorno comunque probabile situazione di stallo. La parola d'ordine delle ultime ventiquattr'ore era stata sciopero mentre la domanda di tutti rimane fino a dove e fino a quando i manifestanti siano disposti a continuare la protesta anche perchè è abbastanza improbabile che da Mosca facciano un passo indietro. Il Washington Post spiega opportunamente che quello che molti stanno descrivendo come un nuovo confronto geopolitico e strategico tra occidente e Russia è prima di tutto l'espressione del legittimo desiderio di milioni di ucraini di vivere in uno stato di diritto:

For the Ukrainians who have spent four freezing nights in the streets of Kiev, the fight is not about geopolitical orientation -- most favor close relations with Moscow -- but about whether theirs will be a free country, with an independent press and courts and leaders who are chosen by genuine democratic vote. Mr. Putin, who has channeled hundreds of millions of dollars into the prime minister's campaign, is backing the imposition of an authoritarian system along the lines of the one he is creating in Russia -- with a propagandistic regime, controlled media, official persecution of dissent, business executives who take orders from the state, and elections that are neither free nor fair.
By protesting the fraud in Ukraine, the United States and European Union are seeking not to recruit a new Western client but to defend the democracy and independence that most Ukrainians want.


Esatto.
Saprà Kuchma fare la cosa giusta almeno questa volta?, si chiede il Kyiv Post.
Qui c'è un riassunto abbastanza completo di quanto successo finora. Nei prossimi giorni non potremo seguire da vicino la situazione quindi vi rimandiamo ad alcuni blog che stanno facendo una cronaca degli avvenimenti quasi in diretta: Europhobia, Tulip Girl, A Fistful of Euros e, in Italia, il neonato (e ottimo) Walking Class.






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I frutti del duro lavoro. Primo concreto risultato della diplomazia di Zapatero: riallacciati i rapporti con Cuba. Todos hermanos.

"Como resultado del proceso y de las gestiones de (el ministro de Asuntos Exteriores español, Miguel Angel) Moratinos estamos restableciendo el contacto oficial con el embajador español en La Habana", dijo el canciller cubano.

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La voce di Pyongyang. Cosa aspettarsi da un alto funzionario ONU in visita nella penisola coreana? Che si faccia dettare le condizioni dal regime del Nord, ovvio:

North Korea wants a change in the political atmosphere before it will attend talks on its nuclear plans and has asked the United States to send a signal to that effect, a senior U.N. official said Thursday.
Jean Ping, president of the U.N. General Assembly, told reporters after talks with South Korean President Roh Moo-hyun that North Korea had given him a message for the United States during a visit to Pyongyang.
"It was a message that the U.S. should give us signs that will improve the climate for negotiations," said Ping, who is Gabon's foreign minister.

Ping, who said he had not met Kim Jong-il in Pyongyang, said earlier North Korea wanted urgently to restart the six-party talks but still demanded certain conditions be met.
North Korea had asked him to carry a message to Washington that it wanted to co-exist, Ping said.


Il nuovo ambasciatore nordcoreano gentilmente prestato dal Palazzo di Vetro non ha nulla da aggiungere.








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Acte patriotique.

(...) terrorism suspects can be held for up to 13 days without charge and as long as four years without trial

(...) can be imprisoned for association with terrorists; a woman has been in jail for nearly a year awaiting trial on charges of knowing of a plot by her son, who is still under investigation


I terribili effetti del «liberticida» Patriot Act? No, soltanto le legislazioni anti-terrorismo nella pacifica e garantista Europa (Spagna e Francia nel caso specifico). Ma non va di moda parlarne.
Altri interessanti confronti su The Volokh Conspiracy.






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Qualcosa per cui ringraziare.
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mercoledì, novembre 24, 2004
La Spagna tra le grandi democrazie del pianeta. Prossime tappe della tournée di Chávez: Libia, Iran e Qatar.
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Quale Ucraina?/3. Il candidato di Mosca è stato ufficialmente dichiarato vincitore pochi minuti fa. Al terzo giorno di proteste il paese diventa terreno di scontro non solo tra Yanukovych e Yuschenko ma tra la visione russa e quella occidentale (allargata). Che sia il presidente polacco ad aver assunto l’iniziativa più decisa in favore delle forze democratiche la dice lunga ancora una volta sull’assenza di politica all’interno della vecchia Europa. Anne Applebaum parla un po’ enfaticamente di nuova cortina di ferro ma la conclusione del suo intervento è del tutto condivisibile:

The West, and especially Western Europe, can and should encourage them. To do so is not difficult, but it does require that we understand what is happening, call things by their real names, and drop any of our remaining illusions about President Putin's intentions in former Soviet territories. Beyond that, all that is needed is a promise -- even an implied promise -- that when the specter of this new iron curtain is removed, Ukraine too will be welcomed by the nations on the other side.

Intanto a Kiev arrivano soldati. Forse russi. Nevica.



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No, grazie. Perché volete fare questo ad Havel? Perché?
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Un altro inverno sotto Kim.
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Non uno di loro. Un silenzio pieno di significato quello di Hollywood sull’assassinio di Theo van Gogh. Per non parlare degli attori italiani o spagnoli sempre in prima linea nelle piazze a gridare pace e libertà artistica. Ipocriti.
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A cose passate. Ci sarebbe un altro bel ritratto del Che Guevara di Ramallah e dei suoi apologeti.
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Quando si dice una sorpresa. L’Iran sospende ma non troppo. Ce lo meritiamo.
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Quando un giorno penseremo a questa Spagna buona e giusta. Moratinos si prende il suo tempo per rispondere alle critiche che dall'opposizione gli sono piovute addosso dopo le incredibili dichiarazioni dell'altra sera. Gli avvenimenti di questi giorni sono un concentrato di quel che può succedere quando si è governati da un esecutivo di estrema sinistra in politica estera formato per di più da dilettanti allo sbaraglio.
La gravità dell'uscita televisiva del ministro degli esteri sta non solo e non tanto nel contenuto (se Aznar avesse davvero appoggiato un golpe contro Chávez, questo dovrebbe semmai essere ascritto a suo merito nonostante quel che possano pensare i vari moratini d'Europa) ma principalmente nel tradimento istituzionale che suppone l'aver accusato il governo dello stato che in questo momento egli stesso rappresenta di aver sostenuto un colpo di stato in un paese straniero. Non ci viene in mente un caso simile altrove. Ai socialisti di Zapatero comunque la distinzione fra maggioranza politica e continuità istituzionale non deve risultare molto chiara come dimostrato dalla ritirata precipitosa delle truppe dall'Iraq: a parte ogni altra considerazione si è trattato della violazione di uno dei più importanti principi non scritti che regolano le relazioni internazionali, secondo il quale il cambio di colore del governo non implica la rottura degli impegni assunti a nome di tutta la nazione dall'esecutivo precedente. Ma c'è anche altro. L'America Latina sta vivendo un momento particolarmente delicato dal punto di vista del consolidamento della democrazia. Eccezion fatta per il Cile, i demagoghi e i caudillos (di cui il presidente venezuelano rappresenta l'incarnazione più grottesca) stanno rioccupando la scena. La Spagna, in questo contesto, potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel dare impulso alle forze economiche e politiche di impronta liberale che faticano ad emergere strette tra corruzione e populismo. Invece che cosa fa Zapatero? Abbraccia Castro e Chávez, scredita la dissidenza, sposa il terzomondismo più inguardabile. Sono cose che non si possono dimenticare.
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martedì, novembre 23, 2004
I cromosomi della libertà. Un estratto del libro di Sharansky (di cui Christian Rocca ha scritto qui) è stato pubblicato ieri da US News: l’autore parla dei meccanismi psicologici su cui si basano le società totalitarie e del desiderio di libertà che è in grado di sopravvivere anche al più brutale lavaggio del cervello.

Once the systematic brainwashing stops, once the truth begins to come to light, once the double-thinkers are no longer afraid, in every society a majority who will not be willing to live in fear again quickly emerges. More than any other reason, this is why Germans, Japanese, Italians, Spaniards, Russians, and so many others made the transition from fear to freedom during the 20th century. They have very different cultures, beliefs, religions, ideals, values, and lifestyles, but in one respect they are all the same: None of those peoples wanted to live in fear again.

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Quale Ucraina?2. Secondo giorno di proteste a Kiev e in altre città del paese. Questo sì che è un paese diviso in cui l'occidente geografico e politico sembrano coincidere. Era stato facile profeta qualche giorno fa Oleg Ivanov nell'indicare in Yanukovych il presidente della sola Ucraina orientale. Il Washington Post oggi ci va giù duro e parla apertamente di golpe autoritario: se le accuse di frode elettorale dovessero essere confermate si tratterebbe effettivamente di questo e per i paesi democratici sarebbe il momento di andare al di là delle frasi di circostanza. Il parlamento si riunirà in sessione speciale per analizzare la situazione. Un risultato l'opposizione l'ha già raggiunto: portare il caso-Ucraina di fronte al tribunale dell'opinione pubblica internazionale. Forse troppo tardi, però. The Guardian ha uno speciale dedicato agli eventi. Anche questo blog li sta seguendo in tempo reale.
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Trenta gennaio. Vuoi vedere che in Iraq hanno voglia di elezioni?

At least 122 political organizations have registered to run in Iraq's Jan. 30 elections, thrilling organizers but setting the stage for tough bargaining over the next eight days.

"We have so many parties, so many people wanting to participate," said Farid Ayar, a spokesman for the IEC. "It is wonderful. I am happy."






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Statistiche selettive. Questi i signori di The Lancet devono esserseli persi.
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Minacce. Da oggi Fiamma Nirenstein oltre alla nostra ammirazione intellettuale ha anche il nostro sostegno a livello personale. I dirigenti palestinesi faticano a perdere il vizio.
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L'assassino di una nazione. Se va avanti così, Mugabe diventa il candidato più papabile per il prossimo invito ufficiale di Zapatero alla Moncloa. Sempre che Chirac non sia geloso, certo.
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Ecco, adesso tocca ai creazionisti. Forse a Natale col panettone la digeriranno.
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Amigos para siempre. Continua la storica visita di Hugo Chávez in Spagna. Ieri ha parlato all'Università Complutense di Madrid davanti a un centinaio di no-global entusiasti: elogi sperticati a Zapatero per essersi «liberato» (testuale) di Bush e aver reso il suo paese nuovamente felice e «indipendente», critiche feroci agli USA e al neoliberismo (ma cos'è?). Insomma, tutto quel che qui vogliono sentirsi dire. Poco dopo, primo incontro con lo statista della Moncloa (oggi replicheranno): sorrisi, baci, abbracci e complimenti. Zapatero è un campione di tempismo, non ci sono dubbi: riceve in pompa magna il venezuelano proprio mentre i Re di Spagna sono negli Stati Uniti per cercare di rimediare ai danni provocati in otto indimenticabili mesi dai demagoghi cui gli spagnoli si sono consegnati il 14 marzo. C'è di più: ieri sera il vecchio amico di Arafat nonchè ministro degli esteri, Moratinos, nel corso di una trasmissione televisiva non ha trovato di meglio che riproporre l'accusa contro Aznar di aver «appoggiato» il colpo di stato anti-Chávez del 2002. Stamattina il nuovo amico di Moratinos nonchè Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela ovviamente ha confermato tutto. «Compañero presidente el pueblo español te saluda». Un teatrino penoso.
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lunedì, novembre 22, 2004
Quale Ucraina? Come facilmente prevedibile (e previsto) nel secondo turno elettorale le cose non sono andate lisce e la situazione adesso è piuttosto tesa. Un po' tutti gli osservatori internazionali parlano di frode e le amministrazioni di alcune delle principali città del paese hanno chiesto al parlamento di non ratificare il risultato. Putin invece si è già congratulato col suo uomo (Yanukovych) che avrebbe vinto con il 49 per cento contro il 46 dello sfidante (il filo-occidentale Yushchenko) dato in vantaggio negli exit-polls (non una garanzia, per la verità). Sicuramente ci saranno sviluppi anche se - comunque vada - la situazione non sembra nemmeno lontanamente paragonabile al caso bielorusso del mese scorso. Bene o male (più male che bene) in Ucraina si è svolta una competizione elettorale (difficile sostenere la stessa cosa quando vinse Lukaschenko) il cui esito è stato incerto fino all'ultimo (e lo è ancora). More to come...
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Crepe nel muro di Pyongyang?/3. Dal Giappone stanno cominciando a parlare chiaramente di regime change. Molti indizi non fanno una prova però è certo che le defezioni (anche ad alto livello) si sono moltiplicate negli ultimi tempi, che il governo nordcoreano è in estrema difficoltà nel controllare i confini, che questa storia dei ritratti scomparsi è strana, che Kim Jong Il da un mese non si fa quasi più vedere in pubblico (anche se nell'agenda del tiranno novembre è sempre moscio). Vedremo.
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Chi non ci crede e chi invece sì. La migliore risposta alle tesi che Spengler espone in questo triste articolo

Smugness oozes from European politicians who demand that Muslims repudiate violence as a precondition for residence in the West. To repudiate the death sentence for blasphemy would be the same as abandoning the Islamic order in traditional society in favor of a Western-style religion of personal conscience. The West spent centuries of time and rivers of blood to make such a transition, and carried it off badly. Whether Islam can do so at all remains doubtful.

sta forse nella frase di un musulmano-americano riportata da Ralph Peters

Last week, I had an in spiring conversation with a Muslim-Ameri can. An immigrant from Pakistan, he hadn't yet been granted citizenship, but he had more faith in America than our native-born elite does.
"I write to my brothers and sisters," he said, "And I tell them that they do not know true Islam. If you want to see true Islam, you must come to America."
He meant the social justice and the respect for the individual, rich or poor, prescribed by the Koran. He had not found those qualities in the land of his birth. Nor do they prevail in any Muslim state between Casablanca and Karachi.


Non è difficile.









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Santiago, o cara. Ieri in Cile è stata una giornata movimentata per Bush e il suo servizio di sicurezza. Su Power Line Blog ci sono alcune intelligenti osservazioni sia sul comportamento del Presidente sia sulle possibili implicazioni di quel che è successo.
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Più uguali degli altri. Noi non siamo tra quelli che pensano tutto il male possibile dell'intervento francese in Costa d'Avorio. Ma certamente siamo tra quelli che lo pensano della continua opera di disinformazione che fa di un marine in battaglia un criminale di guerra e allo stesso tempo tace su fatti come questi.
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Capire la guerra. L'importanza della battaglia di Fallujah (nonostante i media) e di chi l'ha combattuta.
A proposito, thank you.
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Trenta gennaio.

Iraq will hold its first democratic elections for more than 50 years on January 30, it was announced yesterday.

Per quei pochi che ancora non lo sapessero.



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Good news no news. La controinformazione di Arthur Chrenkoff sull'Iraq: quindicesima puntata. Altra buona notizia qui.
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El pueblo unido jamás será vencido! E fu così che la Spagna buona e giusta, pacifista, zapateriana diventò bolivariana. Il giro che lo statista della Moncloa sta dando alla politica estera spagnola non può non far venire i brividi ai pochi liberali che resistono in questo paese. Solo nelle ultime settimane abbiamo assistito alla sfilata del 12 ottobre con presenza nazista e assenza americana, al tentativo di far alleggerire le sanzioni contro il regime castrista in sede di Unione Europea, alla decisione di chiudere il dialogo con i dissidenti cubani per non infastidire Fidel, all'organizzazione del vertice ibero-americano (a tre) in Costa Rica in contemporanea con quello economico Asia-Pacific in Cile. Ma evidentemente non bastava perchè il governo ha ricevuto ieri con tutti gli onori nientemeno che... Hugo Chávez in visita ufficiale, per la gioia dei venezuelani fuggiti in terra iberica perchè non ne potevano più del golpista di Caracas. Pare che in alcune città siano addirittura comparsi manifesti che annunciavano l'arrivo del nuovo alleato di Zap con l'invito a non far mancare il calore del popolo. Che infatti non è mancato.
Gracias Presidente per la straordinaria immagine che la Spagna sta offrendo di sé sotto il Suo mandato. A quando Kim Jong Il e la sua Juche?
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giovedì, novembre 18, 2004
Crepe nel muro di Pyongyang?/2. Dopo la rimozione di alcuni ritratti adesso ne è successa un'altra. L'agenzia di stampa ufficiale nordcoreana (KCNA) in un dispaccio di ieri si è riferita a Kim Jong Il omettendo il titolo di Caro Leader. Si è limitata a definirlo Comandante Supremo dell'Esercito Popolare di Corea, Segretario Generale del Partito dei Lavoratori di Corea e Presidente della Commissione Nazionale di Difesa della Repubblica Popolare di Corea: che in effetti è un po' poco.
Secondo alcuni osservatori non si tratta di una perdita di controllo del potere ma di una direttiva imposta dallo stesso Kim in previsione di quel che verrà:

"Three weeks ago, officials received an order: 'Do not exalt me too much, therefore take the picture down,' " Mr. Shin said Wednesday by telephone from Seoul. "He is trying to lower his profile and play humble guy. There will be a barrage of human rights accusations, and with him being a human idol, a demigod, he wants to cover himself."

Secondo altri semplicemente non sopporta più la pressione. Essere un dio ha i suoi svantaggi:

"Kim Jong Il may be saying that he wants to remain a politician of the real world, and leave divinity to his late father," said Ko Yu Hwan, professor of North Korea studies at Seoul's Dongguk University. "That's because Kim does feel the weight of responsibility of failed policy measures. He's afraid that if he remains divine, he has to actually be a perfect leader, and make no mistakes."

Una curiosità. I corrispondenti da Tokio del Washington Post commettono un vistoso errore nel trattare la vicenda: scrivono infatti che il titolo omesso sarebbe quello di Grande Leader, mentre questo appellativo è da sempre riservato a Kim Il Sung. Si riscattano comunque citando la risposta di un funzionario dell'ambasciata nordcoreana a Mosca, interpellato sulla reale consistenza delle indiscrezioni:

"It's false information," the North Korean diplomat was quoted as saying. "You cannot remove the sun from the sky."










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Cina e dintorni.
Relentlessly criticize the 'Gang of Four', set off a new upsurge of industry studying Daqing and agriculture studying Dazhai, 1977
Se foste i padroni del pensiero a Pechino e vi ritrovaste a disposizione tante belle tecnologie per controllare meglio tutti quei cinesi, cosa fareste? Forse questo:

"Digital China," one of the computer programs listed in China's10th Five-year Plan, is designed to help the country's leaders make major decisions and help local officials prevent natural disasters and plan cities, explained Wu Wenzhong, an official with he State Bureau of Surveying and Mapping (SBSM), in an interview with Xinhua.
Wu said his bureau has already created electronic maps of the country in the proportions of 1: 4 million, 1: 1 million and 1: 250,000. An electronic map in the proportion of 1: 50,000 will be finished next year.

The map not only shows all the city's buildings, mountains, rivers and sea coasts, but also every one of its trees and street lights. Entering the name of one of the city's residential communities gives a display of resident's personal information, including his/her birthday, state ID number and place of birth.


O questo. Anche se i metodi tradizionali continuano a funzionare alla perfezione.
Ma non vi basterà comunque per qualificarvi ai Mondiali.
Sempre ottime notizie per la libertà di stampa (Cina sestultima al mondo): pare che dopo l'uscita di scena di Jiang Zemin il controllo sui media si sia addirittura intensificato. E per festeggiare niente di meglio di un Reporters' Day.
C'è sempre più nervosismo nelle città cinesi. E nelle campagne. Mentre Time torna sul problema delle minoranze etniche.
Chi sono i figli della one-child policy? E quelli della Rivoluzione?
Non c'è pace per il Tibetper i rifugiati nordcoreani.
Chi salverà Shangri-La? E chi proteggerà i cinesi dall'AIDS? Forse donne come lei.
Di cosa ridono i cinesi? O, meglio: ridono i cinesi? Un saggio su come il Partito Comunista ha tolto loro il sorriso.
Un sottomarino entra nelle acque giapponesi: proprio adesso che Pechino ha dato ordine di abbassare la tensione. Ma a Tokio hanno anche altri motivi di preoccupazione quando guardano all'ingombrante vicino.
Anche la Cina ha i suoi corporate lawyers. Ma ripensare un'economia in termini moderni non è proprio un gioco da ragazzi soprattutto quando l'intero apparato di imprese statali fa da zavorra. E quando si devono ancora affrontare i problemi tipici del sottosviluppo.
Un salto in Corea del Sud (prima di chiudere) dove un quinto dei cittadini tiferebbe per i comunisti del Nord in caso di conflitto con gli States. Ve lo meritereste il Caro Leader.
Infine bambine superdotate (la notizia - notate bene - è sul quotidiano ufficiale del Partito) e fenomenologia del bagno pubblico.



















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mercoledì, novembre 17, 2004
Derive continentali. «Quel che ci unisce è più forte di quel che ci divide»: è ciò che spesso si sente ripetere da chi rifiuta di credere che la frattura tra Europa e Stati Uniti sia reale. Sarebbe il comune credo democratico a rendere impossibile una divisione definitiva fra le due sponde dell'Atlantico. Ma le cose stanno davvero così? Janet Daley pensa di no e lo dice chiaro e tondo in un articolo del quale, pur non condividendo le conclusioni (per adesso), riportiamo interamente la tesi centrale che ci sembra invece illuminante:

What we share - an unfailing belief in democracy - has to be deeper than any present disagreement.
This is all very fine and very eloquent. The trouble is that it is quite wrong. Europe (particularly in the incarnation of Mr Chirac) does not have a deep commitment to democracy, at least not in the sense that the English-speaking tradition understands it.
The American Constitution may have borrowed much of its frame of reference from French revolutionary ideals, but the historical outcomes parted company pretty quickly. The United States ended up with a federalised system and an iron-clad Bill of Rights while France was descending into the Terror. We do not have a shared reverence for the robustness of democratic institutions because, in continental Europe, democratic institutions have been anything but robust.
That is why the EU is busily moving away from the idea of government being directly and transparently responsive to the popular will.
The monstrous global crimes of the 20th century - the collective guilt which is still the motor force of European political consciousness - were all thought to have been generated (or at least condoned) by popular will.
The political instincts of the people are far too inflammable and mercurial to be trusted. Better leave the serious business of law-making and governance to a professional class of administrators, an enlightened elite who will not be subject to the whims and volatile passions of the mob whose vicissitudes have brought such disgrace on our countries.

Come minimo un interessante argomento di discussione.








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Fallujah e dintorni. Oggi Andrew Sullivan chiude così il suo commento sui recenti episodi di violenza in Iraq (il marine accusato di omicidio e l'assassinio dell'ostaggio britannico):

There you see the difference between the occasional horror of war and premeditated, conscious barbarism.

Ineccepibile.

Non così per la stampa spagnola. Copertina del Periódico di stamattina: foto a tutta pagina del marine che spara e titolo a nove colonne Crimine di guerra a Fallujah. Commento:

In Iraq c'è poca differenza tra quello che fanno gli uni e gli altri: si uccide in combattimento e inoltre si assassina.

Venite in Spagna, venite.

Leggete adesso come la CNN definisce il killer di Margaret Hassan:

Western political leaders have united to condemn the kidnappers of charity worker Margaret Hassan after a video surfaced apparently showing a militant firing a pistol into the head of a blindfolded woman wearing an orange jumpsuit.

Militante. Rivoltante.

Per un'analisi seria della battaglia di Fallujah andate qui.

















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Democrazia che paura. Oggi Nicholas Kristof - più sconclusionato del solito - ha sostanzialmente scritto che un cambio di regime in Corea del Nord e in Iran sarebbe un disastro provocato da quei pazzi dell'amministrazione Bush. Capite perchè quei pazzi hanno ragione?
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Finita l'attesa. La Rice vista nel 1999 da Jay Nordlinger.

Here is a prediction about her: If she becomes secretary of state or even something lesser, she will be big. Rock-star big. A major cultural figure, adorning the bedroom walls of innumerable kids and the covers of innumerable magazines.



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Condi non va bene, no no e no. Citiamo questo articolo di Le Monde come esempio rappresentativo della vasta schiera di intellettuali e opinionisti europei che pretendevano che Bush nominasse alla carica di Segretario di Stato Michael Moore e che quindi oggi si sono di nuovo svegliati di cattivo umore. Ultimamente avviene spesso.
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Cose che succedono a Cuba. Se las mujeres en blanco fossero vissute nel Cile di Pinochet o nell'Argentina di Videla sarebbero diventate simboli di resistenza contro l'oppressione e Gianni Minà le avrebbe già intervistate decine di volte. Purtroppo per loro devono invece lottare contro Fidel Castro, il dittatore più amato dai progre (scusate la parola ma non siamo noi ad abusarne). Così non le conosce nessuno.
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Zapatero sta ancora aspettando.
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martedì, novembre 16, 2004
America. Nell’amministrazione «sessista e razzista» di Bush (intelligentsia docet) sarà Condoleezza Rice (donna e nera) il nuovo Segretario di Stato in sostituzione di Colin Powell (nero anche lui). Qualcuno ha notizie di un’altra democrazia occidentale in cui sarebbe possibile la stessa cosa con altrettanta disinvoltura?

The second most powerful person on the planet, a little slip of a colored chick from segregated Alabama whose father registered Republican because the Democrats wanted him to count the number of jellybeans in a jar in order to be registered to vote.
Now to be the second most powerful person on the planet and maybe--just maybe, not outside the realm of possibility--the next President of the United States.



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Ripetere cento volte una menzogna (o più semplicemente non sapere di cosa si parla).
Anche se nemmeno questo basterà, ecco l’ennesimo articolo che smonta la leggenda del voto religioso e del fondamentalismo. Stavolta è Gregg Easterbrook a spiegare una volta per tutte il reale significato dei termini «evangelico» e «born-again» e ad analizzare le tendenze politiche delle diverse confessioni religiose al di là delle strumentalizzazioni propagandistiche che ci siamo dovuti sorbire in questi giorni. E’ l’ultima volta che ne parliamo qui perchè per essere una stupidaggine grossa come una casa se ne è già scritto anche troppo. Ah, per la cronaca Bush alla fine ha avuto più di sessanta milioni di voti. Comunque quelli che non sanno perdere continuino pure la loro pratica autoconsolatoria.

Many John Kerry supporters or George W. Bush opponents are angry about the results of the election and want to pin the blame on some sinister force. Politically conservative Christianity seems a good scapegoat because most of the media doesn't understand it.


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Forse non l’avete letto sui giornali (perchè non c’era). Antonio Toro e Emilio Trashorras, due asturiani coinvolti nelle indagini sugli attentati dell’11 marzo, nell’agosto 2001 (prima dell’Iraq, dell’Afghanistan e delle Torri Gemelle) stavano cercando persone in grado di «montare bombe con telefoni cellulari». La Guardia Civil era al corrente di tutto fin dall’inizio ma non lo ha mai rivelato, nemmeno alle udienze della Commissione sull’11-M. Adesso El Mundo ha sollevato il coperchio di una storia che definire infame è poco, dal momento che probabilmente è costata centonovantadue morti, più di millecinquecento feriti e un drammatico cambio di governo. Nonostante i tentativi del Partito Socialista di mettere in un cassetto l’intera vicenda e l’assoluto disinteresse degli stessi familiari delle vittime per conoscere la verità, a poco a poco e soltanto grazie agli sforzi giornalistici dell’unico quotidiano che rifiuta di tenere la testa sotto la sabbia, stanno emergendo dettagli impressionanti sulle complicità interne con il terrorismo islamico. Oggi il tenente colonnello Rodríguez Bolinaga è stato destituito.
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Crepe nel muro di Pyongyang? In Corea del Nord sta succedendo qualcosa anche se nessuno sa bene di che si tratti. Punto primo: alcune immagini di Kim Jong Il sono state rimosse dagli edifici pubblici in cui si trovavano. Punto secondo: dopo la morte della moglie e la vittoria di Bush, Kim non si fa più vedere in giro mentre le misure restrittive nei confronti dei pochi stranieri residenti nel paese si sono fatte, se possibile, ancora più pesanti. Punto terzo: per la prima volta qualcuno parla di rivolte popolari contro il regime.
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Occhiali da sole. Furono 35.000 le vittime di torture negli anni di Pinochet. Difficile curare certe ferite. (Via Normblog).
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Abbandonati. Ogni giorno che passa è una montagna di vergogna sulle spalle di chi potrebbe e non muove un dito.

"If the international community continues to waver and equivocate," said Sam Totten, an American expert on genocide, "there is no doubt in my mind that 10 years from now the international community will [be apologizing] to the victims of Darfur [as it once did to] the Tutsis of Rwanda."



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Ecco, da noi potrebbe farlo Il Foglio per esempio.
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Basta un poco di zucchero... Ma a Chirac non è ancora andata giù. Come all'asilo.
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lunedì, novembre 15, 2004
E la Dowd rimane. Se ne va una delle ragioni per continuare a leggere la pagina degli editoriali del NYT. David Brooks sempre più solo.
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Hotel Palestine. Anzi no. Siccome la Costa d'Avorio non interessa a nessuno e quindi non mandano la Gruber a coprire l'evento, siccome il giornalista non è occidentale e siccome soprattutto a sparare sono stati i francesi e non gli americani, l'indignazione a comando non scatta e voi dovete andarvi a leggere la notizia della morte di Antoine Massé sul sito di RSF:

A communique released by the Ivorian Defence and Security Forces (FDS) said three soldiers, a policeman, a customs official and three civilians were killed on 7 November when French troops opened fired in the Duékoué "corridor" at Duékoué and Dibobly. An FDS spokesman, Lt. Col. Jules Yao Yao, confirmed to Reporters Without Borders that Massé was one of the civilian victims.

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Perseverare è diabolico. Questa ci sembra di averla già sentita:

France, Britain and Germany announced today that they had reached a formal agreement with Iran that commits the country to suspend production of enriched uranium that can be used to make nuclear bombs in exchange for an array of possible rewards.
Under the complex but limited agreement, Iran agreed to stop all uranium enrichment activities while it negotiates with the three European countries and the European Union over the possible benefits it might receive.


Auguri.




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venerdì, novembre 12, 2004
La scoperta dell'indignazione. Oggi ce n’è un bel po’ in giro e ovviamente non è diretta contro l’assassino di massa che ha appena lasciato questo mondo crudele ma contro chi ha osato chiamarlo per nome: terrorista.
Nobile sentimento l’indignazione ma tutto dipende dall’uso che ne fai: puoi manifestarla per le bombe-umane destinate alla macellazione di innocenti sugli autobus o rispolverarla soltanto quando si tratta di difendere i loro mandanti. Il fatto che l'indignazione del secondo tipo si accompagni spesso all'insulto gratuito spiega di per sé un sacco di cose.
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Apologia di un terrorista/2. Quel che stanno dicendo di Arafat. A futura memoria.

Igor Man su La Stampa (domani scompare il link):

Abu Ammar, il fedayn dalle sette vite ha consumato l’ultima ad occhi aperti, recitando i versetti adeguati del Corano, lo sguardo fisso in quello d’una giovine donna, la moglie Suha, che l’amò veramente rammaricandosi di non avergli dato un figlio maschio, l’erede. (Ma al maschio sognato da Arafat tal quale un padre del nostro profondo Sud, che altro avrebbe lasciato Mister Palestina se non una immensa rovina?). Consumata la sua settima vita, egli è entrato nell’ottava, ahi quanto buia, e amara e triste. Arafat aveva una eccessiva considerazione di se stesso, si vedeva come un Saladino postmoderno e tuttavia sapeva praticare l’umiltà. Si arrabbiava per un nonnulla (pel malvezzo dei suoi di non spengere la luce una volta finito il lavoro) ma sapeva esser tenero con gli amici veri.

Sandro Viola su Repubblica (impegnato in una vergognosa equazione):

Il metodo di lotta di al Fatah era il terrorismo? Sì: lo stesso metodo con cui si combatteva nella regione già da vari decenni, e che era stato largamente, sanguinosamente usato dai sionisti per giungere alla fondazione d'Israele.

Ma per trent'anni il suo popolo lo ha adorato. Perché aveva impersonato la speranza del riscatto, e fatto rinascere dalle ceneri, dopo tante sconfitte e umiliazioni, l'orgoglio e l'identità palestinese. Un'identità negata inesorabilmente - sino agli accordi di Oslo, e poi di nuovo con l'avvento di Sharon - dai governi israeliani, non importa se buoni o cattivi, di destra o sinistra, per i quali la rivolta all'occupazione, la resistenza all'annessione strisciante dei Territori erano solo e soltanto terrorismo antisemita.

Anna Maria Merlo sul Manifesto:

Ore 3.30, si spegne Abu Ammar. Nella tarda notte di ieri, il cuore del leader palestinese ha smesso di battere.

El Mundo (sempre e solo menzogne sulle cause della seconda Intifada):

EEUU y el nuevo primer ministro israelí, Ehud Barak, perdieron la fe en Arafat y lo boicotearon tras el fracaso de la Conferencia de Paz en 2000 y la revuelta independentista palestina, sobre la que el presidente negó cualquier acusación. Unos meses después arrancó la segunda Intifada tras una polémica visita del entonces líder de la oposición, Ariel Sharon, a la explanada de las mezquitas.

Ancora El Mundo:

Dos cosas rondaron siempre por la cabeza de Yasir Arafat. Por dentro, un único deseo al que dedicó, incansable, toda su vida: ver el nacimiento de un Estado palestino con capital en Jerusalén. En el exterior, su perpetua 'kefia', el pañuelo de cuadros negros y blancos, que se ha convertido en un auténtico emblema que recuerda al mundo su deuda con el pueblo palestino.
Arafat participó durante su juventud en la guerra de 1948 contra el recién constituido Estado de Israel y fundó organizaciones que se dedicaron a combatir al enemigo sionista. Con el paso del tiempo vio claro que la única solución al conflicto en Oriente Próximo pasaba por la convivencia y se entregó a la negociación con su histórico enemigo, por lo que fue galardonado con el Nobel de la Paz en 1994. Alguien que durante mucho tiempo fue considerado por Israel como un infame terrorista comenzó a ser recibido en las cancillerías de todo el mundo con honores de jefe de Estado.


ABC parla di attentati (finalmente, direte voi: no, sono quelli subiti da Arafat):

Arafat ha tenido que sobrevivir no sólo política sino físicamente a numerosos ataques de los que ha resultado ileso.

Enrique Vázquez su El Periódico (allucinante):

Mal que pese a la tenaz propaganda israelí que le presenta desde hace cuatro años largos como un maximalista intratable, un sospechoso de terrorismo y un tipo indeseable, toda la práctica política del líder palestino, Yasir Arafat, sugiere que él, perspicazmente, se dedicó toda su vida a lo que el gran Paul Kennedy llamó vieja tarea de relacionar los medios nacionales con los objetivos nacionales.
La iconografía preferida del rais, y él lo fomentó hábilmente, fue la del revolucionario exiliado y combatiente, revólver al cinto y tocado de su inseparable kefia, el pañuelo blanquinegro que cubría su cabeza --monda y lironda, por cierto-- y que la juventud alternativa y/o de izquierda del mundo ha terminado por llamar, sencillamente, el palestino. Así fue durante unos 30 años, pero dejó el revólver en casa para hablar en las Naciones Unidas, cuando la Organización de Liberación de Palestina (OLP) obtuvo el estatus de observador con derecho a voz y lo sustituyó por un ramo de olivo. Y desde entonces supo acomodar muy bien sus posibilidades a sus fines.

Todo esto sobrevivirá a Yasir Arafat, aunque su destreza táctica, su capacidad de trabajo y su olfato político sean insustituibles y, contra lo que pueda creerse, fueran un tesoro para Israel que la ceguera sionista, con bastantes e ilustres excepciones, todo hay que decirlo, nunca supo administrar.

Arafat un socio del islamo-terrorismo cuando todo el mundo sabe que fueron los servicios israelís los que financiaron y promovieron el islamismo político para hacerle sombra y debilitarle, a él, laico estricto y jefe del colectivo árabo-musulmán menos integrista del planeta, el pueblo palestino?

Frente a este itinerario observamos la conducta del general Ariel Sharon y el nacionalismo sionista, ahora --y siempre, en realidad-- en el Gobierno.


Pierre Prier su Le Figaro:

C'est le deuxième retour de Yasser Arafat en Palestine. Le premier, en 1994, fut celui de l'espoir. Le dernier, celui de l'échec et de sa mort. Le raïs ne verra pas l'Etat dont il avait rêvé toute sa vie. Il sera enterré non sur l'esplanade des Mosquées, comme il le désirait, mais au coeur de la Moukatta, un ensemble de bureaux aux trois quarts détruits, dérisoire et poussiéreuse image de son impuissance. En 2004, l'État paraît plus inaccessible que jamais. Les territoires palestiniens sont réoccupés par l'armée, grignotés jour après jour par la colonisation, et traversés par un «mur de séparation» qui préempte 10% supplémentaires des terres palestiniennes.

Ancora Le Monde:

Yasser Arafat, 75 ans, président de l'Autorité palestinienne depuis janvier 1996 et chef de l'Organisation de libération de la Palestine (OLP), incarnait depuis plus de quarante ans la résistance palestinienne.
Longtemps considéré comme un terroriste par la communauté internationale, il a été l'un des artisans de la déclaration de principes sur l'autonomie palestinienne, signée en septembre 1993 à Washington. Il avait alors échangé une poignée de main historique avec le premier ministre israélien, Yitzhak Rabin, avec qui il signera l'accord sur l'autonomie en mai 1994.
Il a obtenu le prix Nobel de la paix en 1994 avec Yitzhak Rabin et Shimon Pérès, alors ministre des affaires étrangères.


La curiosa cronologia della BBC:

24 Aug 1929: Born in Cairo
1958: Founds Fatah
1969: Elected PLO chairman
1974: Addresses UN General Assembly
1982: Expelled from Lebanon by Israelis
1990: Supports Saddam Hussein during First Gulf War
1991: Marries Suha Tawil
1993: At the White House signs peace agreement with Israel
1994: Jointly awarded Nobel peace prize with Rabin and Peres
2001: Israel blockades him inside Ramallah headquarters


Sembra il sondaggio de l'Unità:

Se n'è andato Arafat. Proviamo a definire insieme la sua figura. Secondo te è stato un ...
simbolo di un'identità negata
- leader che non ha saputo cogliere le opportunità
- l'uomo del dialogo fra Israele e Palestina
- un leader che non ha saputo piegare l'estremismo
- guida di un popolo che lotta per l'indipendenza
- un ostacolo alla pace
- non so

Vignetta dell'Independent.

Mandela:

Yasser Arafat was one of the outstanding freedom fighters of this generation, one who gave his entire life to the cause of the Palestinian people. We honor his memory today.

Martin (primo ministro canadese):

"Chairman Arafat personified the Palestinian people's struggle to see their right to self-determination realized," Martin said in the statement.
"Canada calls on Palestinians, and all peoples of the Middle East, to reflect on the tremendous cost of conflict, and, building on the legacy of their leaders and the guidance of their governments, to renew their commitment to peace".


Bondevik (primo ministro norvegese):

"Arafat's contribution to the Palestinian sense of identity and its nation building will remain standing after his departure. I will particularly remember Arafat for his change from terrorism and guerilla fighting to peace negotiations."

Blair (sì, anche lui):

President Arafat came to symbolise the Palestinian national movement. He won the Nobel Peace Prize in 1994 jointly with Yitzhak Rabin in recognition of their efforts to achieve peace in the Middle East. He led his people to a historic acceptance and the need for a two-state solution.

Straw:

"Could I express the British government's deepest sympathy and condolences for the death of President Arafat. He was a towering figure not only in the Palestinian world but in the Arab world, and it is difficult to imagine the Middle East without him."

Solana:

"The best tribute to President Arafat's memory will be to intensify our efforts to establish a peaceful and viable state of Palestine as foreseen by the road map. With the passing of Yasser Arafat the Palestinian people have lost their historic leader. More than any other, his life stands for the tragic and turbulent history of the Middle East. A period of grief starts for all Palestinians".

Schroeder:

"Yasser Arafat strove during his lifetime to lead the Palestinians to independence and establish a sovereign, viable Palestinian state. It was not granted to Yasser Arafat to complete his life's work."

Mbeki:

"Arafat gave hope to millions of the downtrodden and despised, by instilling in them the knowledge and consciousness that despite current difficulties, they hold the gift of freedom in their hands."

Bandiere a mezz'asta alle Nazioni Unite:

"President Arafat will always be remembered for having led the Palestinians, back in 1988, to accept the principle of peaceful coexistence between Israel and a future Palestinian state," the UN statement said. "It is tragic that he did not live to see it fulfilled."

Un angelo. Sterminatore.
















































































































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giovedì, novembre 11, 2004
Apologia di un terrorista. Quel che stanno dicendo di Arafat. A futura memoria.

Corriere:

Era il simbolo stesso della causa palestinese. La sua militanza risale ai primi anni Cinquanta. Da studente prima e da comandante militare poi è stato per mezzo secolo il principale sostenitore della nascita di uno Stato palestinese. Ha fondato Al Fatah, poi confluita nell'Olp, ha superato indenne il «settembre nero» del 1970, ha vissuto in Kuwait, a Beirut e Tunisi e dopo 27 anni di esilio è tornato nei territori palestinesi alla guida dell'Anp per finire recluso nella sua fortezza della Muqata, assediato dai tank israeliani. Musulmano sunnita, sposato, nel 1994 ha vinto il Nobel per la pace. Ecco le date più significative della sua vita.

Pacifisti:

Una grande manifestazione in ricordo di Arafat, che sia anche una mobilitazione perché si arrivi a una soluzione di pace per il Medio Oriente, è stata organizzata per sabato prossimo a Roma dal comitato 'Stop the wall-Italia'. L'iniziativa si intitola "Due popoli due Stati", in omaggio - spiegano gli organizzatori - al 'sogno' del leader palestinese scomparso.

Flesca su l'Unità:

E dopo aver vissuto sette vite spera che almeno gli consentano di riposare per sempre in un fazzoletto di terra piccolo, quanto basta a venire coperto dalla sua kefiah, un simbolo che per più di mezzo secolo ha saputo portare sempre con dignità e perfino con una qualche ironìa.

Ancora l'Unità:

Arafat, neppure da morto potrà tornare a Gerusalemme.

Uri Avnery sul Manifesto:

Per il suo coraggio si è guadagnato l'amore dei palestinesi. Israele perderà un grande nemico, che sarebbe potuto diventare un grande alleato. Io l'ho ammirato e compreso, ho visto in lui il partner per costruire un futuro per i nostri due popoli.

Le Monde:

Tant qu'il y aura Arafat... Depuis des années la phrase revenait comme un leitmotiv dans les déclarations de la droite israélienne au pouvoir et du président américain George W. Bush. Elle visait à expliquer leur refus de négocier avec le chef palestinien, tenu pour responsable de la deuxième Intifada et des actes terroristes perpétrés contre Israël.

Si la controverse est devenue sans objet, les adversaires d'un dialogue avec les Palestiniens ont perdu un alibi. Saisiront-ils l'occasion?

Libération:

Il voulait créer une Palestine indépendante avec Jérusalem pour capitale. Il agonise en terre étrangère sans avoir revu la Ville sainte autrement que sur l'une des photos qui tapissaient ses bureaux aujourd'hui partiellement détruits.

Rayés de la carte au lendemain de la défaite de 1948, condamnés à l'exode, pouvant espérer pour tout passeport au mieux un titre de voyage délivré par leurs pays d'accueil, les Palestiniens existent de nouveau. Ils disposent pour la première fois d'un foyer national et peuvent prendre en main leur destin sans attendre le secours intéressé de leurs frères arabes. A défaut d'un présent viable et d'une patrie reconnue, Yasser Arafat leur a redonné une identité, seul véritable gage d'avenir.


Reuters:

Yasser Arafat, the guerrilla icon turned Nobel Peace prize winner who ended up isolated and locked in renewed conflict with Israel, died in France on Thursday, his dream of a Palestinian state unfulfilled. He was 75.

Hockstader sul Washington Post:

For virtually his entire adult life, Yasser Arafat had one dream, and he pursued it with such energy and zeal -- some would say fanaticism -- that he came to personify the dream itself.
The dream was of self-determination and statehood for the Palestinian people, and in the end he did not live to see it.

By dint of ruthless violence often directed at civilians, artful manipulation and the sheer theatrical force of his personality, he managed almost single-handedly to elevate the grievances of a few million disenfranchised Palestinians to a prominent place on the world's political agenda.


Il Papa:

Dio accolga nella Sua misericordia l'anima dell'illustre defunto e conceda la pace alla Terra Santa, con due Stati indipendenti e sovrani, pienamente riconciliati tra loro.

Navarro Valls:

E' stato un leader dal grande carisma, che ha amato il suo popolo e ha cercato di guidarlo verso l'indipendenza nazionale.

Annan:

Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan si è dichiarato "profondamente commosso" dalla notizia della morte di Arafat, simbolo, ha affermato, "delle aspirazioni nazionali del popolo palestinese", ha chiesto a israeliani e palestinesi di "compiere lo sforzo più intenso per realizzare pacificamente il diritto alla autodeterminazione del popolo palestinese".

Unione Europea:

Con Arafat, i palestinesi hanno perso un leader storico e un presidente democraticamente eletto, la cui devozione alla causa nazionale palestinese non è mai stata messa in dubbio.

Putin:

Una grave perdita per la leadership palestinese e tutti i palestinesi.

Ciampi:

Il Presidente Arafat ha simboleggiato la legittima aspirazione del suo popolo all'affermazione della propria dignità, al riconoscimento dei propri diritti. Il suo tenace attaccamento alla causa del popolo palestinese rimarrà nella storia.

Fassino:

La sua vita è stata tutt’uno con la causa del suo popolo e della nazione palestinese. Il simbolo di una identità negata che rivendica con tenacia riconoscimento e dignità. Adesso il modo migliore per onorarlo è agire perché si riapra quel processo di pace in cui Arafat aveva creduto e che lo aveva portato a sottoscrivere con Rabin gli accordi per una pace giusta, capace di assicurare ai palestinesi uno stato nazionale indipendente e a Israele di vivere nella sicurezza.

Diliberto:

La sua scomparsa rappresenta un lutto grandissimo per il movimento democratico del mondo intero, un lutto per quanti si battono contro le guerre, per la pace, contro la sopraffazione per l'indipendenza e l'autodeterminazione dei popoli, contro ogni forma di razzismo per un mondo di cooperazione e di confronto tra popoli, culture, etnie, religioni diverse.

Chirac:

"It is with emotion that I have just learnt of the death of President Yasser Arafat, the first elected president of the Palestinian Authority," Chirac said in a written statement on Thursday. "I offer my very sincere condolences to his family and to people close to him."

Carter:

"He was the father of the modern Palestinian nationalist movement. A powerful human symbol and forceful advocate, Palestinians united behind him in their pursuit of a homeland".

Governo Zapatero:

El Gobierno español también ha presentado su "más profundo pésame" por el deceso de Yasir Arafat, una de "las figuras políticas más relevantes de nuestro tiempo", informó el Ministerio de Asuntos Exteriores y de Cooperación español.
El Ejecutivo expresa su tristeza por la desaparición del 'rais', "premio Nobel de la Paz y premio Príncipe de Asturias de Cooperación Internacional". Recuerda, asimismo, que "el carisma del Presidente Arafat, su dimensión internacional como artífice de la causa nacional palestina, así como su infatigable lucha por el reconocimiento de los derechos de su pueblo, lo sitúan entre las figuras políticas más relevantes de nuestro tiempo".


Moratinos:

El ministro de Asuntos Exteriores, Miguel Ángel Moratinos, ha subrayado que la Historia juzgará a Arafat "con inteligencia y justicia" y ha pedido a la comunidad internacional que "trabaje" para que su legado, que a su juicio era "un legado de paz", pueda "seguir animando el espíritu del pueblo palestino".

Su quest'uomo di pace la rassegna continua domani.































































































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Hai detto Sudan? Il politically correct delle ultime due settimane vuole che non si debba andar giù troppo duri col governo sudanese (e perchè mai dovremmo?) e che ovviamente alle Nazioni Unite non sia il caso di rimproverare nulla (idem come sopra). Questo dispaccio d'agenzia di ieri dimostra dove si possono mettere il politically correct:

Sudanese police raided a camp in Darfur on Wednesday during which they destroyed makeshift homes, fired into the air and shouted at terrified villagers, the United Nations said.

Questo per il governo. Quel che segue invece è per la nostra grande madre ONU:

After the gunfire, staff from U.N. agencies and other relief groups immediately withdrew from the area back to the town of Nyala, fearing for their safety, Eckhard added.

Fate pena.







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La colpa è delle vittime. Pazzesco articolo sull'assassinio di Theo van Gogh (segnalato da AS).
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L'abolizione del quinto comandamento. Quando ad ammazzare è un fanatico musulmano, «Non uccidere» è razzista.
P.S. Il Griso sta seguendo da vicino l'intera vicenda.
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No pasarán. Molto diversa dalla nostra la valutazione di Jimmomo sull'articolo di Buttiglione pubblicato dal WSJ: racconta «cose inaudite», secondo Federico Punzi. Ognuno giudichi secondo coscienza (si può dire coscienza?)...
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mercoledì, novembre 10, 2004
Muoia Yasser con tutti i filistei. L'ultima farsa del terrorista Arafat si consuma sul suo letto di morte: sì perchè almeno lui potrà morire (o lo ha già fatto) in un letto, al contrario di tutte le vittime provocate dalle sue azioni ed omissioni omicide. In perfetto stile sovietico il suo destino dipende da una decisione politica su quando sia più opportuno che il raìss passi a miglior vita. Tra mogli, pretendenti al trono e al denaro e dignitari occidentali impegnati nell'ennesima genuflessione si sta svolgendo un balletto tragicomico intorno al fantasma di una delle figure più squallide della storia contemporanea. Lui ha provato ad ingannare tutti e quasi tutti si sono lasciati ingannare volentieri: mezzo mondo ha guardato ad Arafat come all'eroe della «causa palestinese», mentre l'altra metà assisteva inebetita al suo gioco di menzogne, di corruzione e di terrore elargito a piene mani. Neppure il Nobel gli hanno fatto mancare non appena se ne è presentata l'occasione: vergogna perenne della falsa coscienza di chi si consegnava nelle mani del proprio nemico. C'è una guerra contro il terrorismo là fuori ma nei prossimi giorni si sprecheranno gli omaggi e le parole di cordoglio per colui che del terrorismo ha fatto una ragione di vita (la sua) e di morte (quella altrui). Uno dei tanti criminali trattati da statisti in un'epoca in cui gli statisti sono trattati da criminali.
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Revisionismi spinti. Se anche Nostro Signore diventa «palestinese» (vignetta tratta da Il Mattino).
Di questo passo un giorno qualcuno paragonerà la barriera di Israele al Muro di Berlino. No, no, questo non è possibile...


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Religione civile e civiltà religiosa. Esiliato dall’Europa Rocco Buttiglione trova asilo al WSJ e spiega in maniera quasi elementare perchè una visione laica della società non può prescindere dalla componente religiosa e perchè la componente religiosa non ha nulla da temere da una società autenticamente laica. Insomma – ancora una volta - la differenza fra vecchio e nuovo mondo.
P.S. Onde evitare di essere subito iscritti all’Opus Dei dai benpensanti di turno specifichiamo che Buttiglione non è esattamente il nostro punto di riferimento morale o intellettuale. Ciò non significa che quando è ingiustamente trattato da mentecatto o quando argomenta in maniera condivisibile qui non lo si possa far presente.


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Pare che i blog influenzino la politica estera degli stati. Forte, no? In uno dei rari articoli veramente degni di nota sul fenomeno-blog si contestualizza l'affermazione e si analizzano molti altri aspetti interessanti di questa strana forma di far sapere al mondo che esistiamo.
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I reazionari. Per Austin Bay ad Amsterdam e a Fallujah si combatte la stessa guerra. Con la differenza - aggiungiamo noi - che a Fallujah ci si sta impegnando per vincerla.

And "reactionary" is a much more apt description for these thugs than "insurgent." Words matter, and insistently describing the murderers in Iraq as insurgents distorts the aims and true nature of these enemies. Saddam's old cronies (the secular reactionaries) and Musab al-Zarqawi's suicide bombers (the religious reactionaries) don't hold elections, they don't dig sewers, and they don't build hospitals. The secular reactionaries want to return Iraq to a Sunni-dominated dictatorship -- the corrupt, murderous hellhole Iraq was in March 2003. The religious reactionaries have a grander target, with their "golden age" a bit deeper in time. They want to run the entire world along the lines of an 11th or 12th century Muslim caliphate.

Van Gogh's murder in oh-so-Euroliberal, oh-so-politically correct, oh-so-ostensibly multicultural Amsterdam stems from the same reactionary roots.

Is the international press describing Bouveri as a Dutch insurgent or an Islamic insurgent? No, and he certainly isn't, except perhaps in the demented, self-loathing minds of arch-leftists like Michael Moore. The thugs in Fallujah, whether inspired by Saddam or bin Laden, aren't insurgents, either. They are reactionaries whose only route to power is murder.






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Oggi a Fallujah. Tre post di Belmont Club per capirci qualcosa e non dover andare a leggere Repubblica (uno, due e tre).
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Il genio politico di GWB. Perchè Bush è tra i migliori dell'ultimo mezzo secolo. Qui si concorda in pieno e anche di più.
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Alleati. Bush ieri ha incontrato Aznar alla Casa Bianca. Un messaggio rassicurante per Zapatero, non c'è che dire.
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Contro l'islamofascismo. Via Windrosehotel e Il Griso, il link al film che è costato la vita a Theo van Gogh.
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martedì, novembre 09, 2004
Una spinta e venne giù.
9 novembre 1989: non fu una notte come le altre.

Venerdì 9 novembre alle 18 e 57, un funzionario relativamente oscuro del partito comunista della Germania Est, Günter Schabowski, portavoce e direttore dell'informazione del politburo della SED, entra nella storia senza aver l'aria di aver misurato bene la portata di quel che sta per annunciare. Nel corso di una conferenza stampa sul nuovo rilascio dei visti, precisa, rispondendo a una domanda, che il diritto di uscire dalla DDR, e in particolare di oltrepassare il Muro, è immediatamente applicabile. Dal momento che la sua reale intenzione è abbastanza confusa - in effetti, non lo dice in maniera così categorica - e che la notizia sembra, anche per il clima dell'epoca, uno straordinario colpo di tuono, glielo fanno ripetere. Lui pasticcia al principio, non avendo chiaramente istruzioni precise, poi finisce lo stesso per confermare. La sua conferenza stampa è trasmessa in diretta alla televisione: ciò significa che, anche se si è spinto più lontano di quel che gli si chiedeva, il colpo non si può più trattenere.

(Bernard Brigouleix -
1961-1989 Berlin)

Lei si alzò e guardò fuori della finestra, dove le lampade al tungsteno illuminavano la striscia della morte. L’esistenzialista aveva già bevuto più di una bottiglia di vino. «Siamo condannati alla libertà» disse. «Sai che cosa significa questo per il Muro? Sai che cosa direbbe Sartre sul Muro di Berlino?»
Mario ancora non aveva troppa confidenza con l’esistenzialismo, perciò fu costretto a indovinare: «Che prima o poi potrò andare in Occidente».
«No» disse lei «esattamente il contrario».
«Che non potrò mai andare in Occidente?» chiese Mario.
«Che prima o poi il Muro non esisterà più» disse l’esistenzialista, e per Mario quella era un’affermazione così colossale da superare ogni immaginazione. Mai avrebbe saputo formulare l’idea che a un tratto il Muro potesse non esistere più.

(Thomas Brussig –
In fondo al Viale del Sole)

«The Berlin Wall Aug.13.1961 – Nov.9.1989 Forget not the tyranny of this wall horrid place nor the love of freedom»…

A volte non serve scrivere correttamente per farsi capire.
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lunedì, novembre 08, 2004
Cina e dintorni.
Fully engage in the movement to increase production and to practice economy to set off a new upsurge in industrial production, 1965
Il Partito è in ansia: non solo non riesce a dominare come prima i focolai di instabilità (sempre più numerosi e intensi) ma fatica perfino a controllare le fughe di notizie:

One of the party's key weapons is the control of information; officials restrict or bar news reporting of all social unrest. But with the growing use of the Internet and e-mail, widening access to overseas news media and the prevalence of cell phones and text messaging, censorship is becoming more difficult.

E in dittatura quando non si riesce a prevenire non resta che punire.
Gli scontri della settimana scorsa hanno portato in superficie le tensioni fra le diverse etnie che popolano il paese: sul rapporto tra musulmani e cinesi han l’editoriale di Arab News.
Quindici anni dopo Tiananmen, Zhao Ziyang è ancora agli arresti domiciliari. Malato, la sua morte potrebbe essere non così semplice da gestire per il regime.
Così funziona la macchina statale per la rieducazione dei membri del Falun Gong (tra gli altri).
Da tre anni in Cina l’omosessualità non è più considerata una «malattia mentale»: qui si racconta come i gay stanno cercando di uscire dall’ombra. E a quanto pare il governo sta cominciando a prendere sul serio il problema della diffusione dell’AIDS. Ma se a Pechino è dura, a Pyongyang è durissima.
Un muro di silenzio sull’ondata di suicidi che sta investendo il paese e sulle sue cause psichiatriche: «It’s a problem of the West».
La controversa e troppo spesso crudele politica del figlio unico sta volgendo al termine? Forse sì, ma nel frattempo le cose continuano come al solito.
Pochi giorni prima delle elezioni ai cinesi era scappato un articolo sull’«arroganza» di Bush: adesso cercano di rimediare.
Se Pechino e Teheran fanno affari la cosa dovrebbe mettere in allarme qualcuno: appunto...
Piccoli imprenditori crescono in quello strano mix di economia capitalista sotto il controllo statale che serve ai gerarchi per far avanzare il paese senza allentare le redini del comando.
C’è voluto un po’ (130 anni) ma alla fine i pompieri hanno spento l’incendio dello Xinjiang.
Infine... il paradiso poteva attendere, vero Mr. Jenkins? Storia di un disertore americano che ha passato 40 anni in Corea del Nord: e non può esserci punizione maggiore.

After one day in North Korea, he said, he realized that he had made a terrible mistake.

Da non perdere.




















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Prepararsi per Fallujah. Non sarà facile né divertente.
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I controproducenti. Victor Davis Hanson guarda ai compagni di viaggio dei Dem:

Something else is going on in the country that has been little remarked upon. It is not just that an endorsement of a Michael Moore does not translate into votes or that Rathergate loses viewers for CBS. It has become perhaps far worse: A Hollywood soiree with a foul-mouthed Whoopee Goldberg or a Tim Robbins rant can turn toxic for liberal candidates. We are nearly reaching the point where approval from the New York Times or a CBS puff-piece hurts a candidate or cause, as do the billions in contributions from a George Soros.

Readers do not just disagree with spirited columns by a Molly Ivins, Paul Krugman or Maureen Dowd, but rather are turned off when they revert to hysterics and condescension.


Il rimedio: tornare ad essere un partito normale.

So we all know the cure for the Democratic party: more moderate, populist candidates who don't talk down to voters or live one life and profess another; more explicit faith in American democracy and values; and a little more humility in accepting the tragic limitations of human nature.
Yet for many, that medicine of reappraisal will be far worse than the disease of chronic defeat.









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Bush-bis. Il toto-ministri di William Safire.
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Non solo Zapatero. Avendo parlato diverse volte di Spagna e di antiamericanismo speriamo di aver descritto abbastanza bene la sensazione di accerchiamento che chi – come noi – ama l’America è destinato a vivere in questo paese. Barcepundit approfondisce ulteriormente l’argomento spiegando perchè è difficile venirne fuori.
P.S. Per la cronaca, lo statista della Moncloa che ovviamente aveva puntato su Kerry sta ancora aspettando che Bush gli ritorni la chiamata telefonica di congratulazioni. Dal governo dicono che è tutto normale.
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Nell'attesa. Ricordate questo film?
Avvertenza: humour nero.
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Sempre la storia tra i piedi/2. Siccome adesso che hanno vinto i repubblicani l’intelligentsia a corto di fiato e di argomenti fa finta che sia tornato lo schiavismo in America (sembra incredibile ma è vero: era l’ultima barriera da infrangere), ecco nelle parole di Abraham Lincoln spiegate le differenze fra il suo partito e i democratici:

I Repubblicani insistono... che il negro è un uomo; che la sua sottomissione è crudelmente sbagliata, e che i confini della sua oppressione non devono estendersi. I Democratici negano la sua condizione umana; negano, o riducono fino a renderla insignificante, l'iniquità di questa sottomissione; fanno a pezzi fino al limite del possibile ogni traccia di simpatia nei suoi confronti, e coltivano e accentuano l'odio e il disgusto contro di lui; per fare ciò considerano se stessi i salvatori dell'Unione; e definiscono "sacro diritto di autogoverno" l'allargamento indefinito della sua sottomissione.

Basterà?



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domenica, novembre 07, 2004
Che ne dite di un bagno di realtà (e di umiltà)? Strepitoso Mark Steyn (che per fortuna non smetterà) sull'Europa antiamericana e su tutto il resto.
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Sempre la storia tra i piedi. Pare che sull'Observer sia apparsa questa lucida e pacata riflessione:

Some in the United States are already calling Bush's presidential victory the revenge of the confederacy, and there is an element of truth in that. The states and territories which in 1861 fought for the right to own slaves voted for George Bush; those that did not voted for John Kerry.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegare agli intellettuali della sinistra britannica che i repubblicani nacquero precisamente sulla base di una piattaforma politica anti-schiavitù mentre i democratici erano, all'epoca, il partito schiavista. Meglio di no, troppo terra a terra.



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Inferiori di tutto il mondo unitevi. Tra la popolazione iraniana ci devono essere un sacco di idioti, reazionari e fondamentalisti cristiani.
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Non saper perdere. Kerry ha dimostrato eleganza nell'ora della sconfitta, i Kerry-boys (molti dei quali abusivi) no. Come David Brooks anche Glenn Reynolds, Roger Simon e Norman Geras (tra gli altri) hanno qualcosa da dire sul nuovo mantra autoconsolatorio degli antropologicamente - ma non elettoralmente - superiori.

Brooks:

The reality is that this was a broad victory for the president. Bush did better this year than he did in 2000 in 45 out of the 50 states. He did better in New York, Connecticut and, amazingly, Massachusetts. That's hardly the Bible Belt. Bush, on the other hand, did not gain significantly in the 11 states with gay marriage referendums.
He won because 53 percent of voters approved of his performance as president. Fifty-eight percent of them trust Bush to fight terrorism. They had roughly equal confidence in Bush and Kerry to handle the economy. Most approved of the decision to go to war in Iraq. Most see it as part of the war on terror.
The fact is that if you think we are safer now, you probably voted for Bush. If you think we are less safe, you probably voted for Kerry. That's policy, not fundamentalism. The upsurge in voters was an upsurge of people with conservative policy views, whether they are religious or not.


Simon:

What is "Moral Vision"? Well, it's certainly subject to many interpretations - and one of them could be anti-gay, of course - but that wouldn't have been what would have sprung to my mind had I been stopped by a pollster on my way out of voting. I would have thought immediately of the Middle East and the War on Terror, because I believe that to be a moral war against particularly dangerous brands of fascism that threaten to engulf the world. That was my reason for voting for Bush and it was, to me, entirely a moral one.

Geras:

Had John Kerry won on Tuesday, you can be confident of one thing. This would have been widely hailed by left, liberal or progressive opinion as a triumph and vindication of American democracy, with the intensity of political interest and passion and the high turnout revealing the continued health and vibrancy of that polity, and the result yielding for the President-elect a mandate and legitimacy beyond all possible question. Instead, what we got in some of these quarters - the Guardian as ever taking the lead here - was not just the kind of expression of dismay which anyone on the losing side of an important political battle is entitled to, but a miserable, self-indulgent wailing, the content of which displayed for all the world to see a depth of contempt towards millions and millions of American voters that disgraced all those who gave it head room. These millions of Americans had had the cheek to vote otherwise than the liberal way dictated.

The partisans of this talk all take it for granted, of course, that they are the folk with the interests and values of democracy at heart. But their contempt for their fellow citizens or (as the case may be) the citizens of another democracy, and that one of the world's greatest, tells its own story.
















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giovedì, novembre 04, 2004
Una nazione divisa? North East e West Coast ai Democratici, il resto ai Repubblicani? A dar retta a questa mappa del voto per contee le cose sembrerebbero un po' diverse.
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The day after. Jeff Jacoby ci ha tolto le parole di bocca. I grandi sconfitti di questa elezione sono i Bush haters:

HATRED LOST.
For four years, Americans watched and listened as President Bush was demonized with a savagery unprecedented in modern American politics. For four years they saw him likened to Hitler and Goebbels, heard his supporters called brownshirts and racists, his administration dubbed "the 43d Reich." For four years they took it all in: "Bush" spelled with a swastika instead of an `s,' the depictions of the president as a drooling moron or a homicidal liar, the poisonous insults aimed at anyone who might consider voting for him. And then on Tuesday they turned out to vote and handed the haters a crushing repudiation.
Bush was reelected with the highest vote total in American history. He is the first president since 1988 to win a majority of the popular vote. He increased his 2000 tally by 8 million votes and saw his party not only keep its majorities in the House and Senate but enlarge them. And he did it all in the face of an orgy of hatred.

Peggy Noonan è comprensibilmente soddisfatta ed individua un'altra grande categoria di perdenti:

But I do think the biggest loser was the mainstream media, the famous MSM, the initials that became popular in this election cycle. Every time the big networks and big broadsheet national newspapers tried to pull off a bit of pro-liberal mischief--CBS and the fabricated Bush National Guard documents, the New York Times and bombgate, CBS's "60 Minutes" attempting to coordinate the breaking of bombgate on the Sunday before the election--the yeomen of the blogosphere and AM radio and the Internet took them down. It was to me a great historical development in the history of politics in America. It was Agincourt. It was the yeomen of King Harry taking down the French aristocracy with new technology and rough guts. God bless the pajama-clad yeomen of America. Some day, when America is hit again, and lines go down, and media are hard to get, these bloggers and site runners and independent Internetters of all sorts will find a way to file, and get their word out, and it will be part of the saving of our country.

William Kristol si rivolge a tutti quelli (e sono molti) che dall'alto (o dal basso) della loro presunta superiorità culturale non hanno capito niente di Bush:

IT HAS HAPPENED AGAIN. Here at home, a great many people who fashion themselves his moral and intellectual superiors turn out once more--as he might put it--to have misunderestimated George W. Bush. And it has happened abroad, as well, where the president's opponents and enemies--which is to say America's opponents and enemies--must now be pulling their hair and gnashing their teeth with frustration and resentment. The exit polls said Kerry would win. The New Yorker had endorsed him. And still those idiot Americans reelected Bush!

Un errore che, secondo George Will, è costato caro ai Dem ai quali consiglia meno Michael Moore e più senso della realtà:

Never in this marathon did Kerry himself do anything to change the campaign's dynamics. He counted on events in Iraq and on the power of his party's unconcealed belief that George Bush is an imbecile. But Democrats cannot disguise from the people their bewilderment about how to appeal to a country that is so backward, they think, that it finds Bush appealing.

As part of its penance for nominating a senator -- it has been 44 years since one was elected president -- and one more liberal (according to the liberal Americans for Democratic Action) than Walter Mondale, the Democratic Party should purge its Michael Moore faction. Moore, the vulgarian who made the movie "Fahrenheit 9/11," is unhinged by his loathing of Bush -- and of the country that has now reelected him. Moore and the hordes of his enthusiasts are a stain on the party -- as are those Democratic senators and representatives who in June made a merry festival of the movie's Washington premiere. Moore illustrates the fact that the Republican Party benefits -- it is energized by resentment -- when the entertainment industry and major journalistic institutions (e.g., the New York Times, CBS News) enlist as appendages of the Democratic Party's advocacy apparatus.

Il New York Times in una insolitamente lucida analisi del giorno dopo ammette che Bush è riuscito a catturare non solo il centro geografico ma anche quello politico del paese. Todd Purdum:

It was not a landslide, or a re-alignment, or even a seismic shock. But it was decisive, and it is impossible to read President Bush's re-election with larger Republican majorities in both houses of Congress as anything other than the clearest confirmation yet that this is a center-right country - divided yes, but with an undisputed majority united behind his leadership.

In other words, while Mr. Bush remains a polarizing figure on both coasts and in big cities, he has proved himself a galvanizing one in the broad geographic and political center of the country. He increased his share of the vote among women, Hispanics, older voters and even city dwellers significantly from 2000, made slight gains among Catholics and Jews and turned what was then a 500,000-popular-vote defeat into a 3.6 million-popular-vote victory on Tuesday.

L'Economist - dopo aver analizzato le diverse componenti del voto e le caratteristiche della vittoria repubblicana - guarda avanti e si chiede come quest'affermazione influenzerà il secondo mandato del Presidente. Bush farà valere la forza della maggioranza che lo supporta o cercherà di coinvolgere i Dem? L'Economist non crede alla seconda ipotesi:

What might the manner of Mr Bush’s re-election mean for a second term? In his victory speech, he appealed directly to Mr Kerry’s supporters: “I will need your support and I will work to earn it.” But, having won the popular vote, he has a mandate for a programme, including radical tax reform and changes to Social Security, with little Democratic support. By increasing his party’s control of Congress, he is nearer the point of being able to use the legislature like a parliament, rubber-stamping his proposals without much involvement of the other party. And given his strong support from social and religious conservatives, he may be tempted to consolidate that support by proposing, say, like-minded judges for the Supreme Court.

Ma Dean Esmay osserva giustamente che tutti questi appelli all'unità lasciano un po' il tempo che trovano:

Okay. Campaign over. A lot of people are now saying that Bush and his supporters (Republicans and others who supported him in the war) should "reach out" and try to "heal the wounds" and bridge the divide.
I happen to agree. But I am going to point something out here: with all the talk of how Bush and his supporters now need to reach out to the election's losers, I note that the Kerry supporters did and said a lot of things to greivously offend a whole lot of us who voted for Bush.

The left needs to reach out as much as the right if they want to see changes in our national discourse. So, will they also have the class to reach out and apologize for just how much they did to alienate and offend so many of us? Or is it all just on those of us who supported Bush who are supposed to be conciliatory?

E già.

Decisamente sfortunata l’analisi (parola grossa in questo caso) di un Andrew Sullivan ultimamente piuttosto monotono. Ha puntato sul cavallo perdente il giorno stesso in cui ha pensato che Bush odiasse i gay e che i gay dovessero odiare Bush. Adesso non sa farsene una ragione e cerca scuse senza trovarle. Peccato. Anche perchè le cose non stanno proprio così. Infine la palma del commento più sciocco e rancoroso della giornata va - come ci si poteva attendere - ad una Maureen Dowd che, se fosse una persona seria, dovrebbe cominciare ad occuparsi di altro e lasciare la politica a chi ne sa qualcosa. Quindi non lo farà.
E poi ci sarebbe molto altro ancora...







































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Kerry a Kabul. Yunus Qanooni ha chiamato Hamid Karzai riconoscendo la sconfitta nelle elezioni presidenziali. Magari l'altra America è l'Afghanistan.
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Pensiero stupendo.

Pensavo, ma non si può fare che domani ci svegliamo ed è di nuovo stamattina, come nel film del giorno della marmotta con uno strepitoso Bill Murray e Andie Mc Dowell ? Noi domattina ci svegliamo e di nuovo vediamo lo smarrimento nelle facce dei Bushbashers di casa nostra, e in men che non si dica l'Ohio è di nuovo repubblicano.
E poi dopodomani, ancora, qualsiasi cosa noi si faccia.

Dal blog di Umberto.




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martedì, novembre 02, 2004
Cosa succede in città.
Update. L'ha fatto. E' fatta.
Congratulations, Mr. President.

Allora, mettiamola così. Quando i Dem avranno assimilato la sconfitta (e quando saranno sbrigate le ultime formalità) Bush avrà vinto con 286 voti elettorali contro 252 di Kerry (aggiungete i 32 di Ohio, New Mexico e Iowa ai numeri che già conoscete). In termini di voto popolare il suo vantaggio sullo sfidante sarà di quasi quattro milioni di preferenze.
Pensate a come era cominciata qualche ora fa. Complimenti a Zogby e a tutti quelli che hanno confuso ancora una volta i loro desideri con la realtà. Travolti dalle macerie di quel mondo capovolto costruito sul nulla al quale volevano farci credere.
Bush meritava di vincere, Kerry di perdere onorevolmente. Così è stato. Si riparte da qui, stanchi ma felici.
08.30 In attesa che Kerry conceda vi diamo appuntamento a più tardi.
08.20 In Spagna stanno cercando di far credere alla gente che si stia ripetendo la situazione di quattro anni fa. Hanno detto che Kerry darà battaglia fino all'ultimo voto e che i Dem non si arrenderanno. Non si sono resi conto che i Dem si sono arresi più o meno cinque ore fa. Bastava vedere la faccia di Edwards per capirlo. Ma qui va così.
08.02 Per esempio, il New Mexico: lo sanno anche i sassi che Kerry lì ha perso. Perchè nessuno lo assegna?
07.47 Per l'ufficializzazione dei risultati pare si debba aspettare che siano contati tutti i voti in Ohio. Lo sanno tutti che ha vinto Bush ma nessuno lo dice. Quindi aspettiamo anche noi. (Drudge lo dice).
07.16 L'Iowa era uno stato conteso ma favorevole a Kerry: forse va a Bush. Il New Hampshire al contrario passa ai Dem.
07.11 Le parole - nobili - di Andrew Sullivan.
07.09 Maggioranza repubblicana al Senato e alla Camera dei Rappresentanti.
06.59 Con l'Alaska siamo a 269.
06.38 Fox ha appena annunciato la vittoria di Bush in Ohio.
06.27 Colorado e Montana come da copione: 246-188 (CNN). Ancora New Mexico (5) e Ohio (20) e poi possiamo ricominciare la giornata come si deve.
06.13 I due bloggers pro-Kerry si son persi per strada. Vorrà dire qualcosa?
06.10 La CNN conferma che stavolta non si andrà alla Corte Suprema: Bush 234, Kerry 188. Manca poco ormai.
05.57 Clark County/Ohio: Bush avanti di 2,5. Questa è per The Guardian e per i suoi volenterosi amanuensi.
05.52 Ohio: + 5 Bush con il 61 per cento scrutinato.
05.47 CBS: «Bush ha vinto in Florida».
05.27 Musi lunghi alla televisione spagnola. Forse stanno realizzando.
05.24 Come in attesa.
05.05 I Democratici (alcuni almeno) considerano la Florida già persa. Semplice buon senso. Altri invece si preparano a contestare il risultato in Ohio (forse).
04.59 California a Kerry (come previsto): 197-188 (CNN).
04.47 Ottanta per cento scrutinato in Florida: Bush + 4. Trentasette per cento scrutinato in Ohio: Bush + 6. Della Pennsylvania Kerry se ne farebbe pochino.
04.41 A National Review non sono più così nervosi. Fox invece continua a non sbilanciarsi: «Too close to call». Testimonianze interessanti dal campo su The Corner.
04.30 Qui fa freddino ma si resiste. Il traguardo è vicino?
04.29 Adesso Wonkette dice che la Casa Bianca è «very confident» sulla Florida.
04.17 Missouri a Bush: era uno degli swing states (anche se con un leggero vantaggio del presidente). Anche Utah e Arkansas. 193-112 (CNN).
04.10 Tre contee della Florida non saranno scrutinate fino a giovedì: Broward, Palm Beach e Dade. Non abbiamo idea se siano o meno decisive o anche solo importanti.
04.00 In quarantaquattro stati su cinquanta sono finite le elezioni. Mentre Bush invita alla Casa Bianca alcuni giornalisti per un'intervista.
03.51 Questa cosa è bellissima. Inoltre una gentile signorina ci ha appena fatto sapere che 1972 è meglio di Bruno Vespa. Son soddisfazioni.
03.50 Ultimo aggiornamento: 171-112 per Bush, 53 per cento contro 47 (CNN). Comunque gli swing states sono ancora tutti da vivere.
03.47 Intanto l'Ohio assomiglia sempre di più alla Florida.
03.43
Il New York Times è iper-prudente nell'assegnare i voti elettorali. Ma ha una pagina riassuntiva di tutti i risultati (Camera, Senato, Governatori etc...) piuttosto ben fatta.
03.28 Il referendum sul proporzionale in Colorado è stato bocciato.
03.19 La Central Belt (si dirà così?) degli Stati Uniti si conferma repubblicana. A Kerry New York e Rhode Island. 155-112 per Bush (CNN).
03.13 Questo è il dato che stanno seguendo tutti in questo momento. Se continua così fra un po' passiamo a quello dell'Ohio con più serenità.
03.07 Anche Fabrizio e Luca Sofri stanno raccontando come vanno le cose oltreoceano. Solo che loro hanno la televisione, noi no (cioè sì ma è sotto e non la vediamo).
03.01 E' vero, come avverte Christian Rocca, che è troppo presto per confermare le notizie che arrivano dalla Florida (a favore di Bush). Ma la sensazione è che fosse troppo presto anche due ore fa quando i Kerry-boys stavano già preparando i festeggiamenti.
02.47 Con la North Carolina adesso Bush guida la corsa 102-77 (CNN).
02.35 Virginia e South Carolina a Bush. 87-77 (CNN). Le proiezioni di CNN, CBS e FOX non coincidono ma si tratta solo di uno sfasamento temporale: dipende da quali stati vengono analizzati ed assegnati per primi. Per comodità qui si fa riferimento principalmente ai dati della CNN.
02.21 Florida e Ohio in diretta. Un gioiellino.
02.14 La CBS fa sapere che Florida, Ohio e Pennsylvania sono «too close to call». La notte è giovane.
02.05 Un bel po' di stati della East Coast portano Kerry in vantaggio 77-66 (CNN). A Bush Alabama, Tennessee e Oklahoma. Fra un po' il riscaldamento finisce e comincia la partita. Ah, non che i calcoli di prima fossero del tutto sbagliati: è solo che pensavamo arrivassero proiezioni di altri stati.
01.36 CNN: West Virginia a Bush. 39-3.
01.33 Fantastico il titolo di Drudge: «Enough of the media exits; let's count the people's votes!»
01.18 Pare che uno dei responsabili della campagna di Bush abbia detto: «Ohio is won, Florida is won, and Pennsylvania is tied». E che altri abbiano confermato.
01.07 Fra mezzora se le cose andranno bene per Bush dovremmo essere 74-7. Se andranno bene per Kerry 54-27 (se non abbiamo sbagliato i calcoli).
01.03 CNN: Kentucky, Indiana e Georgia a Bush. Vermont a Kerry. 34-3. Tutto come previsto finora.
00.51 Per la serie... se vale tutto vale anche questo.
00.23 Dunque: i candidati danno interviste televisive e radiofoniche, i militanti fanno campagna fuori dai seggi, escono decine di sondaggi uno dietro l'altro, fra poco avremo i primi risultati ufficiali e in tutto il paese si sta tranquillamente votando. Ve lo immaginate da noi?
00.15 Zogby prevede il risultato più favorevole a Kerry mai visto sulla faccia della terra (311-213 con 14 da disputare). Se ha ragione fra un'oretta possiamo andare tutti a dormire. Noi restiamo scettici e fiduciosi di resistere almeno fino alle tre.
00.06 Drudge ricorda che nel 2000 gli exit-polls davano Gore in vantaggio di 3 punti in Florida e a + 4 in Arizona. Poi Bush vinse in entrambi gli stati (nel secondo alla grande: + 6).
23.58 Tutto quello che avreste voluto sapere e non avete mai osato chiedere sugli exit-polls.
23.55 Se la connessione ai siti americani rimane così lenta (almeno per le nostre possibilità) sarà difficile fare quel che ci eravamo proposti.
23.47 Tutti i seggi sono ancora aperti ma Slate dà Kerry già vincitore. Altri invitano alla calma. Anche perchè se è vero che Ohio e Florida decideranno sono proprio questi due gli stati più incerti (50-49 per lo sfidante).

23.45 (ora europea). Comunque vada... relax.


























































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Notte di sogni, di coppe e di campioni. C’è una differenza fondamentale tra quelli che amano l’America e quelli che dicono di amare soltanto la fantomatica altra America. I primi fra poche ore potranno seguire l’evoluzione dei risultati elettorali magari tifando per uno dei candidati ma senza cedere alla rabbia o alla frustrazione in caso di vittoria dell’altro. I secondi no. I primi si godranno lo spettacolo della democrazia in azione. I secondi no. E’ noto che qui ci si augura che Bush venga rieletto. Ma innanzitutto stanotte si guarderà all’America con ammirazione. Una volta di più. Ecco perchè questi cinquanta motivi per appoggiare Bush (che condividiamo) sono prima di tutto cinquanta ragioni per sostenere l’America.
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Chi ben comincia. Bush ha battuto Kerry 19 a 7 a Dixville Notch. Nader zero.
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Promesse elettorali. Per chi ci sarà, noi stanotte proveremo a stare qui (anche se domani si lavora). Non sappiamo bene come né per quanto tempo né in quali condizioni di lucidità, ma apprezzate lo stesso lo sforzo.
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Si nota che oggi votano da qualche parte.
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lunedì, novembre 01, 2004
Repubblica-L'Espresso presentano... Fahrenheit 9/11. Per la serie... non farsi prendere dall'entusiasmo.

Una spietata denuncia che smaschera, una dopo l'altra, le bugie e le verità taciute al popolo americano sul tragico attentato alle Torri Gemelle, la lotta al terrorismo e la guerra in Iraq. Un'altra verità sui fatti drammatici del nostro tempo che in molti volevano fuori dalle sale cinematografiche. E a cui invece il pubblico ha decretato un successo straordinario. Fahrenheit 9/11 è un grande esempio di giornalismo libero e cinema impegnato, un capolavoro da conservare e a cui ispirarsi.

In effetti a Repubblica sembrano parecchio ispirati.



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Con calma. In Uruguay ha vinto la sinistra dopo 170 anni.
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Cominciamo. Non è ancora morto ed è già partito il concorso per la migliore apologia di Arafat. (Via Normblog).

The world watches the unfolding drama as the man who has become the symbol for Palestinian nationalism seems to hover between life and death. Though full of uncertainties, Mr Arafat's life has been one of sheer dedication and resilience.

Uncertainties.



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Quelli che «lottano per un territorio». Festeggiano il ritiro da Gaza.
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La pentola a pressione. Scontri etnici in Cina nella provincia dell'Henan. Centocinquanta morti. Legge marziale applicata ad una porzione di territorio. Fantasmi.

Chinese media have reported nothing about unrest in Henan. But a news blackout would not be unusual, as propaganda authorities routinely suppress information about ethnic tensions.

Local police failed to contain the unrest and authorities deployed the quasi-military People's Armed Police to restore order. Martial law was declared over the weekend, people in the area said, adding that the situation has since stabilized.

China's countryside and second-tier cities are rife with unrest among peasants and workers complaining about corruption, unpaid wages and a host of other issues. Violent protests, once extremely rare in the authoritarian country, now are frequent occurrences.






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A Fabio. A Luisa.

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