1972

giovedì, aprile 29, 2004
Non più altro da noi. Comunque la pensiate sull’Unione Europea, il primo maggio 2004 è una data storica. Per molti popoli dell’est si compie un cammino cominciato con il dissequestro del 1989. Timothy Garton Ash sul Guardian:

When I started travelling to these countries, more than 25 years ago, my contemporaries lived in a different world. They could not say what they thought, in public, or they would lose their university places or jobs. They could not travel where they wanted. They could not read what they liked. Their shop windows often resembled an empty morgue.

Now the sons and daughters of the friends I made then, in Warsaw, Budapest, Prague or Ljubljana, have life chances that are not so drastically different from those of my own children. They can read and write what they like. They can travel where they like, subject only to our common tyrant, money, or the shortage of it. They can shout what they like in a public square. On this May Day, there will be no compulsory marches, with yawning youngsters holding aloft banners of Lenin, Brezhnev and local mini-Brezhnevs. Instead, some will celebrate EU accession on the streets, because they want to, while others join an anti-globalisation demo.




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La verità massacrata. Un film-documentario sulle porcherie che l’informazione riuscì a produrre sul caso-Jenin è stato trasmesso per la prima volta da una televisione canadese. Chissà se lo vedremo mai in Europa.
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Riformisti. Una versione più radicale della Sharia è stata introdotta nel nord della Nigeria.
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Fallujah. Chi di voi segue i blog americani forse se ne sarà già accorto ma la lettura quotidiana di Belmont Club è fondamentale per capire cosa sta succedendo nella città sunnita.
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Tra Al Kubaisi e Pasquinelli. Questa vicenda si sta facendo sempre più caricaturale.
P.S. Jimmomo pensa che se la siano «studiata bene».
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Scusate l'insistenza. Ma il pensiero della nube su Amman proprio non se ne vuole andare. Oggi ci torna il WSJ in un editoriale:

Jordanian authorities say that the death toll from a bomb and poison-gas attack they foiled this month could have reached 80,000. We guess the fact that most major media are barely covering this story means WMD isn't news anymore until there's a body count.

Che il silenzio-stampa abbia qualcosa a che vedere con questo?

Perhaps the problem here is that covering this story might mean acknowledging that Tony Blair and George W. Bush have been exactly right to warn of the confluence of terrorism and weapons of mass destruction.





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Le ultime dal Paradiso/2. Secondo l'agenzia di stampa ufficiale nordcoreana molte persone sarebbero morte nel tentativo di portare in salvo ritratti di Kim Il Sung e di Kim Jong Il dopo l'incidente ferroviario di Ryongchon.
Il comunicato aggiunge - orgogliosamente - che l'operazione-salvataggio avrebbe avuto priorità anche sulla ricerca dei famigliari intrappolati nelle case in fiamme.
Sono cose che si fa fatica anche a commentare.

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Le ultime dal Paradiso. La Corea del Nord ha accusato l'Australia di violare i diritti umani.
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mercoledì, aprile 28, 2004
L’Europa bugiarda e complice. Partendo da questo magnifico articolo di Bruna Ingrao sulla cecità dell’Europa di fronte alla minaccia totalitaria dell’integralismo islamico suggeriamo la lettura completa del numero di liberal attualmente in rete (ed in edicola). Un’oasi di lucidità.

Come europei, non abbiamo guardato in faccia - per ciò che è - il nemico, che ci scaglia contro l’utopia violenta della rigenerazione islamica. Abbiamo abbassato gli occhi; li abbiamo girati altrove per timore che lo sguardo diritto potesse renderci troppo visibili, o per complicità, nascondendoci dietro le bugie del non detto e dell’edulcorato. Il momento è troppo drammatico perché si possa continuare a volgere la testa. Il progetto del totalitarismo teocratico, predicato dalla galassia di al Quaeda e dei movimenti del terrore, è oggi il nemico frontale delle democraze liberali occidentali. Nemico e non avversario. Il terrorismo islamista non è avversario politico: è nemico irriducibile della nostra civilizzazione, di tutte le conquiste che abbiamo faticosamente raggiunto e consolidato, a prezzo di sangue, attraversando gli orrori dei totalitarismi nel Novecento, per uscirne alla luce nella convivenza civile, con democrazie imperfette, che non sanano le ingiustizie del mondo (né potrebbero farlo), ma ci hanno dato libertà di parola, di movimento, di scelte esistenziali e sicurezza di vita, crescita di benessere. Una ricchezza immensa di libertà, a fronte dei campi di sterminio e dei gulag; una straordinaria potenzialità di crescita umana, a fronte dei regimi totalitari dai quali l’Europa si è liberata solo a prezzo di durissime battaglie e grazie all’aiuto determinante della democrazia americana. Dopo proclami sanguinari e migliaia di morti in atti di terrore firmati da cellule islamiste, dovrebbe essere chiaro che i movimenti islamisti radicali, che teorizzano e praticano il terrorismo (al Quaeda e non solo), sono oggi la più grave minaccia per la civilizzazione liberale e per le speranze di pace o relativa stabilità nell’ordine internazionale. La presa di coscienza non è avvenuta nell’opinione pubblica europea, né è limpida per buona parte delle classi dirigenti, degli intellettuali, delle élites colte in Europa. Se la minaccia fosse stata compresa in tutta la sua gravità avremmo udito e letto discorsi pungenti, le parole che richiamano ai valori fondamentali della nostra cittadinanza politica, al di là degli schieramenti. Con lodevolissime eccezioni, poche voci fuori dal coro, il silenzio è stato per lo più assordante e la cultura europea ne è stata, in larga misura, complice.

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La nostra ONU quotidiana/2. Dunque, tenetevi forte. Oggi Zapatero si è riunito con Schroeder e al termine dell'incontro ha dichiarato che lavorerà con Francia e Germania per una risoluzione ONU (che fino a ieri considerava impossibile) «che acceleri il passaggio della sovranità agli iracheni» (fantastico, nessuno ci aveva ancora pensato).
Tutto questo Ã¨ uno scherzo, non può essere vero.
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La nostra ONU quotidiana. Claudia Rosett non molla la presa: l'Oil-for-food non è stato solo una truffa colossale ma in definitiva una vera e propria minaccia alla sicurezza. Ecco perchè.
Annan non è d'accordo. Questo è un blog informatissimo su tutta la vicenda.
P.S. Qui in Spagna lo scandalo ufficialmente non esiste. Nessuno ne ha parlato. Mai. Attendiamo smentite.

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Un esordio imbarazzante. Mentre Zapatero è in tournée a Berlino (domani a Parigi) per riportare la Spagna dentro l'asse dei buoni e giusti il progressista International Herald Tribune dedica alle sue prime mosse da presidente un pezzo a dir poco devastante. E siamo solo all'inizio.
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Il volto del nemico. Ovvero: finchè non vedremo una nube tossica avvelenare le nostre città continueremo a coltivare illusioni? Non siamo i soli a pensare che il tentato massacro di Amman sia stato decisamente sottovalutato.
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martedì, aprile 27, 2004
No WMD? Think again. Mettiamola così: uno in fila all'altro i dati contenuti in questo articolo di Kenneth Timmerman dipingono un quadro un po' diverso da quello che normalmente viene venduto all'opinione pubblica. Per la cornice leggete qui. Questa storia è tutt'altro che chiusa.
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Il grottesco in agguato. L'editoriale che il Riformista manderà in edicola domani esplicita il pensiero espresso qui sotto. (Grazie a Random Bits).
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Quasi distruzione di massa. Per quale strano motivo a notizie come queste non viene data importanza sui mezzi di comunicazione?

Jordanian authorities said Monday they have broken up an alleged al Qaeda plot that would have unleashed a deadly cloud of chemicals in the heart of Jordan's capital, Amman.
The plot would have been more deadly than anything al Qaeda has done before, including the September 11 attacks, according to the Jordanian government.



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Verrà un 9 aprile anche per loro. La persecuzione dei curdi ad opera del governo siriano è una delle tante atrocità perpetrate dai regimi mediorientali nel generale silenzio della comunità internazionale (esiste?) e dei media (quelli esistono ma sono impegnati a gettare fango sull'Iraq liberato). Le parole di un quattordicenne torturato dagli aguzzini di Assad ci ricordano che a Damasco c’è ancora un partito Baath al potere.
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Gheddafi tra noi. Al di là di tutte le considerazioni del caso preferiremmo sempre vedere i dittatori uscire da una buca.
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Liberare la Palestina. Dai loschi figuri che la governano. Il solito grande Mark Steyn spiega a Erekat che se Bush sta facendo il suo lavoro è solo perchè lui non l’ha mai fatto.

Mr Erekat’s real job is to look good in a suit and go on television and sound reasonable when, as on September 11, the excitable chaps in Ramallah are dancing in the street and singing the Arabic version of Happy Days Are Here Again. And he is, of course, "democratically elected", being presently in the ninth year of a five-year term. So Yasser keeps him around to do the CNN-BBC interviews when Hanan Ashrawi is washing her hair and they need someone to do the autopilot drone of "root causes", "desperation", "cycle of violence".

What a strange world the Middle East is. For 10 years, in northern Iraq, the Kurds have run a pleasant, civilised, pluralist, democratic de facto state, but external realities require them to be denied one de jure. For the same period, in the West Bank and Gaza the Palestinian Authority’s thugs, incompetents and bespoke apologists have been lavished with EU aid and transformed their land into an ugly, bankrupt Arafatist squat. But external realities require the world to defer to the "Chairman" as a de jure head of state, lacking merely a state to head.




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Forse l’Europa sta finendo. Parere non proprio ottimista di Michael Meyer su Newsweek.
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lunedì, aprile 26, 2004
Jihad ed Europa. Il campo di battaglia.

The call to jihad is rising in the streets of Europe, and is being answered, counterterrorism officials say.
In this former industrial town north of London, a small group of young Britons whose parents emigrated from Pakistan after World War II have turned against their families' new home. They say they would like to see Prime Minister Tony Blair dead or deposed and an Islamic flag hanging outside No. 10 Downing Street.
They swear allegiance to Osama bin Laden and his goal of toppling Western democracies to establish an Islamic superstate under Shariah law, like Afghanistan under the Taliban. They call the Sept. 11 hijackers the "Magnificent 19" and regard the Madrid train bombings as a clever way to drive a wedge into Europe.


Sono le parole con cui si apre un articolo pubblicato da quel noto covo di neoconservatori che risponde al nome di New York Times e dedicato alla penetrazione e alla predicazione degli integralisti islamici nel nostro continente.

The authorities say that laws to protect religious expression and civil liberties have the result of limiting what they can do to stop hateful speech. In the case of foreigners, they say they are often left to seek deportation, a lengthy and uncertain process subject to legal appeals, when the suspect can keep inciting attacks.

Che la situazione sia piuttosto seria lo riconoscono ormai tutti (oltreoceano)

Justice systems clash, policing styles diverge, and open borders allow terrorists far more mobility than their pursuers. For years, the Al Qaeda terrorist network has taken full advantage of these factors — and Europe's democratic, tolerant environment — using the continent as a base for recruitment, logistics and plotting attacks elsewhere.

La cronica incapacità europea di elaborare e coordinare una risposta comune contribuisce a rendere ancora più preoccupante lo scenario

"Everyone's scrambling," said a U.S. law enforcement official who works with European police. "They might share a little bit more. But everyone holds tight. They don't have a coordinated system. Bilaterally, they probably do all right. But multilaterally, forget it."
Although the European Union has responded to the Madrid bombings by appointing a "czar" to coordinate counter-terrorism efforts, veteran law enforcement officials see the move as essentially symbolic. After the Sept. 11 attacks, European leaders announced with great fanfare that Europol, the EU's fledgling police force, would spearhead the fight against terrorism. But today, Europol remains on the sidelines, officials said.

The imminence of the danger drives the current spirit of cooperation and will, it is hoped, reduce rifts among countries and security forces, officials said. But complacency and inertia remain threats as well.
"I just hope the impetus doesn't fade away after three months," Garzon said. "We need to confront this challenge in a global manner and without hesitating. The concern exists at the level of intelligence services, police and judges. But we need commitment at the political level as well. And let's not forget too soon."

C’è una guerra in corso e non lo sappiamo.





















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Il suicidio dell’Islam. Per chi non l’avesse ancora capito combattere il terrorismo significa anche cercare di impedire che molti musulmani vengano uccisi da altri musulmani.
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Qualche dubbio in effetti l’avevamo. Pensavate che il riferimento alla distruzione di Israele fosse stato eliminato dalla carta dell’OLP? Sbagliavate. A scanso di equivoci lo ha chiarito in un’intervista ad un quotidiano giordano il ministro degli esteri di Arafat con delega agli affari iracheni.
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Miti da sfatare. Contro l’abitudine a non pensare. By VDH.
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Il Brahimi-pensiero. L'uomo dell'ONU in Iraq ha esordito alla grande: è tutta colpa di Israele, ha sostanzialmente detto. Putroppo ogni giorno che passa ci rafforza nell'opinione che lasciare in mano alle Nazioni Unite la gestione politica della transizione irachena (o una sua parte rilevante) sia il più grosso errore commesso fino ad ora da chi ha liberato il paese dalla dittatura. Qui l'opinione di William Safire. E quella di Mark Steyn.
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Ormai siamo alla farsa. I terroristi che hanno sequestrato gli italiani hanno chiesto al Bel Paese «una grande manifestazione contro la guerra». Un'altra.
P.S. Capiamo la disperazione delle famiglie ma forse certe dichiarazioni sarebbe il caso di non farle. O almeno di non pubblicarle.
P.P.S. L'effetto-Spagna sta dilagando.

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Il nostro contributo. C’è una raccolta fondi promossa da alcuni bloggers americani per aiutare la ricostruzione dell’Iraq attraverso Spirit of America. Qui per saperne di più. Altre iniziative utili. Fatele conoscere.

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Chi scappa e chi rimedia. Spagnoli a casa, britannici al fronte. More solito.

Up to 2,000 extra British troops could be sent to Iraq to fill the gaps left by Spain's departing soldiers, it was reported today.

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L’investigazione più pazza del mondo. In Al-Andalus si continua ad entrare e ad uscire dal carcere con una facilità impressionante e non è semplice rintracciare una logica negli sviluppi dell'indagine. Ma ormai a chi interessa? In fondo è già passato un mese e mezzo, no? In fondo i capetti terroristi sono tutti morti, no? In fondo i politici bugiardi della guerra in Iraq sono stati mandati a casa, no? In fondo le truppe stanno tornando, no? Todo bien allora, no? Que Viva España.
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sabato, aprile 24, 2004
Si apprezzano gli aiuti umanitari. Il comunicato ufficiale dell'agenzia di stampa nordcoreana sul disastro di Ryongchon.
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Il mondo capovolto. David Brooks analizza le conclusioni degli esperti a proposito della strage di Columbine e ne trae spunto per riflettere ancora una volta su una delle più pericolose tendenze del nostro tempo: attribuire ai carnefici il ruolo di vittime.

Now, in 2004, we have more experience with suicidal murderers. Yet it is striking how resilient this perpetrator-as-victim narrative remains. We still sometimes assume that the people who flew planes into buildings — and those who blew up synagogues in Turkey, trains in Spain, discos in Tel Aviv and schoolchildren this week in Basra — are driven by feelings of weakness, resentment and inferiority. We cling to the egotistical notion that it is our economic and political dominance that drives terrorists insane.
But it could be that whatever causes they support or ideologies they subscribe to, the one thing that the killers have in common is a feeling of immense superiority. It could be that they want to exterminate us because they regard us as spiritually deformed and unfit to live, at least in their world. After all, it is hard to pull up to a curb, look a group of people in the eye and know that in a few seconds you will shred them to pieces unless you regard other people's deaths as trivialities.



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Lo spirito di una nazione. Quando quasi due anni fa Pat Tillman decise di lasciare tutto e partire per l'Afghanistan, Peggy Noonan dedicò a lui e a quelli come lui uno splendido articolo che oggi il WSJ ripropone.

On Monday morning, Pat Tillman "came in like everyone else, on a bus from a processing station," according to a public information officer at Fort Benning, Ga., and received the outward signs of the leveling anonymity of the armed forces: a bad haircut, a good uniform and physical testing to see if he is up to the rigors of being a soldier. Soon he begins basic training. And whatever else happened this week--Wall Street news, speeches on the economy--nothing seems bigger, more important and more suggestive of change than what Pat Tillman did.

That is a bigger and better story than usually makes the front page. Markets rise and fall, politicians come and go, but that we still make Tillmans is headline news.


Thank you, Pat.





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giovedì, aprile 22, 2004
Fra dieci anni tutti a Karthoum a sussurrare «Mai più»? Le atrocità del governo fondamentalista sudanese e delle sue milizie paramilitari continuano nonostante i tentativi diplomatici. Paul Marshall spiega perchè salvare il Sudan è un imperativo morale e strategico allo stesso tempo.
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Habeas corpus, POW e combattenti illegali.
Considerazioni sullo status giuridico dei detenuti di Guantanamo con riferimento alla giurisdizione competente (uno, due, tre e quattro) e al territorio (cinque e sei). Se vi interessa il diritto anglosassone questo è il blog che fa per voi.
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Strano, se ne fregano. Pare che all’Iran dell’accordo sul nucleare con Parigi, Berlino e Londra importi pochino. Ma la notizia è che Chirac ha fatto la voce grossa. Va be’... più o meno.
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Il mondo visto da Madrid. Oggi Rolli riporta le tristi dichiarazioni sul terrorismo in Iraq rilasciate dal ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos, degno esponente di un governo di farsanti. Per avere un’idea più completa del personaggio vale la pena tradurre qualche passo di un articolo scritto dallo stesso Moratinos il 24 marzo scorso dal titolo «Iraq, la crisi di una guerra fallita»:

Un anno fa si iniziò una guerra illegale e immorale. Una guerra impostata dai suoi promotori come un conflitto fra il bene e il male. Una guerra il cui fondamento e la cui giustificazione furono una sequela di menzogne e un cumulo di spropositi.
Si dice che in ogni guerra la prima vittima sia la verità. In questo caso la verità fu massacrata perfino prima di quel venti marzo in cui si iniziarono le operazioni militari al suono della grancassa. Basandosi su uno stravagante e debole disegno strategico, la macchina da guerra degli Stati Uniti e dei suoi accoliti entrò nel vespaio iracheno come un elefante in una cristalleria. Alla supposta conclusione della guerra è seguita una catastrofica gestione del dopoguerra che si sta rivelando come un fallimento diplomatico e militare di proporzioni storiche.

In Europa le conseguenze sono state ugualmente devastanti. L’intollerabile accodarsi di alcuni, guidati da José Maria Aznar, ha prodotto gravissime tensioni in seno all’Unione.

A partire dalla responsabilità e dalla legalità internazionale tutti dobbiamo dare il nostro contributo per porre rimedio a un così grande sproposito.


Chissà se ieri a Washington ha spiegato in questi termini ai responsabili della «macchina da guerra» la nuova politica estera della Spagna della pace celeste.








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ONU in Iraq. Un problema in più. Preoccupato editoriale del Telegraph che si può riassumere così: perchè commettiamo sempre lo stesso errore?

There are enough problems attendant on the birth of democracy in Iraq without burdening the country with an organisation that proved so inadequate in confronting the previous dictatorship, whether over oil for food or defiance of Security Council resolutions.

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E scudo umano fu. Dopo anni di silenzio sull'utilizzo di civili come scudi umani da parte dei palestinesi, le organizzazioni umanitarie e le agenzie di stampa hanno finalmente trovato la forza di indignarsi per questa pratica barbara. Il fatto che il risveglio avvenga quando sotto accusa è Israele è ovviamente del tutto casuale. L'articolo della Reuters è pieno di gemme stilistiche tipiche di un giornalismo che purtroppo abbiamo imparato a conoscere.
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In Corea del Nord c'è stato un incidente pazzesco.
Due treni si sono scontrati alla stazione di Ryongchon e sono esplosi. Forse tremila tra morti e feriti. La fonte è la televisione sudcoreana. Nessuna notizia dal regime di Pyongyang. Su quella linea poche ore prima era passato il treno di Kim Jong Il di ritorno dal suo viaggio segreto in Cina.
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mercoledì, aprile 21, 2004
Soldati/2. Non tutti gli spagnoli sono uguali.

But ordinary soldiers said the overwhelming majority of their comrades opposed Prime Minister Jose Luis Rodriguez Zapatero's sudden decision to bring home the 1,432-strong contingent based here and in the nearby Shiite Muslim holy city of Najaf.

Some soldiers felt they were leaving with a lot of work still to be done in helping Iraqis rebuild their country. The Spanish contingent was involved in many community development projects in Diwaniyah funded by the government.


Gracias.





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Soldati. La lettera di William Marchese alla sua famiglia.
E a tutti noi. Thank you.
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L’ONU in Iraq: purtroppo l’abbiamo già vista. Anche alti funzionari delle Nazioni Unite avrebbero intascato tangenti dal regime di Saddam, secondo quanto riporta la catena ABC (via AS). Stanno quindi emergendo le prime pesanti responsabilità personali che si sommano al quadro generale di collusione e frode collettiva che si va delineando da qualche tempo a questa parte. Claudia Rosett pensa che prima di pretendere la supervisione della ricostruzione irachena l’ONU dovrebbe fare chiarezza su quanto accaduto e suggerisce una sorta di finanziamento della memoria a titolo di risarcimento nei confronti della popolazione: destinare parte dei fondi accumulati nel corso del famigerato programma Oil-for-food al progetto di Kanan Makiya.
Sono in molti ad avere paura della democrazia in Iraq.
Noi abbiamo paura dell’ONU.

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Effetto Jenin. Robert Alt torna su un problema enorme le cui conseguenze sono state troppo a lungo sottovalutate: l’influenza che la propaganda pro-terrorista di Al Jazeera e Al Arabia sta esercitando sulla popolazione irachena e non solo. Riconoscere e neutralizzare l’apologia del terrore è un passo essenziale per la salvaguardia di quella libertà di giudizio e di espressione senza la quale nessuna rinascita civile è possibile. Continuare a confondere il concetto di pluralismo con i suoi principali nemici è invece la via più sicura per farne scempio.
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Parlar chiaro. Anne Applebaum si chiede a che gioco stia giocando Colin Powell. E si dà anche la risposta.
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Sulla vicenda degli ostaggi giapponesi. Gli sviluppi sono assai meno scontati di quel che si potrebbe pensare.
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Heroes del silencio. Ci è stato chiesto quale sia la reazione della società e della politica spagnola alla pubblicazione del reportage del Mundo. E’ facile: nessuna. Qui sono troppo impegnati ad applaudire le mosse dello statista che hanno mandato alla Moncloa per perdersi in dettagli. Oggi ne parla Gian Antonio Orighi sul Foglio.
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martedì, aprile 20, 2004
Il summit invisibile. Kim Jong Il è a Pechino ma nessuno lo sa.
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Di fronte alla realtà. Secondo la logica malata dei capi terroristi ogni sconfitta è sempre una vittoria. Ma i palestinesi sono ogni giorno più delusi e cominciano a realizzare che il terrore è un'arma che sta distruggendo anche le loro vite. L'articolo di Daniel Pipes evidenzia la profondità del malessere. Il piano Sharon è per loro un'opportunità forse irripetibile: quella dirigenza che li ha trascinati nell'abisso sembra alle corde - deve ammetterlo perfino Libération in uno dei suoi peraltro consueti articoli antiisraeliani.
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In fondo era sottile, ragionevole e amava i bambini. Dopo quello su Yassin si sentiva la mancanza del necrologio del Guardian dedicato a Rantisi.
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Il nuovo segretissimo leader di Hamas. Si chiama Mahmoud Zahar ed era il medico di Yassin.
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L'intervista che non ti aspetti. Non che la situazione del giornalista che fa le domande e del terrorista che risponde ci appassioni particolarmente ma questa di Tim Sebastian (BBC) a Khaled Meshaal (Hamas) è da antologia.
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La Spagna fa scuola. Scappa anche l'Honduras.
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lunedì, aprile 19, 2004
Alleati. L'Australia lo è.

Spain's decision to withdraw its troops from Iraq as soon as possible would encourage insurgents, but reinforced Australia's decision to remain, Prime Minister John Howard has said.
Foreign Minister Alexander Downer called Spanish ambassador Jose Baranano to protest about yesterday's announcement by Prime Minister Jose Luis Rodriguez Zapatero that his 1400 troops would return.
The timing of the pull-out was very bad, Mr Downer said. "I told the Spanish ambassador that I was very disappointed about their decision," he said.
Mr Howard said the decision "will encourage the insurgency", but said it would "not alter the Australian Government's position one iota".





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I buchi neri dell’11-14 marzo. Finalmente dopo 40 giorni dall’attentato c’è chi si è preso la briga di rompere il muro di silenzio che circonda le settantadue ore che cambiarono la storia della Spagna e non solo. El Mundo ha pubblicato un’inchiesta di quelle che si vedono raramente da queste parti. Questo è quel che ne emerge:

- nei giorni precedenti le elezioni si stava preparando una operazione contro la cupola della banda terrorista ETA che avrebbe inferto un colpo probabilmente decisivo all’organizzazione;
- le forze di sicurezza avevano avvisato il governo che ETA aveva in progetto un attentato di grandi dimensioni che prevedeva l’utilizzazione di borse, zaini esplosivi e telefoni cellulari;
- la mattina dell’11 marzo avviene la strage con le modalità che conosciamo: il collegamento ad un’azione etarra è immediato;
- un membro dei Corpi di Sicurezza dello Stato fa una chiamata telefonica dal luogo dei fatti dicendo che si sono trovate tracce di Titadine, la dinamite utilizzata abitualmente da ETA: da quel momento Titadine è la parola d’ordine che si diffonde in ogni sede politica ed in ogni centro investigativo della nazione. Nessun esperto potrebbe confondere Titadine con Goma 2 (l’esplosivo effettivamente utilizzato): l’informazione errata non poteva che essere intenzionale;
- sia il governo di Madrid sia l’esecutivo basco – sulla base degli elementi fino a quel momento emersi - attribuiscono la responsabilità dell’attentato ad ETA. Solo Arnaldo Otegi, leader dell’illegalizzata Batasuna (braccio politico di ETA) dichiara l’estraneità dell’organizzazione ma mente sapendo di mentire perchè in una telefonata intercettata poche ore prima dalle forze di sicurezza è così spaventato dal possibile coinvolgimento dei terroristi baschi da lasciarsi scappare un «devo andarmene al più presto»;
- sono le 3 del pomeriggio dell’11 marzo: tutto il paese indica ETA come responsabile ed il ministro dell’Interno Acebes va in conferenza stampa per confermare che in base alle informazioni ricevute questa è la linea di investigazione ufficiale;
- nel frattempo un gruppo di comandi di polizia e di agenti del CNI (l’intelligence spagnola) vicini al PSOE stanno già lavorando da alcune ore ai margini per raccogliere gli elementi che potrebbero rivelarsi politicamente utili contro il governo ed informano direttamente i dirigenti socialisti degli sviluppi della loro indagine: la Guardia Civil viene isolata e le informazioni giungono alla centrale del CNI filtrate;
- il PSOE – al contrario del governo – dispone di fonti e notizie privilegiate che si guarda bene dal condividere con l’esecutivo che intanto rimane fermo sulla pista ETA;
- perfino l’esistenza del famoso furgoncino bianco usato dai terroristi islamici era conosciuta dai socialisti la mattina stessa dell’attentato quando ancora nemmeno al CNI ne avevano informazione;
- prima dell’analisi dell’interno del furgone passano diverse ore: la giustificazione ufficiale è che la polizia non dispone di tecnici di disattivazione dell’esplosivo (TEDAX) tutti impegnati in quel momento sul luogo dell’attentato. La Guardia Civil offre collaborazione ma si sente opporre un secco rifiuto;
- la polizia dà la notizia che sul furgone è stato ritrovato dell’esplosivo ma in realtà la scoperta avviene soltanto quando lo esamina la polizia scientifica in terza istanza: i due esami precedenti avevano dato risultato negativo;
- contemporaneamente appare la cassetta audio con versi del Corano che è la chiave di volta dell’intera vicenda: è insieme a nastri di Placido Domingo e contiene versi di iniziazione al libro sacro dei musulmani, particolare piuttosto singolare se si pensa che quel furgoncino sarebbe stato usato da integralisti islamici;
- alle 7 di sera Acebes informa il paese dei nuovi sviluppi. Il ministro si basa sulle informazioni del mattino che portavano ad ETA e su quelle del pomeriggio che indicavano una pista islamica: coerentemente e prudentemente dichiara che la linea di investigazione principale è ancora quella interna ma che allo stesso tempo prende corpo anche l’ipotesi del terrorismo islamico;
- sul luogo dei fatti vengono ritrovate tre borse inesplose nella giornata di giovedì e una quarta nelle prime ore del mattino del venerdì: tutte vengono fatte brillare dai TEDAX;
- alle 2,40 del mattino i TEDAX ispezionano al commissariato di Vallecas una borsa contenente dinamite del tipo Goma 2, un detonatore, chiodi e viti, un cellulare con batteria e tessera: non è dato sapere dove la borsa sia stata tra le 7,20 del mattino del giovedì e le 2,40 del mattino seguente né se fosse effettivamente relazionata con l’attentato;
- i TEDAX questa volta non la distruggono limitandosi a disattivarla e le sue foto sono pubblicate dal network ABC e così diffuse in tutto il mondo;
- la provenienza della tessera – di fabbricazione francese - non solo non esclude ma rafforza, in quel momento, la pista etarra. Inoltre gli esperti di terrorismo notano che le modalità della rivendicazione del gruppo islamico Abu Hafs Al Masri e il furto del furgoncino non sono tipiche di Al Qaeda: nel pomeriggio del venerdì l’ipotesi ETA è ancora saldamente in piedi ma è proprio attraverso la tessera di cui sopra che la polizia – verso la mezzanotte - arriva rapidamente al primo sospettato della vicenda, il marocchino Jamal Zougam: l’operazione programmata da tempo per decapitare i vertici di ETA viene sospesa;
- la macchina di propaganda antigovernativa si mette in moto: «il Governo mente» è la parola d’ordine che si diffonde dalle segreterie politiche della sinistra attraverso radio e televisioni compiacenti e complici;
- l’offerta di collaborazione nelle indagini di USA e Israele viene rifiutata dalla polizia spagnola. Israele in particolare aveva avvertito più volte nei mesi precedenti l’intelligence di Madrid della possibilità di un grave attentato nella capitale senza ricevere risposta;
- nonostante nessuno sia in grado di affermarlo con certezza si diffondono le voci della presenza di kamikaze sui treni della morte: Zapatero stesso riprende la falsa notizia, il governo tace e quindi – nell’opinione comune – nasconde la verità;
- giorni dopo gli esperti israeliani si dichiareranno sorpresi della velocità con la quale CNI e apparati di sicurezza siano stati in grado di procedere alle identificazioni e alle detenzioni degli autori dell’attentato e soprattutto noteranno come mai prima nella storia del terrorismo islamico istigatori, organizzatori, fornitori del materiale ed esecutori materiali avessero fatto parte dello stesso gruppo: la polizia spagnola è così rapida e la sua azione così decisiva che la pista islamica non solo viene confermata in poche ore ma viene sgominata in pochi giorni;
- altri punti oscuri per farla breve: un ex minatore spagnolo, con disturbi mentali, avrebbe fornito materialmente la dinamite agli attentatori in due cartucce: nella foto distribuita ai canali internazionali si vede solo la massa gelatinosa di Goma 2 e nessuna cartuccia; un pezzo di cellulare appartenente a Zougam e ritrovato nella sua abitazione è immediatamente messo in relazione con il telefono contenuto nella famosa borsa di Vallecas: ma la marca riferita dalla polizia non corrisponde a quella delle immagini della ABC; sia Zougam sia «il tunisino» (il presunto cervello degli attentati) sono sorvegliati da tempo dalla polizia e lo sanno: nonostante questo il primo dopo la strage non cerca di scappare e aspetta l’arrivo degli agenti tranquillamente a casa, il secondo se ne va senza pagare l’affitto pochi giorni prima dell’11 marzo guadagnandosi una denuncia del proprietario dell’appartamento; prima dell’irruzione del sabato a Leganés le foto di chi ci abita sono distribuite ai mezzi di comunicazione e mostrate in tutto il quartiere: i terroristi non si accorgono di niente.

Ognuno tragga da questo lungo articolo le conclusioni che ritiene opportune. Le nostre sono queste: il terrorismo islamico ha colpito la Spagna l’11 marzo 2004: che gli uomini arrestati o uccisi costituissero effettivamente il nucleo centrale dell'operazione è altro discorso; il governo è stato vittima e non autore di una gigantesca opera di disinformazione e manipolazione attuata dall’opposizione politica in collaborazione con settori della polizia e dell’intelligence e con la essenziale partecipazione di gran parte dei mezzi di comunicazione; in questo paese fin dalle prime ore del giovedì erano in tanti ad avere una gran voglia di attribuire al terrorismo islamico la responsabilità del massacro e non precisamente perchè avessero raccolto gli elementi sufficienti a dissipare ogni dubbio.
Chiunque abbia vissuto qui quelle ore convulse senza essere assordato dalle sirene della propaganda e della strumentalizzazione non ha bisogno di troppe conferme: ma quel che il pezzo di Fernando Mugica aggiunge sono alcuni tasselli nascosti che aiutano a completare il quadro.
Non sappiamo se sia questa l’unica verità su quei giorni: di sicuro è una spiegazione coerente con quel che abbiamo visto con i nostri occhi e sentito con le nostre orecchie.


























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Le ultime da Al-Andalus. Qualcuno è entrato nel cimitero dove era sepolto l’agente del GEO morto durante l’operazione antiterrorista di Leganés, ha aperto la tomba, ha trascinato il corpo per centinaia di metri e poi lo ha bruciato dopo avergli conficcato un chiodo nella testa e una vanga nel petto.
No, non è un bel clima quello che si sta vivendo qui.
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domenica, aprile 18, 2004
E Zapatero è un uomo d'onore/2. L’annuncio del ritiro immediato è stato il primo atto ufficiale del neo-presidente del governo. Quella della sbandierata necessità del coinvolgimento dell'ONU era ovviamente soltanto una balla, come chiunque conosca un po’ Zapatero ed il suo partito sapeva fin dall’inizio. Il nuovo esecutivo spagnolo agirà sempre in base a motivazioni puramente ideologiche. Il discorso di investitura è stato in questo senso una dimostrazione esemplare. La Spagna da oggi si chiama definitivamente fuori dalla lotta contro il terrorismo islamico. I prossimi saranno anni di appelli alle Nazioni Unite, vertici franco-ispano-tedeschi, europeismo di maniera, antiamericanismo. E naturalmente attentati. Il «governo del dialogo» come Zapatero ama definire la sua creatura ha cominciato il suo giro di consultazioni da Osama Bin Laden. La nuova Spagna tra farsa e tragedia. Che Dio ce la mandi buona.
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E Zapatero è un uomo d’onore. A quanto pare in Spagna non bisognerà aspettare il 30 giugno per celebrare el día de la verguenza.
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WMD. Un'altra storia interessante e preoccupante sulle possibili destinazioni delle armi di distruzione di massa del regime di Saddam. Quelle che non esistono.
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«Non lasceremo un solo ebreo in Palestina». Il Rantisi-pensiero in poche frasi. Ce n'è per tutti: dalle madri degli ebrei allo Shuttle. Dedicato a quelli che «il nazista è Sharon».
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Parola di nazisti. Hamas, il movimento che vuole distruggere Israele, ha dichiarato che la morte di Rantisi vale la vita di cento ebrei. Si vede che Rantisi era già stato ucciso molte altre volte negli ultimi anni.
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Gli indignati speciali. Quale altra reazione poteva arrivare dall'Unione Europea e da Kofi all'uccisione del capo terrorista Abdel Aziz Rantisi? Nessun'altra, appunto.
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sabato, aprile 17, 2004
Sulla morte di Fabrizio Quattrocchi. Le riflessioni di Umberto, Roberto, Rolli e Gianni Riotta. Abbiamo poco da aggiungere se non che sono l'antidoto al veleno dei

facinorosi dei bassifondi di Internet

L'espressione è di Riotta ma è come se fosse nostra.




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venerdì, aprile 16, 2004
Non ci sono più scuse. Partendo da questo discorso del giugno 2002 non dovrebbe risultare troppo difficile capire quello che è successo ieri nell’incontro tra Bush e Sharon.

My vision is two states, living side by side in peace and security. There is simply no way to achieve that peace until all parties fight terror. Yet, at this critical moment, if all parties will break with the past and set out on a new path, we can overcome the darkness with the light of hope. Peace requires a new and different Palestinian leadership, so that a Palestinian state can be born.
I call on the Palestinian people to elect new leaders, leaders not compromised by terror. I call upon them to build a practicing democracy, based on tolerance and liberty. If the Palestinian people actively pursue these goals, America and the world will actively support their efforts. If the Palestinian people meet these goals, they will be able to reach agreement with Israel and Egypt and Jordan on security and other arrangements for independence.
And when the Palestinian people have new leaders, new institutions and new security arrangements with their neighbors, the United States of America will support the creation of a Palestinian state whose borders and certain aspects of its sovereignty will be provisional until resolved as part of a final settlement in the Middle East.

Due condizioni avrebbero reso possibile una soluzione negoziata tra le parti: la fine del terrorismo palestinese ed il cambio politico all’interno dell’ANP. In due anni nessuna di queste si è realizzata.
L’ANP ha scelto ancora una volta la via delle stragi di israeliani, Arafat è rimasto arroccato al suo potere dittatoriale, nessun reale segno di cambiamento è intervenuto. L’amministrazione Bush ne ha preso atto ed ha agito di conseguenza: «Intendo esattamente quel che dico», ricordate? Anche quello era un discorso sulla democrazia in medioriente: il principio ispiratore dell’attuale politica estera americana. A Ramallah avranno pensato: li freghiamo anche stavolta. La realtà è che ieri il premier dell’unica democrazia mediorientale era a Washington mentre il boss dell’autocrazia palestinese era nel proprio quartier generale a lanciare invettive (al pari di tutti i sostenitori della causa palestinese) contro il più concreto piano di ritiro israeliano da Gaza e dalla Cisgiordania mai formulato.

John Podhoretz sul NYP spiega il senso della posizione americana e la interpreta come un brusco ma necessario risveglio per i palestinesi:

The peace plans that have littered the pages of recent American history have always allowed Palestinians to continue to harbor delusions about the possibility of achieving Israel's territorial surrender at the bargaining table. How have they done this? By leaving all the really important stuff - the stuff about who gets to live where - for the end.
President Bush opened a new era of possibility for peace by stipulating some of the tough stuff at the beginning. His realism - together with the daring vision of Prime Minister Ariel Sharon, who intends to lead unilateral pullbacks from Palestinian lands in Gaza and on the West Bank - is a wake-up call to Palestinians that their only possible future is one in which they are not placing all their hopes on the negotiated destruction of Israel.

For years Israelis have been told incessantly by the world's opinion leaders about all the compromises and sacrifices they will have to make. Palestinians have been told only that they need make vague promises about accepting Israel's existence and forswearing violence.
But the reality is that even a nation like Israel, exhausted by decades of war and desperate to live under the normal conditions that obtain in other democracies, will not commit suicide just because the United Nations and even some of its own leftist intellectuals want it to do so.

Lo stesso fa Charles Radin sul Boston Globe:

President Bush emerged from two hours of consultations with Prime Minister Ariel Sharon of Israel and bluntly told the Palestinians to stop living in the past.

The Palestinian Authority's spokesmen expressed confidence until the day before the meeting in Washington that Sharon was overreaching and could not succeed.
But the Authority's leaders seemed on the verge of panic by midday yesterday, as the impending disaster grew increasingly apparent.

Palestinian and Israeli analysts are divided on whether the Sharon-Bush understandings mark a major shift in US policy, but they agree with the Palestinian Authority that the understandings further undermine the group of men who have led the Authority since its inception in the mid-1990s. The Authority's institutions and international credibility are in ruins, and now the Israelis and Americans are moving to overt agreement on major issues on which previously agreement had only been implied.


Si sbaglierebbe a considerare questa situazione «una svolta» nella visione americana del conflitto israelo-palestinese (questa definizione non è corretta ma la utilizziamo per comodità). E’ uno sviluppo coerente con i presupposti originari. E’ vero piuttosto che – con una chiarezza mai vista prima – sono stati stabiliti insieme all’unica parte che ha dimostrato una seria volontà di progredire nel negoziato alcuni punti essenziali per qualsiasi prospettiva di pace che voglia dirsi tale: l’integrità territoriale e la sicurezza di Israele non possono essere messe in discussione, il «diritto al ritorno» è un’assurdità storica e politica, l’effettiva assunzione di responsabilità da parte palestinese non è più dilazionabile, la democratizzazione dell’ANP è requisito essenziale di ogni futura trattativa, la soluzione dei due stati è l’obiettivo politico da perseguire e le mosse unilaterali del governo israeliano vanno in questa direzione. Se la popolazione palestinese non vivesse sotto il ricatto costante dell’ideologia e della propaganda potrebbe capire che quanto è stato deciso ieri a Washington è anche nel suo interesse.

























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