1972

martedì, agosto 31, 2004
Cina. Pensieri sparsi/6. Tiananmen è bianca, bellissima. Così grande che non sai da dove cominciare a guardarla. Così semplice nella sua imponenza da far quasi paura. Dal 1949 è il simbolo del potere dei nuovi imperatori della Cina. Dal 1989 anche di qualcos’altro che però non si può dire. Se entri da sud la piazza si presenta così. Ma prima di aprirsi è obbligata a ricordarti in che paese ti trovi e che storia stai vivendo: il Mausoleo di Mao ti sbarra la strada. Il Presidente (come lo chiamano i cinesi) è sotto vetro al centro di una sala che file ordinate di persone percorrono per qualche secondo con lo sguardo fisso al cadavere avvolto in una bandiera comunista. Però la scena che non dimenticherai mai ha luogo poco prima: dalla coda si staccano a turno in tre o quattro - uomini, donne e bambini – per deporre fiori e inchinarsi davanti alla statua del più grande carnefice del ventesimo secolo. Basterebbe questa istantanea che è vietato scattare a spiegare la forza con cui la menzogna e l’ideologia continuano ad ammorbare la Cina del ventunesimo.
Trentasei metri è alto il Monumento agli Eroi del Popolo che ti accoglie all’uscita. Gli Eroi del Popolo ovviamente sono gli eroi del regime le cui gesta rivoluzionarie sono scolpite come bassorilievi sulla superficie dell’obelisco. Quindici anni fa per quarantasette giorni il popolo se lo riprese, vi si sedette intorno, vi appese cartelli che parlavano di democrazia e vi costruì vicino una cosa che assomigliava tanto alla Statua della Libertà. Oggi il Monumento è recintato e circondato da guardie.
Sul lato ovest della piazza si erge il Palazzo dell’Assemblea Nazionale del Popolo (il parlamento). L'Assemblea è l’unico organo istituzionale che i cinesi possono visitare. Infatti non conta niente: si riunisce una volta l’anno e si limita a ratificare le decisioni che il Partito ha già preso. E siccome la simmetria vuole la sua parte sul lato est risponde il Museo Nazionale di Storia Cinese. Poi Tiananmen può ricominciare.
A Tiananmen una notte arrivarono i carri armati. Venivano da qui. Era primavera, tra il 3 e il 4 giugno. I primi scontri tra militari e cittadini cominciarono verso sera all’altezza di questo ponte lungo il viale Fuxingmenwai. Le truppe del popolo scendevano dalla periferia ovest ma il popolo proprio non voleva lasciarle passare. Così presero a sparare a raffica. Sul popolo. Due ore e qualche chilometro dopo il primo autoblindo entrò nella piazza dal viale Chang’an occidentale (la prosecuzione di Fuxingmenwai) sotto lo sguardo attento dei mandanti riuniti a Zhongnanhai a pochi metri da lì e del Grande Timoniere pieno di orgoglio. All’una tutte le truppe della legge marziale erano a Tiananmen secondo gli ordini ricevuti. Il grosso del lavoro era già stato fatto. Alle 4 si spensero le luci. Alle 5.40 era tutto finito.
Oggi la Cina sta celebrando i cento anni dalla nascita di colui che di fatto decise il massacro. Al Museo Nazionale si cantano le lodi di «un grande uomo del ventesimo secolo». All’Assemblea del Popolo si preparava lo spettacolo in suo onore. Il regime mostra il suo volto più vigliacco. La repressione di Tiananmen ovviamente non è mai avvenuta. Quel che successe fu il ristabilimento dell’ordine turbato da una «sommossa controrivoluzionaria». Gli studenti e i cittadini che non solo a Pechino ma in tutte le principali città del paese si mobilitarono contro la dittatura sembrano ormai cancellati dalla memoria collettiva. Tutto fa pensare che i padroni del pensiero ce l’abbiano fatta. Ma – si sa – a volte i fantasmi ritornano. E ogni celebrazione ha il suo giorno: tempo al tempo. Tiananmen è bianca, bellissima. Aquiloni.



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lunedì, agosto 30, 2004
Cina. Pensieri sparsi/5.

Yan'an. Museo della Rivoluzione.
Yan’an è una località di circa centomila abitanti (per la Cina sono pochissimi) situata nella zona settentrionale della provincia dello Shaanxi. Vi si rifugiarono i comunisti nei tredici anni che precedettero la conquista del potere pianificando la Rivoluzione. La religione atea della falce e martello in versione cinese ha qui il suo santuario ed il santino di Mao la sua consacrazione. Si può così ammirare il Mao osannato dal suo esercito popolare, il Mao assorto in pensieri profondi, il Mao che svela ai suoi discepoli i segreti del marxismo-leninismo, il Mao a cui mancano solo i baffetti, il Mao che proclama la Repubblica Popolare Cinese. Continuando il viaggio nell’atmosfera da cartolina sbiadita di Yan’an ci si imbatte poi nel Quartier Generale Rivoluzionario di Yangjialing (il più antico dei tre che i comunisti occuparono). Questa è la sala dei primi comitati centrali e qui Mao fu ufficialmente confermato leader del Partito. Starci dentro fa un certo effetto. Il rito si officiava alla presenza dei numi tutelari. Oltre a Mao (il suo letto) risiedevano in questa roccaforte a ridosso della montagna Zhou Enlai, Liu Shaoqi e Zhu De. L’ultimo Quartier Generale fu invece quello di Wangjiaping: salone delle assemblee, stanza delle riunioni, abitazione del leader maximo e dei compagni di lotta di cui sopra. Non più grotte scavate nella roccia ma appartamenti in piena regola. La Rivoluzione non è un pranzo di gala ma non esageriamo. A un metro da tutto questo la gente vive così: i successi della Rivoluzione. Ma a Pechino il problema di immagine non sembra interessare più di tanto: in fondo qui ci vengono solo cinesi.
La prima sensazione è quella di aver visitato un museo a cielo aperto. Poi ti fermi a pensare che quel che hai visto non è solo una lezione di storia del ventesimo secolo ma è anche il presente di questo sconfinato paese: e un brivido ti corre lungo la schiena.

Mezzi di trasporto. L'autobus.
Mezzi di trasporto. Il treno.
Mezzi di trasporto. L'aereo.
Mezzi di trasporto. La bicicletta.
Mezzi di trasporto. Miscellanea.
Yan'an. Pulizie all'aeroporto.
Se il semaforo non funziona.
Un giorno come tanti.
Foschia.
Zona d'ombra.
Zona di luce.
La lavagna.
La bilancia.
Solitudine. Anche in Cina si può.
Soldati.
Siamo uomini o...
La ginnastica del mattino.
Alta finanza.
Shanghai. Al tramonto.
Ed è subito sera.
Errori.
Orrori (alimentari).

Gli Hutong di Pechino.
In queste strade (e in queste case) vivono due milioni di persone.

Pechino. Università del Partito Comunista.
Pechino. Ingresso dell'Università del Popolo.
Dietro alla Città Proibita.
Davanti alla natura.
Piccoli Yao Ming crescono.
La curiosità è femmina.
Rivoluzione Culturale al KFC.
Musica classica.
Acrobazie.
Abbattiamo tutti i muri. Beh, non proprio tutti.
Pioggia cinese.
Il cielo sopra Pechino.
Per i più curiosi: il titolare e la sua dolce metà.











































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venerdì, agosto 27, 2004
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giovedì, agosto 26, 2004
Cina. Pensieri sparsi/3. Riuscite ad immaginare un paese di un miliardo e trecento milioni di persone in cui ufficialmente non succede mai niente? E’ la Cina. Non una protesta, non una manifestazione, non uno sciopero, non una pubblica discussione. Niente. Se c’è un tifone, un incontro tra capi di stato, un aumento del prodotto interno lordo, una medaglia olimpica la Cina è notizia. Ma dentro la Cina, nelle sue strade, nelle sue piazze – nonostante i rumori di clacson e venditori ambulanti - tutto tace. A pensarci meglio una volta qualcuno aveva provato ad alzare la testa e la voce ma non era finita bene e a scanso di equivoci hanno pensato di cancellare ogni traccia. Quando siete là questa cosa vi spacca la testa. Guardate i cinesi pedalare, giocare, caricare un carro, leggere un giornale e non riuscite a farvene una ragione. Come si fa a tenere sotto controllo quasi un quarto del pianeta senza che a nessuno vengano ogni tanto strane idee? Evidentemente i dittatori di Pechino ci riescono. Lo fanno da qui. Zhongnanhai è il quartier generale del governo cinese. La Xinhua è l’unica porta che è consentito fotografare: qui nella notte tra il 19 e 20 aprile 1989 dei pazzi che chiedevano democrazia si scontrarono con la gloriosa Polizia del Popolo e da quel momento vennero bollati come controrivoluzionari con tutto quel che ne seguì. Ai suoi lati si legge: «Lunga vita al Grande Partito Comunista Cinese!» e «Lunga vita all'invincibile pensiero di Mao Tse Tung!». Nonostante questo nome sia convenzionalmente attribuito alla storica residenza degli imperatori è Zhongnanhai la vera città proibita. Il potere è dentro quel recinto a cento metri da Tienanmen. Un muro ed un lago separano dal resto del mondo gli uffici e le residenze dei dignitari del regime, il Consiglio di Stato, la Segreteria del Partito. Ovviamente è impossibile entrare ma anche sostare in prossimità degli altri ingressi o scattare foto ravvicinate (se non di nascosto).
Tra segretezza ed esaltazione collettiva è trascorsa la storia di questo paese nell’ultimo cinquantennio. Le aberrazioni dell’epoca di Mao hanno insegnato ai suoi successori che si può decidere della vita (e della morte) di un popolo anche senza esporsi troppo. Per questo oggi la propaganda è più puntuale che invasiva: alle statue e alle classiche immagini della nomenclatura affisse dappertutto il Partito preferisce gli slogan nei luoghi più frequentati a richiamare le conquiste della Rivoluzione, i giochi militari per bambini in televisione, i manifesti che invitano ad arruolarsi nel già imponente apparato di sicurezza statale, i pellegrinaggi ai luoghi di culto del comunismo. Non si va più in piazza col libretto rosso in mano ma non per questo il cittadino può permettersi di dimenticare che il Grande Fratello lo osserva e vigila su di lui. La censura, il controllo totale dei mezzi di comunicazione, l’assenza di qualsiasi fonte di informazione non filtrata dal Centro (si capisce perchè Internet rappresenti per molti una via di fuga e una speranza) ed i settanta milioni di iscritti al Partito fanno il resto.
E’ evidente che – da solo - lo sviluppo a tratti prepotente che la caratterizza non potrà fare della Cina una società aperta al mondo. E’ come se i cinesi te lo rivelassero tutte le volte che riescono a scambiare con te qualche parola in inglese. Dallo straniero vogliono sapere del suo lavoro, della sua città e soprattutto quanto costa andare via. Puoi sentirti chiedere con pudore ma senza mezzi termini se arrivi «da un paese ricco» e magari incontrare una ragazzina di dodici anni un po’ diversa dalle altre che ti racconta il suo sogno di un futuro londinese. Al di fuori del circuito classico Shanghai-Xi’an-Pechino un occidentale che visiti la Cina suscita ancora curiosità, la sensazione di sentirsi osservati è a tratti imbarazzante e capita spesso di essere fermati da chi ti chiede una foto.
Pensate a un miliardo e trecento milioni di persone. Pensatele a una sola dimensione. Quella pubblica, civile, partecipativa, politica non esiste. Se l’è presa un giorno il Partito e non l’ha ancora mollata. In mezzo ai rumori di fondo la Cina è un grido silenziato.


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In Cina non l'hanno detto. Ma nel frattempo è morto Czeslaw Milosz. Siamo felici che sia vissuto.
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mercoledì, agosto 25, 2004
Cina. Pensieri sparsi/2. Apparentemente quella cinese non è la società grigia, spenta, anestetizzata, che chi ha viaggiato nei paesi del blocco sovietico nel corso e alla fine dell’era comunista ha potuto conoscere. Le città sono in genere caotiche e disordinate e i cinesi dappertutto. Ad ogni ora si cucina e si mangia e tutto avviene per strada (quasi sempre in condizioni igieniche molto precarie). La circolazione delle auto e delle biciclette è completamente fuori controllo e i pedoni sanno i rischi che corrono. La sensazione è che – al di là del processo macroenomico in corso – la popolazione viva ogni giorno delle piccole attività commerciali aperte al pubblico spesso fino a tarda ora. In Cina si può mangiare (bene) con un euro e mezzo, ci si può vestire con quattro euro, un CD musicale ne costa uno. Alla lunga per un occidentale è faticoso muoversi in un ambiente così difficile da decifrare: Luoyang per esempio è una città di tre strade e sei milioni abitanti. Il governo sta continuando a spostare gente dalle campagne come se avesse un piano. Ma gran parte della popolazione urbana si trova in condizioni di evidente degrado. Non c’è nulla di esotico nella sporcizia e nella miseria: solo lo specchio di un regime che ha sempre utilizzato i cinesi come pedine da muovere a piacimento in un gioco di cui non sono mai stati protagonisti. Camminare in un mercato di Luoyang, nel quartiere musulmano di Xi’an, nelle strade sterrate di Yan’an, tra le baracche addossate ai grattacieli di Shanghai aiuta a capire perchè la Cina sia ancora al novantaquattresimo posto nell’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite a venti lunghezze dall’Albania, tra l’Azerbaijan e la Georgia.
In Cina si contano 55 nazionalità oltre alla Han che è la principale (91 %): mongoli, manchu, kirghizi, uiguri, tagichi e così via. Lo Stato dichiara ufficialmente di garantirne i diritti e di proteggerle in condizioni di uguaglianza. Ovviamente è un’altra menzogna. Se prendi un treno capisci che i cinesi non sono «tutti uguali», nemmeno fisicamente. Ne vedi molti di volti diversi, uomini, donne, anziani, bambini in piedi o seduti nelle gigantesche sale d’attesa, a volte ben vestiti, più spesso con abiti e borse di fortuna. Aspettano. Anche se hanno tutti il biglietto con il posto assegnato magari sono lì da ore e quando si aprirà il cancello in mille correranno verso l’entrata spingendosi per passare. E non capirai perchè. In Cina succede spesso di non capire perchè. La Cina delle sale d’aspetto delle stazioni è un affresco che a parole non puoi dipingere.
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martedì, agosto 24, 2004
Cina. Pensieri sparsi/1. Tre settimane passate in un paese così lontano (in ogni senso) non fanno di un viaggiatore un esperto ma di certo permettono di confrontare la propria percezione con la realtà. A parere di chi scrive visitare la Cina è ancora – nonostante i grattacieli di Shanghai e i lunghi viali rimodernati di Pechino – un salto indietro nel tempo. Del miracolo economico cinese si parla ogni giorno sui giornali ed è evidente come milioni di persone possano oggi godere di un livello di vita che mai avrebbero potuto immaginare alla morte di Mao. Ma i colori e gli odori che tornando a casa vi porterete dietro saranno ancora quelli di un’arretratezza cronica e di una povertà diffusa. Come tutte le nazioni che ne hanno condiviso il destino la Cina è chiaramente un paese piagato da sessant’anni di socialismo reale cui le riforme economiche più o meno radicali dell’ultimo ventennio hanno cercato di conferire un nuovo volto. Il problema è che il corpo resta profondamente malato. La Cina è l’ennesima conferma (in questo caso vivente) del disastro del marxismo-leninismo: cresce e genera speranze laddove ha abbandonato l’ideologia, è piegata su se stessa e produce dolore e paura dove l’ha mantenuta. Direttamente o indirettamente tutto in Cina rivela questo fallimento. Anche i dettagli. In una mappa di Xi’an (il centro storico del paese) distribuita dalle autorità locali e destinata agli stranieri si legge: «Negli ultimi anni Xi’an si è data un modello di sviluppo di tipo occidentale che permetterà di accogliere sempre più turisti con amicizia e ospitalità». Interessante, no? Decenni di indottrinamento ideologico (che continua) contro l’imperialismo, la depravazione borghese e il demone capitalista e quando la Grande Proletaria si muove deve prendere come esempio il modello tanto esecrato. Ovviamente la versione che i padroni del pensiero forniscono ai loro sudditi è un po’ diversa: come insegnava Deng si tratta di costruire il socialismo «adattandolo alla realtà cinese». Forse è per questo che spuntano come funghi banche e industrie ma nelle edicole è impossibile trovare un giornale o una rivista in lingua inglese. Forse è per questo che la modernizzazione della Cina assomiglia più a un nuovo piano quinquennale adeguato ai tempi che a una effettiva liberalizzazione economica. Forse è per questo che, come avvertiva tra gli altri il FT mesi fa, capitalismo e libero mercato in Cina non sono sinonimi. Se la libertà economica prendesse piede sul serio non ci sarebbe più posto per il Partito Comunista che, fino a prova contraria, continua ad autolegittimarsi in quanto guida dell’economia e della società e la cui dottrina ufficiale resta il marxismo-leninismo interpretato attraverso il pensiero di Mao. Lo Stato potrà anche privatizzare fabbriche e fattorie ma non cederà mai l’iniziativa ed il controllo. E all’Occidente potrà perfino non importare ma la nuova Cina non nascerà davvero finchè non morirà il regime.
(continua... con altre foto)
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A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi






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